Roscino, Carmela : Polignoto di Taso (Maestri dell’Arte Classica, 3). pp. 188, figg. 24, isbn 978-88-7689-236-3, Prezzo Eur 50,00
(G. Bretschneider Editore, Roma 2010)
 
Compte rendu par Paolo Bonini, Università di Padova – Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia
(paolobonini@inwind.it)

 
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Publié en ligne le 2011-05-23
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          L’interesse del pubblico per la storia dell’arte antica sembra oggigiorno decisamente avviato verso un lento declino e ormai perfino in ambito universitario la disciplina pare spesso ridotta a un rango “di nicchia”. In questo contesto pertanto è senza dubbio meritoria l’iniziativa dell’editore Giorgio Bretschneider di Roma, che nel 2009 ha inaugurato una collana intitolata ai “Maestri dell’arte classica”. Certamente non si potrà in alcun modo contestare quanto sia stata positiva per gli studi archeologici la svolta che, soprattutto dagli anni ’70 del XX secolo, ha portato gli specialisti ad affinare le proprie competenze di scavo e spostare il fulcro delle proprie indagini dai manufatti artistici alla cultura materiale, applicando metodologie innovative che si avvalgono di strumenti tecnologici sempre più sofisticati. Non meritano, tuttavia, di risultarne del tutto soffocati proprio quegli studi storico-artistici dai quali, in fondo, l’archeologia stessa ha preso avvio.

 

          Affidata alla direzione di Luigi Todisco, la collana rinvigorisce questa tradizione di studio, non soltanto perché offre uno spazio in cui anche i giovani studiosi possono pubblicare indagini spesso pluriennali, ma soprattutto perché nelle modalità comunicative si rivolge a un pubblico colto ma non necessariamente specialista. Lasciano ben sperare, dunque, sia i titoli annunciati (Parrasio e Policleto), sia il numero di volumi già editi nell’arco di soli due anni: dopo un primo lavoro dedicato agli artisti del mausoleo di Alicarnasso (se ne veda la recensione in questo stesso sito al link http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=719) e un secondo sullo scultore Skopas di Paros (a sua volta recensito in questa sede: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1155), viene ora alle stampe il terzo volume della collana, frutto della ricerca che Carmela Roscino ha dedicato a Polignoto di Taso, il primo pittore che, stando alle fonti letterarie, seppe affermarsi come personalità forte nella prima metà del V secolo a.C.

 

          Pur essendo Polignoto tra le individualità artistiche più celebrate, anche per il prestigio che i suoi stessi contemporanei gli riconobbero, appare tuttavia ben difficile tracciarne un profilo critico saldamente fondato, poiché, come noto, nessuna delle sue opere d’arte si è salvata dal generale naufragio cui la pittura antica è andata incontro nel trascorrere dei secoli. Ben consapevole di queste difficoltà, l’autrice esplicita nella premessa al testo di voler “offrire una proposta di lettura organica e contestualizzata” dell’attività polignotea (p. XII): un lavoro complesso e ambizioso, perseguito però con metodo rigoroso attraverso il confronto serrato fra le testimonianze letterarie, le fonti epigrafiche (una sola, in verità) e i contesti archeologici dei luoghi che videro Polignoto protagonista attivo e che custodirono i suoi dipinti.

 

          In aderenza a questo programma di lavoro, il testo è scandito in quattro parti distinte. Il primo capitolo (“Biografia”: pp. 3-10) presenta al lettore un profilo biografico che non trascura di tratteggiare lo scenario storico e culturale dei centri in cui il celebre pittore ebbe modo di lavorare. Nato intorno al 500 a.C. sull’isola di Taso, nel mar Egeo settentrionale, Polignoto si formò nella bottega di famiglia: suo padre Aglaofonte era infatti un esponente della pittura tardo arcaica, famoso soprattutto per l’abilità nel rappresentare figure equine. La ricchezza dell’isola favoriva senz’altro il fiorire delle arti, nonostante il dominio persiano si facesse in quegli anni via via più pesante, soprattutto dopo che il generale Mardonio ebbe occupato la Tracia, nel 492 a.C. Ritrovata però l’autonomia politica dopo le guerre persiane e la battaglia di Platea (479 a.C.), Taso aderì presto alla lega delio-attica promossa da Atene e strinse così i rapporti con la città avviata a diventare egemone all’interno della lega sia sul piano economico sia su quello culturale. È verosimile che proprio in questo clima Polignoto abbia maturato la decisione di trasferirsi ad Atene, entrando nella cerchia dell’aristocratico Cimone, che proprio sui successi militari ottenuti in Tracia e nell’Egeo del nord andava costruendo la sua carriera politica. Il giovane pittore tasio ebbe dunque modo di farsi apprezzare, ricevendo dapprima incarichi a Platea e poi anche ad Atene, incarichi dei quali l’autrice sottolinea l’aderenza tematica alla propaganda cimoniana. Il consenso così guadagnato procurò a Polignoto perfino la cittadinanza ateniese, in un periodo compreso fra il 470 e il 466 a.C. Alcune fonti mettono in rapporto tale concessione all’impegno profuso nel decorare la Stoà Pokile dell’agorà: al di là delle discussioni in merito vale senz’altro la pena rilevare quanto siano rare concessioni di questo tipo nell’Atene della prima metà del V secolo a.C., e come il provvedimento, di conseguenza, possa essere inteso come sintomo della considerazione sociale, davvero fuori dall’ordinario, che Polignoto seppe conquistarsi attraverso la sua arte. Dopo la vittoria greca presso il fiume Eurimedonte, che assestò un colpo durissimo alla supremazia persiana sul mar Egeo, il nostro pittore ricevette l’incarico di affrescare la Leschè degli Cnidi a Delfi, ossia il dono votivo offerto ad Apollo dagli abitanti di Cnido, la città della Caria che si era offerta come base alle forze della lega delio-attica; anche a Delfi egli fu accolto come artista di primo rango, dato che gli fu concesso l’onore della prossenia. Polignoto si allontanò, dunque, da Atene proprio nel periodo in cui andavano guastandosi i rapporti fra la sua città d’origine, Taso, e quella di adozione. Non è possibile conoscere quale sia stato l’atteggiamento dell’artista di fronte all’assedio e alla presa di Taso operati proprio dal suo “protettore” Cimone: è probabile, anzi, che mentre la carriera dell’uomo politico ateniese andava irrimediabilmente declinando, fino all’ostracismo del 461 a.C., Polignoto fosse ancora impegnato fuori Atene, forse in Beozia se vanno collocati in questo periodo i dipinti che Plinio il vecchio sostiene fossero conservati nella città di Tespie. Verso la metà del V secolo a.C. Polignoto non sembra più attivo ad Atene: non solo infatti non sembra avere alcuna relazione con i grandi lavori intrapresi da Pericle, ma proprio intorno al 444 a.C. la “grande lista” di Taso, incisa sulle pareti del corridoio di accesso all’agorà, lo annovera fra i theoroi cittadini, magistrati che rivestivano funzioni religiose e rappresentative. Negli anni ’40 del V secolo a.C. il pittore dovette, quindi, rientrare sull’isola natia, dove probabilmente chiuse anche la sua vita poiché su di lui non si registrano ulteriori notizie biografiche. Un sintetico schema cronologico, collocato in coda al profilo così tracciato, riporta le date più significative della storia politica del V secolo a.C. in rapporto alla vita e all’attività polignotea.

 

          Il secondo capitolo (“Luoghi e opere”: pp. 11-69) costituisce una rassegna critica delle notizie variamente tradite sulle opere dell’artista, ordinate in senso cronologico: “Odisseo e i Proci” nel tempio di Atena Areia a Platea, “Le nozze fra Dioscuri e Leucippidi” nell’Anakeion di Atene, “Achille a Sciro”, “Odisseo e Nausicaa” e “Polissena” nell’edificio Nord-Ovest dei propilei dell’acropoli ad Atene, “L’Ilioupersis” nella Stoà Poikile ad Atene, “L’Ilioupersis” e “La Nekyia” nella Lesche degli Cnidi a Delfi; il paragrafo conclusivo discute, infine, le altre opere di cui si hanno soltanto notizie incerte o frammentarie. La seriazione consente di seguire non solo il percorso geografico che il pittore compie in base alle committenze ricevute, ma anche la parabola ascendente che lo porta ad operare fino nel cuore di Atene, l’agorà, in quella Stoà Poikile che rappresenta simbolicamente il culmine della sua carriera, se proprio ad essa si deve il prestigioso riconoscimento che gli valse la cittadinanza ateniese. È impossibile riassumere in questa sede le molteplici osservazioni che Carmela Roscino dedica alle singole opere: di ciascuna, infatti, dapprima l’autrice presenta con dovizia di dettagli il tema e la composizione, per indagare poi le ragioni della committenza e la prospettiva ideologica in cui ciascuna opera si carica di un preciso valore propagandistico. Meritano senz’altro una segnalazione la particolare cura che l’autrice dedica a discutere i contesti in cui le opere erano esposte ed è lodevole l’aggiornamento sui rinvenimenti archeologici di ciascun sito coinvolto nella disamina, un filone di analisi che, in effetti, non sempre quanti si occupano di storia dell’arte antica tengono nella dovuta considerazione. 

 

          Il terzo capitolo (“Tecnica, composizione e stile”: pp. 71-82) intende focalizzare i caratteri stilistici per i quali Polignoto era tanto celebrato. È ben noto come Aristotele gli riconosca, in particolare, una speciale maestria nella resa psicologica dei personaggi e come la sua arte, di conseguenza, si carichi di un risvolto “morale” in grado di trasmettere valori ed esortare in tale direzione il comportamento di quanti la contemplassero. In genere meno approfondito era, invece, finora il discorso strettamente tecnico legato al “fare arte” polignoteo: l’analisi impostata dall’autrice procede, dunque, a chiarire anche questo aspetto. La versatilità è il primo tratto caratterizzante l’artista, in grado di operare sia nell’ambito della pittura su tavola, a tempera o ad encausto (che anzi, secondo Plinio il vecchio, fu tra i primi a sperimentare), sia nella pittura murale, probabilmente eseguita in una tecnica simile all’affresco. Proprio le megalografie, adatte a decorare edifici monumentali, sembrerebbero comunque il suo specifico ambito di eccellenza: figure di grandi dimensioni, che campeggiano su fondo chiaro, sono definite da una linea di contorno e si organizzano in composizioni austere, che ricorrono all’espediente dei registri sovrapposti per rappresentare i personaggi più lontani nello spazio rispetto all’osservatore. Sono almeno due gli schemi desumibili dalle descrizioni letterarie: il più semplice dispone le figure paratatticamente, sviluppando una rappresentazione lineare; il più complesso prevede invece uno sviluppo convergente verso il centro, reso eventualmente più complesso dai rapporti istituiti fra figure appartenenti a registri diversi. Quest’ultima opzione è senza dubbio innovativa per la prima metà del V secolo a.C., poiché proprio attraverso la complessità delle relazioni istaurate tra le figure permette di suggerire una nuova idea di spazio pittorico, senza per questo infrangere la bidimensionalità convenzionale. Sintetiche notazioni paesistiche o ambientali permettono, inoltre, all’osservatore di contestualizzare quanto è raffigurato, aprendo di fatto la via a quello che sarà il vero ampliamento dello spazio rappresentativo in pittura. Ancora sostanzialmente arcaica, come segnalano soprattutto le fonti di età romana, è l’adesione alla tetracromia, ossia l’adozione di una gamma cromatica ridotta a quattro colori fondamentali (bianco, nero, giallo e rosso), stesi in grandi campiture a tinte piatte, senza quegli effetti di chiaroscuro che saranno invece più tipici della pittura tardoclassica. Non mancano però testimonianze legate all’abilità di Polignoto nel rendere effetti di traslucido (Pausania) e nell’utilizzare differenti qualità di nero (Plinio il vecchio): ciò induce a credere, di conseguenza, che almeno in talune occasioni la sua tavolozza non si limitasse ai quattro colori tradizionali, ma si arricchisse di mezzitoni. Le lodi profuse poi da Luciano e da Eliano sulla leggerezza e sulla trasparenza che abilmente il pittore conferiva alle vesti femminili lasciano intendere un uso sapiente del disegno e una predilezione per gli effetti grafici ottenibili attraverso la linea disegnata. Non potendo esaminare direttamente nulla dell’arte polignotea, si è spesso indotti a cercarne una pallida eco nella ceramografia policroma su fondo chiaro del secondo quarto del V secolo a.C.: l’indagine di Carmela Roscino conferma così la piena appartenenza di Polignoto allo stile severo, al complesso di quelle ricerche, cioè, che a partire da stilemi arcaici andavano sperimentando nuovi moduli espressivi.  

 

          Il quarto capitolo (“Testimonianze letterarie ed epigrafiche”: pp. 83-126) è organizzato, infine, come repertorio di tutte notizie, variamente tradite, relative alla vita e all’opera di Polignoto. L’autrice ha pazientemente raccolto cinquantanove brani latini e greci e un’iscrizione, compresi fra il V secolo a.C. e l’età umanistica, al fine di produrre il più completo dossier in merito. Per ciascuna fonte si riporta non solo la trascrizione in lingua originale e in edizione critica, ma si offre anche una traduzione in italiano; si tratta di una scelta lungimirante perché consente anche ai non specialisti un accesso diretto alle fonti su cui poggia la ricerca e alle quali, del resto, il testo continuamente e opportunamente rimanda tramite numeri fra parentesi quadre. Nella prospettiva di un’utenza allargata al pubblico colto non specialista, però, non appare del tutto perspicuo il criterio cronologico che ha guidato l’ordinamento: forse in questo caso la scelta di un ordine alfabetico per autore avrebbe facilitato la consultazione del dossier anche come strumento di ricerca e documentazione autonomo dal testo. 

 

          Sebbene il repertorio sia stato giustamente pubblicato a chiusura del volume, si avverte naturalmente che è proprio questo lavoro sistematico sulle fonti ad aver gettato le basi dello studio e aver dunque permesso la stesura del profilo critico presentato nel volume. Pur con i limiti di un lavoro storico-artistico condotto nella totale assenza di fonti archeologiche dirette, il libro di Carmela Roscino si pone senz’altro come un punto di riferimento fondamentale per chiunque voglia indagare, d’ora in poi, la personalità artistica del pittore Polignoto di Taso.