Nadeau, Robin : Les manières de table dans le monde gréco-romain, 394 p., ISBN 978-2-7535-1128-6, 24 euros
(PUR, Rennes 2010)
 
Compte rendu par Francesco Mari
(mari.francesco@email.it)

 
Nombre de mots : 1835 mots
Publié en ligne le 2011-07-25
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1243
Lien pour commander ce livre
 
 

          Questo studio di Robin Nadeau, che costituisce lo sviluppo della tesi di dottorato discussa dall’autore nel 2008 all’Université Paris I Panthéon-Sorbonne, è dedicato alle usanze relative al banchetto greco-romano all’epoca della Seconda Sofistica (II secolo d.C). Nello specifico, l’Autore si concentra sull’analisi delle regole di comportamento che governavano lo svolgimento e determinavano il buon andamento dei momenti alimentari e simposiali caratteristici dell’élite politico-culturale dell’impero romano al culmine della sua fioritura (sympotikoi nomoi). Tale problematica si impone subito all’attenzione per il suo carattere innovativo. Il simposio, com’è noto, è già stato oggetto di studi tesi a chiarirne il significato e le valenze sociali e civiche (vd. p.es. P. Schmitt Pantel, La cité au banquet. Histoire des repas publics dans les cités grecques, Roma, 1992), ma l’approccio di Nadeau è originale perché è volto non tanto a ricostruire i diversi momenti e pratiche del banchetto, quanto a individuare le norme codificate precipue a ciascuno di essi e a discutere il giudizio sociale in cui i singoli incorrevano da parte dei contemporanei a seconda del loro grado di rispetto di tali norme.

 

          Una lunga introduzione (pp. 11-49) è dedicata all’atto alimentare come fatto sociale e al ruolo primario che il codice di comportamento a tavola riveste relativamente alla distinzione dei gruppi sociali. Nadeau dedica alcune pagine alla storia degli studi di sociologia e antropologia riguardanti la simbologia e l’evoluzione delle usanze alimentari. All’introduzione fa seguito la presentazione del periodo storico preso in esame, degli autori e delle opere considerate (capitolo 1: pp. 51-95). Dopo un capitolo sull’apprendimento delle buone maniere a tavola nell’Antichità, l’Autore affronta nel dettaglio l’esame dei rituali alimentari della Grecia antica (capitolo 3: pp. 153-255), per poi concentrarsi sulle norme di convenienza che riguardano più da vicino i protagonisti del banchetto (capitolo 4: pp. 257-325). Il capitolo 5 (pp. 327-398) è dedicato invece all’etica alimentare. Segue un ultima, breve sezione dedicata al banchetto nel banchetto di II secolo d.C. come momento di scambio culturale e di coesistenza di pratiche greche e romane (capitolo 6: pp. 399-440).

 

          Nell’introduzione Nadeau definisce le maniere da tavola come “comportamenti e gesti codificati durante l’atto alimentare” (p. 12) utilizzabili come chiave di lettura della società. Proprio lo stretto legame delle pratiche con la società ne determina la lenta ma continua trasformazione. A questo proposito, l’Autore giustifica pienamente il carattere sincronico del suo studio e la delimitazione del suo corpus di fonti all’epoca circoscritta della Seconda Sofistica. Quanto all’approccio interpretativo, il lettore è messo in guardia dai rischi posti da un corpus di sole fonti letterarie, che rispecchiano inevitabilmente la realtà dell’élite di cui gli autori fanno parte oltre che i punti di vista degli autori stessi. Un’eccessiva generalizzazione dei risultati dell’analisi, in questo senso, non terrebbe conto né dei diversi stati sociali e culturali dei singoli né delle interpretazioni individuali del codice comportamentale. Grande rilevanza è data, invece, all’approccio corporativistico, che permette di confrontare le risposte delle diverse società al fenomeno universale della fame (p. 16), determinando così le specificità delle pratiche esaminate. Il complesso delle scelte e dei comportamenti alimentari, secondo Nadeau, forma un vero “sistema di comunicazione”, e fa sì che i diversi gradi di conoscenza e applicazione delle buone maniere a tavola creino una separazione fra i varî gruppi sociali. A questa ripresa da parte dell’Autore delle tesi di P. Bourdieu (La distinction. Critique social du jugement, Parigi, 1979), fa contrappunto una forte presa di distanza sia dalle rigidità dell’analisi strutturalista dei rituali alimentari (p. 32), sia dalla posizione di espressa da Norbert Elias nel suo Über den Prozeß der Zivilisation (Basilea, 1939), dove si teorizza un’evoluzione positiva dei costumi che procede passo passo con il progresso morale della società (pp. 36-37). Le modificazioni del codice delle maniere da tavola nel tempo rendono difficile l’accettazione dei “predicati alimentari universali” (p. 33) di origine levistraussiana; modificazione, tuttavia, non significa necessariamente evoluzione: discostandosi dalla visione di Elias, che vede nel processo di appropriazione da parte delle classi sociali inferiori delle norme alimentari elaborate dalle élites (ad esempio l’uso della forchetta, p. 44 e ss.) il motore di un progresso continuo verso forme di civiltà sempre più elevate, Nadeau ricollega alle diverse realtà socio-culturali usanze alimentari diverse, che sono leggibili come stadi di un’unica evoluzione dei costumi solo alla luce di un pregiudizio di superiorità (sociale o etnico). In definitiva, conclude l’autore, non esiste alcuna evoluzione, ma solo delle pratiche alimentari che si modificano e acquistano senso in contesti sociali e storici diversi (p. 48).

 

          Nel primo capitolo Nadeau propone un quadro conciso ma chiaro dell’epoca della Seconda Sofistica, movimento intellettuale che, sviluppatosi durante il principato di Nerone, interessò l’impero romano per circa un secolo. L’Autore ha limitato i testi su cui condurre la sua analisi alle opere di Plutarco di Cheronea, Ateneo di Naucrati e Luciano di Samosata. Pur non facendo parte a pieno titolo del movimento dei sofisti, questi autori hanno con questi ultimi molti punti di contatto, e si distinguono per la quantità e la qualità delle informazioni che ci hanno trasmesso riguardo al banchetto, che costituisce lo sfondo o l’oggetto stesso di alcune delle loro opere. La presentazione della vita e del pensiero di questi autori è condotta con chiarezza, e mira in special modo a metterne in luce gli aspetti che più strettamente influenzano il loro approccio al momento simposiale. Parallelamente, l’Autore ha cura di sottolineare gli ostacoli interpretativi delle opere esaminate, come il caratteristico tono ironico di Luciano, o l’intreccio delle citazioni d’epoca più antica nel testo dei Deipnosofisti, rende spesso arduo discernere tra le pratiche alimentari in uso al tempo di Ateneo e la reminiscenza erudita dei suoi personaggi.

 

          Il secondo capitolo affronta la questione dell’apprendimento delle buone maniere da tavola e delle abitudini alimentari, che l’Autore interpreta come momento fondamentale della creazione dei comportamenti distintivi dei diversi gruppi sociali a cui si ricollegano le identità individuali. In questo contesto, i sympotikoi nomoi riguardano tutti gli aspetti dell’atto alimentare, dalla gestualità fino agli argomenti di conversazione, dall’abbigliamento dei convitati alle pietanze servite. Dopo una panoramica sul lessico delle buone e delle cattive maniere a tavola (pp. 104-109), Nadeau discute i modi di trasmissione e di insegnamento delle usanze alimentari, quali si possono dedurre dalle fonti scritte rimasteci. Tra le varie forme di trasmissione evocate da Nadeau figurano le leggi (pervenuteci per via epigrafica) che riguardano i comportamenti da tenere durante determinate cerimonie pubbliche, ma anche i miti e l’opera dei poeti. Gli eroi omerici, in particolar modo, costituiscono un modello di riferimento. Un lungo paragrafo è dedicato inoltre all’esistenza, già dal IV secolo a.C., di veri e propri manuali di buona educazione, che furono prodotti nell’ambito delle scuole filosofiche e di cui resta forse memoria nell’opera di Plutarco e Ateneo. Le maniere da tavola sono quindi, secondo Nadeau, parte integrante di quell’educazione filosofico-morale (paideia) di cui solo le classi sociali più elevate si arrogavano il possesso, qualificandosi in quanto depositarie del patrimonio etico-culturale della società. Proprio la grande attenzione dell’Autore all’opposizione natura/cultura determina, forse, la scarsità dello spazio dedicato all’imitazione come canale di apprendimento. La volontà di sottolineare la funzione di distinzione sociale delle maniere da tavola mette così in ombra l’importanza dell’apprendimento ingenuo e del ruolo che l’introiettazione dei codici di comportamento ha nella strutturazione della psicologia individuale e delle forme di comunicazione, a prescindere dalle gerarchie sociali che da queste ultime scaturiscono.

 

          Nei capitoli tre e quattro si esaminano sistematicamente i rituali alimentari che caratterizzano il banchetto di II secolo d.C., i temi di conversazione, gli atteggiamenti che si convengono all’anfitrione nei riguardi dei suoi invitati, i rapporti gerarchici tra questi ultimi. In questi capitoli, Nadeau sfrutta a fondo le sue fonti, presentando un numero molto elevato di testi che esemplificano le idee di Plutarco, Luciano e Ateneo su un grande numero di usanze, tra le quali i sacrifici e le libazioni, i brindisi, l’abbigliamento conveniente, la pulizia a tavola e le regole d’ospitalità. Assai interessante è la sezione del capitolo tre dedicata alla parola, nella quale si incarna in massimo grado il valore che, secondo l’Autore, sottende all’intero rituale sociale del banchetto: la condivisione. In questo senso, la scelta dell’argomento di conversazione riveste un’importanza particolare, in quanto si configura come la garanzia della partecipazione e della soddisfazione finale di tutti i commensali. Il banchetto rappresenta inoltre, sottolinea Nadeau nel capitolo 4, lo specchio della società di cui, venuto meno il significato politico che il pasto comunitario aveva in epoca classica, esso riflette le gerarchie. In età imperiale il banchetto può riunire (specie in ambiente romano) individui di diverse categorie sociali, il cui status si riflette sovente non solo nell’assegnazione dei posti ma anche in quello delle pietanze. Ampio spazio è concesso inoltre ai consigli dati dagli autori sulla selezione degli invitati e al trattamento da riservare ai loro accompagnatori. L’Autore, infine, dà conto del valore del simposio come momento di riconoscimento reciproco dei membri di un determinato gruppo sociale (p. 292 e ss.). L’analisi è  soddisfacente e fin troppo esaustiva, per quanto rappresentativa delle consuetudini dei banchetti di una élite culturale molto ristretta.

 

          Anche a causa del loro carattere moraleggiante, le fonti in esame insistono molto sul legame intrinseco tra l’osservanza delle norme di comportamento alimentare e il giudizio etico che ad essa consegue. Gli esempi testali discussi da Nadeau mostrano che se molti fattori influenzano la fluttuazione della “norma” (contesto culturale, sociale, temporale, visione dell’autore, ecc.), lo scarto tra quest’ultima e il comportamento dell’individuo implica invariabilmente un giudizio morale negativo, secondo lo schema binario che oppone la temperanza (sophrosyne) all’eccesso (hybris). L’Autore trae dalle sue fonti numerosi casi studio di superamento del limite durante il banchetto, tra i quali l’ingordigia e gli insulti (tollerati tuttavia nell’atmosfera amichevole che regna tra i Deipnosofisti). L’esame del topos della frugalità degli Antichi rispetto al lusso dei banchetti dell’epoca degli autori considerati trova in questa sezione il suo luogo naturale, accanto a quello degli stereotipi attribuiti alle varie scuole filosofiche (p. es. l’ingordigia dei cinici). Contro la decadenza dei costumi, il rimedio che gli autori propongono non è l’astinenza dai piaceri ma il concetto tipicamente greco di moderazione (p. 397).

 

          Dedicato alle commistioni tra le usanze greche e le usanze romane nel banchetto di II secolo (posture, forma della sala, forme di partecipazione femminile al momento simposiale), l’ultimo capitolo affronta il complesso problema dell’identità dell’élite greco-romana di cui fanno parte i protagonisti delle opere utilizzate da Nadeau, permettendone finalmente una piena comprensione delle specificità socio-culturali. Delucidazioni fondamentali, che avrebbero forse trovato una sede migliore nell’apertura del libro.

 

          In conclusione, la ricerca di Nadeau si caratterizza sia per la serietà e l’attenzione con cui egli prende in esame i tanti aspetti codificati del banchetto greco-romano, sia per l’abbondanza delle testimonianze che egli apporta durante la discussione. Durante la lettura, tuttavia, si avverte il bisogno di fare corrispondere a tale ricchezza documentaria un’interpretazione delle pratiche esaminate che vada al di là della loro funzione di distinzione sociale (si pensa specialmente al ruolo regolatore che le norme comportamentali svolgono nelle relazioni interpersonali, relazioni di cui il ritrovo simposiale è di certo un esempio).