Pohlsander, Hans A.: National Monuments and Nationalism in 19th Century Germany (= Neue Deutsch-Amerikanische Studien; Bd. 31), 309 S., Anhang: 65 Illustrationen, ISBN 978-3-03911-352-1, EUR 70,60
(Peter Lang, Bern, Frankfurt a.M. [u.a.] 2008)
 
Compte rendu par Paola S. Salvatori, Istituto Italiano di Scienze Umane, Firenze
(paolasalvatori@hotmail.com)

 
Nombre de mots : 1983 mots
Publié en ligne le 2010-10-25
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Hans A. Pohlsander è professore emerito di Classics and Religious Studies alla University di Albany e in passato è stato autore di vari studi di storia antica: in particolare, si è occupato delle liriche di Sofocle (Metrical Studies in the Lyrics of Sophocles, Leiden 1964); di santa Elena (Helena: Empress and Saint, Chicago 1995); di Costantino (The Emperor Constantine, London 1996). Si tratta dunque di uno studioso dedito all’analisi di vicende e personaggi della cultura antica ma anche alla riflessione attorno alla storia e alla politica contemporanee: di questa sua ampia erudizione, trae giovamento il libro National Monuments and Nationalism in 19th Century Germany. Del resto, l’uso di metodologie storiografiche attinenti ad ambiti cronologici diversi dovrebbe rappresentare, per lo storico contemporaneista che si occupa di storia culturale nell’età dei nazionalismi, un’occasione preziosa: cosa che, almeno in Italia, è, a parte alcune eccezioni, assai rara. L’interesse del saggio di Pohlsander, dunque, si rileva innanzi tutto proprio in questa permeabilità diacronica di temi, che permette all’autore di affrontare la questione della storia dei monumenti nazionali tedeschi nel XIX secolo seguendone la genesi culturale e ideologica, ricostruendo le vicende biografiche dei più importanti committenti e artisti, analizzando l’importanza e il ruolo che i soggetti rappresentati ricoprirono nella cultura della Germania del tempo.

 

          Il libro si sviluppa attraverso undici capitoli, una Prefazione, un Epilogo, un lungo apparato bibliografico (quasi cinquanta sono le pagine dedicate alle abbreviazioni bibliografiche, ma non sono compresi i titoli di libri e articoli citati una sola volta nelle note) e un indice analitico dei nomi e dei monumenti citati – restano esclusi, di nuovo, quelli presenti nelle note a piè di pagina. Il volume risulta arricchito da 65 tavole fotografiche in cui sono pubblicate le immagini dei più importanti monumenti presi in considerazione dall’autore. Si tratta di opere di varia natura: dai busti ai quadri, dai mausolei ai sepolcri, dai monumenti architettonici (come, per esempio, il caso eclatante della Brandenburger Tor di Berlino) alle statue, geograficamente posti in varie città della Germania e che coprono un arco cronologico più ampio rispetto a quanto indicato nel titolo: la parte preponderante del libro di Pohlsander è infatti dedicata al rapporto tra monumenti nazionali e nazionalismo tedesco nel corso del XIX secolo, ma sono anche presenti riferimenti a monumenti eretti sul finire del XVIII secolo. L’autore conclude infine la sua analisi con alcuni accenni a quanto avvenuto nel corso dei decenni successivi alla fine della II Guerra Mondiale: in particolare, Pohlsander dedica alcune righe all’Holocaust Memorial di Berlino, inaugurato nel 2004 in pieno centro cittadino e con la cui immagine chiude significativamente il libro. Una particolareggiata lista dei 65 monumenti riprodotti nelle tavole è pubblicata invece in apertura del libro, subito dopo la Prefazione.

 

          Questo saggio si inserisce dunque tra le ricerche condotte nel corso degli ultimi cinquant’anni sul rapporto tra monumenti nazionali e nazionalismi o, per meglio dire, sul ruolo che tali monumenti ricoprirono nel processo di autorappresentazione delle nuove nazioni. Pohlsander apre la Prefazione del suo libro proprio citando un importante articolo pubblicato nel 1968 dallo storico Thomas Nipperdey, intitolato Nationalidee und Nationaldenkmal in Deutschland im 19. Jahrhundert e apparso sul numero 206/3 della rivista « Historische Zeitschrift »: in quel saggio, Nipperdey sottolineò il nesso strettissimo esistente tra la diffusione dei monumenti nazionali nel corso dell’Ottocento e la nazionalizzazione delle masse in Germania, evidenziando come lo studio della politica monumentalistica tipica del XIX secolo – in particolare della seconda parte di esso – sia fondamentale per comprendere lo sviluppo del nazionalismo tedesco. Pohlsander ha così ideato la sua opera come una ricostruzione delle circostanze legate all’edificazione e all’inaugurazione dei principali monumenti nazionali tedeschi del XIX secolo, seguendone la storia in senso cronologico oltre che tematico e fissando i punti di contatto tra i singoli episodi legati ai vari monumenti e la più ampia vicenda dello sviluppo del nazionalismo tedesco. L’autore stesso, dunque, sottolinea nella prefazione come «It is not meant to be an exhaustive study of German nationalism, but rather an intelligent reader’s guide to the monuments, an aid to understanding them in the light of German nationalism. Hence its title is National Monuments and Nationalism rather than Nationalism and National Monuments» [p. 8].

 

          Il capitolo forse più importante di tutto il libro, pur essendo molto breve [pp. 13-32], è il primo: intitolato What is a National Monument?, esso presenta un carattere introduttivo e metodologico e si apre, nuovamente, con un riferimento a Thomas Nipperdey e al suo modo di intendere questo campo di ricerca. Nel primo capitolo, Pohlsander segnala poi brevi parallelismi tra la vicenda tedesca e quelle di altri Stati, elencando alcuni dei più famosi monumenti nazionali stranieri (come, per esempio, l’Arc de Triomphe di Parigi, i monumenti a Vittorio Emanuele II e a Garibaldi di Roma, il Washington Monument a Washington D.C.). L’autore spiega poi sotto quali forme e dimensioni si può realizzare un monumento nazionale e sottolinea come, generalmente, i monumenti fossero eretti dalle istituzioni riconosciute e non dalle opposizioni politiche; interessante è il ricordo che egli fa della distruzione delle statue degli oppositori politici in epoca antica, quando – al mutamento di ordine politico – i segni del precedente potere venivano sovente eliminati. Così, egli elenca fenomeni analoghi avvenuti in epoca moderna e contemporanea, fino ai più recenti e celebri episodi: nello specifico, l’abbattimento della statua di Saddam Hussein, dopo l’occupazione americana di Baghdad (9 aprile del 2003), e la decapitazione di quella di Josip Broz Tito a Kumrovec (sua città natale in Croazia) a seguito di un bombardamento (27 dicembre del 2004). La statua di Tito fu poi riparata. In questo primo capitolo, l’autore sottolinea anche come nessun secolo successivo all’età antica abbia prodotto una «enthusiastic erection» di monumenti nazionali come avvenne durante il XIX; ma tale fenomeno, ricorda ancora Pohlsander, non fu circoscritto alla storia tedesca, bensì accomunò le vicende dell’intera Europa.

 

          Nel secondo capitolo, intitolato German Nationalism in the 19th Century from the Beginnings to Ernst Moritz Arndt [pp. 23-49], l’autore indica cosa si debba intendere quando si parla di « German », considerando la particolare storia dell’unificazione tedesca e la vischiosa presenza di minoranze etniche nei territori germanici. Diversi sono gli esempi di più o meno precoci teorizzazioni di un concetto identitario tedesco. Soprattutto a partire dal XVIII secolo, sarà principalmente il mondo della cultura (pittori, musicisti, poeti, letterati) a creare un sentimento nazionale, in linea con quanto avviene – ancora una volta – nel resto dell’Europa.

 

          Il terzo capitolo – German Nationalism in the 19th Century from Heinrich von Kleist to “Die Wacht am Rhein” [pp. 51-72] – analizza le espressioni culturali che il nazionalismo tedesco assunse specificamente nel corso dell’Ottocento. Pohlsander illustra le vicende di alcuni tra i più importanti uomini di cultura (soprattutto poeti) che furono autori di opere in cui il concetto di «Germania» risultava fondamentale. Ad alcuni di questi intellettuali furono poi dedicati monumenti nazionali: è il caso, per esempio, di Theodor Körner (1791-1813), alla cui memoria nel 1850 fu eretto un obelisco nella località di Rosenow (riprodotto nella tavola numero 4).

 

          The Repression of German Nationalism [pp. 73-101] è il titolo del quarto capitolo, nel quale Pohlsander racconta del nuovo clima che la Restaurazione impose anche in Germania. Secondo l’autore, infatti, « the Restoration regimes were on their guard against nationalism and liberalism. National movements and all forms of dissent were repressed » [p. 73]. Per esempio, il movimento delle « Burschenschaften » fu tra i più colpiti dalle politiche repressive del tempo. Fondate nel 1815 a Jena e ispirate anche al Protestantesimo, erano una forma di confraternite con evidenti tendenze nazionaliste: nel 1819, il cosiddetto decreto-Karlsbad mise fuori legge il gruppo, il quale però sopravvisse in clandestinità. Pohlsander ricorda in questo capitolo i nomi di importanti intellettuali costretti all’esilio o alla fuga durante gli anni drammatici della Restaurazione, che non riuscì comunque a estirpare le istanze nazionaliste dalla cultura tedesca.

 

          Il quinto capitolo, Monuments to German Culture [pp. 103-127], è dedicato ai principali monumenti eretti in onore di letterati, artisti e scienziati tedeschi. Un elenco, con l’indicazione del luogo in cui furono elevati e la data di realizzazione, chiude il capitolo.

 

          Il successivo – Ludwig I of Bavaria, the Walhalla, the Befreiungshalle, and Related Monuments [pp. 129-146] – è incentrato su un tema già da tempo oggetto di pregevoli studi. Giustamente definito dall’autore « the most important » tra i monumenti nazionali tedeschi, il Walhalla fu progettato da Leo von Klenze e inaugurato, nei pressi di Ratisbona, nell’ottobre del 1842: in esso sono conservati busti e tavole commemorative dei più importanti uomini della cultura, della scienza e della politica tedesche. Ludwig I fu anche il committente di un altro famoso monumento nazionale, voluto per celebrare le vittorie tedesche nelle guerre napoleoniche: la Befreiungshalle, anch’essa ubicata vicino Ratisbona, inaugurata nell’ottobre del 1863.

 

          Alle vicende che portarono all’erezione di un altro celeberrimo monumento tedesco, l’Hermannsdenkmal, è dedicato il settimo capitolo, dal titolo Monuments to German Arms [pp. 147-174]. Pohlsander apre la trattazione di questo tema ricordando la centralità del mito di Hermann (Arminio) nella tradizione germanica. Il condottiero cherusco, che nel 9 d.C. annientò l’esercito romano guidato da Quintilio Varo nella cosiddetta battaglia di Teutoburgo, sin dalla prima età moderna fu infatti protagonista di numerosi poemi letterari con chiara impronta « nazionalista ». Il monumento, opera dell’architetto e scultore Ernst von Bandel, fu inaugurato nell’agosto del 1875 e ancora oggi è uno dei simboli più importanti dell’identità tedesca. In questo capitolo, Pohlsander descrive anche altri monumenti eretti in memoria di guerre o battaglie celebri per la storia nazionale della Germania.

 

          Un caso particolare, nella vicenda qui raccontata, è rappresentato dalla città di Berlino, dove ancora oggi troviamo molti monumenti diventati, nei decenni, rappresentativi dell’intera storia tedesca ma che originariamente nacquero per iniziativa prussiana. Proprio su di essi è incentrato l’ottavo capitolo, intitolato From Prussia to Germany [pp. 175-201], che si apre significativamente con la vicenda della Brandenburger Tor, inaugurata nell’agosto del 1791. Questo monumento, forse il più famoso di tutta Berlino, ha avuto una storia molto travagliata: dalla trafugazione napoleonica della grande quadriga alata posta sulla sua sommità, avvenuta nel dicembre del 1806 dopo la sconfitta prussiana a Jena, alla funzione di confine tra Berlino Est e Berlino Ovest durante gli anni della divisione, fino a trasformarsi in monumento icona della rinascita della città in seguito all’abbattimento del Muro. Proprio per questo suo secolare e tormentato passato, la Brandenburger Tor è ormai diventata il simbolo della drammatica e insieme affascinante storia della stessa capitale tedesca. Nel capitolo ottavo, Pohlsander descrive anche altri celebri monumenti berlinesi, di cui sono pubblicate le immagini nelle tavole conclusive del libro.

 

          Nel nono capitolo, “Heil Dir im Siegerkranz” [pp. 203-216], l’autore affronta la questione dei monumenti eretti in onore di Wilhelm I, divenuto primo imperatore del nuovo Reich tedesco nel gennaio del 1871.

 

          Speculare al capitolo su Wilhelm I, troviamo il successivo dedicato invece alla figura di Otto von Bismarck, The Iron Chancellor [pp. 217-230], e alle rappresentazioni monumentalistiche del cancelliere.

 

          L’ultimo capitolo è destinato a un’analisi della pittura a carattere storico-nazionalista. In Historicizing Painting of the 19th Century [pp. 231-247], Pohlsander indica infatti un elenco di pittori particolarmente importanti per il tema che è stato oggetto della sua ricerca, specificando per ognuno l’opera più rappresentativa, la data di realizzazione, il luogo dove essa è conservata e – in nota a piè di pagina – uno o più rimandi bibliografici.

 

          Nell’Epilogo [pp. 249-250], l’autore accenna infine a quanto avvenuto nella seconda metà del XX secolo: l’autorappresentazione monumentalistica tedesca, e quella berlinese in particolare, negli ultimi vent’anni si è infatti inevitabilmente consacrata alla memoria delle vittime del nazionalsocialismo e alla celebrazione della riunificazione del Paese.

 

          I pregi di questo lavoro sono stati illustrati nella prima parte della recensione: si tratta, ricordiamolo, di un libro che si distingue per l’ampiezza dei casi riportati e per il costante intreccio stabilito tra l’oggetto specifico della ricerca (appunto, i monumenti nazionali) e un quadro culturale più ampio. Tuttavia, è giusto dire che in esso spicca l’assenza di riflessioni sul ruolo che il grande storico tedesco George L. Mosse ha avuto nella valorizzazione di un tema come quello qui trattato. Mosse, nel corso dei suoi studi, si soffermò spesso e con grande maestria sul problema del rapporto tra politiche monumentalistiche e nazionalizzazione delle masse in Germania. Proprio tenendo conto dell’ampia ricchezza tematica che Pohlsander è stato in grado di gestire, ci si chiede dunque per quale motivo i lavori di Mosse siano stati ignorati anche nei due capitoli in cui il confronto con essi sarebbe dovuto essere invece inevitabile (mi riferisco alla ricostruzione delle vicende del Walhalla e dell’Hermannsdenkmal). Fosse solo per la capacità – rara tra gli storici del Novecento – di veicolare in tutto il mondo, e attraverso più generazioni, ricerche e temi prima poco battuti, le opere di Mosse dovrebbero segnare il punto di partenza di qualunque studio si voglia compiere sui monumenti nazionali, non solo tedeschi. Questa scelta di non tenere conto dei lavori mossiani lascia dunque molto perplessi.