Podvin, Jean-Louis: Luminaire et cultes isiaques (préf. de Laurent Bricault). Monographies Instrumentum, 38, 370 p., 240 fig., 14 cartes, 38 tabl., 64 pl., 58 €
(Editions Monique Mergoil, Montagnac 2011)
 
Compte rendu par Maurizio Buora, Società friulana di archeologia
(mbuora@libero.it)

 
Nombre de mots : 1474 mots
Publié en ligne le 2012-02-27
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1517
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          Questo ricchissimo volume si inserisce nell’ambito di un filone in cui dagli anni Sessanta del secolo scorso si è particolarmente distinto l’abate Vincent Tran tam Tinh; esso nasce dalle ricerche condotte e stimolate da Laurent Bricault e porta a compimento una richiesta espressa alla conclusione del primo convegno sugli studi isiaci di Poitiers (2000). Nel volume sono studiate e analizzate 596 lucerne (cui sono da aggiungere altri quattrocento frammenti) riconoscibili, dal punto di vista tipologico, di soggetto isiaco, ovvero non limitati alla dea Iside, ma estesi alla sua famiglia, che include Sarapide, Anubi, Arpocrate e Api. Nel termine “luminaire “ sono compresi anche le torce, le lanterne, i candelabri, le bugie e i policandila (p. 10).

 

          In apertura si ricorda che le lucerne isiache non sono specifiche dei santuari isiaci – dove non appaiono quasi mai – ma paiono piuttosto destinate ad altri spazi e ad altre circostanze (p. 12). Nel corso degli ultimi anni grazie all’esplosione degli studi isiaci – e misterici in generale – anche le lucerne con temi isiaci, recentemente riabilitate dagli isiacologi (“isiacologues”),  si sono moltiplicate poiché sono state fatte conoscere raccolte minori o studi dispersi in pubblicazioni poco accessibili. Il non specialista può utilmente informarsi su questi argomenti accedendo anche ad alcuni siti internet, tra cui si ricorda in special modo  www.Etudes.isiaques.fr.

 

          Il primo capitolo (pp. 23-36) significativamente intitolato Qu’est-ce qu’un luminaire isiaque? tratta in generale delle lucerne (in cotto, poiché solo cinque lucerne in bronzo sembrano raccostabili alla sfera isiaca) con riferimento ai termini greci e latini utilizzati, ai differenti elementi della lucerna ad olio, presentando infine una utile serie di tipi con le denominazioni correnti e più aggiornate (come quella del Bussière).

 

          Il secondo capitolo (pp. 37-104) entra nel vivo dell’iconografia, la cui fonte viene fatta risalire al clero e alla sua volontà di diffondere un’ideologia mediante appropriate figurazioni. Ma concorsero a formare l’immmaginario delle lucerne anche la letteratura, le monete e i modelli usati nella produzione ceramica, che talora aveva luogo nei medesimi laboratori. Nell’ampia trattazione si esaminano i tipi di Iside sola, quindi di Serapide, di Arpocrate, di Api; seguono i gruppi di due divinità, ovvero Iside e Serapide, Iside e Anubi, Iside e Arpocrate, Serapide ed Elios, Anubi e Arpocrate, Atena (?) e Arpocrate; poi vengono i  gruppi di tre divinità, quali  Iside, Arpocrate e Serapide, Iside affiancata da Arpocrate e Anubi, Serapide in trono tra i due Dioscuri, infine quelli con quattro divinità, ovvero Arpocrate, Demetra, Iside e Serapide e per concludere i motivi con cinque divinità: Ermanubi, Demetra, Iside, Arpocrate e Serapide. Una trattazione a parte hanno le lucerne a forma di nave, per le quali si avverte che non tutte debbono avere necessariamente una relazione con i culti isiaci (p. 91) e le lucerne a forma di mummia. Concludono questo ampio capitolo due brevi digressioni circa le lucerne erroneamente attribuite a Iside, a Serapide, ad Arpocrate, ad Api o quelle ritenute, in modo non accettabile, come fornite di simboli isiaci.

 

          La seconda parte del volume, dedicata alla produzione e al consumo, inizia con il breve, ma denso capitolo 3 che tratta la geografia della produzione e gli scambi (pp. 107-122). Solo 187 dei 988 esemplari censiti (pari circa al 20 %) portano un marchio di fabbrica, ma, considerando il gran numero di anse, questa percentuale potrebbe essere stata più alta. Nel corso del capitolo una breve trattazione è dedicata alla questione del prezzo delle lucerne, strettamente connessa con la possibilità della loro diffusione via mare lungo rotte molto lunghe (pp. 108-109). L’A. ritiene che specialmente in epoca tarda il prezzo delle lucerne e quello dell’olio per alimentarle fosse molto conveniente e largamente inferiore alla paga giornaliera di un salariato.

 

          Le grandi aree produttive si distinguono dunque nel settore romano e italico in genere, in quello iberico, quello africano cui si affiancano zone di produzione minori nella Narbonese, nelle tre Gallie, nelle Germanie e in Britannia. D’altro lato concorrono gli atelier orientali e quelli egiziani. Una analisi accuratissima è dedicata agli spazi del consumo (cap. 4, pp. 123-146), corredata da preziose tabelle sincroniche con la localizzazione dei diversi motivi e la traduzione cartografica della loro diffusione. Fin qui siamo nella tradizionale articolazione delle pubblicazioni riservate alla cultura materiale.

 

          Di estremo interesse è la parte dedicata ai luoghi della scoperta delle lucerne isiache, parte che ci introduce quasi all’interno dei culti stessi (pp. 149-166). Il capitolo inizia con una serie di questioni difficilmente risolvibili. Ad esempio le raffigurazioni sono da considerare significative o piuttosto è significativo il contesto di rinvenimento delle lucerne, anche quando non siano provviste di raffigurazioni isiache? L’inchiesta parte naturalmente da Pompei, dove ad es. una lucerna isiaca è stata trovata nel sacello della casa degli Amorini dorati di Poppaeus Habitus, posto presso il larario e decorato con immagini di Iside, Osiride, Anubi e Arpocrate. Poche altre, in tutto l’impero, provengono sicuramente da case private, ma molte lucerne ormai prive di indicazioni di provenienza potrebbero venire da abitazioni di privati. L’analisi relativa ai luoghi di rinvenimento si snoda in maniera molto dettagliata, toccando i ritrovamenti in luoghi pubblici, nelle officine di produzione e nei magazzini, e nei contesti funerari. Specialmente questo ultimo argomento è indagato in maniera molto minuziosa con preziose tabelle di sintesi. Emerge con chiarezza che la zona meglio nota è quella africana, interessata già nell’Ottocento da vasti scavi di necropoli. Nei contesti funerari risultano chiare scelte, come quella di Anubi o quella di Serapide, presente in oltre il cinquanta per cento dei casi. Di probabile destinazione funeraria sembrano anche quelle mummiformi, sia per l’ovvia raffigurazione (che può richiamare sia Iside che Osiride), sia per il fatto che dovevano essere utilizzate in posizione orizzontale, ricordando la postura del defunto (p. 156).

 

          Il capitolo forse più affascinante è il numero 6 (pp. 167-188) in cui si discute espressamente dell’uso del “luminaire” nei culti isiaci, a partire dalle origini faraoniche di certi riti. Pur osservando che non è detto che in tutto l’impero il culto isiaco avesse forme uguali o simili, siamo ben informati dalla tradizione egizia.

 

          Le conclusioni sono sintetizzate in poche pagine (189-192), in cuisi riconosce che le lucerne isiache – o in generale “le luminaire” – hanno un peso maggiore di quanto finora considerato. In esse sono presenti circa 200 tipi diversi, prodotti in almeno 150 officine (ma probabilmente molti di più), dal I al IV secolo. Al di fuori dell’Egitto l’Italia appare particolarmente importante per la creazione di alcuni tipi nel I secolo, mentre dalla fine del II si afferma sempre più per creatività l’Africa. Per quanto riguarda il consumo, emerge statisticamente la città di Roma che da sola assorbe il 38 % delle lucerne isiache in circolazione in occidente, seguono il resto dell’Italia (20 %) e la penisola iberica (24 %). Le lucerne – non solo quelle in qualche modo riferibili ai culti isaci - erano presenti in spazi privati e in quelli pubblici e ovviamente nei luoghi di culto: qui forse erano dedicate per scopi rituali e in determinate occasioni, come in parte ci informano le fonti letterarie. Alla fine del IV secolo, una norma compresa nel codice teodosiano proibisce l’uso di porre lucerne dinanzi alle statue (simulacra).

 

          Seguono gli indici analitici delle fonti, letterarie, epigrafiche e papirologiche (193-194), delle divinità e dei loro attributi (194-195), delle cose notevoli e dei luoghi (195-198).

 

          Il catalogo delle lucerne, distinto secondo i vari motivi iconografici, costituisce l’Annexe I (pp. 207-262), cui fanno seguito l’Annexe II con il catalogo dei marchi dei fabbricanti (pp. 263-274), e l’Annexe 3 (275-294) relativo alla bibliografia con oltre quattrocento titoli, cui sono da aggiungere quelli che sono citati isolatamente nelle note. Infine 64 tavole riproducono le lucerne più significative.

L’opera è molto ampia, ben documentata e ricchissima di spunti sia per lo storico delle religioni che per chi fosse interessato alla cultura materiale o ancora all’iconografia. Pertanto essa rimarrà d’ora in poi un caposaldo.

 

          Qualche piccola osservazione. Le schede del catalogo sono in gran parte, come è ovvio, ricavate dallo spoglio di altre pubblicazioni. Ciò significa che tra loro sono spesso diverse. Così talvolta mancano alcuni dati ad es. sulle dimensioni. Tra le così dette lucerne osiriformi andrebbe compresa anche quella di Alessandria d’Egitto, già pubblicata da Paolo Gallo in uno studio citato in bibliografia. In genere le immagini sono molto belle e nitide, salvo qualcuna, derivata da altre pubblicazioni e pubblicata qui con la fastidiosa retinatura, ingrandita, dell’originale (cfr. ad es. fig. 13 a p. 38, fig. 164 a p. 87). Pochi gli errori di stampa, spesso relativi alla lingua italiana (Bucchi per Buchi a p. 278, une per una, ivi) e le omissioni (es. uno studio di Francocci apparso a Gottinga nel 2008).