Arce, Javier - Goffaux, Bertrand (dir.): Horrea d’Hispanie et de la Méditerranée romaine, 366 p., 130 ill., 17 x 24 cm, ISBN : 978-84-96820-62-3, 39 €
(Casa de Velázquez 2011)
 
Compte rendu par Maurizio Buora, Società friulana di archeologia
(mbuora@libero.it)

 
Nombre de mots : 2786 mots
Publié en ligne le 2012-08-20
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume è diviso in quattro parti dedicate rispettivamente ai magazzini, alla distribuzione e alla redistribuzione (I), ad  esempi di horrea del Mediterraneo romano (II), agli horrea, porti e territori nell’Hispania romana (III) e agli  horrea ispanici nell’impero tardoantico (IV). Precedono  due studi introduttivi e chiude una conclusione. Tutto deriva da un programma di ricerca franco-spagnolo-italiano avviato con due tavole rotonde all’università di Lille nel 2007 e nel 2008 e  un colloquio alla Casa de Velázquez nel 2009. Nel ricco volume alcuni testi danno notizia di scavi recenti, mentre altri affrontano in diverso modo la tematica, riesaminando testi noti da tempo (es. Goffaux) o problemi di carattere generale. Gli scavi recenti, che si sono intensificati ovunque, hanno interessato anche  aree portuali e i relativi spazi destinati ai magazzini, che oggi possono essere intesi diacronicamente in maniera più articolata.

 

          Catherine Virlouvet auspica una classificazione  degli horrea non solo  planimetrica (che  può trarre in inganno), ma funzionale ovvero tenga conto delle differenti funzioni dello stoccaggio (es. conservazione, trasformazione, vendita all’ingrosso), delle attività collaterali, come l’esercizio del credito e tutte le operazioni connesse alla gestione /locazione/credito legate all’immobile. L’articolo tocca una problematica molto ampia che include  i rapporti tra ampiezza e proprietà dei magazzini (statale? Di privati?), gli investimenti di singoli o di città etc.

 

          Marie-Brigitte Carre  si sofferma sui magazzini in rete in Africa, in Asia Minore e ai margini dell’Italia, utilizzati per rifornire Roma e soprattutto le truppe di stanza ai confini. Collocati lungo le principali vie di transito (terrestri, fluviali etc.),  vanno rimpicciolendosi quanto più ci si allontana dal mare; per la loro importanza furono in seguito fortificati o   collocati all’interno di città e di aree fortificate.

 

          Christian Rico, in uno studio molto ricco e ben documentato, dall’analisi delle vie di traffico postula  l’esistenza di horrea per metalli.  La loro esportazione via mare   è oggi meglio nota.  Il piombo  dai due principali distretti piombiferi della Spagna (Sierra Morena e Cartagena) era trasportato nel tardo periodo repubblicano e  nel primo periodo imperiale in lingotti pesanti fino a 60 kg, con  marchi di uno o più mercanti e del navicularius. Quando i nomi dei mercanti sono due è facile pensare alla necessità di uno stoccaggio – forse di breve durata – presso il porto d’imbarco. In base ai marchi  su lingotti nei relitti, Rico – riallacciandosi  agli studi di Claude Domergue – ritiene probabile  l’esistenza di  magazzini a Hispalis (= Sevilla) ove dovevano essere raccolte  ingenti quantità di metalli,  olio, forse  cereali etc. Il significativo numero di relitti con barre di ferro, per lo più bollate, al largo della Camargue ha fatto pensare al naufragio di imbarcazioni  in procinto di scaricare le barre su imbarcazioni più piccole destinate a risalire il piccolo Rodano fino ad Arles, con carico dai distretti minerari della Gallia meridionale, immagazzinato a Narbo Martius. Lingotti di stagno sono mescolati a merci di  provenienza spagnola in altri relitti. L’A. infine non esclude che le diverse aree di produzione (tra cui la Bretagna) potessero avere lingotti di forma diversa.

 

        I saggi che presentano nuove scoperte nei porti e nei magazzini annessi (Roma, Caesaraugusta, Hispalis, Tarracona, Valentia, Carthago nova) presentano una evoluzione spesso parallela dal periodo tardorepubblicano a quello bassoimperiale. I centri di raccolta e di ridistribuzione – salvo Roma – si alimentano prima dal territorium (per prodotti  agricoli e minerari), quindi si riorganizzano a partire dall’età augustea e soprattutto nel II secolo,  infine nel IV e V secolo assumono funzioni diverse. In quest’ottica si vedono progressivamente ampliarsi e “monumentalizzarsi” anche gli spazi di conservazione e talora l’elevarsi della sponda prima di trasformarsi  alla fine del ciclo modificarsi e venire  abbandonati.

 

          Il Testaccio sintetizza l’espansione urbana di Roma e dei suoi commerci, dall’iniziale II sec. a. C. in poi. L’articolo di Sebastiani e Serlorenzi riferisce  sugli  scavi di una zona di horrea. Essi, condotti nel 2005 per circa un ettaro, hanno dato moltissime informazioni. Tra fine repubblica e prima età imperiale sembra che nell’area si siano disposti recinti a cielo aperto e tettoie con muri fatti di anfore di tipo Dressel 6 A, nordadriatiche (ben 368!!). Assai suggestiva l’ipotesi che questi fossero discariche per lo smaltimento e il recupero di materiale per l’edilizia. Successivamente l’area fu riorganizzata in forma più complessa. Nella prima parte del II secolo la ricoprì un piano su cui si impostano i successivi horrea medio-imperiali. In un  magazzino sono state rinvenute 199 anfore Dressel 20 disposte in file parallele e appoggiate obliquamente sulla pancia, forse in età traianea. Quindi si è trovato il piano di cantiere, con traccia delle varie lavorazioni, su cui poi l’area venne rialzata di m 1,50, forse per contrastare le piene del Tevere.

 

          Romana Erice  raccoglie tutte le indicazioni bibliografiche e i dati degli ultimi scavi della zona portuale di Caesaraugusta. Come al Testaccio anche qui sono documentati interventi massici e ripetuti sul livello della zona. Nonostante scavi molto importanti che si sono susseguiti negli ultimi decenni e testimonianze epigrafiche relative agli horrea, queste strutture non sono ancora venute alla luce.

 

          Hispalis per la sua posizione era luogo privilegiato di scarico e reimbarco delle merci lungo per via fluviale perciò in epoca romana fu inserito in una rete amplissima di commerci. Sono note oggi altre aree produttive connesse con il porto, come due complessi di fornaci per la fabbricazione di contenitori di trasporto e un quartiere con varie attività artigianali, nel I sec. d.C. I nuovi studi, che combinano dati di diversa provenienza, riguardano moli, sistemazioni della sponda fluviale, con relativi pali, relitti etc. Emergono così le deviazioni del corso, il riempimento di parti abbandonate dell’alveo e anche la presenza di magazzini, che solo di recente si sono stati riconosciuti in base alla struttura muraria horrea, spesso connessi a officine ceramiche. Di particolare interesse la scoperta dei resti di un complesso privilegiato, forse  magazzino ma anche sede del collegium oleariorum con spazi sacri etc. Molto interessante la ricostruzione planimetrica dell’evoluzione del sistema portuale e dei suoi rapporti con l’area urbana, anche se per chi non conosce la città una cartina generale informativa più dettagliata sarebbe stata utile.

 

          Macias analizza  Tarragona, capitale della provincia Hispania Citerior e una delle maggiori della penisola iberica. La vita del porto ne segue lo sviluppo e la trasformazione, fino al periodo tardo. Mentre sul territorio l’abbandono del sistema dei silos interrati sembra precedere l’impianto del sistema delle ville di tipo romano, nella romanizzazione perdurano elementi indigeni tanto nel tardoantico si osserva un ritorno alle pratiche edilizie tradizionali. In città le possibilità di analisi di lungo periodo sono, per forza di cose, molto ridotte, comunque risulta evidente una interazione tra spazi portuali e aree ludiche. In età augustea il teatro venne costruito sopra tabernae e tutto lo spazio venne riorganizzato, mentre fin dalla fine del II sono evidenti i segni regressivi, con l’abbandono del teatro, la cessazione dei pavimenti musivi, l’abbandono di parte della periferia urbana e via dicendo. Con l’ultima fase il porto perde la sua funzione di redistribuzione dei prodotti.

 

          A Valentia, fondata nel 138 a.C., gli horrea sono in epoca repubblicana vicino al foro e in età imperiale presso il porto. Il primo edificio, metà di un’insula, è relativamente ben noto nella sua pianta e si propongono ipotesi credibili per l’alzato. Ubicazione, monumentalità e grandi dimensioni ne confermano il carattere pubblico: la pianta corrisponde a quella di altri numerosi edifici dispersi nel mondo romano. A Valentia l’horreum era vicino alle principali arterie cittadine come anche al porto. La prossimità del magazzino granario medievale, a Valencia, fa pensare che anche l’antico horreum potesse contenere riserve di grano.

 

          A nord della città a soli 50 m dal porto si è identificato un secondo complesso di magazzini, noto solo parzialmente.

 

          Nella lunga storia di Carthago nova sono mutati le mercanzie e gli spazi per produrle e ospitarle. La vocazione allo scambio, attestata da Strabone, è documentata archeologicamente dalla fine del II sec. a.C. quando i relitti documentano un vivacissimo interscambio con l’area campana. All’inizio del I sec. a.C. lo sfruttamento minerario, praticato dalle nuove gentes italiche insediatesi, coincide con una rinnovata vitalità, ma la completa pacificazione della penisola e il venir meno dell’attività mineraria incidono pesantemente sulle strutture portuali e i  magazzini.  Nuovo slancio si ha dall’epoca dioclezianea, quando la città diventa capitale della nuova provincia cartaginese e la conservazione dei pesci e il commercio riprendono a rifiorire.  Spettacolare a questo proposito la costruzione di 15 tabernae o horrea esattamente sopra la frons scenae dell’antico teatro, avvenuta nel secondo quarto del V sec. Il discorso sul territorio  riguarda tanto i possibili depositi di granaglie quanto quelli di galena argentifera (= piombo) nelle ville rustiche. Lo sfruttamento della seconda con ingenti aree destinate a deposito delle scorie metalliche e il consumo di ampie zone boschive per alimentare le fonderie ha fortemente nuociuto all’agricoltura, che fin da tempi antichi annoverava tra i suoi prodotti di qualità lo sparto, grandemente usato in marineria. Sembrano aumentare  spazi destinati alla conservazione dell’olio e del vino. Alcuni silos interrati (puteos) rimangono in uso nel V e VI secolo.

 

          Per cambiare argomento, un caso particolare è quello di Mactar, in Tunisia, ove nel 1946 si rinvenne un’iscrizione databile all’88 o 89 d.C. che ricorda l’erezione sul suolo pubblico di una basilica e di horrea a cura della iuventus civitatis e dei cultores Martis Augusti. Goffaux dopo una discussione  del concetto di iuventus,  enfatizza l’accostamento di iuventus e cultores Martis il che significa che momento fondamentale dell’associazione era la convivialità di tipo religioso. Problematico il riconoscimento effettivo degli edifici, che Charles Picard credeva di aver individuato. Il testo si rivela un’iscrizione architettonica, che – come attestato da numerosi esempi – probabilmente si riferiva a un unico complesso. Tipico è anche l’elenco dei 65 membri dell’associazione che ne fa una sorta di album collegiale. Il termine basilica per un edificio collegiale è attestato anche altrove in Africa. Il discorso sugli  horrea non va molto avanti, limitandosi l’A, sulla scorta di Apuleio a riconoscere che l’uso del termine era comune in Africa e  poteva designare anche vani laterali della basilica, forse per contenere oggetti preziosi del collegio.

 

          Un  possibile parallelismo tra Efeso e Alessandria è proposto da Livia Capponi. In età augustea vi fu in Egitto una profonda riorganizzazione del sistema di approvvigionamento dei grani e per gli indigeni  e per il rifornimento dell’Italia. Nell’ambito di questi provvedimenti, che videro ampliate le competenze di funzionari locali e dell’esercito, la tetragonos stoà citata nei documenti alessandrini nel quartiere Beta, ovvero al centro della città, potrebbe essere stata sul modello di quella di Efeso un centro commerciale e un deposito di granaglie, con relativi uffici. L.A. spinge la somiglianza arriva al punto da ipotizzare ad Alessandria la contiguità con una biblioteca (quella del tempio di Mercurio) come ad Efeso vi era quella di Celso.

 

          L’ampio e ben documentato saggio di Javier Salido Dominguez offre una completa panoramica dei magazzini (horrea, putei, siti, granaria) iberici, dall’epoca preromana all’alto medioevo.  Nonostante il disinteresse di molti archeologi, che hanno indagato le parti residenziali più prestigiose, anche in Spagna si ricercano gli impianti produttivi e i magazzini, per cui ci soccorrono informazioni da Varrone e da Columella, tanto di pozzi quanto di strutture sopraelevate. I silos, tradizionalmente ritenuti di origine preromana, sono presenti   in molte ville anche nelle età altomperiale e tardoantica. Le indagini – pur tenendo conto della possibile sparizione di tante strutture in legno – permettono di riconoscere vari tipi di magazzini e  le  tecniche di fabbricazione. L’orientamento corrisponde alle prescrizioni degli agronomi latini.

 

          Una nota tesi, sulla stretta relazione tra la costruzione delle cinte murate e la disposizione degli horrea destinati primariamente alle forniture militari (horrea che tuttavia finora non sono documentati archeologicamente!) è discussa da due punti di vista. I proponenti l’inquadrano  in fenomeni di più vasta portata come le nuove concezioni geostrategiche, l’affidamento della ricossione delle imposte al sistema amministrativo locale, il mantenimento e la segnalazione della rete stradale. La prima generazione di mura occupa uno spazio di una trentina d’anni corrispondente alla tetrarchia. A partire dal pieno periodo costantiniano (ca 320 d. C.) si registrano trasformazioni che si manterranno durante tutto il IV sec. d.C. A giudicare dalla documentazione disponibile non si registra costruzione di nuove mura fino ai decenni finali del IV secolo. Caratteri tipici delle mura tetrarchiche sono le torri  semicircolari proiettate all’esterno, l’ingrossamento delle mura, il che facilitava la mobilità al coronamento, impiego di artiglieria e maggiore altezza. Altrimenti l’alto costo delle difese non sarebbe stato sostenibile se non dalle maggiori città. Inoltre in parallelo con la costruzione delle mura si osservano ovunque profonde trasformazioni dell’assetto urbano. P. 284 nelle città murate bassoimperiali ispaniche non si osserva alcun grande edificio per l’immagazzinamento dei cereali.

 

          Di seguito Javier Arce, uno dei curatori del volume, presenta un’opinione opposta. Egli inizia con un bel confronto con un villaggio anatolico degli anni Quaranta del Novecento, dalla cui descrizione letteraria ricaviamo il funzionamento e la cura dei silos interrati per di grano,  allora in uso. Quindi dai testi storici ricava l’idea che  la produzione  granaria dell’Hispania  sia stata fortemente ridimensionata dal IV sec. d.C. Infine (p. 293-295) oppone alla  tesi della costruzione di mura per proteggere i granai (che, beninteso, non sono affatto noti) con argomenti di carattere storico e generale (escludendo ad es. che il mondo antico potesse ragionare in termini di geostrategia e simili). Chiude la nota con la proposta di interpretazione come horrea di un edificio lungo a due navate separate da una fila di  una ventina di pilastri e sostenendo che non esiste alcun palazzo con simile pianta. Si potrebbe però aggiungere che la reggia di Monte Barro, di età gota, nella Lombardia settentrionale appare in qualche modo simile e che all’interno aveva una serie di divisioni costituite da tramezzi di legno.

 

          Nella conclusione, molto approfondita, Le Roux rimarca la complessità e l’articolazione dello sguardo archeologico su realtà mutevoli e spesso evanescenti quali i depositi di materiali e sul concetto stesso di stoccaggio. Sono state privilegiate le aree prossime alla costa, ma anche l’interno ha avuto la sua attenzione. Osserva anche alcune carenze dell’insieme di questi saggi, ad esempio la scarsa attenzione alla dimensione religiosa (p. 302). Completano il volume 46 pagine di bibliografia con quasi settecento titoli.

 

          Dai saggi contenuti in questo volume si ricavano  precisazioni  in ambito terminologico  (vari significati del termine horreum/granarium) poste a riscontro con i dati  archeologici. Da questi ultimi emerge che la storia dei magazzini, di qualunque tipo, oscilla tra il bisogno di nuovi spazi e la riorganizzazione/riduzione delle strutture. Dall’analisi molto approfondita e a vasto raggio  emergono alcune linee di tendenza comuni. Poiché molti temi sono affrontati in maniera diversa,  in diverse aree geografiche o in momenti differenti, i saggi si prestano anche  a una lettura trasversale.

 

          L’opera costituisce una tappa di un cammino che fin d’ora si prospetta molto lungo: essa sarà molto utile per coloro che si occupano di vari aspetti del mondo antico e inviterà a un’attenzione maggiore per strutture utilitaristiche apparentemente minori che hanno costituito dei punti fondamentali degli insediamenti. Un’anteprima del volume è leggibile in books.google.it

 

 

Contenuti

 

C. Virlouvet, Les entrepôts dans le monde romain antique, formes et fonctions. Premières pistes pour un essai de typologie, p. 7-21

 

M. B. Carre, Les réseaux d’ entrepôts dans le monde romain, p. 23-39

 

C. Rico, Réflexions sur le commerce d’exportation des métaux à l’époque romaine, p. 41-64

 

R. Sebastiani, M. Serlorenzi, Nuove scoperte dall’area di Testaccio (Roma). Tecniche costruttive, riuso e smaltimento dei contenitori anforici pertinenti ad horrea e strutture utilitarie di età imperiale, p. 67-95

 

B. Goffaux, Cultores, basilica et horrea à Mactar (Afrique proconsulaire), p. 97-116.

 

L. Capponi, Tetragonos stoà. A commercial centre in Augustan Alexandria?, p. 117-124.

 

J. Salido Dominguez, El almacenamiento de cereal en los establecimientos rurales hispanorromanos, p. 127-141

 

R. Erice, El puerto fluvial de Caesaraugusta, p. 143-157.

 

S. Ordóñez Aguilla, D. González Acuña, Horrea y almacenes en Hispalis. Evidencias arqueológicas y evolución de la actividad portuaria, p. 159-184.

 

I. M. Macias, Horrea y estructuras de almacenamiento en la ciudad y territorio de Tarraco, p. 185-199.

 

A. Ribera i Lacomba, Los horrea de Valentia de la Republica al Imperio, p. 201-223.

 

S.F. Ramallo Asensio, Jaime Vizcaíno Sánchez, Estructuras de almacenamiento en Carthago nova y su territorium (ss. III a. C. – VII d. C.), p. 225-261.

 

C. Fernández Ochoa, A. Morillo, J. Salido Dominguez, Ciudades amuralladas y annona militaris durante el Bajo Imperio en Hispania, p. 265-285

 

J. Arce, Horrea y aprovisionamento en Hispania (ss. IV-VI), p. 287-297

 

P. Le Roux, Penser le rangement: le pouvoir d’entasser, p. 299-306.