Dixneuf, Delphine : Amphores égyptiennes. Etudes Alexandrines 22.
(Centre d’Études Alexandrines, Alexandrie 2011)
 
Compte rendu par Alessandro Cavagna, Università degli Studi di Milano
(alessandro.cavagna@hotmail.it)

 
Nombre de mots : 2613 mots
Publié en ligne le 2012-08-20
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Quando nel 1882 Giacomo Lumbroso nel suo L’Egitto al tempo dei Greci e dei Romani descriveva i cumuli di anfore per lo più in cocci che erano stati ammassati in alcune zone della città di Alessandria o del Cairo, definiva tali “monti testacci” come un archivio della storia commerciale. Partendo unicamente da fonti scritte di epoche diverse, Lumbroso si opponeva in questo lavoro “primordiale” ad altri studiosi che avevano in precedenza sostenuto l’ipotesi che tali accumuli altro non fossero se non i residui nati « dalla congerie dei vasi adoperati nelle meste solennità e nei funebri conviti ». Proprio su tale conferma e sulla chiara consapevolezza dell’importanza delle anfore nello studio della movimentazione delle merci e della fabbricazione di tali manufatti nel mondo antico, nel corso del Novecento progressivamente gli studi si sono specializzati nella messa a punto di cataloghi per fabbrica e per sequenze cronologiche, nella collazione dei bolli anforici timbrati e (raramente) nello studio della composizione delle paste attraverso indagini più o meno specifiche sui materiali. Così mentre sono stati largamente indagati altri centri antichi la cui produzione fu di primaria importanza (ad esempio Rodi), solo dagli anni Settanta del XX secolo – e con maggior intensità a partire dall’encomiabile lavoro di Jean-Yves Empereur – è emerso un interesse per le anfore di produzione egiziana. Proprio in questa direzione si pone l’importante contributo di Delphine Dixneuf dal titolo Amphores égyptiennes, saggio che si presenta come una delle prime sintesi « raisonnée de l’ensemble du matériel archéologique inédit et publié » per un arco temporale di lunga durata che dal III sec. a.C. giunge sino alla prima età araba (VII sec. d.C.).

 

          La costruzione di un lavoro che intende offrirsi come catalogo ha ovviamente obbligato l’Autrice a presentare con attenzione gli elementi strutturalmente basilari dell’intero studio. In una prima sezione (Aspects méthodologiques, p. 15-35) vengono così elencati i criteri teorici grazie ai quali è stato possibile giungere a determinare e a definire la collocazione di un atelier di produzione. Tralasciate in parte le fonti papirologiche che – pur con i limiti segnalati da Dixneuf – avrebbero potuto offrire elementi utili, sono sostanzialmente la toponymie actuelle e le prospections pédestres a prestarsi al riconoscimento dei luoghi di produzione dell’anfora egiziana. Mancando scavi di ampio raggio sull’insieme degli ambienti finalizzati alla produzione, solo la ricorrenza di indici specifici nelle prospezione archeologiche può inoltre determinare l’esistenza o meno di un atelier. Tra tali indici vengono così elencate, ad esempio, la frequenza di forme specifiche di ceramica, la sporadica scoperta di ceramiche non cotte e, soprattutto, la presenza di percentuali interessanti di «céramiques brisées lors des diverses manipulations, […] céramiques déformées et/ou agglomérées […], pas assez ou trop cuites, voire vitrifiées, […] fragments de parois de fours, […] couches cendreuses et charbonneuse» (p. 20).

 

          Un secondo criterio metodologico, sul quale Dixneuf si sofferma, concerne l’oggetto anfora in sé e, nel caso particolare, gli aspetti morfologici e metrologici: dopo aver evidenziato gli lementi su cui è stata costruita la classificazione delle anfore, l’Autrice definisce quindi i concetti di classe (AE: la fig. 2 a p. 24 presenta in modo chiaro l’evoluzione delle classi da AE 1 ad AE 5), forma, tipo e variante. Alla precisazione del metodo geometrico utilizzato per definire i volumi dei contenitori segue un’ulteriore specificazione al proposito dell’analisi delle paste delle anfore: tale indagine, infatti, è stata condotta semplicemente sull’osservazione – tramite loupe binoculaire – dei materiali e non sull’analisi petrografica o fisico-chimica. Ciò nonostante l’aspetto già evidente delle superfici ha permesso un raggruppamento assai specifico in diverse categorie, che l’Autrice ordinatamente elenca (paste da materiali calcarei: gruppi C 1-12; paste da materiali alluvionali: A 1-18).

 

          La definizione degli elementi teorici essenziali alla definizione del metodo di analisi prosegue nella seconda sezione del volume dedicata a Les contextes de fouilles. Définition des faciès (p. 39-72): in particolare, viene quindi ricordato il metodo che definisce il NMI (ossia il Nombre Minimum d’Individus) sulla base della quantificazione globale dei frammenti anforici; inoltre, in una proiezione più strettamente archeologica, l’Autrice sottolinea l’importanza della lettura negli scavi delle unità stratigrafiche in quanto proprio grazie a queste è stato possibile definire il quadro cronologico delle varie classi di anfore. Segue quindi una descrizione dei siti sui quali maggiormente si è concentrata l’analisi e una presentazione delle quattro fasi storiche indagate (età ellenistica; età romana; età tardo-antica; prima età araba).

 

          Con la terza sezione del lavoro (Classification typologique et chronologique des amphores égyptiennes, p. 73-179) si apre il nucleo scientificamente più rilevante dello studio. L’Autrice fornisce, in primo luogo, una veloce panoramica su quelle anfore di imitazione cipriota (IA 1), siro-palestinese (IA 2a e 2b) e fenicio-punica (IA 3) che paiono prevalere nelle fasi comprese tra la seconda metà del IV sec. a.C. e la prima età ellenistica: proprio alla progressiva scomparsa di tali imitazioni farà infatti seguito, già nella prima parte del III sec. a.C., la sostanziale onnipresenza di forme direttamente modellate su prototipi di origine egea. La produzione di età ellenistica (pp. 75-95) viene distribuita all’interno delle due classi AE 1 (AE 1: «amphores produites au cours du IIIe siècle av. J.-C., dont la forme imite clairement les productions importées d’origine égéenne») e AE 2 («s’inspire notamment des types rhodiens et cnidiens du IIe siècle av. J.-C.»). Nonostante l’evidente difficoltà nel muoversi all’interno di una classificazione complessa che comprende molteplici varianti, Dixneuf riesce in modo chiaro – qui come altrove –  a presentare i materiali attraverso una specifica e ampia schedatura degli insiemi: vengono così ordinatamente proposti una descrizione delle forme e delle paste, un elenco di luoghi di scoperta e/o ricovero, i probabili luoghi di produzione e le datazioni.

 

          Come già altri studi hanno in precedenza mostrato, il progressivo affrancamento dai modelli egei avvenne tra la fine dell’età ellenistica e la prima età romana quando le anfore di imitazione egea vennero progressivamente sostituite dalle anfore bi-tronconique ossia dalla « évolution spécifique et originale des amphores AE 2 ». Il gruppo AE 3 (p. 97-128), che emerge nel I sec. a.C. e che rappresenta il nucleo delle produzioni di II e III sec. d.C., accomuna un insieme di materiali di regionalizzazione evidente. Tenuto fermo l’essenziale  presupposto secondo il quale esisterebbe una “triangolazione” tra produzione agricola, giacimenti di argille e ateliers di produzione delle anfore, Dixneuf sulla base (per lo più) delle prospezioni archeologiche procede a collocare in specifiche aree le produzioni delle anfore: emerge così una localizzazione specifica di centri “industriali” in definite località della Mareotide (AE 3-1), del Delta (AE 3-2), del Fayum e del Medio Egitto (AE 3-3), dell’Alto Egitto (AE 3-5) e in una località di origine ancora indeterminata (AE 3-4). Anche in questo caso ogni raggruppamento è stato ordinatamente schedato, catalogato, discusso e opportunamente “visualizzato” da tavole inserite nella sezione finale del volume.

 

          La successiva categoria, la poco nota classe AE 4 (p. 129-133), trova riscontro nella catalogazione di Dressel (2/4) e di altri studi successivi: si tratta, in effetti, di un gruppo determinato di anfore egiziane, presentato anche da Empereur nel 1986, che trae origine dal modello di produzione di Cos e che viene prodotto in numerose officine della Mareotide tra la fine del I e il III sec. d.C.

 

          La tarda antichità, come evidenzia Dixneuf, si presenta secondo modalità complesse da decifrare e da organizzare sistematicamente. Prendendo spunto da una bibliografia articolata e da catalogazioni diverse, l’Autrice procede comunque a un tentativo generale di presentazione dei materiali: i rinvenimenti archeologici mostrerebbero, così, che tra il IV e l’VIII sec. d.C. la produzione delle anfore bitronconiche (AE 3T, p. 138-142), differenziate dalle precedenti AE 3 per i fondi e per la posizione delle anse (oltre che dall’utilizzo delle sole paste alluvionali), sarebbe continuata nel Delta, nel Fayum e lungo la valle del Nilo; al contrario, in Mareotide dal III sec. tale produzione sarebbe cessata.

 

          Dopo la seconda metà del VI sec., ma con maggior insistenza dal VII sec., in Egitto inizia la produzione dell’anfora AE 5/6 (p. 142-153) ossia di un contenitore complessivamente innovativo rispetto alle forme precedenti: si tratta in effetti di un’anfora ovoidale o globulare (bag-shaped amphora) la cui comparsa nelle zone del Mediterraneo orientale si deve porre almeno dal IV sec. d.C. L’analisi dell’ampia bibliografia sull’argomento, accanto all’osservazione autoptica degli esemplari, ha permesso a Dixneuf di presentare anche per questo gruppo di anfore una catalogazione delle varianti e una collocazione dei luoghi di produzione.

 

          Come ricorda l’Autrice, la categoria AE 7 (p. 154-173), corrispondente alla Late Roman Amphora 7 di Riley, è rappresentata da un insieme di contenitori accomunabile dalla definizione di ribbed amphora o dalla descrizione di « amphore effilée, de capacité modeste (6 à 7 litres), à pâte alluvionale brune et micacée ». Sebbene tale insieme di prodotti costituisca la più importante produzione dell’età tardiva (dalla metà del V sec. sino al X sec.), l’origine di tale forma risulta ancora ampiamente ipotetica. Proprio a tale essenziale questione viene quindi dedicato un paragrafo nel quale l’Autrice evidenzia essenzialmente tre ipotesi: se forme simili sono state individuate in alcune produzioni extra-egiziane – vengono allora ricordate le amphores carottes prodotte nel Levante, forse in Siria e nel nord della Fenicia, ma anche a Sinope oppure le Late Roman Amphora 3 ampiamente importate in Egitto dal IV sec. –, un’ultima opzione privilegia al contrario l’idea di una endogena evoluzione delle AE 3.

 

          L’anfora con « un col tronconique ou cylindrique et une panse assez large de forme globulaire ou ovoïde » (corrispondenti alle categorie 166 e 167 di Egloff) e l’anfora imitata dalla Late Roman Amphora 1 costituiscono, infine, il nucleo della categoria AE 8 (p. 174-179), prodotta tra la fine del VI sec. e l’inizio del X sec.

Chiusa la catalogazione dei materiali, con la quarta e ultima sezione del lavoro (Production et commercialisation des amphores égyptiennes, p. 183-239) Dixneuf si sposta infine ad analizzare gli aspetti tecnici ed economici relativi alle anfore egiziane. Dopo aver delineato sulla base delle conoscenze attuali (ovviamente con la chiara consapevolezza delle lacune esistenti: p. 185) una carta geografica delle produzioni per classi e per cronologie, l’Autrice procede addentrandosi nel “laboratorio di produzione” delle anfore egiziane volgendo una grande attenzione ai materiali archeologici disponibili oltre che ad alcune notizie contenute nelle fonti papirologiche (p. 183-195). Avendo, quindi, enumerato quelle variabili che possono aver favorito l’installazione di laboratori produttivi come la presenza di acque e di vie di comunicazione, la possibilità di accedere a giacimenti di argille e la prossimità con i luoghi di produzione agricola, vengono così analizzati gli spazi degli ateliers e le fasi di lavorazione. Se ne trae di conseguenza una immagine vivida e storicamente ineccepibile del funzionamento delle officine antiche; tale concretezza viene, inoltre, ulteriormente provata da fonti contemporanee e in particolare dalle officine di Disouk (figg. 182-188) che ancora oggi perpetuano le antiche fasi di produzione vascolare.

 

          Alle questioni relative alla manifattura Dixneuf accosta un’accurata analisi dell’utilizzo delle anfore egiziane (p. 197-211). L’osservazione della permanenza di pece e di resine, i risultati derivanti dalla analisi dei residui, i dati provenienti dallo studio delle rare iscrizioni ancora osservabili e, infine, la presenza di un foro su molti colli (praticato per evitare che i gas prodotti dalla fermentazione provocassero l’esplosione del recipiente o per permettere l’applicazione di rubinetti utili alla presentazione del prodotto una volta sigillato il contenitore) sembrerebbero indicare che la maggior parte delle anfore fu utilizzata per lo stoccaggio del solo vino. E a confortare tale lettura non si può non ricordare il Pap.Oxy. L, 3595 del 243 d.C. (Dixneuf presenta a p. 194 la traduzione dello stesso offerta da X. Loriot) ossia un contratto di locazione nel quale a compensazione della cessione in affitto di un atelier legato a una proprietà agricola venne richiesta una fornitura annuale di 15.000 anfore da vino. Se molto è detto sul vino, di cui vengono trattate (senza ridondanza) le note questioni relative alla coltivazione, alla conservazione, alla qualità (etc.), uno spazio più ristretto è dedicato all’olio (che principalmente venne conservato e commercializzato nelle otri), al pesce e alla carne salati e ad altri prodotti.

 

          Con l’ultimo capitolo si apre infine la questione più complessa della commercializzazione del vino (p. 213-239). Per l’età ellenistica l’elemento più significativo che sembra emergere dallo studio riguarda l’assenza di anfore di produzione locale in contesti extra-egiziani (cfr. fig. 191): il dato pare ancora più rilevante alla luce della rara rappresentatività di tali anfore anche nella tolemaica Cipro ma soprattutto alla luce dell’alta presenza in Egitto di anfore rodie, cnidie o di altra provenienza. Sebbene i risultati restino in sostanza parziali, è evidente però che le linee del commercio tolemaico del vino siano in tal senso delineate: pare infatti evidente che ad alte concentrazioni di prodotti stranieri convogliati verso il territorio tolemaico non avrebbe fatto da contrappeso una sostenuta esportazione di vino egiziano. Se è possibile concludere che la maggior parte del vino egiziano in età ellenistica fu consumato in loco, resta comunque scontata l’osservazione che l’anfora, ovviamente, non rappresenti l’insieme dei recipienti in uso, in quanto per prodotti di alta qualità poterono essere utilizzati anche contenitori di diverso tipo (ad esempio boutilles e barillets).

 

          In età romana l’esportazione di vino pare assumere di certo un carattere di maggior ampiezza; ciò nonostante Dixneuf sottolinea come le quantità di anfore egiziane scoperte fuori dall’Egitto – sia in direzione mediterranea sia in direzione indiana – siano rappresentate da parcentuali tutto sommato irrisorie (soprattutto in relazione alle ben note esportazioni di altri prodotti: cfr. p. 231-236). Concentrandosi sulla situazione interna, inoltre l’Autrice tenta di abbozzare una possibile ricostruzione dell’andamento della movimentazione del vino in età romana: così dopo alcuni paragrafi tesi a descrivere il ruolo di Alessandria e della sua chora, al cui interno è possibile ritrovare notazioni ben note, vengono ribaditi i dati già evidenziati dai Șenol nel 2007 (in “CCE” 8) per quanto riguarda la situazione del capoluogo. L’attenzione viene poi spostata verso alcuni casi-studio come Bouto, che permette di definire la regionalità del consumo del prodotto della Mareotide, o Pelusio che nella sua posizione di confine ha sempre rappresentato un luogo privilegiato di passaggio delle merci da e verso l’Egitto. Un particolare spazio è inoltre dedicato alla situazione del deserto occidentale, dove nelle oasi si assiste a una produzione e a una commercializzazione esclusiva, e alla situazione del deserto orientale dove al contrario emerge una pressoché totale onnipresenza di prodotto proveniente dalla Valle del Nilo. Il capitolo viene infine completato da una sintetica analisi del monastero di Baouit, i cui ostraka, analizzati da Bacot nel 1998, permettono di offrire un’immagine più precisa della situazione del VII sec.

 

        Chiudono il volume alcune pagine di conclusione, una ampia e aggiornata bibliografia e un apparato di tavole teso a presentare graficamente quanto inserito nel precedente catalogo.

 

          Molti sono gli elementi che rendono rilevante il lavoro di Delphine Dixneuf: un catalogo ben impostato e sostanzialmente chiaro sulla produzione di lungo corso dell’anfora egiziana rappresenta ovviamente un ottimo strumento di consultazione (anche grazie alla precisa bibliografia) per ogni studioso interessato al problema. Inoltre, non deve essere sottovalutato il valore dei numerosi quesiti che l’Autrice lascia volontariamente aperti nel corso dello studio, come, ad esempio, l’opportunità di procedere a un approfondimento delle fonti papirologiche e la consapevolezza della necessità di esaminare la logica della distribuzione spaziale degli ateliers o dell’organizzazione spaziale delle strutture (cfr. p. 183). Ma è anche su un fronte diverso che Amphores égyptiennes pare aver colto nel segno: accanto ai lavori di Jean Yves Empereur e di numerosi altri studiosi, il lavoro di Dixneuf, infatti, colma in parte la profonda e decennale lacuna su un reparto “industriale” egiziano evidentemente vitale nella storia dell’Egitto antico.