Basilico, Roberto - Breda, Maria Antonietta - Padovan, Gianluca (a cura di): Archeologia del rifugio antiaereo: utilizzo di opere ipogee antiche e moderne per la protezione dei civili. Atti III Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, Massa, 5-7 Ottobre 2007, x+302 pages; illustrated throughout. Papers in Italian with English abstracts, ISBN 9781407307763
£50.00
( British Archaeological Reports/Archaeopress, Oxford 2011)
 
Compte rendu par Maddalena Bassani, Università degli Studi di Padova
 
Nombre de mots : 1798 mots
Publié en ligne le 2013-08-19
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Sono passati 6 anni da quando, nell’ottobre del 2007, si è svolto a Massa il III Congresso Nazionale di Archeologia del Sottosuolo, edito poi nel 2011 nella serie dei BAR di Oxford.

 

          Il mondo sotterraneo ha affascinato l’uomo in ogni tempo: come luogo in cui trovare protezione, come spazio magico, come luogo di culto in cui lasciare traccia di devozione verso le divinità; ancora, è stato sfruttato come dimensione altra dove seppellire i defunti, ma anche come ambito di vita, in cui realizzare gallerie, acquedotti, cisterne, oppure sale lussuose e locali di servizio.

 

          Il volume si prefigge di analizzare in che modo varie costruzioni ipogee antiche e moderne, localizzate in alcune regioni italiane (Campania e Lazio, Liguria, Lombardia e Toscana), siano state convertite in rifugi durante i due conflitti mondiali del secolo scorso. Tra queste regioni  il libro riserva grande spazio alla documentazione lombarda, alla quale sono dedicati ben quattro contributi dei nove totali: in particolare due articoli sono dedicati alla catalogazione delle strutture antiche e moderne di Milano (M.A. Breda, C. Ninni, G. Padovan, pp. 65-194; M. Breda, pp. 195-236) e altri due sono inerenti i casi di Brescia e di Saronno (A. Busi, pp. 57-64; A. Merlotti, pp. 237-260).

 

          Si tratta di un panorama piuttosto selettivo, che ha il merito di porre in evindenza alcuni aspetti poco noti al grande pubblico, ma anche agli specialisti. Si parta dalla documentazione relativa all’Italia centrale, e particolarmente da quella di Ancona (A. Recanatini, pp. 1-18), teatro dei primi scontri avvenuti durante la prima guerra mondiale. La città fu colpita dal primo bombardamento austriaco nella notte del 24 maggio 1915, il quale, se produsse gravissime ripercussioni sugli abitanti e sull’abitato, ebbe poi come effetto quello di indurre l’amministrazione centrale a disporre una manutenzione costante delle grotte e delle cantine sotterranee già esistenti: e ciò al fine di poterle utilizzare come rifugio in caso di altri azioni aeree, avendo cura di togliere ogni materiale superfluo, infiammabile o pericoloso che potesse nuocere durante la permanenza al loro interno.

 

          Si trattava non di ordinarie disposizioni, ma di reali preoccupazioni volte a garantire la sicurezza di coloro che avrebbero potuto trascorrere sotto terra alcune ore ma anche giorni interi: esplicative al riguardo sono alcune fotografie di divieti presenti in grotte partenopee (F. Salvi, pp. 19-32), liguri (S. Ognibene, pp. 33-56) o bresciane (A. Busi, pp. 57-64), che già all’epoca dei conflitti erano state mappate per offrire alla cittadinanza punti di riferimento in caso di necessità. Nel caso napoletano le migliaia di cavità antiche e moderne che caratterizzavano il sottosuolo urbano già sul finire del XIX secolo, offrirono sicura protezione durante gli attacchi inglesi e americani, anche perché erano stati dotati di impianti elettrici e igienici e si era provveduto a ripristinare cisterne e pozzi, talora ampliandoli e servendoli di scale. Purtroppo, finita la guerra e venuta meno la necessità di mantenere agibili tali ricoveri, essi vennero nuovamente abbandonati, se non utilizzati come discariche per ogni tipo di rifiuti.

 

          Ma quanto antiche erano queste cavità, a Napoli e nelle altre località trattate? A dire il vero questo aspetto non si evince dal contributo, né è trattato diffusamente dagli altri saggi se non sporadicamente in alcuni di essi, forse perché l’obiettivo del convegno era quello di evidenziare l’utilizzo novecentesco delle strutture in sottosuolo e di fornirne un primo censimento, piuttosto che quello di tracciarne la storia. D’altra parte nella stessa area flegrea, dove si conoscono centinaia di grotte e gallerie già sfruttate e realizzate in età greca e romana, non sempre è risultato facile riconoscere la cronologia certa di una struttura ipogea antica, essendo questa soggetta a una continuità di vita estesa dall’età ellenistica al Medioevo e oltre: esemplare al riguardo è la famosa cripta della Sibilla Cumana, un tempo creduta sede delle profezie della sacerdotessa di Apollo e poi riconosciuta quale galleria di IV-III sec. a.C. a destinazione militare.

 

          Tale fraintendimento è in parte dovuto anche al fatto che le tecniche e gli strumenti per lo scavo in roccia si sono perpetuati nei secoli, come sottolinea Susanna Ognibene per i casi di La Spezia (pp. 43-44), e solo l’attenta osservazione delle opere edilizie può rivelare indicatori sicuri delle epoche di costruzione. Infatti lo sfruttamento del sottosuolo sia in epoca antica sia in epoca moderna ha previsto tanto lo scavo nella roccia, soprattutto se facile da lavorare come il banco tufaceo o arenario, quanto il ricorso alle sostruzioni e dunque mediante l’erezione di partizioni murarie funzionali a prolungare la superficie sotterranea disponibile, oltre che a garantire maggiore stabilità allo spazio in sottosuolo (al riguardo cfr. P. Basso, J. Bonetto, F. Ghedini in Abitare in Cisalpina. L’edilizia privata nelle città e nel territorio in età romana, Antichità Altoadriatiche XLIX, vol. I, pp. 141-193).

 

          Assai interessanti sono in tal senso le pagine offerte da un gruppo di studiosi relativamente ad alcuni ipogei nel Viterbese, in un’area già sfruttata per opere in sottosuolo dall’età etrusca (R. Basilico, G. Padovan, A. Verdiani, pp. 261-282). Gli esempi di Orte mostrano casi di locali lungo un medesimo cunicolo nati come catacombe e poi inseriti in un sistema di approvigionamento idrico in età moderna. Anche in altri punti dei fianchi rocciosi della città le odierne cantine dovettero servire, in età antica, come luoghi di sepoltura, ma nel 1943, sotto gli attacchi americani del 29 agosto, furono utilizzati come riparo e misero al sicuro centinaia di persone dalle distruzioni sopra terra.

 

          Dunque, un sottosuolo plurifunzionale in senso diacronico è quello che emerge dalla lettura del volume, anche se, come si è accennato più sopra, i casi presentati corrispondono per lo più a realizzazioni moderne se non contemporanee: l’accurata e corposa documentazione del sottosuolo milanese ne offre una esemplificazione esauriente, anche sotto il profilo illustrativo, il quale tuttavia non sempre è di alta qualità grafica (ciò peraltro è imputabile, si crede, allo livello originario della fonte illustrativa, talora datata agli anni Quaranta del Novecento e realizzata probabilmente su supporti cartacei di scarsa grammatura). 

 

          Lo spirito con cui viene presentata la documentazione nel volume è ad un tempo scientificamente solido, perché basato su una metodologia condivisa e già discussa in sedi specifiche (cfr. G. Padovan, Archeologia del Sottosuolo. Manuale per la conoscenza del mondo ipogeo, Milano, 2009), ma anche opportunamente rivolto al grande pubblico, per il quale vengono più volte menzionate le attività di promozione e di valorizzazione previste per alcuni di questi ipogei (ad esempio nelle pagine di M.A. Breda, C. Ninni, G. Padovan, in partic. p. 185, oppure in quelle di F. Salvi dedicate al caso partenopeo, in partic. p. 21).

 

          È pertanto auspicabile che il prosieguo delle ricerche contempli anche l’analisi della situazione odierna dei molti casi di realizzazioni in sottosuolo di età romana che l’équipe dell’Università di  Padova ha analizzato nel dettaglio in vari volumi della collana Il sottosuolo nel mondo antico, editi nel corso di dieci anni quali esiti del progetto di ricerca IV Dimensione (cfr. Il sottosuolo nel mondo antico, a cura di F. Ghedini, G. Rosada, Treviso, 1993; Utilitas necessaria: sistemi idraulici nell’Italia romana, a cura di I. Riera, Milano, 1994; Via per montes excisa: strade in galleria e passaggi sotterranei nell’Italia romana, a cura di M.S. Busana, Roma, 1997; Subterraneae domus: ambienti residenziali e di servizio nell’edilizia privata romana, a cura di P. Basso, F. Ghedini, Caselle di Sommacampagna, 2003). In questi volumi i contesti proposti spaziano, ad esempio, dalla rete di cunicoli per il transito civile della Domus Tiberiana a quelli per i movimenti militari noti in vari siti dell’impero, ben attestati nella poliorcetica antica; mostrano poi la capillare rete di condutture idriche e di cisterne sparse nel territorio nazionale, per arrivare infine alla straordinaria casistica di veri e propri ambienti residenziali scavati in sottosuolo. Questi furono ricavati per trarre frescura nei mesi caldi, per venerare gli dèi protettori dell’abitazione, per usi di stoccaggio, insomma, per una pluralità di funzioni ben esplicitate dalle stesse fonti letterarie antiche (cfr. M. Bassani, La percezione del vivere sotterraneo, in Subterraneae domus, cit., pp. 29-53).

 

          Il patrimonio archeologico in Italia è dunque enorme non solo in superficie, ma lo è vieppiù anche in sottosuolo: esistono cioè contesti archeologici oggi sopra terra perché riportati alla luce dalle quote più basse antiche, ma esiste anche un patrimonio archeologico che è stato concepito fin dall’origine dentro la terra, vuoi perché scavato verticalmente sotto il piano di calpestio comune, vuoi perché ricavato da uno scavo in orizzontale nella pendice di un’altura.

 

          Ecco allora che anche la dimensione subterranea si mostra come luogo della memoria, come spazio in cui l’uomo ha vissuto e ha tratto riparo: basterebbe la volontà di saperlo preservare e valorizzare in tutte le sue potenzialità, per trarne benefici in termini di indotto economico e di conoscenza collettiva. Tali potenzialità comunicative furono colte già nel lontano 1972 da Federico Fellini, che girò alcune parti del suo Roma addentradosi negli antri della capitale, scavati o riscoperti in occasione della realizzazione della rete metropolitana; oggi queste opportunità sono in parte messe in atto mediante le visite organizzate dall’associazione Roma Underground, assai attiva nella capitale.

 

          Ma quante storie del sottosuolo antico si potrebbero raccontare, in Italia? Quanti affreschi pompeiani o ercolanesi si potrebbero salvare dalle muffe, se venissero stanziati i finanziamenti necessari per preservarli nelle stanze ipogee nelle quali furono dipinti? Probabilmente moltissimi. Sarebbe allora auspicabile che libri come questo venissero letti non solo dagli esperti del settore, ma anche da chi amministra e da chi siede in Parlamento, almeno per conoscere appieno il territorio sul quale poi si intende legiferare. Ma poi sorge spontaneo un dubbio: sarebbero in grado di comprenderne appieno il valore?

 

 

Indice generale

 

1) I rifugi antiaerei di Ancona nelle due guerre mondiali (Alberto Recanatini), p. 1

2) «Le provvidenziali risorse della metropoli dalle cinquemila grotte...» (Fulvio Salvi), p. 19

3) Ricoveri antiaerei del cantiere navale del Muggiano (La Spezia): ricerca archivistica e indagine strutturale (Susanna Ognibene), p. 33 

4) I confluiti Garza - Bova - Celato sottostanti il Palazzo della Loggia a Brescia: il riutilizzo come rifugio (Andrea Busi), p. 57

5) Catalogazione archeologica di una realtà sommersa: i rifugi antiaerei di Milano nelle strutture antiche e moderne (Maria Antonietta Breda, Claudia Ninni, Gianluca Padovan), p. 65 

6) Politecnico di Milano: archeologia industriale e fonti per lo studio dell’edilizia nel settore della protezione anti aerea (Maria Antonietta Breda), p. 195 

7) La protezione antiaerea passiva e i tecnici della provincia: le cantine di Saronno e l’ing. Ugo Brebbia (Alessandro Merlotti), p. 237

8) Il riutilizzo degli ipogei presso Orte e San Lorenzo Vecchio nel Viterbese (Roberto Basilico, Gianluca Padovan, Alessandro Verdiani), p. 261

9) I rifugi antiaerei ad uso pubblico di Massa (Gianluca Padovan), p. 291