Pérez Martinez, Meritxell: Tarraco en la Antigüedad Tardía. Cristianización y organización eclesiástica (siglos III a VIII). 569 p. : il·l. Text en castellà. ISBN: 978-84-15248-62-0, 40 €
(Arola Editors, Tarragona 2012)
 
Compte rendu par Carlo De Mitri
(carlo_demitri@yahoo.com)

 
Nombre de mots : 1918 mots
Publié en ligne le 2014-05-27
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il sottotitolo dell’importante lavoro di Meritxell Pérez Martinez focalizza subito il punto di vista utilizzato dall’autore per ricostruire la storia di Tarragona nella tarda antichità, ovvero il processo  di cristianizzazione e l’organizzazione ecclesiastica della città e del territorio ad essa afferente tra il III ed l’VIII secolo.

 

          Nel primo capitolo introduttivo si sottolinea infatti come tali elementi siano stati i principali agenti della trasformazione della città tra la fine dell’Impero romano d’Occidente e l’avvento dell’età medievale. Dopo un’accurata storia degli studi che delinea il quadro generale sulla problematica, l’autore circoscrive l’indagine al mondo ispanico fornendo un breve ma esaustivo excursus storico su Tarragona e la provincia Tarraconense.

 

          I quattro capitoli successivi presentano un’articolazione similare scandita da una prima parte con una puntuale disamina degli aspetti generali seguita da un graduale approfondimento su tematiche particolari.

 

          Nel secondo capitolo lo studio è incentrato sulla Tarragona di IV secolo e sulla dimostrazione che la città superò la generica crisi riferita in quel periodo a tutto il mondo occidentale. Tale periodo costituisce un momento importante, poiché alla fine del secolo emerge una nuova città che costituisce il risultato di un adattamento che coniuga, necessariamente, i cambiamenti determinati dalla realizzazione della tetrarchia e le nuove istanze che seguono al consolidarsi del cristianesimo. Entrambi gli elementi determinarono conseguenze e cambiamenti sociali e portarono una serie di elementi di disgregazione ed aggregazione, modellandone la sua configurazione urbana con echi che ebbe poi conseguenze tra la tarda antichità e le trasformazioni del Medioevo.

 

          Il lavoro procede nel tentativo di comprendere le modalità con cui venne attuato il programma riformista della tetrarchia su questi territori. Le fonti, le iscrizioni e le evidenze materiali consentono di ricostruire le linee generali di un’epoca di trasformazioni che portano a cambiamenti sostanziali che non possono però essere interpretati, come spesso è avvenuto in passato, come segnali di una generica ed indistinta decadenza.  Per confermare questo assunto si analizza la politica di Diocleziano ed in che modo i provvedimenti presi coinvolsero la città di Tarragona.

 

          Giustamente l’autore rifiuta di utilizzare il generico concetto di “crisi del III secolo”, sottolineando come vi siano stati una serie di cambi strutturali che, in ogni parte dell’Impero, sono stati attuati nel corso del III secolo. Sebbene una serie di indizi rilevi la perdita di parte del territorio posto sotto la sua amministrazione a causa della formazione di una nuova provincia, nonché la perdita del prestigio a causa della creazione di una nuova capitale amministrativa della diocesis Hispaniorum, la lettura dei dati deve essere necessariamente più articolata. L’abbandono di un edificio non necessariamente implica che venissero abbandonate le attività svolte in quell’edificio.  Tutti questi indizi, comuni anche ad altri centri vicini, potrebbero automaticamente far pensare ad un decadimento, ed invece la condivisibile lettura proposta è quella di un cambiamento, caratterizzato dal disuso di alcune infrastrutture che non erano più utilizzate. Questa situazione è determinata dal fatto che è ormai abbandonato il concetto di abitato nucleizzato in una città con mura; a questo si preferisce abitare in insediamenti rurali e suburbani ed anche nelle città si inseriscono dinamiche abitative e culturali tipiche del mondo agricolo, tanto che questo processo, comune in  diverse aree dell’impero nello stesso periodo, viene definito ruralizzazione della città.

 

          A conferma di questa interpretazione la documentazione archeologica attesta che le strutture di riferimento per la popolazione distribuita su un ampio territorio, compreso quello rurale, vengono restaurate o costruite ex novo, come nel caso di edifici per spettacoli e le terme.

 

          La seconda parte del capitolo è dedicata alla disamina dei documenti che tramandano informazioni sulla presenza di comunità cristiane a Tarragona. Benché le attestazioni archeologiche, principalmente di tipo epigrafico, consentano di collocare questa presenza negli anni centrali del IV secolo, lo studioso utilizzando le fonti agiografiche, offre un’importante ricostruzione dei meccanismi che portarono alla diffusione del culto cristiano nel III secolo.

 

          La Passio Sanctorum Martyrum Fructuosi episcopi, Augurii et Eulogii diaconorum,  testimonianza del martirio avvenuto nel 259 d.C., evidenzia la presenza di un culto che sarà poi strutturato e ben radicalizzato sul territorio in età postcostantiniana. Il merito della successiva organizzazione ecclesiastica è da imputare al vescovo Himerio, che contribuì alla nascita della metropoli cristiana ed alla codificazione le strutture e delle forme di controllo del territorio da parte dei vescovi.

 

          Nel capitolo terzo si analizza proprio la riorganizzazione della città nel V secolo, soprattutto in relazione con l’arrivo dei popoli barbari. Viene dapprima puntualmente affrontata la storia politico-amministrativa della città in stretta connessione con la situazione provinciale, di cui le vicende della città costituiscono quasi la cartina tornasole del mondo occidentale. Segue poi l’analisi dei dati archeologici, aggiornati quelli relativi alle strutture rinvenute durante gli scavi, un po’ datate quelle afferenti alla cultura materiale ed alle reti commerciali in cui si inseriva anche la città di Tarragona.

 

          Successivamente si enfatizza il fatto che il successo della città sia connesso alla presenza di una sede vescovile, la città è infatti una sede episcopale metropolita in cui il vescovo non è solo il pater ecclesiae ma soprattutto un pater civitatis che portò la sede ad occupare gli spazi reali e ideali dell’amministrazione ed a condizionare l’organizzazione urbana. Il consolidamento del vescovo come nuovo leader urbano viene presentato come un processo naturale e pacifico che coesistette con il fenomeno più ampio di ricollocazione delle antiche aristocrazie senatorie romane nei posti di leadership originari.

 

          La cristianizzazione ha forti ripercussioni sulla città, nel corso del V secolo il settore del suburbio sudoccidentale diviene, con la realizzazione della necropoli Fructolì, un importante centro di culto cristiano con la monumentalizzazione del martyrion di san Fruttuoso.

 

          Nel V secolo si conclude quindi il processo che porta alla realizzazione della civitas cristiana, in un contesto di vivace ed attivo fervore veicolato proprio dal cristianesimo ed il vescovo è ora il nuovo interlocutore dell’amministrazione civica.

Il focus del quarto capitolo è la situazione tra la fine dell’Impero romano ed il consolidarsi dei regni romano-barbarici, soprattutto a seguito della  conquista visigota della città ad opera di Eurico nell’ultimo terzo del V secolo.

 

          Nonostante l’inserimento di questo territorio nel regno visigoto di Tolosa, Tarragona nel VI secolo è ben inserita in un network che la accomuna alla sede pontificia ed alle chiese del sud della Gallia, e registra un periodo di sviluppo con una continuità di autorità urbana da parte del vescovo.

 

          Gli elementi architettonici sottolineano lo sviluppo urbano della città ed in un momento non inquadrabile con precisione della prima metà del VI secolo la chiesa madre divenne il centro simbolico della capitale provinciale romana, favorendo così la trasformazione e la sostituzione della scenografia del potere della città classica. Sulla terrazza superiore si estende un’ampia area cattedralica dove, oltre alla chiesa, sono realizzati vari edifici di rappresentanza e di residenza episcopale nella città. Al nuovo vigore urbano della città corrisponde anche quello del suburbio, sotto l’egida dei culti martiriali. Due aree sono interessata da un grosso rinnovamento nella prima metà del VI secolo: quella della chiesa di Francolì, con la risistemazione dei luoghi di culto dedicati a san Fruttuoso e la costruzione di una chiesa, presumibilmente sempre collegata al culto di San Fruttuoso, sopra l’area dell’anfiteatro romano, chiaro simbolo del trionfo cristiano sul mondo pagano, poiché  proprio nel luogo per spettacoli nel 259 l’uomo era stato martirizzato.

 

          Il successo ecclesiastico della città di Tarragona nella prima metà del VI secolo ha delle ripercussioni anche sul controllo che la città esercitava sul territorio di dominio episcopale, dimostrazione questa di una evidente l’indipendenza da Toledo.

 

          Le fonti letterarie, come le lettere dei partecipanti ai concili, le missive del vescovo di Toledo, Montano, attivo nella metà del VI secolo, ed ancora gli scambi di missive tra i vicari apostolici ed i vescovi iberici con il papa, attestano lo sforzo organizzativo avviato per la costruzione di una struttura ecclesiastica gerarchizzata all’interno della Tarraconiense, posta sotto il domino dei Visigoti, utilizzata anche come sistema per avviare un controllo fiscale del territorio.

 

          Accanto ai successi sono anche riportate le attestazioni dei limiti della autorità del metropolita ecclesiastico della provincia. Infatti la formazione della provincia ecclesiastica della Carpentania, come attestato dalle lettere del vescovo Montano, sottoposta al controllo di Toledo ben evidenzia la volontà dei re visigoti di intervenire. Tale situazione sarà più evidente nel VII secolo quando Tarragona diviene una periferia del regno visigoto di Toledo.

 

          Il quinto capitolo affronta la storia della città tra la fine del VI ed il VII secolo. Sullo scorcio del VI secolo le vicende della Spagna sono legate a Leovigilo ed a  Recaredo, sovrani del regnum Visigothorum, che gettano le basi per l’evoluzione e la centralizzazione del regno visigoto.

 

          Nonostante la carenza di fonti, che costituisce un ostacolo alla ricostruzione storica di tale fase,  è desumibile che il progetto politico di Leovigilio determinò l’incorporazione della tarraconiense nel nuovo contesto geo-politico; le notizie sul ruolo che tarragona riveste all’interno della nuova organizzazione politica sono vaghe, anche se la presenza di una zecca, non collocabile cronologicamente con precisione tra la fine del VI e gli inizi del VII, potrebbe indicare che essa avesse un ruolo non marginale. Un’ampia sezione del capitolo è dedicata al Concilio III di Toledo, che ratifica chiaramente il passaggio dei visigoti dall’arianesimo al cattolicesimo. Negli atti di tale incontro manca una chiara attestazione della presenza del vescovo di Tarragona; sono menzionati quelli delle altre città della Tarraconiense e manca però il metropolita. L’autore, utilizzando in modo egregio le fonti ecclesiastiche, dimostra tale assenza era in realtà fittizia, in quanto era presente il presbitero Esteban in rappresentanza del vescovo Artemio impossibilitato a presenziare il concilio. Nonostante ciò è però evidente che il vescovo di Tarragona perde gradualmente il ruolo di metropolita della Tarraconiense, ed altri centri aumentano il proprio prestigio con l’acquisizione di nuovi potere, è il caso soprattutto di Barcellona.

 

          Tra il VII e l’VIII secolo, nonostante  abbia perso il suo ruolo politico ed amministrativo, ricoperto da  Toledo, e non conservi più il primato religioso sulle altre diocesi, Tarragona si presenta ancora come una città fiorente soprattutto grazie al ruolo commerciale ed all’inserimento nel sistema di scambi culturali con Mediterraneo ora dominato dagli arabi.

 

          Dopo un capitolo conclusivo di sintesi, tradotto anche in inglese quasi a costituire un abstract approfondito di quanto analizzato, sono presenti utili appendici sulla successione dei vescovi a Tarragona e sulla presenza dei vescovi della Tarraconese nei concili ecclesiastici.

 

          Nel complesso il volume offre una vigorosa ricostruzione storica della città di Tarragona e del  ruolo che essa ebbe non solo in relazione al mondo iberico, ma all’interno del Mediterraneo occidentale.  L’unica debolezza è una bibliografia datata riguardo agli studi sulla cultura materiale, mancano infatti i lavori di Paul Reynolds soprattutto il recente volume: Hispania and the Roman Mediterranean, AD 100-700. Ceramics and Trade, 2010. Il punto di forza è costituito dal preciso ed attento utilizzo delle fonti liturgiche e religiose che, confrontate con gli altri dati (archeologici e storici), consentono interessanti interpretazioni e letture, in particolare per fasi cronologiche non sempre ben definibili archeologicamente.  In questo lavoro quindi lo studio sulla città di Tarragona diviene quindi emblema e modello per comprendere le trasformazioni del mondo occidentale in età tardo antica e fornisce un quadro di lettura che, pur analizzando un contesto geografico definito e circoscritto ad un unico insediamento, esemplifica il mutamento dell’intero mondo occidentale.