Capitelli, Giovanna: Mecenatismo pontificio e borbonico alla vigilia dell’Unità, 320 pp., 200 ill., ISBN 978-88-79931-48-4, 77 €
(Fondazione Roma/Viviani Editore, Roma 2011)

 
Compte rendu par Giulia Savio, Università degli Studi di Genova
(giulia.savio@unige.it)

 
Nombre de mots : 777 mots
Publié en ligne le 2012-03-14
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Tutta questa produzione artistica merita di cadere nell’oblio perpetuo soltanto perché promossa dai sovrani più apertamente ostili al processo unitario (p.5)? Con queste parole E.F.M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma, ente che ha finanziato la pubblicazione del testo, sintetizza splendidamente le motivazioni che hanno spinto alla realizzazione di questo studio approfondito.

 

          Di fatto, raramente un volume di storia dell’arte, quasi una strenna, può definirsi perfetto, in questo caso G. Capitelli rasenta quasi l’obbiettivo. Nato sul finire delle celebrazioni per il cento cinquantenario dell’Unità d’Italia, il monumentale volume relativo alla promozione delle arti nello Stato Pontificio nel Regno e nelle Due Sicilie nel periodo compreso fra il 1848 e il 1860, si presenta, al lettore esperto così come al semplice curioso, come una ricapitolativa analisi del fenomeno “mecenatismo” che si modificò ed evolse nella stagione risorgimentale. Arricchito da un apparato iconografico di tutto rispetto, il testo si apre con una utile ed esaustiva introduzione metodologica e storica indispensabile, - e qui emerge la valenza didattica del volume e della docente autrice- alla comprensione del ruolo assunto dalla corte partenopea e alle esigenze di gusto che quest’ultima imponeva sul territorio. Tale saggio viene integrato da una ricca minuziosa interpretazione di dati scientifici emersi dallo studio, ormai imprescindibile per questo specifico periodo storico, della pubblicistica locale e nazionale (si vedano i riferimenti al giornale illustrati “L’Esposizione Romana delle opere di ogni arte eseguite pel culto cattolico”, p. 100-101)  nonché dalle indagini archivistiche che forniscono alla studiosa nuove e interessanti aperture conoscitive relative soprattutto ai personaggi che gravitarono intorno alle corti (consiglieri, itermediari…). A questo proposito è di notevole interesse il paragrafo riguardante la figura di Tommaso Minardi (p.36), notissimo pittore della roma Ottocentesca, autore, fra i molti,  del dipinto monocromo raffigurante i Profeti nella sala di Augusto (Galleria di Alessandro VII Chigi) ma in questo caso, consigliere di Pio IX e componente della Commissione d’artisti estranei all’Amministrazione Pontificia, ente, assai  poco noto, creatosi allo scopo di facilitare con aiuti e consigli il compito del Maggiordomato per la decorazione dei Palazzi Vaticani e del Quirinale (p.16).

 

          In generale l’autrice si sofferma su un mecenatismo talvolta ignorato per ragioni storiografiche ma che vide contrapporsi sempre più aspramente una committenza nazionale a una religioso-pontificia.

Roma e Napoli a confronto, dunque, in un ambito che partendo da basi storico-politiche contrapposte vedono nel mecenatismo artistico un filo conduttore di indagine. Vengono presi in considerazione il Regno delle Due Sicilie sotto i governi di Ferdinando II e Francesco II di Borbone, e quello pomtificio di Pio IX. Due realtà politiche disuguali, travolte entrambe dall’unità italiana, che, talvolta inconsciamente, si influenzeranno a vicenda.

 

          Due filoni separati e allo stesso tempo così uniti resi ancor più chiari dalla suddivisione interna dei capitoli, il primo dedicato allo Stato Pontificio, il secondo al Regno delle Due Sicilie, quest’ultimo arricchito da un saggio originale della giovane Ilaria Sgarbozza (Ferdinando II e la promozione delle arti a Napoli); il tutto corredano da una funzionale mappa del mecenatismo di Pio IX, a cura di Maria Saveria Ruga, e da un regesto archivistico sulla promozione artistico-culturale borbonica, curato da Alba Irollo (p. 285), da una ricca bibliografia e un indice ragionato prezioso per facilitare le ricerche.

 

          G. Capitelli, docente di storia dell’arte moderna presso l’Università della Calabria (Arcavacata di Rende, Cosenza), configura, pertanto, attraverso gli occhi dello storico dell’arte e dello studioso di collezionismo, uno strumento utile e scientifico che permette la comprensione di un periodo storico così difficile. Interessantissimo e fortemente innovativo il capitolo relativo alle esportazioni di opere d’arte che abbraccia un’area logistica ampissima che si estende addirittura al Nuovo Mondo (capitolo terzo: Le esportazioni di opere d’arte. Dalla Città Eterna al Nuovo Mondo), con un occhio di riguardo sia a Malta (in parte ambito già studiato, in alcune tesi di laurea, dagli allievi di Mario Buhagiar e Keith Sciberras), sia, ad aree geografiche meno note quali il Cile (sorprendente la quantità di opere rese al lettore, opere non solo promosse ma finanche benedette personalmente dal Pontefice prima del loro invio),  la  Croazia, Israele, Guadalupe e l’Argentina. Quest’ultimo argomento oggetto, altresì, del recente convegno svoltosi alla British School at Rome («Roma fuori di Roma: L’esportazione dell’arte moderna da Pio VI all’Unità: 1775-1870»), organizzato da Liliana Barroero, dalla stessa Giovanna Capitelli e Fernando Mazzocca.

 

          In ultima analisi,  tale volume non può che definirsi un caposaldo della storia dell’arte. Unico difetto se così si può definire, motivato da comprensibili ragioni editoriali, il costo proibitivo per la maggior parte degli studenti, per il quale potrebbe divenire utile strumento di comprensione di un periodo storico ancora così nebuloso e difficile da assimilare.