Nicolini, Gérard: Les ors de Mari. Mission archéologique française à Tell Hariri / Mari - tome VII, 480 pages, ISBN 978-2-35159-171-0, 75 euros
(IFPO, Beyrouth 2010)
 
Compte rendu par Davide Nadali, Università di Parma
(davidenadali@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1208 mots
Publié en ligne le 2012-07-30
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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Il volume in esame presenta agli studiosi specialisti di Vicino Oriente antico e a coloro che si interessano delle problematiche della lavorazione dell’oro nell’antichità lo straordinario e vasto repertorio di oggetti aurei provenienti dal sito siriano di Mari. Lo studio di Nicolini, infatti, si rivolge a entrambe le categorie di studiosi e specialisti di settore con riflessioni e ampie argomentazioni circa la provenienza della materia prima, la lavorazione dell’oro e l’impiego e il ruolo del manufatto aureo nella società mariota nel corso dei secoli, dal terzo millennio (periodo Protodinastico) fino alle occupazioni più tardi della città siriana (in particolar modo nell’età Medio-Assira).

 

La seconda parte del volume è occupata dal massiccio catalogo di tutti gli oggetti in oro ritrovati nei diversi contesti archeologici, nelle principali fasi storiche di occupazione del sito: il catalogo, che raccoglie 236 numeri di inventario, è organizzato in sette capitoli secondo una suddivisioni tipologica, con una successiva ripartizione interna di tipo cronologico dal periodo Protodinastico I-III (Ville 1-2) nel terzo millennio a.C. al periodo Medio-Assiro della seconda metà del secondo millennio a.C. Di ogni oggetto vengono di seguito indicati tutti i dati necessari al riconoscimento della provenienza e della conservazione con una più o meno esaustiva descrizione, nella quale l’autore mette in evidenza non solo l’importanza archeologica e storica del singolo oggetto in oro, ma si sofferma su interessanti dettagli tecnici riguardanti la lavorazione, l’usura (antica o più recente) e l’impiego di particolari tecniche e stili compositivi che spesso rivelano la produzione dei gioielli e monili in oro in botteghe e laboratori artigiani locali. L’autore sottolinea, infatti, che è oramai giunto il momento di andare oltre la semplice (e semplicistica) spiegazione fornita da A. Parrot dell’influenza sumerica sull’oreficeria mariota: le botteghe locali hanno sviluppato, nel corso del tempo, proprie tecniche di lavorazione e stili di elaborazione e composizione delle singole parti con risultati di alta eccellenza e precisione del trattamento della materia prima. I rapporti di intercambio di Mari si allargano rispetto alla semplice Bassa Mesopotamia, conglobando l’Alta Siria (Tell Brak) e giungendo fino alla Siria nord-occidentale dove sorge la città di Ebla, la quale, nel periodo storico dei sovrani Igrish-Khalam e Irkab-Damu, paga alla rivale un tributo in oro e argento. Tributi, esito di contrasti politico-militari, da un lato, ma anche scambi di tipo commerciale e quindi culturale, dall’altro, nei quali le merci (e tra queste gli oggetti in oro) circolano portando con sé non solo il valore della preziosità del manufatto, ma anche la storia della sua lavorazione e le tecniche usate per forgiarlo.

 

Gli aspetti più propriamente tecnici riguardanti l’uso dell’oro sono tratteggiati nella prima parte dello studio di Nicolini: accanto ai capitoli sull’oro come metallo a Mari e nell’Oriente antico in generale, sulle tecniche di lavorazione (foglia aurea, fili aurei, granulazione, assemblaggio e finiture dei manufatti) che l’autore, con precise argomentazioni, distingue in locali e d’importazione, colpisce soprattutto la parte dedicata all’apporto dei testi cuneiformi del secondo millennio a.C. allo studio e alla comprensione delle dinamiche politiche, culturali, religiose e sociali legate alla produzione dell’oro e all’uso dei manufatti finiti. Anche se, come sottolinea Nicolini stesso, esiste una discrepanza cronologica tra i materiali aurei trovati a Mari (principalmente datati al terzo e alla seconda metà del secondo millennio a.C.) e le fonti testuali della prima metà del secondo millennio a.C. (periodo Paleobabilonese), le informazioni ricavabili offrono una testimonianza diretta non solo della funzione dei manufatti aurei nella gestione degli affari politici e religiosi della città, ma citano i nomi dei protagonisti che sono direttamente coinvolti nella lavorazione dell’oro per la forgia dei gioielli (artigiani dell’oro), da un lato, e nel beneficio dei prodotti lavorati e finiti, dall’altro (sovrani, regine, principesse, sacerdotesse e altre cariche pubbliche).

Soprattutto per quel che concerne la terminologia accadica delle tecniche di lavorazione dell’oro e delle tipologie di gioielli creati, si può lamentare il mancato riferimento allo studio di Jacopo Pasquali (Il lessico dell’artigianato nei testi di Ebla, Quaderni di Semitistica 23, Firenze, 2005) che analizza minuziosamente i termini del lessico dell’artigianato eblaita con riferimento anche alla lavorazione dei metalli e dell’oro: forse la documentazione eblaita, in questo, può risultare particolarmente utile anche per lo studio dei manufatti marioti del terzo millennio a.C. dei quali non esiste un corrispettivo corpus documentario locale di testi, permettendo un’analisi delle lavorazioni e creazioni di gioielli in oro nella Siria del terzo millennio a.C. contribuendo, come giustamente detto da Nicolini stesso, a staccare la produzione siriana da influenze esterne, ora da Sumer ora dall’Egitto, ma cercando di delineare le caratteristiche tecniche di botteghe artigianali locali.

 

L’ultima parte dello studio è dedicata alla funzione dell’oro nella società mariota e come materiale prezioso usato nelle attività religiose. Da un lato, i ricchi ritrovamenti di oggetti d’oro nelle tombe del Periodo Medio-Assiro rivelano due importanti aspetti: il primo indica che la città in questa fase storica era ancora densamente abitata; il secondo documenta l’attività di prolifici laboratori artigianali per creare oggetti in oro che erano poi deposti come corredi nelle sepolture. Nicolini si chiede se si possa distinguere una creazione di oggetti in oro per l’uso in vita da una prettamente mirata, invece, a scopi funerari: è effettivamente difficile poter giungere a una conclusione in tal senso, anche se documenti scritti della Ebla del terzo millennio a.C. sottolineano a più riprese come manufatti in oro ed argento, assieme a tessuti di pregio, fossero forgiati e specialmente destinati alla commemorazione dei defunti non solo locali, ma anche di sovrani stranieri di città alleate.

Se alcune forme dei gioielli possono essere facilmente ricondotte a simbologie di tipo religioso e cosmogonico (si pensi, ad esempio, agli orecchini del periodo Neo-Assiro nel primo millennio a.C. nella forma dei più comuni simboli divini come la spada di Marduk, la stessa di Ishtar, il sole o il crescente lunare), le conclusioni sulla forma circolare di alcuni orecchini come richiamo alla struttura circolare della città di Mari appaiono un po’ forzate e fantasiose, sebbene intriganti. Vien da chiedersi se anche i diversi colori dell’oro possano avere non solo spiegazioni tecniche e minerali, ma anche un significato simbolico legato al diverso valore del metallo, alla forma finale dell’oggetto, all’uso del manufatto (se, ad esempio, è parte di un corredo funerario) e alla persona a cui è destinato. Il colore diverrebbe così un veicolo simbolico che potrebbe anche dare interessanti spunti per lo studio di un gusto estetico nell’antichità (pensando, ad esempio, all’uso della lingua sumerica di aggettivi indicanti la brillantezza e il colore dei manufatti per esprimere un giudizio di tipo estetico e quindi di valore, non tanto economico quanto culturale).

 

Il volume di Nicolini e il materiale di Mari rispondono a molte domande circa la produzioni di oggetti in oro e il loro uso, ma, contemporaneamente, ne sollevano molte altre: questo libro ha sicuramente il pregio di ordinare un vasto e variegato lotto di oggetti aurei di uno dei più importanti siti dell’Oriente antico (da un punto di vista sia archeologico sia storico). Definisce inoltre un metodo di studio e auspica una più fitta collaborazione tra studiosi di differenti settori che può certamente trovare future applicazioni con dovute integrazioni e ampliamenti, soprattutto sulla simbologia e sul rapporto dell’oggetto in oro con la società che li ha prodotti e usati nelle quotidiane attività politiche e religiose.