Barberini, Maria Giulia - De Angelis d’Ossat, Matilde - Schiavon, Alessandra (a cura di): La storia del Palazzo di Venezia. Dalle collezioni Barbo e Grimani a sede dell’ambasciata veneta e austriaca, 304 p. ; 27 x 21 cm, ISBN 978-88-492-2152-7, 35 euros
(Roma, Gangemi editore 2011)
 
Compte rendu par Claudia Peirè, Università degli Studi di Genova
(claudia.peire@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1715 mots
Publié en ligne le 2012-11-29
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il presente volume disegna la Storia del Palazzo di Venezia a Roma dal 1565, anno in cui l’edificio venne donato alla Serenissima Repubblica di Venezia da Papa Pio IV Medici; edificato un secolo prima, tra il 1455 e il 1467, per volontà del veneziano Pietro Barbo, cardinale e poi Papa con il nome di Paolo II, si trova in posizione dominante tra Piazza Venezia e Via del Plebiscito ed era originariamente circondato da statue e marmi antichi.

 

          Le splendide collezioni di scultura e marmi, volute per gli spazi interni del palazzo, prima dal suo fondatore e in seguito dal cardinale Domenico Grimani, suo successore, sono state studiate in maniera sistematica nel volume “Tracce di pietra” edito da Campisano nel 2008. Il volume in questa sede recensito si presenta come un ideale nuovo capitolo della storia del Palazzo e del suo Museo Nazionale; frutto di un grande lavoro di ricerca, originato dalla stretta collaborazione tra due istituzioni del ministero: l’omonimo Museo e l’Archivio di Stato di Venezia con il suo incredibile, e ancora parzialmente non studiato, patrimonio documentario. Accanto a queste due istituzioni, la rete di collaborazioni è fitta e stretta, hanno infatti partecipato alla realizzazione del volume anche l’Archivio di Stato di Vienna, la Regione Veneto, il dipartimento di storia dell’Università di Padova, l’Archivio di Stato di Roma, quello di Torino, i Musei Capitolini, il British Museum di Londra, il Musée du Louvre di Parigi, il Museo degli argenti di Palazzo Pitti, il Museo di Santa Giulia a Brescia e i musei archeologici nazionali di Napoli e Firenze; l’intero studio, che prevede l’uscita di altri tre volumi, é stato supportato dalla Getty Foundation di Los Angeles.

 

          Le finalità di questo imponente progetto sono state quelle di ricostruire la storia del Palazzo e delle sue importanti collezioni statuarie; nel primo volume sono ricostruiti e illustrati i cambiamenti e le vicende politiche, diplomatiche ed architettoniche dal 1564, passando anche per il periodo che va dal 1797, anno in cui, con il Trattato di Campoformio, il Palazzo divenne proprietà dell’Impero Austriaco che ne fece sede della propria ambasciata fino al 1916 quando venne restituito allo Stato Italiano.

 

          Rossella Vodret, Sopraintendente Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, nel suo breve testo di presentazione annuncia che i successivi tre volumi saranno cataloghi sistematici delle oltre 600 sculture in legno, bronzo  terracotta presenti nel museo (esposte e non) che coprono un arco cronologico che va dalla fine del 1330 a tutto il 1900; il tutto è frutto di una filologia rigorosa a cui si è dedicata a lungo Maria Giulia Barberini.

 

          Raffaele Santoro, direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, illustra quanto la documentazione archivistica abbia fornito una preziosa base per gli studi; ciò grazie al fatto che gli organi costituzionali della Serenissima abbiano considerato da sempre fondamentale la documentazione scritta per assumere qualsiasi decisione, è quindi evidente la presenza di un enorme apparato documentario criticamente studiato dagli autori dei diversi saggi che compongono il volume.

È interessante riportare in questa sede ciò che sottolinea Thomas Just, direttore dell’Archivio di Stato di Vienna,  ovvero che lo studio della documentazione viennese propone nuove conoscenze sull’edificio; essendo il materiale di complicata lettura, è stata operata una scelta che vede presi in esame i documenti che vanno dal 1871 al 1913. Una selezione obbligata in quanto il fondo relativo al Palazzo di Venezia è molto ampio, è stato quindi essenziale definire un preciso spazio cronologico all’interno del quale muoversi, individuando le fonti di maggior interesse.

 

          La ricerca fornisce informazioni dettagliate sugli usi delle sale e sulle decorazioni, restituendo così l’immagine di un ambiente abitato che rispondesse alle regole di un ben preciso cerimoniale, tutto è documentato con disegni, piante e fotografie d’epoca che mettono in evidenza anche la trasformazione architettonica messa in atto in quel periodo.

 

          Nelle breve introduzione, Alessandra Schiavon, una delle curatrici del volume, riassume le tappe fondamentali del periodo veneziano e dell’intricato rapporto che è sempre intercorso tra Roma e la Serenissima.

Sono 295, dal 1502, al 1797, gli anni di fitta corrispondenza tra le due città, 1200 i registri, le filze, i copiari, le rubriche, e le semplici buste con minute attraverso i quali si snoda il dialogo e anche una sorta di braccio di ferro diplomatico tra il Papato e Venezia.

 

          La mole di questa fitta documentazione è certamente imponente, è una corrispondenza continua che avviene negli stessi anni in cui Venezia avvia importanti e solidi rapporti diplomatici con altre città italiane quali Milano e Firenze e anche con Inghilterra, Spagna, Germania e Francia.

Il rapporto con nessuna delle sedi citate, però, produrrà il numero di documenti scaturiti dalla corrispondenza con Roma.

 

          Lo scambio epistolare tra le due grandi città italiane, avviato nei primi anni del XVI secolo, cresce in modo vertiginoso e va letto alla luce delle arroccate posizioni ideologiche di questi due importanti centri di potere: da una parte una città stato  che si proclama prediletta da Dio e che non accetta critiche sul suo ruolo di capitale cosmopolita, aperta ai commerci con svariati paesi e che ospita, tra gli altri, calvinisti, protestanti ed ebrei, dichiarandosi, di fatto, luogo in cui le diverse religioni possano convivere apertamente.

 

          Dall’altra parte vi è, invece, una vera e propria autorità sovrana, saldamente legata al proprio ruolo centralista e che vorrebbe legare a sé anche la Serenissima, sottolineando il proprio millenario potere, sia spirituale che temporale.

Nonostante le due posizioni sostanzialmente agli antipodi, le due diplomazie cercano, nel corso di quasi tre secoli, di non recidere mai, nonostante il carattere litigioso di entrambe, il filo dell’avveduta ragione e della tollerante convivenza.

È in questo particolare clima che, il 10 giugno del 1564, Pio IV dona a Venezia il Palazzo di San Marco, riservando al cardinale titolare della chiesa omonima, il diritto di risiedere in un’ala del Palazzo.

 

          Quello del Papa, però, si rivelerà essere un dono scomodo ed amaro, la Repubblica di Venezia, accettando il regalo, è vincolata a pagare i costi della manutenzione del Palazzo e non si tratta solo di opere di restauro, sull’ ambasciatore di turno viene scaricata la responsabilità del completamento dell’edificio.

 

          In mezzo al già tormentato rapporto tra le due città, entra di prepotenza questo nuovo elemento che si disegna, inizialmente, come motivo di vanto, ma che si trasforma, ben presto, in uno spinoso problema, non solo di convivenza con il cardinale titolare della chiesa di San Marco e del papa di turno in vacanza estiva, ma anche e soprattutto per le continue spese che la Serenissima sarebbe tenuta ad affrontare; solo in rari casi, Venezia elargisce, ma sempre con prudenza e parsimonia, il denaro per compiere qualche piccolo intervento di restauro.

Questa situazione di tensione non fa altro che infoltire il rapporto epistolare che già esisteva tra le due città. Nel volume in questa sede recensito, dalla pagina 117 alla pagina 241 è riportato, in parte, il secolare scambio epistolare intercorso tra i due grandi centri di potere: si può leggere così il testo della donazione e la conseguente risposta del Senato veneziano.

 

          Nel saggio “Le collezioni Barbo e Grimani di scultura antica”, Matilde De Angelis d’Ossat analizza, con dovizia di particolari, l’incredibile collezione scultorea del Palazzo che comprende, tra gli altri, due antiche vasche grigie e rosa (una delle quali era originariamente situata nelle Terme di Caracalla) e il sarcofago di Costanza, figlia dell’Imperatore Costantino, attualmente conservato ai Musei Vaticani; sono inoltre analizzate le statue che adornavano la Piazza, la loggia, lo scalone e altri ambienti di rappresentanza, largo spazio è dedicato alla dimensione in qualche modo più privata dell’ampia collezione di monete antiche e piccoli, ma preziosi, gioielli. Queste due diverse tipologie di collezioni riflettono in egual misura il carattere di Pietro Barbo, ansioso di fornire di sé un’immagine di regale antichità classica.

 

          Giuseppe Gollino, nel suo breve scritto “Le afflizioni del dono”, fornisce un quadro storico-culturale delle due città coinvolte e cerca di spiegare i perché di quell’importante donazione da parte della Santa Sede; studio che risulta alquanto difficoltoso e, in parte, lacunoso a causa della mancanza dei dispacci inviati al Senato della Serenissima da Giacomo Soranzo, ambasciatore veneto a Roma dal 1562 al 1565 che risultano essere gli anni fondamentali.

 

          Chiara Scarpa nel suo coinvolgente testo “Venezia a Roma: il Palazzo di San Marco” mette in luce, utilizzando uno straordinario apparato d’archivio in parte riportato, la natura velenosa del dono pel Papa.

 

          In questo saggio risulta interessante la presenza di due disegni del pianterreno e del primo piano nobile che illustrano i cambiamenti nella distribuzione delle sale, avvenuti durante la seconda metà del 1500; lavori dovuti all’ingombrante presenza dei cardinali autorizzati, per contratto, a vivere in uno spazio ben preciso, ma che, in poco tempo, finiscono per usurpare altre stanze destinate alla Serenissima, pretendendo che la Repubblica paghi gli amplianti e le modifiche  di questi luoghi che , ormai, gli ecclesiastici utilizzano per mera consuetudine.

 

          Tutto questo crea l’ennesimo contenzioso: nel XVII secolo il Cardinale Giovanni Dolfin arriva ad espropriare parte dell’appartamento destinato all’ambasciatore, ma Raniero Zen, il nuovo diplomatico a Roma e uomo di polso, poco dopo il suo arrivo nella Capitale, riesce a far fare ampi passi indietro al Dolfin limitando, da quel momento, l’opprimente presenza cardinalizia. Il saggio è accompagnato da splendidi disegni dei diversi ambienti del Palazzo che fanno emergere i  cambiamenti subiti dall’edificio nel corso dei secoli.

 

          Il volume si chiude con il contributo di Werner Mahlknecht “Il Palazzo di Venezia e il possesso dell’Impero d’Austria”, dove sono riportate notizie generali sul periodo di proprietà austriaca; l’autore si concentra sulle trasformazioni architettoniche; a questo proposito sono stati trascritti atti, fatture, svariati resoconti e sono presenti disegni, piante e fotografie.

 

         “La storia del palazzo di Venezia dalle collezioni Barbo e Grimani a sede dell’ambasciata veneta e austriaca”  è, senza ombra di dubbio, uno studio di notevole interesse, sistematico e preciso. Attraverso il vasto apparato di archivio è possibile ripercorrere, leggendo le parole dei protagonisti, la tumultuosa storia di un edificio che ha visto passeggiare per le proprie mirevoli stanze papi, cardinali ed ambasciatori per oltre tre secoli.