Claudel, Paul-André: Alexandrie. histoire d’un mythe. Collection "biographies et mythes historiques", 384 p. + 16 p. couleur, 16 x 24 cm, EAN: 9782729866303, 24 €
(Ellipses, Paris 2011)
 
Compte rendu par Flavia Cecchi, Università di Genova
(flavia35@alice.it)

 
Nombre de mots : 1707 mots
Publié en ligne le 2012-07-11
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume di Paul-André Claudel (d’ora in poi C.) rivela già nel titolo l’intento dell’autore, ribadito anche nell’avant-propos (p. 8): non si tratta di un’opera di stampo storico-archeologico, ma della proposta di ripercorrere nel corso dei secoli, dalla sua nascita a oggi, il mito di Alessandria, considerando monumenti, fatti e personaggi che il nome di questa città ha evocato e continua a evocare nell’immaginario collettivo di ogni tempo.

 

          Come non manca di osservare C. (pp. 5 e 7), la perdita dell’Alessandria materiale viene ampiamente compensata dalla sua eterna presenza nella letteratura, dove continua a vivere tuttora in una sorta di “dimensione parallela”. L’approccio al tema è di stampo comparativista, con costanti richiami anche all’arte e al cinema.

 

          Il punto di partenza (cap. 1, pp. 11-29) è, ovviamente, la fondazione nel 331 a.C. ad opera di un altro mito dell’universo culturale: Alessandro Magno. Numerose sono le leggende sorte intorno a questo personaggio e all’edificazione della città che da lui prende il nome. Nei racconti di Diodoro Siculo, Strabone, Quinto Curzio Rufo, Arriano e Plutarco, senza dimenticare lo Pseudo-Callistene, Alessandria sorge in un clima prodigioso, sotto l’ispirazione di Omero, architettonicamente progettata da Dinocrate di Rodi in modo da essere modello di ordine e regolarità.

 

          La morte del condottiero macedone, nel 323 a.C., apre la via alla dinastia dei Tolomei (cap. 2, pp. 31-60). Il nome di questi sovrani, in particolare quello di Tolomeo II Philadelphos, è strettamente legato alla costruzione dei più famosi monumenti di Alessandria (il Museo, la Biblioteca, il Faro, il Serapeo), ma  anche a un processo di progressiva “egittizzazione” della monarchia, che si trascina dietro lotte intestine e intrighi di palazzo tipiche dei despoti orientali. La divinizzazione del sovrano e dei suoi familiari, in particolare, rientra nel clima di sincretismo religioso che si viene a creare nell’Alessandria tolemaica: Serapide, l’Agathos Daimon, Dioniso, Iside e Osiride fanno tutti parte del nuovo pantheon greco-egiziano di una città definita nel Corpus Hermeticum come “tempio del mondo intero”. Numerosi sono infatti i santuari annoverati nelle fonti antiche, dal Serapeo al tempio di Omero, fino alla leggendaria tomba di Alessandro Magno, un enigma irrisolto divenuto talvolta quasi un’ossessione per archeologi e appassionati di ogni epoca.

 

          Tre capitoli sono dedicati a tre rispettivi miti di Alessandria: la Biblioteca (cap. 3, pp. 61-86), il Faro (cap. 4, pp. 87-105), la regina Cleopatra (cap. 5, pp. 107-135). A proposito della famosa Biblioteca si riportano aneddoti e cifre tratti dalle fonti antiche, proponendo anche una sorta di inventario del sapere, in cui vengono ricordati i nomi dei più importanti studiosi operanti nelle varie discipline: matematica, astronomia, medicina, geografia e, in particolare, filologia. Due paragrafi a parte trattano il miracolo dei Settanta e le diverse ipotesi sull’incendio che portò alla perdita dei preziosi volumi.

 

          Riguardo alla “settima meraviglia” del mondo (il Faro), ancora una volta l’autore parte dalle testimonianze antiche, legate in particolare alla descrizione della struttura architettonica, sottolineando la tendenza delle fonti a sconfinare nella leggenda, a partire dalla tarda antichità, soprattutto sotto il dominio arabo.

 

          Il capitolo dedicato a Cleopatra parte dalla rievocazione delle vicende storiche antiche, per sconfinare poi in un excursus sulla fortuna del personaggio. Interessante, in particolare, la disparità di giudizio che emerge dal confronto tra la visione romano-occidentale e quella araba-orientale della regina: femme fatale dai connotati stregoneschi nella prima, ultima coraggiosa detentrice del sapere greco nella seconda. C. propone poi una carrellata di quelli che definisce “avatars” (p. 127) moderni di Cleopatra, ricordando alcune delle più famose versioni letterarie della sovrana tra ‘600 e ‘800, senza dimenticare quelle cinematografiche, che la vedono protagonista in numerosi pepla, primo tra tutti quello interpretato da Elisabeth Taylor nel 1963.

 

          Il sesto capitolo (pp. 137-152) riprende la rievocazione storica, considerando le vicende, in epoca romano-imperiale, di una città ritenuta dagli imperatori alla stregua di un dominio personale.

 

          Le testimonianze antiche riportano in particolare aneddoti sui costumi libertini di Alessandria e sull’irriverenza dei suoi abitanti nei confronti dell’autorità, che contribuiscono a creare il mito di una metropoli corrotta e decadente, quasi una prefigurazione dell’approssimarsi del crollo dell’impero romano. A quest’immagine di città “del peccato” fa però da contraltare quella della città cristiana: il Cristianesimo trovò infatti un terreno particolarmente fertile in una zona già intrisa di spiritualità. Nel capitolo seguente (cap. 7, pp. 153-179), l’autore considera l’Alessandria di S. Marco e dei martiri, S. Caterina in primis, ma anche l’Alessandria di Ipazia, tra spiritualismo e fondamentalismo: una dicotomia che si esplica anche nel contrasto tra le violente dispute religiose, in conseguenza allo sviluppo delle eresie, e il sorgere del monachesimo, che trova in S. Antonio un paradigma significativo. A proposito dell’eremita, C. ricorda alcune delle tappe più famose della fortuna del personaggio, sia nell’iconografia (per esempio Bosch o Bruegel), che nella letteratura (la celebre Tentation de saint Antoine di Flaubert).

 

          Procedendo in senso diacronico, dopo l’Alessandria pagana e quella cristiana l’autore si occupa dell’Alessandria islamica (cap. 8, pp. 181-202): dal 641 la città è infatti conquistata dagli Arabi entrando, con il nome di  al-Iskanderiyya, nel cosiddetto “periodo islamico”, che durerà fino al 1517. In quest’epoca si perdono le tracce della città nella letteratura occidentale mentre inizia a comparire in quella araba, in particolare nei racconti dei viaggiatori, stupiti e attoniti di fronte ai suoi monumenti, recuperando l’antico ruolo di “città delle meraviglie”. Tra gli esempi citati da C., è interessante ricordare la versione araba della fondazione della città, nel capitolo XXII delle Praterie d’oro  di Masudi (X secolo).

 

          Il periodo islamico-medievale è poi portatore di un’altra grande novità: la conversione di Alessandria da centro filosofico e crocevia del sapere a porto commerciale. Di questa metamorfosi risente anche la struttura urbanistica della città, che subisce ampi lavori di adattamento.

 

          Nel capitolo 9 (pp. 203-226) l’autore si occupa del periodo ottomano, iniziato con la presa del potere da parte del sultano Sélim I, sottolineando in particolare come sotto il successore Solimano il Magnifico la città riconquisti l’antica posizione strategica, grazie alla sua collocazione al centro di un vasto impero e ai contatti commerciali con l’Occidente.

 

          Tra i secoli XVI e XVIII Alessandria torna a essere materia di resoconti di viaggi, esplorazioni, missioni diplomatiche e pellegrinaggi, anche nella letteratura occidentale. In seguito a questi nuovi rapporti nasce l’interesse antiquario e collezionistico nei confronti dell’Egitto, che andrà arricchendosi di una connotazione sempre più scientifica nel periodo illuminista, fino alle spedizioni napoleoniche.

 

          Il capitolo seguente (cap. 10, pp. 227-243) è infatti dedicato alla presenza di Bonaparte in Egitto: la figura del condottiero corso, che arriva nel 1798, finisce quasi per sovrapporsi a quella del Macedone, divenendo un nuovo mito dell’arte e della letteratura.

 

          Uno dei principali frutti delle spedizioni napoleoniche è rappresentato dalla creazione dell’Institut d’Égypte, che riunisce ancora una volta ad Alessandria studiosi nei più diversi campi del sapere, le cui ricerche confluiscono in gran parte nella Description de l’Égypte. La sempre più marcata attrazione verso l’Egitto porta, da un lato, con la decifrazione dei geroglifici a opera di Champollion nel 1822, alla creazione di una disciplina autonoma, l’Egittologia, dall’altro a una sorta di vera e propria “egittomania”, non priva di sconfinamenti nell’esoterismo.

 

          La prima parte del capitolo 11 (pp. 245-269) è dedicata alla rinascita urbanistica ed economica di Alessandria iniziata con Mehemet Ali (1769-1849), il “Napoleone d’Oriente”, la cui statua campeggia nella piazza dei Consoli. La seconda parte considera invece l’immagine della città nel XIX secolo, così come emerge dai resoconti di viaggi di autori quali Chateaubriand (Itinéraire de Paris à Jérusalem), de Nerval (Voyage en Orient) e Du Camp (Le Nil. Égypte et Nubie). Tra ‘800 e ‘900 spopola inoltre il cosiddetto “romanzo archeologico”, in cui si rievoca tutto il fascino dell’antica città tolemaica, romana e cristiana.

 

          L’Alessandria del XX secolo, ancora una volta nelle parole dei visitatori occidentali, è al centro del capitolo 12 (pp. 271-291): il ritratto che ne emerge è quello di una capitale della mondanità, ma anche una sorta di “Babele del Mediterraneo”, in cui convivono lingue e culture differenti. Cultura e cosmopolitismo sono pure protagonisti, negli stessi anni, dei dibattiti nei salotti letterari, la cui influenza si può cogliere nelle opere poetiche di Cavafis e Ungaretti, o nei romanzi di Forster e Durrel.  

 

          Gli ultimi due capitoli (pp. 293-304 e 305-316) continuano a seguire in parallelo il corso della storia di Alessandria e quello della sua fortuna nella letteratura moderna e contemporanea, che sembra vertere sempre di più verso una nostalgica “topica dell’addio”, ben esemplificata dal romanzo Faux papiers di Aciman, ma che trova i suoi prodromi già nell’emblematico Antonio abbandonato dal dio di Cavafis.

 

          L’autore lascia il lettore con una sorta di visita virtuale della città contemporanea: un breve percorso attraverso i luoghi più evocativi di Alessandria, incluso il suggestivo cimitero di Chatby.

 

          Il volume è corredato di carte geografiche esplicative, dell’albero genealogico della dinastia tolemaica e dalle planimetrie della città antica e moderna (pp. 317-325), nonché di una pratica tavola cronologica (pp. 327-333) che ripercorre gli avvenimenti principali dalla fondazione, nel 331 a.C., all’inaugurazione della moderna Bibliotheca alexandrina, nel 2002; le stesse tappe cronologiche vengono riprese, in una versione ancora più sintetica, nei risvolti di copertina del libro. Non mancano illustrazioni a colori (tavv. I-XVI), in cui sono proposte immagini di vario genere, che spaziano da monete antiche a fotogrammi di film, da cartoline d’epoca a vedute della città odierna.

 

          Molto ricca la bibliografia (pp. 335-360), che fa riferimento ai singoli capitoli, ed è suddivisa tra fonti primarie e letteratura critica o storica: impostazione utile al lettore desideroso di approfondire, che sopperisce agli inevitabili tagli operati dall’autore nella scelta di un tema così vasto e sfaccettato. Stessa funzione integrativa si può individuare per la carrellata finale, dedicata alla fortuna di Alessandria e dei suoi protagonisti (Alessandro, Cleopatra, Ipazia) nel cinema (pp. 361-362) dall’Antoine et Cleopâtre dell’italiano Enrico Guazzoni (1913) a Tre madri dell’israeliana Dina Zvi Riklis (2006). Oltre all’indice dei nomi propri (pp. 363-368), il volume è dotato anche di un indice tematico su miti e leggende (pp. 369-370), di carattere più accessorio che pratico.

 

          La scrittura fluida e piacevole contribuisce a rendere Alexandrie. Histoire d’un mythe un volume di carattere divulgativo, che si premura però, come già detto, di fornire non solo suggestioni, ma anche strumenti per un eventuale approfondimento, rivelando un meticoloso lavoro di ricognizione bibliografica.