Ranc, Didier - Vaginay, Denis : Eugène Brouillard. Dialogues avec la modernité 1870-1950, 176 pages, 150 illustrations n.b. et coul., 24 x 30 cm, ISBN : 978-2-917659-19-9, 32,00 euros
(Éditions Libel, Lyon 2011)
 
Compte rendu par Simona Bernardello, Università degli studi di Genova
(zimo2003@libero.it)

 
Nombre de mots : 1428 mots
Publié en ligne le 2012-05-15
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1602
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          La recente pubblicazione del volume Eugène Brouillard. Dialogues avec la modernité 1870-1950, a cura di Didier Ranc e Denis Vaginay, edito da Libel, vuole analizzare l’opera e la figura del pittore lionese a torto dimenticato dalla critica. Nella presentazione viene sottolineata la rarità delle fonti biografiche relative all’artista, presentando due titoli come riferimenti di particolare importanza: il primo, La peinture lyonnaise et Eugène Brouillard, del 1939, scritto da Edouard Michel ed illustrato dal pittore stesso; il secondo, Eugène Brouillard, peintre lyonnais (1870-1950), un testo non pubblicato e ritrovato fortunosamente in forma dattiloscritta, redatto nel 1950, qualche mese dopo la morte di Brouillard, ad opera del reverendo Labouré coadiuvato dalla moglie dell’artista. Il testo di Ranc e Vaginay è articolato in diverse sezioni, che mirano a donare una chiara visione della produzione del pittore senza ingabbiarla in periodizzazioni. Nonostante si sia cercato di scandirne l’opera in momenti distinti, Brouillard può essere definito come un pittore della “variazione”, mosso da una volontà di rinnovamento continuo che tuttavia gli ha consentito di rimanere sempre fedele ai suoi temi e al suo stile.

 

          La prima sezione “Brouillard, l’homme promoteur” ne presenta la personalità sotto diversi aspetti. I suoi genitori, di origini nordiche, si spostarono a Lione a seguito della delocalizzazione della fabbrica Dognin et Isaac per cui lavoravano, andando a vivere alla Croix-Rousse, identificato da sempre come il quartiere operaio della città, legato alla manifattura tessile, in particolar modo a quella della seta. Nonostante si affermasse lionese, il pittore fu sempre fiero delle sue origini nordiche: la storia dei pittori fiamminghi lo portò a interessarsi al tema del paesaggio. Aspetto chiave per l’artista fu l’importanza che diede alla propria indipendenza: con una formazione pressoché del tutto da autodidatta, Brouillard non volle mai dipendere da nessuno, né intellettualmente, né finanziariamente. Scettico sulla possibilità di vivere esclusivamente grazie alla pittura, e per non dover piegare la sua creatività a esigenze di gusto o di mercato, mantenne sempre il lavoro di disegnatore di modelli per il merletto (iniziato alla giovane età di quattordici anni), in maniera tale da mantenere quell’autonomia finanziaria che significò per lui anche libertà creativa. Forse questo aspetto può aiutare a comprendere la sua decisione di rimanere a Lione, nonostante l’artista sapesse che, per assicurarsi la notorietà, fosse necessario spostarsi a Parigi. Fece un tentativo di trasferirsi, tra il 1913 ed il 1914, ma la capitale non sembrava fatta per lui: non voleva affidare le sue opere a un gallerista, non tanto per mancanza di fiducia ma piuttosto per la dipendenza che questa scelta avrebbe determinato in seguito.

 

          Le due sezioni successive descrivono la definizione dello stile dell’artista, e sono le uniche per cui viene data una scansione temporale. Ne “Il percorso di un autodidatta 1890-1902”, si descrive la formazione: apprese il disegno seguendo corsi serali e diventando disegnatore di professione. Per nutrire la sua vena artistica frequentò i corsi presso la Scuola d’Insegnamento Professionale tenuti da Cabane, ma le direttive del maestro, se accettate per l’arte applicata, gli risultarono insopportabili costrizioni alla sua creatività. La pittura fu per lui distrazione e possibilità di esprimersi liberamente, al di là di critiche o consigli, per quanto autorevoli. Notevole fu, per il giovane Brouillard, l’influenza di alcuni grandi maestri. Il primo, colui che gli fece scoprire la sua vocazione alla pittura fu Hilaire Louis Carrand: la sua produzione venne vista in un’esposizione e verrà in seguito sistematicamente copiata per apprendere al meglio la tecnica della pittura a olio. Di Corot ammirò l’originalità dello sguardo sul paesaggio, da lui “sintetizzato, composto” e non solamente descritto (p. 24); da Puvis de Chavannes Brouillard prese la consapevolezza che la pittura è una rappresentazione mentale del mondo, e non semplice riproduzione del dato naturale. Altre influenze vennero da Millet, per la purezza della costruzione mentre da Rousseau fu mutuata la passione per la descrizione degli alberi. L’esperienza simbolista e Nabis furono mediate da Henri Rivière, virtuoso della tecnica della xilografia e ispirato dalle stampe giapponesi e dall’Oriente per tecnica e colore. In questo periodo Brouillard dipinse poco e disegnò molto, impegnato a copiare le opere di questi maestri a lui congeniali per migliorare la propria perizia tecnica.

 

          Nella terza sezione, “I grandi dialoghi 1904-1908”, viene descritta la progressiva definizione dello stile dell’artista. Il 1904 fu un anno cruciale per la città di Lione e per i suoi artisti:  venne inaugurato il Palais municipal du quai de Bondy, dedicato ai Salon, alle arti e dotato anche di una sala da concerto. La municipalità lionese permise l’organizzazione di esposizioni retrospettive degli artisti locali non più viventi: fu proprio allora che Brouillard scoprì le opere di François Vernay e François-Auguste Ravier, che lo sconvolgeranno e aiuteranno la caratterizzazione del suo stile. Dal primo Brouillard mutuò l’attenzione per la composizione, semplice ed organizzata; dal secondo la consapevolezza che col solo colore si può esprimere tutto. In questi anni l’attenzione fu rivolta anche alla produzione dei Fauves e al Pointillisme di Signac. Il continuo “dialogare” di Brouillard con queste numerose influenze differenti definì il suo stile, teso a coniugare l’attrazione per la composizione all’esuberanza coloristica.

 

          Dalla quarta sezione non abbiamo riferimenti cronologici ma l’opera dell’artista è indagata a livello tematico: sono affrontati aspetti che attraversano tutta la sua produzione e analizzate opere anche distanti cronologicamente. In “La tecnica, uno stile, delle variazioni” è sottolineata la capacità di Brouillard di utilizzare strumenti differenti, anche all’interno di uno stesso quadro. La sua pittura fu attraversata da  coppie di opposti più o meno visibili, per esempio tormento e quiete. Nonostante l’artista cercasse di donare una visione tranquilla del mondo, il suo animo fu e restò sempre inquieto, forse a causa di alcune esperienze dolorose che egli dovette affrontare: una coxalgia dell’anca contratta all’età di quattro anni che lo lasciò zoppicante e sofferente, la necessità di doversi guadagnare da vivere molto giovane, la morte prematura dell’amico e socio d’affari Joseph Bruiset, poco dopo l’apertura di un cabinet di disegno e modellazione del merletto lionese.

 

          Nella quinta sezione, intitolata “La variazione e la continuità espressionista”, viene ribadita l’impossibilità di periodizzare in maniera precisa l’opera di Brouillard, contraddistinta da un’evoluzione e un perfezionamento continui. Difficile è anche definire la sua maniera di dipingere, sebbene Gérald Schurr sia riuscito a darci una spiegazione quantomeno soddisfacente: “Eugène Brouillard adopte dans ses paysages du Lyonnais une technique personnelle, assez voisine du pointillisme: il indique plans et volumes par de larges touches posées avec régularité, d’où une certaine impression de papillotement que le spectateur corrige en s’éloignant de la toile” (p. 64).

 

          La sesta sezione, “Il pittore che fa vivere gli alberi”, espone il tema più caro a Brouillard, quello della descrizione degli alberi, accostati nelle sue opere a un cielo tormentato, a uno specchio d’acqua di cui il pittore studia i riflessi, al sole col suo baluginio.

 

          Nella settima sezione, “Le inflessioni”, sono descritti i cambiamenti che Brouillard apporta alle sua opera: sono cambiamenti che intervengono in maniera stabile e rilevante nella sua produzione senza tuttavia alterarne lo stile o la tendenza alla continua variazione. Si tratta per la maggior parte di aggiunte, di novità tecniche o stilistiche. Per esempio l’artista fu influenzato dai suoi viaggi: prima nel Mediterraneo (1910), in seguito in Bretagna (fra il 1911 e 1912) e infine a Venezia (1914).

 

          La sezione seguente, “Le tele manifesto”, ricorda le opere che si distaccano dalla sua usuale produzione, rispettandone tuttavia l’intima coerenza. Fra il 1925 ed il 1935 abbiamo ad esempio una serie significativa di “visioni urbane”, tema precedentemente già trattato (Démolitions, 1913, p. 122-123) e ripreso fortemente in questi anni: la città stava allora notevolmente cambiando a causa delle demolizioni volute per rendere Lione maggiormente moderna e funzionale.

 

          L’ultima sezione, “Le produzione annesse”, tratta degli altri soggetti affrontati da Brouillard, nei quali ritroviamo la stessa sperimentazione tecnica e stilistica che l’artista riservò al tema del paesaggio: la ritrattistica, ad esempio, influenzata dalla tradizione dei fiamminghi e dei primitivi italiani.

          Completano l’opera un’accurata cronologia e i ringraziamenti, dove si apprende che, grazie al partenariato attivo della città di Lione, i locali della municipalità della terza circoscrizione amministrativa hanno ospitato un’esposizione, il palazzo Bondy ha presentato una retrospettiva ed è stata inaugurata la sala Eugène Brouillard dopo il restauro (l’artista vi dipinse, fra il 1920 ed il 1922, una decorazione muraria dal titolo Lyon, cité des eaux, pp. 126-127). Il volume ha un’impostazione particolare, che rispecchia la volontà degli autori di illustrare al meglio le peculiarità dell’opera dell’artista. La decisione di utilizzare dapprima una scansione cronologica e in seguito tematica può generare un po’ di confusione nell’utente e alcune ripetizioni concettuali, attraverso le singole sezioni, appesantiscono a tratti il godimento del testo. Tuttavia, la prosecuzione della lettura rivela che tale scelta è sicuramente la più felice per comprendere al meglio la produzione di questo “pittore della variazione” aperto a innumerevoli influenze, sperimentatore a livello tecnico-stilistico e eppure sempre coerente. Immagini e analisi delle opere sono state inserite all’interno di ogni sezione, evitando la separazione troppo netta dal testo che avrebbe comportato la redazione di apposite schede separate; benché in questa maniera le opere vengano presentate senza una sequenza cronologica questa appare comunque la scelta più adatta per donare un’immediata corrispondenza visiva alla tematica affrontata di volta in volta. Perfettamente riuscita la veste grafica, molto piacevole e curata nei dettagli.