Karydis, Nikolaos D.: Early Byzantine Vaulted Construction in Churches of the Western Coastal Plains and River Valleys of Asia Minor, xviii+189 pages, ill. n&b, ISBN 978 1 4073 0810 4, £39.00 (BAR S2246)
(Archaeopress, Oxford 2011)
 
Compte rendu par Claudia Matoda, Politecnico, Torino
(claudia.matoda@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1596 mots
Publié en ligne le 2012-11-30
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il testo di Nikolaos Karydis, pubblicato nel 2011, si propone di affrontare un tema importante per la storia dell’architettura; coerentemente con quanto illustrato dal titolo, l’autore mira, attraverso l’analisi di alcune strutture voltate dell’Asia Minore, a impostare un repertorio delle tecniche costruttive utilizzate in quest’area del Mediterraneo per la realizzazione di volte e cupole. L’intenzione del testo è duplice; da un lato documentare le strutture esistenti e dall’altro, alla luce delle informazioni ricavate dallo studio sistematico dell’esistente, ricostruire graficamente le volte mancanti. Attraverso l’analisi delle tecniche costruttive, questo studio si propone d’impostare una classificazione tipologica delle volte dei primi secoli dell’architettura bizantina; il libro indaga quindi i materiali, le scelte costruttive e l’organizzazione del tessuto murario mediante l’analisi dei alcune delle chiese bizantine della regione. Efeso, Sardis, Filadelfia, Priene e Hierapolis: in questi luoghi si trova oggi la maggiore concentrazione di resti di strutture voltate realizzate nei primi secoli bizantini. Sono analizzate nel testo quattro chiese localizzate nei primi tre siti: San Giovanni di Efeso, l’edificio D di Sardis, San Giovanni di Filadelfia e Santa Maria di Efeso. L’autore si propone - ed è l’importante merito da riconoscere a questo contributo – di spostare l’attenzione nello studio delle volte dall’osservazione della forma geometrica all’analisi della struttura interna; questa premessa porta a focalizzare l’analisi sul procedimento costruttivo, che diviene il fulcro del testo. Due sono pertanto le interessanti domande che costituiscono l’ossatura del volume: com’è stato fatto ciò che stiamo osservando? Perché è stato fatto così? La costruzione rappresenta per gli storici dell’architettura un elephant in the room. Purtroppo non esiste un corrispettivo italiano per questa sagace forma anglosassone; il senso è un problema ovvio, evidente e di cui tutti sono a conoscenza ma che è generalmente passato sotto silenzio, facendo finta che non esista nessuna grande questione da discutere. Troppo spesso lo storico dell’architettura trascura una realtà ingombrante: il fatto che il costruito sia il prodotto di un processo fisico, fatto di vincoli, di materiali e di capacità umane. L’edificio diviene sovente (e a torto) un oggetto nella cui storia costruttiva la realtà materica occupa un ruolo marginale e cui è dedicata un’attenzione che va dal morboso (la storia costruttiva fine a se stessa) al trascurabile (dove la costruzione diviene un accessorio superfluo in una teoria già dimostrata) con poche apprezzabili mediazioni. Lo stimolante testo di Karydis può essere segnalato appunto tra queste ultime, da accogliere con interesse proprio per questo tentativo di riportare l’attenzione sul procedimento costruttivo che porta al costruito, usandolo come strumento privilegiato del processo di conoscenza storica.

 

          Il volume si articola in quattro parti. Apre il testo una breve introduzione, in cui sono presentati lo stato dell’arte dei monumenti studiati e la metodologia usata; da notare è l’assenza di una anche breve panoramica sulla bibliografia riguardante lo studio delle tecniche costruttive. Il corpo principale si articola in due macro sezioni: la prima, The Surviving Structure: Materials and Techniques, è organizzata in due parti (una ricognizione sintetica dei principali materiali e tecniche utilizzate per la costruzione dei sistemi voltati); la seconda sezione, The Vaulted Structure, è dedicata alla disamina dei quattro edifici voltati e a una proposta di classificazione delle principali tipologie di volte laterizie. Chiudono il testo delle considerazioni generali.

 

          Il volume s’inserisce nell’interessante incrocio bibliografico d’indagine sull’architettura bizantina e sui sistemi costruttivi. Il grande filone di studio di Auguste Choisy (L’Art de bâtir chez les Byzantins, 1883), Charles Diehl (Manuel d’art bizantin, 1910), Paolo Verzone (1956-1960) Richard Krautheimer (Early Christian and Byzantine Architecture,1965) e Cyril Mango (Bizantine architecture, 1976) s’incontra in questo testo con la fortuna degli studi sui sistemi costruttivi degli ultimi quindici anni. La nuova vivacità storiografica ha prodotto tra gli altri il fondamentale testo di Robert Ousterhout, Master builders of Byzantium (1999) e, nel campo della conoscenza dei sistemi voltati, il volume Concrete Vaulted Construction in Imperial Rome, di Lynne Lancaster (2005). Piuttosto episodici restano altri tentativi di sistematizzare la ricerca, impostando temi d’indagine che superino la specificità del singolo edificio; ciò rende il volume ancora più meritevole d’attenzione.

 

          Sin dalle prime pagine l’autore dichiara il proprio intento di seguire l’esempio di Auguste Choisy, raccogliendo le sfide conoscitive impostate dallo storico francese nel libro L’art de bâtir chez les Byzantins (1883); questo confronto, tuttavia, non può essere semplice e richiede una forte idea operativa alla base. Lo strumento d’indagine scelto dall’autore è il disegno, rafforzato da una lettura consapevole delle fonti e della letteratura scientifica. La bibliografia utilizzata da Karydis è aggiornata e l’utilizzo delle fonti primarie è apprezzabile; il testo è l’opera di uno studioso in grado di padroneggiare sia l’aspetto materico, con una grande attenzione ai monumenti, intesi come documenti materici, che quello letterario della ricerca. Da segnalare è l’assoluta predominanza delle rappresentazioni grafiche, usate come efficaci strumenti di comprensione. Questo sforzo è da elogiare particolarmente nel volume; il problema della restituzione di realtà complesse come quelle costruttive è spesso lasciato a margine. In questo caso invece si coglie in ogni disegno la volontà di chiarezza di chi scrive e si comprende (e apprezza) il serio lavoro di analisi e decodificazione svolto. Allo stesso modo è notevole il tentativo dell’autore di utilizzare la realtà materica (con esplorazioni in situ) dei resti delle volte (quindi si premette una rigorosa analisi delle fonti e della realtà). Dal punto di vista metodologico il libro presenta inoltre un ulteriore aspetto spesso trascurato e su cui è bene porre l’attenzione; dimostrando una lucida conoscenza della realtà, lo studioso propone di riconsiderare l’importanza del processo comparativo, proponendo una limitazione e una maggiore attenzione nell’utilizzo dello stesso. Il discorso è particolarmente spinoso per lo storico dell’architettura; fin dai primi approcci alla storia del costruito, lo studioso si trova di fronte all’immenso panorama della comparabilità di differenti monumenti. L’occhio del ricercatore dovrebbe sempre essere guidato e l’estensione del quadro di raffronto dovrebbe essere pensata con attenzione e cura, affinché la comparazione non diventi sintomatica di un impulso incontrollato ma frutto di una scelta consapevole; il confronto non è mai una prova assoluta, ma solo una delle possibili analisi. In questo senso la visione di Karydis è molto chiara: Yet, here, comparison only serves as partial evidence for reconstruction, which rely on the remaining fabric of each monument as the primary clue as to the original form of the missing vault (p.67). 

           

          San Giovanni di Efeso occupa giustamente nel testo una prevalenza assoluta, alla luce dell’importanza dell’edificio nel panorama costruttivo bizantino. Il capitolo dedicato allo studio di San Giovanni è inoltre quello in cui appare più esplicitamente la struttura di metodo usata da Karydis; a una velocissima disamina della bibliografia, segue un’accurata analisi dei frammenti delle volte (corredata d’immagini e di prime ipotesi ricostruttive di restituzione dei frammenti nel loro contesto). Insolitamente si passa quindi alla lettura delle fonti documentarie (generalmente primo oggetto d’interesse dello storico, qui usate invece in modo estremamente mirato) con una raccolta di riflessioni legate unicamente alla lettura delle fonti. Segue una selezione molto mirata di esempi comparabili, con un’appendice riguardante le ricostruzioni precedenti, e infine si giunge alla restituzione grafica, punto d’arrivo dello studioso.

           

          Una piccola perplessità di chi scrive è nella strutturazione del testo; la scelta di separare la bibliografia dei singoli monumenti dalla trattazione individuale si paga con la perdita di un po’ di agilità della lettura. Arrivati, infatti, alla sezione specifica dell’edificio esaminato è necessario riprendere la presentazione del panorama scientifico specifico fornita all’inizio per richiamare in quale contesto di studi si situi il pezzo. Questa parzializzazione si riflette anche nella mancanza di piante o sezioni complessive degli edifici all’interno del testo; la separazione deliberata tra inquadramento e trattazione dei sistemi voltati è comprensibile e, con grande onestà intellettuale di Karydis, dichiarata all’inizio del libro. Tuttavia è inevitabile chiedersi se, per far comprendere al meglio la realtà costruttiva voltata, non sarebbe stato più efficace tenere sempre sotto gli occhi del lettore, l’edificio nel proprio complesso.

           

          L’inquadramento storico delle strutture è essenziale e l’autore dedica parte della propria attenzione alle implicazioni liturgiche, lasciando il lettore piacevolmente colpito. Il testo, affrontando temi celebri e dibattuti, lascia comunque intendere il lavoro di uno studioso capace e curioso, in grado di gestire con consapevolezza le fonti e gli strumenti a propria disposizione.

           

          Altro grande merito è lo studio dell’evoluzione dei processi costruttivi, visti da Karydis non come atti congelati in un momento astorico ma come sottoposti a continua revisione e da leggere nel proprio sviluppo.

           

          Interessante è infine la proposta di classificazione delle costruzioni voltate bizantine proposta nel testo. Utilizzando come criterio principale di classificazione il tessuto del corso del mattone, Karydis individua tre tipi di volte: 1. vaults with radial brick courses (volte con corsi di mattoni radiali), 2.  Pitched brick vaults (volte di mattoni acute), 3. vaults with arched brick courses (volte con corsi di mattoni ad arco).

 

          Raccogliere l’eredità di Auguste Choisy è una sfida; è un’impresa per qualunque intellettuale cercare di proseguire sulle orme di un rivoluzionario, di un lucido studioso in grado di vedere chiaramente nel mondo della costruzione un mondo delle idee. Il coraggio con cui l’autore si lancia nell’impresa suscita aspettative nel lettore che non vengono deluse: il tema è affrontato in modo organico, chiaro e variamente argomentato. L’analisi del San Giovanni di Efeso avrebbe potuto costituire un oggetto di studio separato e specifico e ci si augura che le informazioni e le considerazioni costruttive di Karydis riattivino il dibattito sulla struttura, analogamente a quanto fatto dal testo del 2005 di Andreas Thiel.