AA. VV.: Perrugot, Didier et al., L’habitat carolingien du Grand Longueron (Champlay, Yonne). Origine et mutation d’un grand domaine foncier au Haut Moyen Age (VIIe-IXe siècles) (Préface de P. Périn), 238 p., 120 p. 120 fig. - 21 x 29,7 cm - ISBN : 978-2-35518-003-3 - 42 €
(Editions Monique Mergoil, Montagnac 2008)
 
Compte rendu par Sabrina Pietrobono, Newcastle University
(sabrinapietrobono@pietrobo.com)

 
Nombre de mots : 2101 mots
Publié en ligne le 2014-01-23
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Nel 1978, nel corso di alcuni lavori di costruzione di un’abitazione a Champlay, nel dipartimento dell’Yonne (Borgogna, Francia centro settentrionale), vennero alla luce due fosse (poi interpretate come due silos, F6 e F7) che rivelarono resti di età carolingia frammisti a ceneri e a torchis. I materiali risultarono appartenere ad un abitato da ricercare a margine del percorso di una strada romana che conduceva da Sens (a ca 130 Km da Parigi) ad Auxerre (il capoluogo dipartimentale, poco più di 20 km da Champlay, in direzione SE): la strada, nota dalla Tabula Peutingeriana, era forse collegata da una via secondaria all’antico insediamento di Senan, in direzione SO (p. 19).

 

          L’anno successivo al primo intervento di emergenza e grazie al proseguire del monitoraggio archeologico, l’indagine fu estesa alle sue immediate vicinanze, al fine di individuare il cuore dell’insediamento altomedievale: ciò permise la scoperta in ultimo di almeno due edifici (A e B, pp. 29-43) e di tre fosse di capanne (F1, F5 e F19, pp. 44-67), di un pozzo (F2, pp. 97-99), di una cisterna (F16, p. 99), di un forno (F10 e F3, pp. 96-97) e di molti altri materiali nonché di ulteriori fosse con articolate funzioni distribuite attorno ad una corte, adatte all’uso da parte di una o due famiglie di contadini (p. 27; 67-96).

 

          Le indagini nel borgo furono in definitiva portate avanti dal 1978 al 1980, nell’area detta Le Grand Longueron, una frazione che costituisce l’insediamento moderno di Champlay insieme al nucleo definito Le Petit Longueron, il quale ospita l’edificio ecclesiastico (p. 19). Questo comune era già noto nella bibliografia archeologica grazie al lavoro di Georges Bolnat e di Bernard Lacroix, i quali pubblicarono, nei tipi della Société des fouilles archéologiques et des monuments historiques de l’Yonne, nel lontano 1957, i dati relativi ad una necropoli protostorica rinvenuta nei confini del comune, il cui territorio, ad ora, ha fatto recensire almeno 130 siti di interesse archeologico (p. 19): l’area emerge in importanza grazie alla continuità della sua frequentazione continuata fino ai giorni nostri.

 

          L’abitato altomedievale giaceva lungo una strada definita publica nei dintorni di Auxerre ancora nel 680 (p. 19): il dato risulta anche più interessante se si collega al riconoscimento di una divisione agraria romana (p. 23) ed al successivo rinvenimento di testimonianze tardo-carolingie, effettuato nel 1996, come pure di altri resti pienamente medievali (XI-XIV secolo) nel 1983 e nel 2006, lungo tutta l’estensione del borgo del Grand Longueron (fig. 6, pp. 23-24). L’iniziale rarità di confronti per i contesti alto-medievali rendeva di estremo interesse avviare ricerche approfondite sul sito e sul suo contesto. 

 

          Anticipazioni dei risultati vennero pubblicate in varie sedi, ad esempio nei Chronique des fouilles in Archéologie médiévale (XII, 1982), ed hanno preceduto la pubblicazione del presente volume, che corona un visibile sforzo pluriennale di aggiornamento dei dati e dei risultati dello stesso scavo includendo in nota utili riferimenti alla storia generale delle scoperte archeologiche nel comune di Champlay.

 

          Il libro è diviso in tre parti principali (I-III): preceduto da ringraziamenti (p. 9), presentazione (11) ed introduzione (p. 13), il resoconto dettagliatissimo dello scavo e l’analisi dei reperti (Parte I, Le site, les découvertes ; Parte II, Étude du matériel. Datation de l’habitat, pp. 15-221) è seguito da una sintesi generale (Parte III, L’habitat du Grand Longueron: synthèse générale) e da una serie di appendici finali che aggiornano lo stato delle ricerche sul sito fino al 2006 (Annexe 1-4: Un silo du Haut Moyen Âge dans le village de Champlay; Une découverte monétaire carolingienne à Champlay ; Dossier d’actes anciens sur la situation des biens et des intervenants à Champlay-Grand Longueron aux XII-XIII siècles ; Nouvel habitat médiéval découvert en 2006 au Grand Longueron, pp. 223-238). Fin dall’indice (pp. 5-8) si rivela immediatamente la cura e la capacità di presentare i dati per renderli immediatamente usufruibili.

 

          Difficile criticare un così dettagliato e ben organizzato corpo di informazioni: dopo una presentazione del sito concentrata nel capitolo 1 della parte I (Le site, pp. 19-27), i dati di scavo ed i materiali sono distribuiti in funzione dei tipi di strutture, secondo precisi criteri e voci, nel capitolo 2 (Les découvertes, pp. 29-129): i contesti archeologici sono analizzati per resti, con descrizioni specifiche ed inventario  dei materiali; quando possibile, con interpretazione definitiva del singolo contesto analizzato.

 

          I materiali quali ceramiche, metalli, osso, legno, pelli, lo studio dei quali è finalizzato alla definizione della cronologia dell’abitato, sono poi ripresi per categorie o classi nel capitolo 1 della parte II (Le matériel découvert, pp. 133-165), chiusa dallo studio di materiali non ceramici (ad esempio legno,  pollini, ossa) nel capitolo 2 (Études complémentaires (Ostéologie, palynologie, carpologie, bois gorgés d’eau, anthracologie), pp. 167-179) e dalla datazione loro proposta a seguito delle analisi scientifiche nel capitolo 3 (Les datations en laboratoire, pp. 181-182).

 

          La parte III, in 5 capitoli, è dedicata alla sintesi d’insieme, con lo studio del contesto ambientale (L’habitat et son environnement, pp. 187-196); degli aspetti economici e funzionali del sito (Aspects économiques et fonctionnels de l’habitat, pp. 197-200); della vita quotidiana (Aspects de la vie quotidienne, pp. 201-203); della sua interpretazione storica (Interprétation historique -ferme, village, cadre paroissial et domaine foncier, pp. 205-207); è considerato infine elemento significativo nella ricostruzione dell’evoluzione delle grandi proprietà fondiarie nella Francia dell’altomedievo (L’habitat du Grand Longueron et la réalité des grands domaines fonciers au Haut Moyen Âge, pp. 205-207). 

 

          È questa ultima parte del testo a sancire la trasformazione del dato archeologico in dato storico, grazie anche all’uso della documentazione d’archivio, confermando l’importanza di questa indagine sia per la storia degli insediamenti carolingi, non solo in questa regione, sia per la conferma del ruolo primario degli scavi di natura preventiva e dalla necessità del loro pubblicazione.

 

         É noto che l’alto medioevo attrae interesse relativamente da poco tempo, come pure l’archeologia degli insediamenti rurali. Le prime scoperte archeologiche relative ad insediamenti altomedievali furono effettuate in Francia nel tardo XIX secolo e fino alla metà del XX era ancora d’obbligo rifarsi ai dati tratti dalle fonti storiche disponibili, a causa della carenza di scavi archeologici. Negli anni ’50 e ’60 si avviò una serie di interventi archeologici effettuati nel meridione della Francia, come pure in Alsace, Champagne-Ardennes e Bourgogne, ma proprio con la pubblicazione della rivista Archéologie médiévale negli anni ’70 si portò attenzione alla nascita, sviluppo e diffusione degli insediamenti medievali. Il pionieristico volume di Pierre Demolon sul villaggio merovingico di Brebières, nel dipartimento di Pas-de-Calais, ricordato nell’introduzione di Patrick Périn (p. 11), fu pubblicato nel 1972 e rappresentò per diverso tempo il punto di partenza imprescindibile per simili studi: da allora oltre 500 abitati rurali hanno beneficiato di scavi archeologici, molti di natura preventiva, ampliando il quadro delle conoscenze non da ultimo nella stessa regione di Champlay (pp. 21-22).

 

          Sul fronte dell’archeologia preventiva, grazie all’operato dell’Istituto Nazionale di Ricerche di Archeologia Preventiva (INRAP), la Francia è uno dei meritori paesi dove, con regolarità e confidando in moderni mezzi di informazione, si provvede a rendere conto dello stato delle ricerche archeologiche sul campo (si veda ad esempio il sito www.irap.org). Come in molti altri stati si riscontra anche qui una differenza tra nord e sud: la crescita degli interventi archeologici preventivi fu una conseguenza dei piani di sviluppo delle infrastrutture territoriali (treni ad alta velocità, ad esempio) che furono portati avanti in particolare dall’inizio degli anni ’90 in particolar modo nel nord della Francia. Nel meridione, ancora prima dello sviluppo dell’archeologia preventiva, molto si deve alle ricerche del CNRS ed all’avvio di progetti di stampo accademico, mirati alla conoscenza delle fasi di transizione dalla tarda antichità all’altomedievo, grazie in particolare alla presenza di maestri come Paul-Albert Février.

 

          Il monitoraggio archeologico e la divulgazione dei suoi risultati ha pertanto una ormai lunga tradizione in cui questo volume, diretto da Didier Perrugot, si inserisce con organizzazione, semplicità e chiarezza, portando il suo contributo al dibattito scientifico con estrema efficacia, fornendo una risposta pratica anche alle discussioni sull’edizione dei dati. 

 

         Alcuni temi di ricerca isolabili nel testo sono protagonisti in discussioni attualmente in corso: considerando le architetture ricostruite mediante l’analisi delle buche di palo, per gli edifici A e B (interpretati rispettivamente come una stalla, o magazzino, ed una abitazione) mancano nella stesura del testo confronti con planimetrie desunte da altri scavi, mentre grande attenzione viene portata ai materiali ad essi relativi ed inventariati, per i quali si è notevolmente beneficiato della maggior conoscenza accumulata nei decenni successivi la fine dello scavo. Sono stati da tempo abbandonati tentativi di far risalire alcune architetture in legno a una origine comune, dal momento che tali strutture si rinvengono in maniera diffusa in regioni troppo distanti tra di loro per poterlo affermare, eppure da un tale confronto effettuato su quelle architetture note si sarebbe potuto ampliare e meglio contestualizzare sul piano regionale o nazionale anche la discussione avviata nella terza parte del volume, relativa alla natura di villaggio o meno dell’insediamento sotto esame.

 

          Il tema del villaggio e della sua formazione è un tema caro alla storia del medioevo che negli ultimi tempi predomina anche nella archeologia italiana, parzialmente oscurando l’interesse verso altri siti, ad esempio i castelli o i monasteri. Anche a Le Grand Longueron si pone il problema se debba essere considerato un proto-villaggio di VIII secolo o un semplice impianto agricolo isolato, anche se bene organizzato, tentando di capire le relazioni con la coeva organizzazione fondiaria (pp. 205-206).

 

          I dati convergono a rivelare che si tratta di un organismo di natura agro-pastorale, sorto in età carolingia in un sito non occupato in precedenza, non è chiaro se con lo scopo di aggregare la popolazione dell’area. Di fatto, i rinvenimenti in scavi successivi hanno dimostrato la crescita dell’abitato verso est, con possibili appendici anche ad ovest, sviluppandosi quindi in un insediamento polinucleare. Quale fosse però il suo ruolo, oggi relativamente marginale all’interno dell’area comunale, è ancora incerto: l’osservazione, importante, della mancanza di un cimitero direttamente collegato all’abitato, ne confermerebbe il ruolo secondario avuto anche in passato, con le difficoltà di riconoscerne limiti territoriali e/o parrocchiali. Encomiabile la serietà con la quale si preferisce porre in rilievo la mancanza di risposte date dallo scavo, invece di supplire azzardando spiegazioni non supportate dall’evidenza. Uno scavo per quanto ben condotto, se mal pubblicato, diventa inutile: non è questo il caso del volume di Perrigot.

 

          Premesso che non si può essere esaustivi su tutto, interessanti collegamenti con la ricerca archivistica focalizzata su alcune risorse più immediatamente correlate all’età medievale (carte notarili, vite di santi, croniche) permettono in ultimo una migliore comprensione del ruolo dell’abitato nell’organizzazione e nell’evoluzione della proprietà fondiaria. Queste fonti gettano parziale luce sulla presenza a Champlay di una parrocchia, con cimitero e abitato principale, nell’ambito di una villa la cui origine non è escluso rimontasse all’organizzazione agricola romana, il cui territorio si sarebbe frazionato solo in seguito (pp. 212-214).

 

          Da un intervento di portata inizialmente limitata deriva inoltre la possibilità futura di affrontare temi di archeologia dei paesaggi, che possono partire dalla ricostruzione ambientale avanzata nella parte III, ricomponendo in un corpo unico, per evolvere in uno studio più esteso, le considerazioni sul paesaggio coltivato che i dati archeologici hanno rivelato, le osservazione sull’assetto idrologico, gli interessanti appunti sulle trasformazioni climatiche o le sparse osservazioni sulle trasformazioni del territorio avanzate nelle note.

 

          Approfondire questo aspetto dovrebbe costituire un distinto tipo di ricerca che qui, per quanto avviata, risulta inevitabilmente sacrificata per la mancanza di spazio (carte più dettagliate, magari a colori, sarebbero state utili per seguire talvolta il filo dei ragionamenti) e per la diversa finalità del testo; come pure sorgono numerosi spunti per ricerche sulle tradizioni locali, come nel caso del forno ritenuto il prototipo del genere della regione.

 

          Non sorprende la distanza tra anni di scavo e pubblicazione dei dati, visto che la lunga attesa risulta essere il destino di molti volumi di resoconti. Il tempo intercorso ha permesso, in questo caso, di dare alle stampe un testo estremamente dettagliato ed ordinato, dal carattere quasi enciclopedico. Perrugot, coadiuvato dai suoi collaboratori, si rivela un esperto dello studio dell’area il che spiega la coerenza del testo e la sua organizzazione pratica, frutto di un assorbimento della materia avvenuto nel corso degli anni. Il libro ha quindi una grande dote, la chiarezza, il che lo rende valido strumento di confronto e di ricerca per chiunque debba affrontare l’analisi di simili contesti in ambito nazionale ma non solo.