Brisart, Thomas: Un art citoyen: recherches sur l’orientalisation des artisanats en Grèce proto-archaïque. Mémoire de la Classe des Lettres. Collection in-8°, 3e série, 54., 352 p. ISBN 9782803102785, € 25.00 (pb)
(Académie royale de Belgique, Bruxelles 2011)
 
Compte rendu par Antonella Pautasso, CNR – IBAM (Catania)
(a.pautasso@ibam.cnr.it)

 
Nombre de mots : 2232 mots
Publié en ligne le 2012-03-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          La letteratura archeologica si è arricchita, nel corso degli ultimi anni, di diversi contributi relativi   all’“orientalizzante”. Essi coprono un arco geografico ampio che va dall’Egeo orientale alla penisola iberica, e affrontano l’argomento da punti di vista differenti e talvolta divergenti, concentrandosi ora sull’aspetto teorico, ora su quello del linguaggio figurativo e della cultura materiale. Il libro di Thomas Brisart, elaborazione di una tesi di Dottorato, riguarda, come recita il titolo, la Grecia protoarcaica e più specificamente l’artigianato orientalizzante.

 

          Il volume, introdotto da una breve premessa nella quale vengono presentati i presupposti teorici  e metodologici al lavoro (Préambule), è costituito da tre parti contraddistinte da argomenti-chiave (Technê, Agôn, Polis) all’interno delle quali si snodano i diversi casi-studio esaminati dall’Autore. Chiudono il libro un paragrafo di conclusioni e una bibliografia selezionata (le opere citate una sola volta sono riportate per esteso nelle note). Il volume è corredato da poche immagini (solo 20) nel testo.

 

          Scopo dello studio –  precisato nelle pagine del preambolo (pp. 13-19) – è tracciare una “storia sociale” dell’arte orientalizzante greca, privilegiando una lettura contestuale di alcune categorie di oggetti che più di altre possano contribuire a mettere in evidenza lo stretto legame intercorrente tra  l’apparire dell’arte orientalizzante e l’emergere della città. Per fare ciò, l’A. intende, in primo luogo, riprendere le questioni inerenti la terminologia e la storia degli studi, nonché ripercorrere la storia dei contatti tra Grecia e Vicino Oriente dall’età del Bronzo all’età proto-arcaica, per giungere infine ad una definizione di arte orientalizzante. È questo l’argomento della prima parte del volume, Technê (pp. 23-83), in cui le interazioni tra le due aree sono riconsiderate più sinteticamente per l’epoca minoica e micenea, e più estesamente per la prima età del ferro, attraverso un rapido esame di due casi fondamentali per i contatti d’età protogeometrica e per l’individuazione di agenti veicolatori: gli orientalia di Lefkandi e la ceramica greca di Al Mina. Lo spaccato che l’A., seppure in via inevitabilmente sintetica, ricostituisce è indispensabile per introdurci all’età proto-arcaica (VII secolo),  all’interno di un quadro storico reso più articolato da una presenza orientale diversificata, dall’emergere delle città della Grecia dell’Est nella rete di traffici e contatti, dal consolidamento delle relazioni con l’Egitto che avranno come esito lo sviluppo dell’emporio internazionale di Naucrati. È questo il periodo contrassegnato – nella letteratura archeologica – dal termine “orientalizzante”. Utilizzato nella doppia valenza di sostantivo e aggettivo (e in questo caso in connessione a una serie di termini che ne sottolineano l’uso sovente generalizzante, quali “periodo”, “fenomeno”, “orizzonte”, “cultura”) il termine è stato discusso da Nicholas Purcell in un recente contributo [1]. L’A. si sofferma sul problema terminologico, riprendendo proprio il punto di vista di Purcell, il quale ha messo in evidenza come questa definizione indichi solo un aspetto del fenomeno e sia in quanto tale riduttiva, dal momento che attribuisce all’influsso orientale un ruolo attivo e relega le popolazioni “orientalizzate” a un ruolo meramente passivo, di pura ricezione. La definizione “fenomeno orientalizzante” non tiene conto della capacità di scelta, rielaborazione e reinterpretazione degli elementi orientali da parte delle popolazioni che integrano questi apporti nelle loro culture, e d’altra parte sottintende una sorta di polarità Oriente/Vicino Oriente – Grecia che probabilmente non era percepita dagli stessi Greci in maniera così netta prima delle guerre persiane. Emerge quindi, dai più recenti studi, la necessità di adottare una terminologia più adatta a indicare un grande fenomeno culturale che investe, pur con esiti diversificati, l’intero Mediterraneo. Permane invece, nella visione dell’A., la validità del termine “orientalizzante” in riferimento all’arte e all’artigianato, e in relazione a oggetti la cui tecnica e la cui iconografia si rifacciano dichiaratamente alla tradizione artigianale orientale o vicino-orientale, pur essendo decisamente greci. È questa la definizione di “oggetto orientalizzante” data dall’A.; all’interno di questa categoria rientrano le varie classi da egli scelte come casi-studio per condurre una lettura sociale dell’artigianato proto-arcaico (calderoni con protomi, parti d’armatura, ceramica dipinta, pithoi a rilievo, terrecotte ottenute a matrice, statuette e amuleti in faïence). Un ulteriore aspetto degli studi messo in discussione dall’A. è l’approccio al problema: generalmente orientato verso la ricerca storico-artistica, esso ha lasciato in secondo piano l’individuazione delle ragioni che condussero, sullo scorcio dell’VIII secolo, all’incremento degli apporti orientali nella cultura artistica greca e che egli lega strettamente all’emergere della città-stato. Da qui la necessità di inquadrare l’arte di questo periodo all’interno della società greca.

 

          Cogliere il significato sociale dell’arte “orientalizzante” implica in primo luogo comprendere il valore che i Greci davano a questi oggetti. Si tratta, indiscutibilmente di oggetti di lusso, particolarmente rappresentativi dello status del proprietario, dunque legati all’élite e al ruolo preminente da questa giocato all’interno della società. A questo riguardo, l’A. preferisce seguire la visione recentemente espressa da Duplouy [2] sulla natura della società proto-arcaica, non come espressione di un’opposizione tra élite e resto della popolazione, ma come una realtà più fluida, dove l’aristocrazia non è una classe “mais plutôt un ensemble de personnes dont le seul dénominateur commun serait la recherche et l’entretien assidus de prestige et de reconnaissance” (p. 95).  Tuttavia, ed è questo uno dei punti strutturali del lavoro di Brisart, non tutte le città della Grecia danno spazio in uguale misura alla ostentazione individuale e alla competizione sociale; esistono sistemi sociali più aperti (“agonistici”) e sistemi più rigidi con minore mobilità sociale, nei quali gli oggetti orientalizzanti hanno un ruolo diverso. Quest’aspetto è affrontato nella seconda e nella terza parte del volume, nelle quali vengono considerate a titolo esemplificativo  due aree geografiche distinte: la Grecia centrale (Agôn, pp. 87-201) e l’isola di Creta (Polis, pp. 205-314).

 

          L’esame delle dinamiche di competizione sociale tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C. e del ruolo svolto al loro interno dagli oggetti orientalizzanti viene condotto dall’A. attraverso l’analisi di alcuni contesti specifici della Grecia continentale che rientrano in quattro categorie: necropoli, santuari, banchetto e competizioni atletiche. Attraverso gli esempi selezionati è possibile leggere il passaggio delle offerte di prestigio dalla tomba al santuario nel momento di formazione della città (Argo), l’utilizzo della ceramica protoattica come status symbol legato a una particolare tipologia tombale (Opferrinnen) e a un repertorio formale connesso al banchetto, l’incremento nelle dimensioni e complessità dei calderoni in bronzo a protomi di grifone – oggetti di prestigio dalla indubbia carica simbolica – come indizio di competizione tra i donatori ad Olimpia, l’importanza della pratica del ’banchetto aristocratico’ come elemento di coesione della comunità, ma anche come momento di ostentazione di beni di lusso. L’attenzione al banchetto e alle competizioni atletiche come pratiche aristocratiche per eccellenza conduce l’A. ad affrontare inoltre la questione dell’utilizzo di olii profumati da parte degli uomini in contesti differenti da quelli sacrificali e funerari; strettamente connessi al Vicino Oriente, dove erano per la massima parte prodotti, gli olii profumati sono anch’essi da considerare beni di lusso. In relazione a queste pratiche e di conseguenza all’uso del vino e dell’olio, l’A. introduce il settore della ceramica fine dipinta, specificamente quella protocorinzia – la cui evidente orientalizzazione potrebbe essere letta proprio come “une volonté de renforcer le caractère oriental, et à ce titre ostentatoire, d’un certain nombre de pratique sociales” (p. 199) – , e alla quale è dedicato il paragrafo conclusivo di questa seconda parte (pp. 185-201).

 

          La terza parte del volume (Polis) è incentrata su Creta, area nella quale il sistema della città è già ben definito nel corso del VII secolo, come attestano l’epigrafia, le fonti letterarie e non ultima l’archeologia. Alcuni degli insediamenti fondati nell’epoca successiva al collasso della civiltà minoica continuano la loro esistenza attraverso la piena età del ferro sino al periodo arcaico (in alcuni casi anche oltre) e si sviluppano dal punto di vista urbanistico attraverso elementi connotanti la città: l’agorà, gli edifici pubblici, il tempio, le mura. Le iscrizioni da una parte attestano l’esistenza di comunità di cittadini già in età proto-arcaica (Dreros e Apollo Pizio a Gortina), dall’altro invece testimoniano della scarsa diffusione della scrittura a livello individuale, sia nell’ambito funerario e nelle dediche, sia nelle firme di artigiani (e a questo proposito vorrei aggiungere all’epoiesen da Kato Symi citato quale unico esempio dall’A. (p. 220) l’iscrizione del …kerameus sull’orlo di un pithos proto-arcaico da Priniàs recentemente pubblicato da G. Rizza [3]). Ciò che l’A. mette giustamente in rilievo per Creta, è che l’isola gioca quasi in anticipo sul resto della Grecia, con una fase di precoce orientalizzazione, ben evidente tra la fine del IX secolo e l’età geometrica in alcune specifiche produzioni quali la ceramica dipinta del PGB, la gioielleria e la toreutica, i cui prodotti sono certamente beni di prestigio utilizzati come strumenti di competizione sociale. Tuttavia, nel corso del VII secolo il quadro si modifica e l’individuo in quanto tale sembra giocare un ruolo secondario all’interno della ormai formata città cretese, dove invece sembra essere la comunità dei cittadini a emergere quale attore principale. Sono diverse le classi di materiale selezionate nel corso del VII secolo: la ceramica dipinta, i pithoi a rilievo, le armi, la scultura in pietra e le terrecotte a matrice. Attraverso l’analisi di queste produzioni, l’A. s’interroga sullo statuto sociale dell’arte orientalizzante a Creta. Per le prime tre classi, il riferimento scelto è Afrati dove, nel corso del VII secolo, la presenza di pithoi decorati e di armi nell’edificio recentemente interpretato da Didier Viviers [4] come andreion si lega ad un aumento di formal burials nella necropoli (accanto alle più antiche tholoi che continuano ad essere utilizzate) e consente di leggere l’emergere di un’ideologia comunitaria che unisce i cittadini della polis. Anche le iscrizioni sulle armi - che l’A. giustamente considera bottino di guerra -,per quanto individuali, vengono lette in relazione alla qualità di oplita del dedicante e dunque inserite in un quadro comunitario cittadino (per una discussione di interpretazioni diverse, cfr. p. 267-268.). Il caso probabilmente più evidente di “appropriation de l’art orientalisant par la cité” (per usare le parole dell’A., p. 293) è dato certamente dalla scultura in pietra “dedalica”, strettamente connessa alla costruzione degli edifici di culto cittadini, ossia alla strutturazione del culto poliadico, elemento che sancisce anche dal punto di vista architettonico e urbanistico – oltre che ideologico – la formazione della città. L’esame dei due casi cretesi più significativi, Gortina e Priniàs, mette l’A. di fronte alle difficoltà che questi edifici pongono dal punto di vista cronologico e interpretativo, e all’insufficienza delle diverse ipotesi ricostruttive sin qui proposte, talvolta fondate su ricomposizioni fatte a tavolino sulla base di dati parziali. Ciò è vero in particolar modo per il tempio A di Priniàs, per il quale è in corso – da parte di chi scrive – una completa revisione di tutta la documentazione e del materiale, alla luce di nuovi dati di scavo e del recente rinvenimento di alcuni frammenti di sculture.

 

          Là dove l’interpretazione non ci trova concordi è nell’ultima parte relativa a Creta, quella dedicata alle statuette in terracotta dal santuario di Gortina (p. 294 ss.). L’A. si domanda se le statuette femminili nude e vestite possano essere intese come doni votivi offerti alla divinità da uomini, in qualità di opliti e cittadini, sulla base di una “estensione” della lettura data dalla Marinatos della figura femminile frontale nel Vicino Oriente. Tuttavia, questa proposta – che non si basa su una rilettura complessiva (che ancora oggi manca) del sistema votivo del santuario gortinio – esclude la presenza femminile sulla base dell’assenza di figure di donne incinta e di donne con fuso, raffigurazioni tuttavia estremamente rare in ambito votivo, soprattutto in questo periodo. Non appare inoltre congruo il richiamo alla stele di donna con fuso da Priniàs che pertiene a un contesto funerario. Il fatto che manchino rappresentazioni di di donne incinta e di donne con fuso (che dovrebbero connotare la figura femminile nel suo ruolo di gynè, donna sposata e attiva all’interno dell’oikos) non significa che l’elemento femminile non sia presente, quanto piuttosto che il focus del sistema votivo verte su una fascia d’età dei dedicanti ben circoscritta, quella che va dalla pubertà all’ingresso nella compagine sociale che è rappresentato per gli uomini dall’acquisizione delle armi (in qualità di oplita) e per le donne dal matrimonio (così potrebbero essere lette, ad esempio, le figurine che si cingono il capo con la ghirlanda sulle placchette dal santuario). Come ci insegnano i grandi depositi votivi arcaici della Grecia e delle colonie greche d’Occidente, i santuari sono luoghi in cui vengono sanciti (agli occhi della divinità e della comunità che al culto prende parte) i momenti di passaggio d’età di entrambi i sessi: è il ricambio sociale, il rinnovamento del corpo dei cittadini che viene posto sotto la protezione della divinità poliadica, in altre parole la strutturazione stessa della società, in cui uomini e donne hanno il loro specifico ruolo. In questo senso, l’oggetto orientalizzante in questione non perde il suo statuto sociale, ma anzi trova esaltate le sue qualità.

 

          L’assunto che Brisart ci presenta all’inizio del volume è percorso con coerenza e consapevolezza lungo i vari capitoli, sino alle Conclusioni (pp. 315-327), dove egli ricompone la trama del discorso attenuando in parte – e con grande prudenza –  la contrapposizione tra le due aree geografiche da lui scelte e mettendo in rilievo alcuni elementi suscettibili di futuri approfondimenti nonché la necessità di ampliare l’analisi ad altre regioni del mondo greco. Il doppio ruolo giocato dall’arte orientalizzante, strumento di prestigio individuale all’interno di società “agonistiques” nella Grecia centrale ed elemento utile a rafforzare i legami civici e comunitari a Creta, quale risulta dall’approccio proposto all’argomento, è certamente uno spunto interessante per future ricerche ed approfondimenti.

 

          Resta da notare, in chiusura, una certa povertà nell’apparato iconografico del volume che si compone solo di 20 illustrazioni, a fronte delle numerose classi di materiale considerate nel testo. Nonostante questo minore rilievo – imputabile certamente a una scelta editoriale –, è indiscutibile che il largo ventaglio dei casi considerati, la profonda conoscenza dei vari argomenti, l’attenzione alle fonti letterarie e la non comune capacità di sintesi dell’A. accompagnata a uno stile fluido e scorrevole, rendono questo libro un importante contributo allo studio dell’arte e dell’artigianato della Grecia proto-arcaica.

 

 

Notes :

[1] N. Purcell, Orientalizing: Five Historical Questions, in C. Riva e N.C.Vella (ed.), Debating Orientalization. Multidisciplinary Approach to Change in the Ancient Mediterranean, Londra-Oakville 2006, 21-30.

[2] A. Dupouy, Le prestige des élites. Recherches sur les modes de reconnaisance sociale en Grèce entre les Xe et Ve siècles avant J.-C., Parigi, 2006.

[3] G. Rizza, Priniàs. La città arcaica sulla Patela. Scavi condotti negli anni 1969-2000, I-II, SMAG 8/2, Catania 2008, 92, NF 6, tav. XLII.

[4] D. Viviers, La cité de Dattalla et l’expansion territoriale de Liktos en Crète centrale, BCH 118, 1994, 229-259.