Intrieri, Maria - Ribichini, Sergio (a cura di): Fenici e Italici, Cartagine e la Magna Grecia. Popoli a contatto, culture a confronto. Atti del Convegno internazionale (Cosenza, 27-28 maggio 2008). Rivista di Studi Fenici XXXVI 2008 and XXXVII 2009. 2 vol, cm 20 x 28, pages: 259+242, ISBN: 978-88-6227-446-3, ISSN: 0390-3877, € 590,00
(Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma 2011)
 
Compte rendu par Paolo Daniele Scirpo, Università Nazionale Kapodistriana di Atene
(pascirpo@arch.uoa.gr)

 
Nombre de mots : 1813 mots
Publié en ligne le 2012-07-30
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Escono inseriti nella serie regolare della Rivista di Studi Fenici (RStFen) gli Atti del Convegno Internazionale, svoltosi il 27 e 28 maggio 2008, presso l’Aula Magna dell’Università della Calabria (UNICAL) e promosso dall’Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico (ISCIMA), in collaborazione con il Dipartimento di Storia dell’Università della Calabria (Cosenza).

 

          L’asse portante del dibattito s’è incentrato sull’interazione e il confronto culturale tra popoli orientali e italici sul territorio calabrese sul piano della storia politica e militare, la circolazione delle genti, dei beni e delle idee, la presenza fenicia, la colonizzazione greca e quella romana, gli scambi commerciali, la numismatica e l’artigianato.

 

          Nella seguente rassegna dei contributi si porrà in evidenza per ovvi motivi di brevità il carattere “italocentrico” dei risultati proposti.

 

Volume I

 

          Nella loro breve Presentazione (pp. 13-15) i due curatori espongono le ragioni del progetto interdisciplinare di ricerca (fisiologica conseguenza della convergenza dei ricercatori delle istituzioni coinvolte) che è culminato con il convegno dove in uno spazio di approfondimento delle conoscenze attuali sull’argomento, un vero e proprio forum, si è tentato anche di dar spazio alle giovani leve della ricerca scientifica.

 

          Nato come Prolusione, il contributo del prof. Mohamed Hassine Fantar (titolare a Tunisi della Cattedra del Presidente Ben Ali per il Dialogo tra le Civiltà e le Religioni) analizza gli avvenimenti e le conseguenze della presenza fenicia e della fondazione di Cartagine nel Mediterraneo occidentale (pp. 21-27).

 

          Giovanna De Sensi Sestito, Cartagine e la Magna Grecia in età dionisiaca. Il ruolo di Ipponio (pp. 29-50).

 

          Durante gli anni successivi alla sua rinascita per mano dei Cartaginesi, Ipponio, sottoscritta un’alleanza (philia) e delle intese commerciali (emporia) con i Punici, avrebbe emesso una serie monetale in bronzo con testa di Hermes col petaso, simbolo e garante degli accordi siglati. Il ruolo della piccola polis, dotata di un buon porto naturale, fu quello di mercato di rifornimento vinario. A guadagnare di più dalle relazione fra Cartagine e la Lega Italiota furono invece i Brettii che nel giro di pochi anni, s’impadronirono di Terina e di Ipponio stessa (347/6 a.C.) e si sostituirono agli Italioti nelle relazioni commerciali con i Punici.

 

          Annunziata Rositani ritiene affatto leggendari i viaggi compiuti da Pitagora in Oriente (pp. 51-72), forte del fatto che già nella civiltà mesopotamica (paleo-babilonese in particolare) fossero noti non solo il suo Teorema e le Terne ma anche le scale musicali, come testimoniano alcune tavolette incise in cuneiforme.

 

          Giuseppe Squillace è propenso ad attribuire a Giamblico (Vita Pyth. II, 5 - III, 17) la strumentalizzazione a fini di prestigio personale e per creare un antagonista pagano che potesse fare da contraltare alla figura di Cristo, della notizia di un’origine fenicia di Pitagora, appresa dal filo accademico Neante di Cizico (FrGHist 84 F 29) vissuto intorno alla fine del IV secolo a.C. (pp. 73-80).

 

          Nella sua attenta disamina degli Orientalia rinvenuti a Francavilla Marittima, Rossella Pace ne mette in evidenza la varietà ed il lungo arco di tempo (dalla prima metà dell’VIII fino al VI secolo a.C.) che essi coprono, nonché la loro appartenenza alla sfera femminile, dove venivano usati nell’ambito della protezione della maternità e della prima infanzia (pp. 81-108).

 

          Sulla base di elementi di tradizione egizia nella documentazione di Locri, Giuseppina Capriotti-Vittozzi intravede una frequentazione da parte di genti orientali dei santuari locresi. I contatti inoltre, avvenuti in ambiente insulare (Rodi e Cipro) dove la compresenza di Greci e Fenici è attestata, avrebbero trasmesso in Magna Grecia iconografie afferenti al ciclo della rigenerazione di stampo egizio (pp. 109-128).

 

          Con i ritrovamenti di oggetti fenici nei contesti indigeni durante la prima metà dell’VIII secolo a.C. e l’improvvisa comparsa del tornio veloce alla metà dello stesso secolo, l’equipe internazionale composta da Jan Kindberg Jacosen, Maria D’Andrea e Gloria Paola Mittica vuole ricollegare una frequentazione fenicia ed euboica durante la prima Età del Ferro nella Sibaritide. L’analisi archeometrica di alcune ceramiche di tipo enotrio-euboico, rinvenute sul Timpone della Motta, ha mostrato al momento un’incompatibilità della argilla con i 16 campioni prelevati da zone argillose del Pliocene e Miocene (pp. 129-148).

 

          Giovanni Di Stefano si interroga sulla presenza degli Eubei a Cartagine. La scoperta fatta da Cintas nei suoi scavi (1944-1947) nel tofet di due depositi di fondazione databili alla metà dell’VIII secolo a.C. che hanno restituito ceramica euboica, costituirebbero a detta dell’A. gli indicatori archeologici di una presenza greca, nella fattispecie una koiné beotica, euboica, cicladica e corinzia che renderebbe l’immagine di Cartagine tardo-geometrica come quella di un emporio internazionale e cosmopolita (pp. 149-156).

 

          Le più antiche presenze fenicie nell’Italia meridionale si possono collegare a detta di Massimo Botto, nel pieno IX secolo a.C., al commercio cipriota. I mercanti fenici ebbero poi un ruolo di primo piano accanto agli Euboici, come testimoniano le tracce lasciate nei siti della Campania e della Calabria, per i secoli seguenti fino all’assoggettamento della Fenicia all’impero assiro di Assurbanibal (669-627 a.C.) e alla supremazia ellenica nel bacino del Tirreno meridionale (pp. 157-180).

 

          Paolo Carafa s’interroga sulla presenza dei Fenici a Pitecusa, facendo leva sulle controverse iscrizioni semitiche rinvenute su alcuni corredi di tombe nella necropoli di San Montano. Dopo aver brevemente fatto cenno alle due teorie proposte, lungi dall’escluderla del tutto, l’A. distinguendo due aree funerarie (A e B) caratterizzate da diversi processi di sviluppo, concorda con l’idea che il primo stanziamento sull’isola fosse una struttura aristocratico-gentilizia di tipo urbano (pp. 181-204).

 

          Dopo aver preso in esame i ritrovamenti di anfore fenicie e puniche in Calabria e Lucania, Marianna Castiglione ed Ida Oggiano rimangono ancora dubbiose sull’esatta ricostruzione della circolazione di materiale punico nell’area in questione (pp. 205-232).

 

          Nella sua disamina sulla circolazione di ceramiche fini e di anfore tra i centri italici del Tirreno calabrese e la Sicilia punica tra il IV e III secolo a.C., Fabrizio Mollo prova a collegare la rete delle rotte commerciali a quella degli atelier produttivi (pp. 233-246).

 

          Le recenti indagini condotte da Roberto Spadea con la collaborazione di Stefania Mancuso sul frammento di abitato in località Iardini di Renda, dove si è trovata finalmente l’ubicazione di Terina, grazie anche all’apporto dei dati numismatici che mostrano un forte interesse per l’area da parte di Siracusa e Cartagine nel III secolo a.C., permettono di abbozzare una mappa delle rotte commerciali nell’istmo lametino (pp. 247-259).

 

 

Volume II

 

          La presenza di moneta punica nell’area calabra lascia supporre a Lorenza Ilia Manfredi che vi fosse anche prima di Annibale, una rete di commerci con le colonie puniche di Sicilia. Tra le mosse strategiche riuscite ci fu l’utilizzo della monetazione come strumento di propaganda politica nei riguardi delle popolazioni italiche che infatti disertarono Roma (pp. 17-34).

 

          Fra gli spunti e i modi della propaganda annibalica nelle monetazioni della II guerra punica, Benedetto Carroccio inserisce soprattutto l’intento di marcare la coalizione anti-romana come “ellenistica”, con l’adozione di tipi greci per le varie emissioni locali anche riferibili alle popolazioni italiche (pp. 35-52).

 

          Nelle pagine dedicate al conflitto dai due storici, Polibio e Livio, si possono evidenziare le diversità di vedute sull’atteggiamento di Annibale nei riguardi dei Greci d’Occidente. Postosi a paladino dell’Ellenismo, non senza il beneplacito di Filippo V di Macedonia, il condottiero punico volle rifarsi alla figura carismatica di Pirro, nel tentativo di raccogliere attorno a sé tutto il malcontento degli Italici e delle poleis magnogreche. Lungi dal mostrarlo come difensore dell’autonomia e della libertà ellenica, lo storico patavino gli attribuì solo la buona sorte di una serie di favorevoli contingenze grazie alla quali poté trovare alleati nella penisola. Secondo Maria Intrieri, il sottile gioco di alleanze tessuto dal Barcide con le poleis sebbene gli avesse assicurato la simpatia di molte pedine importanti dello scacchiere italico, non fu alla fine affatto funzionale al suo scopo ultimo di rendere Cartagine, la vera ed unica garante della pax nel Mediterraneo occidentale (pp. 53-82).

 

          Nella ricerca di Gian Piero Givigliano si tenta di cogliere l’inizio e le dinamiche di una difficile convivenza fra Bruttii e Romani nel corso del convulso periodo fra la spedizione di Pirro e quella di Annibale (pp. 83-110).

 

          Fra i motivi della colonizzazione romana in Magna Grecia agli inizi del II secolo a.C., Alessandro Cristofori esclude quella della difesa della penisola italica dalle paventate future invasioni di Filippo V e Antioco III, sottolineando al contrario la funzione di controllo diretto del territorio bruttio, ancora potenzialmente ostile a Roma (pp. 111-138).

 

          Frutto del genio poetico e cauterizzante di Ovidio sarebbe secondo Emanuela Calcaterra e Sergio Ribichini, l’accostamento fra la dea italica Anna Perenna (il cui culto d’origine straniera fu tollerato e celebrato a Roma in ambito extraurbano) e l’omonima sorella della fenicia Didone, il cui triste esilio ebbe miticamente fine sulle rive di fiumi italici (pp. 139-154).

 

          Luciana De Rose conduce il lettore in un viaggio millenario nel bacino del Mediterraneo, illustrando attraverso l’uso attento delle fonti letterarie antiche le tecniche di pesca tra Magna Grecia e Cartagine (pp. 155-178).

 

          Se il tragitto compiuto da Cadmo alla ricerca della sorella possa essere servito per delimitare i territori del continente europeo da contrapporre a quello natio d’Asia, come sostiene Ida Infusino, i successivi viaggi dei suoi figli (Minosse, Radamante e Sarpedone) indicherebbero, a detta di Francesco Grano, ancora una volta la rotta seguita dai mercanti cretesi (Micenei) e Fenici verso l’Occidente (pp. 179-190).

 

          Analizzando il passo di Polibio (VII, 9, 1-3), Carla Elisa Ilia Sollazzo fa qualche considerazione sulle divinità nel “giuramento di Annibale” la cui mancanza di senso religioso tanto veementemente sottolineata dalle fonti antiche dovrebbe invece essere ridimensionata (pp. 191-198).

 

          Nella loro indagine ancora in fieri, Paolo Brocato e Francesca Caruso pongono l’attenzione sugli elementi dell’ideologia religiosa delle necropoli dell’Età del Ferro in Calabria e sui derivanti da essi, contatti con l’Oriente (pp. 199-212).

 

          Parte integrante di un progetto relativo al linguaggio figurativo di età orientalizzante in Etruria, il contributo di Paolo Brocato e Carlo Regoli sulle iconografie orientali nei calici a sostegni in bucchero etruschi tenta di rispondere ai quesiti sul rapporto fra la funzione del vaso stesso e la sua decorazione e sul rapporto di questa produzione ceramica con altre aventi iconografie simili o analoghe. Dall’analisi della tipologia e dei motivi (antropomorfi, fitomorfi e zoomorfi), si deduce che il vaso potrebbe aver avuto una funzione rituale legata al culto della dea Turan anche se non si esclude una sua più generica funzione funebre (pp. 213-230).

 

          Attraverso la rilettura attenta dei cinque (non tre) trattati siglati fra Roma e Cartagine in un lungo arco cronologico (VI-III secolo a.C.), Francesco Scornaienchi prova a smentire Polibio sull’inesistenza del c.d. “trattato di Filino”, datato al 264 a.C. dove le parti si impegnavano a rispettare le reciproche aree di influenza (l’Italia e la Sicilia). Da ciò ne consegue la questione della responsabilità punica dello scoppio del conflitto (pp. 231-241).

 

          Il lieve (rispetto a quello di molti altri Convegni di carattere archeologico) ritardo di tre anni nella pubblicazione è in parte mitigato dal sufficiente spettro di vedute presentate. Oltre all’immancabile presenza di ricercatori del ISCIMA-CNR, infatti, s’è vista la partecipazione di importanti studiosi italiani e stranieri, provenienti da Istituzioni dei paesi del bacino occidentale del Mediterraneo (Spagna, Tunisia).

 

          A nostro avviso, la mancanza di estratti in una qualsivoglia lingua straniera, il ridotto apparato iconografico (tutto in bianco e nero) e inoltre, la pur pregevole veste tipografica dei volumi non giustificano purtroppo il prezzo di copertina vergognosamente alto che annulla di fatto la possibilità per la diffusione di contributi scientifici di prim’ordine, rendendo il Convegno di Cosenza un’occasione “editorialmente” mancata di contatto e confronto.