Marchi, Maria Luisa: Ager Venusinus II (IGM 175 II SO; 187 I NO; 187 I SE; 188 IV NO; 188 IV SO), Forma Italiae, vol. 43, cm 24,5x34, 306 pp. con 202 ill. n.t. di cui 8 a colori, 9 tavv. f.t. e 5 pieghevoli in busta separata., isbn 978 88 222 6024 6, € 170,00
(Leo S. Olschki, Firenze 2010)
 
Compte rendu par Carlo De Mitri
(c_demitri@yahoo.com)

 
Nombre de mots : 1333 mots
Publié en ligne le 2012-04-30
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          L’importante collana della Forma Italiae si arricchisce di un nuovo contributo che, affiancando i lavori già editi su Venusia ed Ager Venusinus I, amplia e completa il quadro delle conoscenze di un comprensorio ricco di testimonianze archeologiche.

 

          Nella premessa di Paolo Sommella si evince come il lavoro sia frutto di una ricerca ventennale effettuata sull territorio dell’antica Venusia, nel rispetto delle prassi metodologiche che ne caratterizzano l’intero impianto progettuale. Segue poi una breve presentazione al volume realizzata da Giulio Volpe che ripercorre gli studi condotti nell’area inserendoli in una più generale storia degli studi che ha visto un forte incremento dell’archeologia del paesaggio, in quest’ultimo decennio, nella propagine sudorientale della Penisola. Si apre quindi il lavoro della Marchi così articolato: Elenco delle abbreviazioni; Introduzione; Introduzione storica; Carta Archeologia; Ricostruzione storica del territorio. Parte integrante ed inscindibile della pubblicazione sono le tavole fuori testo con la cartografia dell’IGM.

 

          Nella bibliografia sono inserite le opere principali, anche se appare abbastanza essenziale, poiché non sono menzionati alcuni importanti lavori di sintesi, come “G. Mastronuzzi, Repertorio dei contesti cultuali indigeni in Italia Meridionale 1. Età arcaica, Bari 2005” che esamina le attestazioni cultuali di Banzi e Lavello inserendeli in una più ampia analisi dei contesti cultuali in Italia Meridionale tra la seconda metà del VII  e la prima metà del V secolo a.C. Nell’introduzione l’autrice si sofferma soprattutto sull’impostazione metodologica, evidenziando l’intenzione di registrare tutte le attestazioni archeologiche dalla preistoria al medioevo. E’ stato così realizzato un catalogo, somma delle varie schede, o meglio, Unità Topografiche, che costituisce la carta archeologica, utilizzabile come catasto archeologico dell’area oggetto d’indagine.

 

          Nell’introduzione storica il primo paragrafo è dedicato all’analisi del territorio in esame; esso si connota come zona di frontiera gravitante, culturalmente, più verso l’area pugliese che in quella lucana. Paesaggisticamente è presente l’area interna montuosa del Vulture, cui segue una prevalenza di zone collinari dove spicca, però, l’ampia valle pianeggiante del fiume Ofanto. Nel secondo paragrafo, dedicato alla storia del comprensorio, si illustra come l’occupazione del territorio, sin dall’età preistorica, sia ampliamente documentata: per il Paleolitico le attestazioni si addensano lungo le rive di un antico bacino fluvio-lacustre e sulle sponde di un antico lago pleistocenico; per il Neolitico la principali attestazioni si concentrano nella valle dell’Ofanto, dove è documentata una precisa tipologia insediativa, il villaggio trincerato, diffuso nel Tavoliere e nel Materano. Nel’età del Bronzo e del Ferro la frequentazione appare meno intensa con abitati di tipo sparso; per le fasi successive, dal VII al IV sec. a.C, è evidente un diretto collegamento con l’area Dauna, riscontrabile soprattutto dall’analisi della cultura materiale, ma anche dalle tipologie insediative e dalla ricostruzione dei rituali officiati nei vari insediamenti. Tra questi spicca Bantia, centro dauno posto tra l’area montuosa del potentino e la zona collinare che si apre sulla valle dell’Ofanto. Su un’altura, alle propagini del potentino, è ubicato il sito della moderna Forenza, sorto su preesistenze medievali, dove, a causa soprattutto della persistenza onomastica e per i rinvenimenti riconducibili tra l’VIII ed il IV secolo a.C., un filone di letteratura locale vi identificava l’antica Forentum. Il sito però maggiormente documentato e di maggior rilievo, posto nel settore settentrionale dell’area indagata, su una vasta collina affacciata sulla valle dell’Ofanto, è quello individuato nell’attuale centro di Lavello, identificabile, con maggiore margine di possibilità, con l’antica Forentum, l’unico abitato che, insieme a Bantia, presenta una continuità di vita anche dopo la conquista romana. Nel IV secolo a.C., al pari con tutta l’area dauna, si assiste a una sanitizzazione riscontrabile nella cultura materiale, soprattutto nei corredi funerari e nei rinvenimenti cultuali, e per l’utilizzo della lingua osca.

 

          L’arrivo dei romani rivoluzionò ogni assetto insediativo che culminò con la creazione della colonia di Venusia nel 291 a.C. Nel paesaggio rurale si assiste alla scomparsa di villaggi e piccoli insediamenti rurali a vantaggio di fattorie e, successivamente, di ville. Soprattutto in età imperiale si attestano grandi latifondi e, attraverso l’epigrafia, sappiamo anche che i possedimenti erano nelle mani di alcune gentes come i Seppi ed i Brutti Praesentes. La presenza delle ville rappresenterà la peculiarità del paesaggio agrario in età tardo romana e tardo antica, quando si assisterà alla nascita di vici proprio in corrispondenza delle ville; inoltre una componente importante in questa fase sarà la cristianizzazione del territorio.

 

          Per il periodo compreso tra l’VIII ed il X secolo è presente una cesura, forse però imputabile alla scarsa conoscenza della cultura materiale di questo arco cronologico. Sono comunque accertabili un restringimento dell’area occupata ai fini insediativi e un processo di destrutturazione. Una ripresa è documentata nell’XI seolo con l’impianto di casali, torri, castelli e conventi, spesso sui resti di precenti occupazioni insediative.

 

          Fulcro del volume è la carta archeologica, con il suo catalogo di ben 1060 schede. Le informazioni fornite nelle singole schede variano in base ai dati raccolti: dalla semplice area di frammenti fittili a schede più strutturate e articolate per le varie unità topografiche afferenti allo stesso insediamento, come nel caso di Lavello e Banzi. La scheda relativa a Lavello, la n. 40, risulta organizzata nelle seguenti parti: dopo un breve excursus sulla cronologia insediativa attestata e una disamina dei problemi aperti circa l’identificazione del sito di Lavello con l’antica Forentum citata dalle fonti, segue la storia delle ricerche archeologiche effettuate sul territorio; sono poi presenti le sottoschede relative a tutti i rinvenimenti archeologici effettuati nell’area dell’insediamento; in fine le conclusioni con le interpretazioni dei dati e un quadro di sintesi sulla situazione insediativa.

 

          Anche per la scheda n. 762, relativa a Banzi, identificabile con l’antica Bantia, la situazione è similare: dopo un’analisi dei dati storici e archeologici, si passa alla storia degli studi dell’insediamento dauno che, in età romana, divenne municipium. Infine, a corollorario delle 20 schede di unità topografica, le conclusioni offrono un quadro di sintesi. Interessanti sono anche i dati sui rinvenimenti lungo la via Appia, con la presenza di piccoli insediamenti posti nelle vicinanze di  nuclei necropolari o tombe isolate, o a ville con necropoli annessa, e in questa tipologia potrebbe rientrare il sarcofago di Rapolla,  scheda n.152. Altre aree interessanti in cui si concentrano rinvenimenti sono quella di Spinazzola, dove si sviluppa probabilmente una villa con una frequentazione insediativa documentata per tutta l’età romana, e l’area di Montemilone, dove sembrerebbe fiorire un insediamento rurale con una continuità di vita dal V-IV seclo a.C. sino ad età tardo antica.

 

          L’analisi puntuale delle schede del catalogo consente di evidenziare come, in alcuni casi, vi sia una mescolanza tra i dati e l’interpretazione degli stessi e, a volte, l’assenza esplicita degli indicatori che portano all’interpretazione dei dati presentati nella scheda.

         Inoltre, all’interno del catalogo, non viene riservata una scheda al sito di Forenza a differenza di Lavello e Banzi, per i quali l’autrice presenta una scheda specifica relativa all’abitato al cui interno rientrano le varie unità topografiche. Per analizzare le attestazioni di questo sito viene realizzata, fuori dalla numerazione del catalogo, una breve sintesi sulle ricerche effettuate, seguita dalle schede relative ai singoli rinvenimenti posti lungo le pendici dell’abitato. Tale scelta, che appare giustamente effettuata per non avallare la presunta e non scientificamente attendibile identificazione di Forenza con l’antica Forentum, può indurre a considerare le schede nn. 667-674 come unità autonome e non afferenti ad un’unica realtà insediativa  posta sotto il sito del’attuale cittadina come esplicitamente affermato nella sintesi su Forenza.

 

          La parte conclusiva del lavoro è dedicata alla ricostruzione storica del territorio, dove è possibile seguire le dinamiche insediative del comprensorio analizzato, dall’età preistorica sino al tardo antico. La lettura diacronica è coadiuvata da grafici e carte di distribuzione, dove però non compaiono i numeri delle schede del catalogo, rendendo un po’ difficile il reperimento dei dati. Il quadro della documentazione è infine arricchito dall’analisi delle infrastrutture presenti nel territorio oggetto di indagine: la centuriazione e la viabilità, quest’ultima ancora visibile, con tratti della via consolare, la via Appia, e della via Herculea che collegava le zone appenniche alla costa ionica.