Schmid, Sebastian: Die römischen Fibeln aus Wien
(Monografien der Stadtarchäologie Wien 6)
ISBN 978-3-85161-025-3
177 S., davon 43 S/W-Taf., zahlr. Farb- und S/W-Abb., 29,7 x 21 cm; kartoniert. Preis: 38 Euro
(Phoibos Verlag, Wien 2010)
 
Compte rendu par Maurizio Buora, Società friulana di archeologia
(mbuora@libero.it)

 
Nombre de mots : 1192 mots
Publié en ligne le 2010-11-29
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1137
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          Questo volume, utile e bello, nato da una dissertazione magistrale dell’università di Monaco di Baviera, si inserisce in un’ampia tradizione di studi in cui il mondo transalpino di lingua tedesca eccelle da più di un secolo. Per l’Austria la tradizione è più recente e per l’epoca moderna parte dal fondamentale catalogo di Werner Jobst sulle fibule di Lauriacum (1975) cui hanno fatto seguito specialmente negli anni Novanta del secolo scorso  altri cataloghi di musei, a opera di Helga Sedlmayer (Wels nel 1995 e il Magdalensberg nel 2009) e di Christian Gugl (Virunum 1997), e pubblicazioni di siti specifici (Heymans nel 1997 per Kalsdorf, Grabherr nel 2002 per il Michlhallberg e infine ancora Helga Sedlmayer nel 2009 per il Magdalensberg).

 

          Per l’antica appartenenza di Wien-Vindobona alla Pannonia (con Traiano alla Pannonia Superior) l’opera illumina l’uso delle fibule nell’ambito di questa provincia, già indagata pionieristicamente molti anni fa da Ilona Kovrig (1937) e Erszebet von Patek (1942). Come si sa, i territori che un tempo  rientravano nella generica denominazione di Pannonia, più volte divisa, si estendono oggi dall’Austria all’Ungheria, dalla Slovenia alla Croazia e per finire alla Serbia. Basta questo per comprendere l’obiettiva difficoltà, dipendente anche dall’appartenenza degli archeologi operanti nei diversi territori a differenti scuole,  di avere un quadro generale relativamente omogeneo.

 

          L’opera che segue lo schema tradizionale in questi lavori, si snoda per 134 pagine di testo al termine delle quali si collocano le 43 tavole che riproducono i 347 esemplari considerati e altre due tavole successive, che comprendono fibule oggi scomparse. Il catalogo va da p. 90 a p. 134.

 

          Nella prima parte si illustra la funzione militare di Vindobona, cui segue l’analisi delle canabae legionis, dell’insediamento civile e del territorio circostante (pp. 12-15). Quindi si analizzano i vari tipi di fibule finora noti dall’area.

 

          La prima fibula che qui viene considerata risulta non inseribile tra i tipi Nauheim o Jezerine: essa forse appartenne alla popolazione dell’abitato tardoceltico che precedette la costruzione del primo accampamento militare. Le fibule più recenti qui presentate appartengono al gruppo delle “Zwiebelknopffibeln” (d’ora in poi “ZkF”)  e precisamente al tipo Keller/Pröttel 3 /4.

 

          Com’è consuetudine in questo genere di lavori, per alcuni tipi l’A. offre un excursus tipologico o cronologico che ha portata ben più ampia dei singoli esemplari esaminati. Nel nostro volume è il caso di una fibula (cat. n. 203) che risulta essere una variante delle “Kniefibeln”,  diffusa specialmente nell’area mediodanubiana, ma presente anche ad Augusta Raurica e a Wahlheim (carta di distribuzione a p. 39). Il medesimo procedimento è attuato per una fibula del tipo Bojović 14 (carta a p. 43) e per altre di tipo romboidale (pp. 53-55). In quest’ultimo caso però si dovrebbero aggiungere alcuni altri esemplari, sia ad es. dall’area altoadriatica sia dalla penisola iberica, come dimostrano gli studi di Maria Mariné Isidro, Fíbulas romanas en Hispania: la Meseta (Madrid, 2001) e di Maria de la Salete da Ponte ad es. nel volume Corpus signorum. Das fìbulas proto-històricas e romanas de Portugal (Coimbra 2006), non considerati in questo volume.

 

          Nella considerazione di alcuni tipi l’A. analizza in maniera molto dettagliata e approfondita alcuni aspetti vuoi della cronologia vuoi della diffusione: è il caso delle “Scharnierarmfibeln” per cui a p. 44, nota 380 si discute il valore cronologico dei rinvenimenti a Dura Europos e si rimarca la differenza morfologica tra gli esemplari medio-orientali e quelli di area danubiana e renana.

 

          Servono le fibule, nel nostro caso, a ricostruire la storia del sito? La prima presenza romana a Vienna parrebbe attestata dall’epigrafe di C. Atius, soldato della XV legio Apollinaris,  datata in base a considerazioni di carattere epigrafico in età preclaudia. Del luogo del suo rinvenimento – avvenuto peraltro già nel XIV secolo – nulla si sa. Del resto manca anche ceramica contemporanea e le prime fibule, salvo una che può appartenere all’abitato tardoceltico (n. 1), paiono inquadrabili senza difficoltà nella seconda metà del I sec. d. C. (p. 62). Sorprendente la quasi totale assenza di fibule fino alla metà del II sec. d. C. (p. 68). Non ci sono indizi che rivelino, sotto questo aspetto, un probabile incremento dei soldati nel corso delle guerre marcomanniche (p. 65), mentre solo il IV secolo sembra ben rappresentato. Teoricamente due fibule (nn. 290 e 291) potrebbero spingersi fino all’inizio del V. Mancano del tutto gli esemplari di tipo Keller/Pröttel 5 e 6, mentre sono note monete intorno al ’400, ceramiche di tipo germanico e sepolture databili nella prima metà del V, cui appartengono anche singoli oggetti di corredo. In conclusione l’esame accurato delle fibule non porta nuovi lumi sulla storia di Vindobona; esso contribuisce però a meglio lumeggiare il quadro generale, non solo di carattere tecnico-specialistico, ma anche in relazione alla moda locale e alle relazioni culturali tra popolazioni di cultura diversa (latina, celtica e germanica).

 

          Di grande interesse l’attestazione di tre “Halbfabrikate”, rispettivamente una “KpF” con lamina di appoggio (cat. n. 93) databile dall’età tardoflavia al II sec. d. C., una “Scharnierarmifibel” (cat. n. 228) databile dal I al III sec. d. C. e infine una “Zwiebelknopffibel” (cat. n.  284) databile dal 300 circa al 400 d. C. Esse  dimostrano la produzione locale di alcuni tipi.  Alle pp. 66 e 67 va segnalata la discussione sui centri di produzione delle  “ZkF”, le quali apparentemente furono prodotte inizialmente in più officine disperse e poi per i tipi evoluti specialmente in grandi centri militari, ove anche se ne avvertiva maggiormente il bisogno. Tra questi indichiamo Carnuntum (a giudicare da un modello in bronzo ora esposto al museo archeologico di Francoforte (qui a p. 67) e Aquileia, come già segnalato.

 

          In conclusione  il tipo delle “Kniefibeln” risulta a Vindobona il più diffuso (p. 72). Risaltano, al contrario, la scarsità di elementi “indigeni” nel vestiario, forse sopraffatti, - secondo un’interpretazione già di Jochen Garbsch – dall’influsso della preponderante presenza locale di soldati quindi la presenza, modesta ma chiaramente percepibile, di elementi “boi” al di fuori dell’area maggiormente abitata e infine le saltuarie attestazioni di fibule che possono essere connesse con la popolazione germanica.

 

          Chiudono la trattazione due interessanti tabelle di confronto tra le fibule attestate a Siscia, Poetovio, Celeia, Virunum, Gleisdorf, Kalsdorf, Neviodunum, Flavia Solva, Vindobona, Singidunum, Ovilava e Lauriacum, che riguardano un totale di 3031 fibule. Le località sono raggruppate in base alla data di inizio del loro popolamento, ovvero l’età augustea, il periodo claudio e l’epoca flavia. Ciò permette di riconoscere meglio la durata di utilizzo e la cessazione di singoli tipi.  Ad es. le Aucissa compaiono negli insediamenti più antichi, mentre non sono presenti negli abitati di età claudia (salvo che a Neviodunum ove compare un numero enorme di fibule del tipo Okoràg), ove piuttosto si trovano le A 68.  A Vindobona troviamo invece un numero relativamente alto – ben 21 esemplari - di fibule del tipo Jobst 4F (con piede trapezoidale) sui motivi della cui presenza l’A. non si pronuncia.

 

          Rimangono ovviamente alcuni punti oscuri, che non sapppiamo oggi come spiegare. Come mai, ad esempio, il numero delle “ZkF” è così ridotto a Siscia (meno del 5 % del totale), sede del governatore della provincia e del praepositus thesaurorum e  ove pure esisteva una zecca, mentre a Vindobona, Singidunum e Lauriacum sono presenti in una percentuale che va dal 17,6 al 20,5 % e anche in un insediamento civile come Neviodunum arrivano al 13,7 %?

 

          Nel complesso l’opera aggiorna, sulla base della letteratura più recente, la problematica della presenza e della diffusione delle fibule nell’area mediodanubiana in special modo nel periodo medioimperiale, ponendosi in tal modo come punto di riferimento imprescindibile per lo studio della civiltà romana in questa regione. Si perfeziona la presenza dei singoli tipi nei diversi periodi nelle varie zone.  Manca ancora, tuttavia, un catalogo esaustivo delle molte (migliaia?) di fibule di Carnuntum, che anche l’autore di questo volume si augura (p. 90).