Peruzzi, Francesca : L’estetica di Ermanno Migliorini La militanza e la misura. Fondazione Carlo Marchi. Quaderni, vol. 46
2011, cm 17 ¥ 24, xviii-196 pp., [isbn 978 88 222 6013 0], 24,00 €
(Olschki, Firenze 2011)
 
Compte rendu par Claudia Peire, Università degli Studi di Genova
(claudia.peire@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1820 mots
Publié en ligne le 2012-04-13
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1431
Lien pour commander ce livre
 
 


          Il volume di Francesca Peruzzi, come ben espresso nell’introduzione, ha la volontà di ricostruire, su svariati piani, l’opera di Ermanno Migliorini, considerata da un punto di vista filosofico, storico e artistico. Fin dalle prime righe, il pensiero della Peruzzi è chiaro: la studiosa non ha la volontà di inserire Migliorini nel tessuto culturale del suo tempo tentando un ennesimo excursus filologico delle sue opere in campo più strettamente storiografico. Ciò a cui si interessa, invece, è un aspetto poco indagato: si orienta, infatti, verso lo studio della proposta teorica che emerge dagli scritti di Ermanno Migliorini; una proposta che si accompagna continuamente, di pari passo, con la dimensione storiografica e con quella artistica. Questa sorta di legame è fondamentale in quanto fornisce un carattere davvero particolare all’opera dello studioso toscano. Francesca Peruzzi, con il suo scritto, analizza quali siano i caratteri principali del valore estetico per Migliorini, valore su cui si basa la sua intera produzione; l’autrice sottolinea inoltre, come egli non voglia dare una definizione di arte, come questo non rientri nei suoi propositi e come la sua posizione sia quasi quella di un semplice e puro osservatore che esamina, senza preferenze o giudizi, i caratteri rilevanti, da un punto di vista filosofico e dei diversi indirizzi artistici.

 

          Dopo una breve, ma esplicita introduzione,  Francesca Peruzzi fornisce un conciso ritratto di Ermanno Migliorini; aiutata dai racconti della signora Fiorenza Fantini Migliorini, vedova del filosofo, con poche note biografiche riesce a mettere il luce il carattere peculiare di uno studioso di grande spessore culturale, capace, con spirito caparbio, di conciliare il necessario lavoro di bidello ai brillanti studi universitari, che lo porteranno, nel giro di un decennio, a divenire direttore delle biblioteche di Lettere e Magistero. Collaboratore di Giovanni Michelucci per diverse riviste, partecipò, nel ruolo di portavoce, al progetto dell’ astrattismo classico; progetto naufragato, in parte per l’incompatibilità caratteriale dei suoi componenti.

 

          Parte del breve ritratto è dedicato all’amicizia che legò per molti anni Giulio Preti ed Ermanno Migliorini: a metà degli anni ’50, il filosofo lombardo iniziò ad insegnare alla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, l’appena trentenne, Ermanno Migliorini, diventò il suo assistente; il carattere di entrambi viene ben disegnato da Francesca Peruzzi grazie alla narrazione di due importanti eventi che i due studiosi vissero insieme: quando Migliorini divenne assistente del noto filosofo pavese Giulio Preti, nonostante lo studioso fiorentino fosse l’unico candidato al posto, la prova di concorso, per volere dello stesso Preti, venne svolta senza deviare minimamente dalla procedura; rigore, quello di Preti, che si ritrova nel carattere e negli atteggiamenti di Ermanno Migliorini, questa conformità li accomunerà per l’intera vita.

 

          Il secondo episodio è di natura più personale, ma riesce a mettere in evidenza le affinità caratteriali dei due: nel 1966, durante l’alluvione di Firenze: Preti, abitando sul lungarno, si trovò costretto a lasciare casa per un certo periodo e vene così ospitato da Migliorini e dalla moglie. Nonostante questo episodio li avesse notevolmente avvicinati, Migliorini continuò, per tutta la vita, a rivolgersi al filosofo lombardo dandogli del lei. Nella narrazione di questo episodio, vengono nuovamente fuori i caratteri schivi di entrambi, i due avevano messo al primo posto la riservatezza e non erano affatto interessati al prestigio personale. Grande collezionatore di libri, nonostante un carattere rigoroso, Migliorini mancava di una metodologia specifica di studio visto che i suoi interessi erano rivolti in egual misura alla filosofia e all’arte. Dopo 10 anni di lunga malattia, assistito dalla moglie e dal suo allievo, Ivo Torrigiani, Ermanno Migliorini morì a Firenze nel 1999.

 

          Il saggio si divide in tre capitoli: nel primo, Francesca Peruzzi si concentra principalmente sulla figura di storico di Ermanno Migliorini. L’interesse storico dello studioso si manifesta, muovendosi di pari passo con la sua attività di critico senza mai lasciare indietro la riflessione estetico-filosofica e un certo atteggiamento analitico; queste influenze sono caratteristiche di uno stile espositivo e di ricerca molto peculiare che tende a individuare sia i punti dolenti che quelli incisivi con il medesimo rigore.

 

          I primi testi citati risalgono al 1962: Occasioni e motivi del «Traité du Beau» di Jean Pierre de Crousaz e Note alle «Reflexions Critiques» di Jean Baptiste Dubos entrambi vengono scritti per essere inseriti negli Atti dell’Accademia di Scienze e Lettere la Colombaria e confluiranno, con un significativo ampliamento nel caso del primo testo, nella prima opera storiografica di Migliorini, datata 1966: Studi sul pensiero estetico del Settecento: Crousaz, Dubos, André, Batteux, Diderot. Questi studi si presentano come una raccolta di monografie, ognuna composta da un trattato in lingua francese con argomentazioni riguardanti le arti o la bellezza e risalenti al XVIII secolo; l’ordine seguito è quello cronologico delle opere prese in esamina. Chiosando le parole di Migliorini, Francesca Peruzzi spiega le motivazioni di una scelta espositiva cronologica e non storiografica che porterebbe ad isolare solo alcuni temi riconosciuti e prettamente appartenenti all’ambito dell’estetica; una metodologia simile restituisce un quadro più sintetico e più generalizzato, quella scelta, invece, riesce a sottolineare i mutamenti degli studi presi in esame prestando particolare attenzione ai testi.

 

          Nel 1968 Ermanno Migliorini traduce e cura la prima edizione italiana di Prima Introduzione alla Critica del Giudizio di Kant. La Peruzzi paragona questo testo alla traduzione ad opera di Luciano Anceschi che uscirà pochissimo tempo dopo; pur essendo gemelle, da un punto di vista temporale, i due studiosi trattano molto diversamente le due edizioni. Il volume Studi sul pensiero estetico di Francis Hutcheson (1974), si colloca all’interno di una riscoperta del filosofo irlandese che inizia a metà degli anni Cinquanta: riscoperta che si concentra quasi esclusivamente sul pensiero morale di Hutchenson, Migliorini, invece, si concentra su un aspetto considerato, fino a quel momento, marginale: i contenuti estetici. Nel 1977 si dedica nuovamente ad Immanuel Kant curando un’ Antologia dalla Critica del Giudizio che vuole essere un testo didattico e comunque divulgativo; anche gli anni ’80 del secolo scorso lo vedono, ancora una volta, impegnato in studi riguardanti il filosofo tedesco.

 

          Nel secondo capitolo, Francesca Peruzzi si sofferma principalmente sull’aspetto più puramente filosofico del pensiero di Ermanno Migliorini; la grande curiosità che accompagnò sempre le considerazioni del filosofo toscano lo portarono a muoversi con sapienza all’interno di un ampio quadro di riferimento dove interessi teoretici si affiancano a quelli artistici. Nonostante questo ampio campo di interessi, Elio Franzini, che pubblica il volume Tre saggi di estetica, in cui sono contenuti tre saggi di Migliorini, sottolinea, nell’introduzione, il fatto che l’isolamento in cui lavorava non favorì la circolazione dei suoi libri, quasi tutti pubblicati da una casa editrice locale. Nel 1968 Ermanno Migliorini pubblica, a breve distanza l’uno dall’altro, Critica, oggetto e logica e Lode e valore; il primo testo si presenta con una valutazione estetica corredata da un’analisi su diversi livelli, Lode e valore, invece, è un testo propriamente espositivo (il sottotitolo infatti è «discorso epidittico discorso critico»). Sono questi due testi di natura filosofica, nei quali, in qualche maniera, si trova traccia del grande maestro di Migliorini: Giulio Preti che, nel medesimo anno, dà alle stampe Retorica e logica dove si cerca di sbrogliare la polemica, nata in quegli anni, sulla questione della contrapposizione della cultura umanistica a quella scientifica.

 

          Nel 1970 Migliorini pubblica Lo scolabottiglie di Duchamp è in questo studio che l’indagine del valore (assiologia) raggiunge un equilibrio con l’interpretazione artistica e il suo sviluppo storico. È chiara la continuità con i temi affrontati in Critica, oggetto e logica, ma in questo testo si manifesta quella confluenza tra le diverse anime di Migliorini che  gli permettono di esporre concetti diversificati che vanno dai valori in generale ai valori artistici. Il concetto di ready-made, che non è altro che un oggetto seriale scelto e investito del valore di arte dall’artista stesso, gli permette di mettere in luce quello che è semplicemente un atto nominale e che muta il concetto stesso di valore nella sua accezione più generale.

 

          Nel terzo capitolo Francesca Peruzzi espone il confronto tra teoresi e vicenda artistica  contemporanea soffermandosi in particolare sulla critica d’arte, la studiosa sostiene che per Migliorini vi sia un legame indissolubile tra l’estetica, l’arte contemporanea e la critica d’arte: l’estetica inizia e si conclude con quella che è la provocazione artistica perché la dissertazione critica legittima la provocazione. Nella Firenze del dopoguerra, animata da grandi speranze e fiducia nel futuro, nasce il gruppo di giovani artisti chiamato Arte d’Oggi (1947); in questa associazione si formano i rappresentanti dell’astrattismo fiorentino Vinicio Berti, Alvaro Monnini, Bruno Brunetti e Gualtiero Nativi che rivelano i loro caratteri peculiari dopo la prima mostra del 1947. I quattro, purtroppo, non trovarono grandi riscontri, scontrandosi anche con una realtà molto legata alle tradizioni artistiche precedenti, il rigore delle loro opere si tradusse anche nel grande orgoglio con cui erano solite difenderle.  Ermanno Migliorini fu da subito il loro portavoce e pur non condividendo i caratteri animosi degli artisti, li accompagnò lungo tutta la loro breve attività; così, in quegli anni, scrisse il Manifesto dell’Astrattismo Classico. Nei primi anni ’50 il gruppo si sciolse, ma questo non portò Migliorini fuori dal terreno della critica militante, iniziò infatti a collaborare alle riviste dirette da Giovanni Michelucci: La Nuova Città ed Esperienza artigiana e per tutta la vita seguirà e accompagnerà l’operato di diversi artisti.

 

          Nel 1972, a pochi anni dalla pubblicazione del già citato Scolabottiglie di Duchamp, redige una nuova opera legata all’arte contemporanea: Conceptual Art; qualche anno dopo è la volta de L’arte e la città che si sviluppa come una sorta di appendice degli interventi scaturiti dalla collaborazione con Michelucci; nonostante si noti la mancanza dell’ottimismo passato, rimane il pensiero cardine: una città ideale con grandi spinte culturali e vitali.


          Nelle conclusioni, Francesca Peruzzi tira le somme: per Migliorini l’estetica ha un ruolo analitico e non può parlare dell’arte se non quando quest’ultima rivela tutti i propri limiti come nel caso dei citati ready-mades. L’estetica non può essere definita come erano soliti fare i precursori del XVIII secolo che quasi la utilizzarono come un soccorso del tutto teorico ad un naufragio culturale; ma l’arte contemporanea, prendendo coscienza di essere tale anche in base ad un’ auto definizione dell’artista, rifiutando di accettare la realtà dei valori, sembra venirle in aiuto.

 

          L’estetica di Ermanno Migliorini. La militanza e la misura è un testo che, in modo chiaro, fa comprendere i due impulsi che sempre animarono la ricerca del filosofo fiorentino; il continuo richiamo al carattere metodico dello studioso aiuta ad avvicinarsi incuriositi alla sua metodologia di ricerca. Il saggio si presenta come una raccolta molto ben strutturata dei testi di Ermanno Migliorini di cui Francesca Peruzzi fornisce ottima analisi; animata, come Migliorini, da una passione sia per la filosofia che per l’arte, la studiosa toscana, nel suo libro, snoda, tra estetica e critica d’arte, un immaginario filo rosso che pare legare l’intera opera scritta di Migliorini; così facendo restituisce un quadro lineare e coinciso del pensiero miglioriniano.