Baratte, François : L’Afrique romaine. Tripolitaine et Tunisie, 144 pages, collection Picard Histoire, ISBN-10: 2708409115, ISBN-13: 978-2708409118, 65 euros
(Editions Picard, Paris 2012)
 
Compte rendu par Paolo Bonini, Università di Padova – Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia
(paolobonini@inwind.it)

 
Nombre de mots : 2211 mots
Publié en ligne le 2012-08-20
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Un rinnovato interesse per l’archeologia delle province romane sembra percorrere e animare il panorama editoriale europeo: pubblicata in lingua francese dall’editore Picard di Parigi (Collection Picard Histoire) e in lingua tedesca dall’editore Philipp von Zabern di Darmstadt e Mainz (collana “Orbis Provinciarum” – Römische Provinzen), la serie si sta arricchendo in pochi anni di sempre nuovi volumi rivolti a un pubblico non di soli specialisti, ma destinati anche a un’alta divulgazione. Si tratta di testi perfettamente aggiornati allo stato delle conoscenze storiche e archeologiche e sulle problematiche in discussione, ma al contempo sintetici nel taglio, accessibili nella presentazione degli argomenti, nonché splendidamente arricchiti da un gran numero di illustrazioni a colori.

 

          Nel 2008 uscì a stampa la magistrale sintesi di Pierre Gros sulla Gallia Narbonensis (http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=614), nel 2011 fu poi la volta del lavoro diretto da Alain Ferdière sulla Gallia Lugdunensis; rientra in questa medesima operazione culturale di grande rilievo anche il volume che all’Africa romana, e in particolare alla Tripolitania e alla Tunisia, dedica ora François Baratte, studioso di fama tra i più autorevoli del settore.

 

          Possono ad un primo sguardo stupire la rinuncia all’apparato delle note, la scelta di inserire una tabella cronologica in fondo al testo (p. 141), in realtà molto utile per i lettori meno addentro alle questioni affrontate, e la decisione di limitare le indicazioni bibliografiche a pochi titoli essenziali (pp. 142-143): una settantina soltanto, a fronte di una bibliografia specialistica divenuta ormai pressoché sterminata, sono raggruppati per ambiti specifici e tra di essi spicca l’assenza di qualche lavoro in lingua italiana che meritava forse una segnalazione (si veda ad esempio la sintesi che Silvia Bullo e Francesca Ghedini hanno dedicato all’edilizia privata romana in Tunisia: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=426). Le ragioni di queste costrizioni, per così dire, risiedono però evidentemente nella scelta editoriale cui si è fatto cenno in apertura, senza dubbio vincolante per lo specialista impegnato nella stesura del testo, ma pur sempre lodevole nel tentativo di avvicinare a questi temi un pubblico più ampio, senza per questa ragione banalizzare i contenuti.

 

          Dopo la prefazione (p. 7) in cui l’Autore richiama i rapporti che storicamente legano i Paesi affacciati sulle sponde meridionali del Mediterraneo a quelli europei, come fatti recenti hanno del resto ribadito, il lavoro si apre con una doverosa precisazione di carattere terminologico relativa all’oggetto stesso dell’indagine (p. 10). Con l’espressione “Africa romana”, infatti, si suole spesso indicare al giorno d’oggi l’intero Maghreb, dall’oceano Atlantico alla Libia occidentale (l’antica Tripolitania), un territorio molto vasto che nemmeno in antico formava una sola unità amministrativa, essendo anzi suddiviso in molteplici province, dai confini e territori più volte riorganizzati nel lungo arco di tempo compreso fra la caduta di Cartagine nel 146 a.C. e la conquista araba nel VII secolo. Doveroso e necessario, dunque, limitare la trattazione in qualche modo per non renderla tanto generica da rischiare la superficialità; la scelta dell’Autore si rivolge dunque alla provincia dell’Africa Proconsolare (attuali Tunisia e Libia occidentale), tra le più ambite da amministrare per gli uomini politici romani in virtù della grande ricchezza del territorio, della posizione geografica protesa al centro del Mediterraneo e favorevole ai traffici commerciali, del ruolo chiave che essa rivestiva nell’approvvigionamento granario di Roma.

 

          Storia e geografia concorrono a spiegare le ragioni di questa preminenza fra le province dell’impero: ecco dunque che la trattazione entra nel merito sottolineando la complessa eredità culturale che i Romani fanno propria in Africa (p. 11-12), descrivendo la varietà dei paesaggi e delle risorse che la regione ha da offrire (p. 13-16), tracciando le tappe fondamentali dell’espansione romana e dell’organizzazione amministrativa territoriale a partire dalla fondazione della provincia fino alle riforme di Diocleziano (p. 17-21).

 

          Proprio i secoli dell’età imperiale vedono le città africane raggiungere i vertici di quella grandiosità monumentale i cui resti ancora oggi stupiscono e affascinano il moderno visitatore. Le fonti letterarie (non molte, in verità, ma preziose), quelle epigrafiche (abbondanti e di varia natura) e naturalmente quelle archeologiche concorrono ad offrire un quadro ampio e approfondito della civiltà urbana che è l’oggetto di un capitolo corposo e denso di informazioni (p. 22-70). La grande fioritura della civiltà urbana in Africa è infatti legata alla cosiddetta romanizzazione, un fenomeno la cui natura è ampiamente dibattuta; certo le precedenti esperienze puniche e numide conobbero anch’esse il fenomeno delle città, ma parti consistenti dei territori controllati ne erano estranee, poiché vi erano insediate tribù nomadi o seminomadi. È dunque Roma a favorire efficacemente l’urbanizzazione, intesa non solo come costruzione fisica dei centri urbani ma soprattutto come azione atta a stringere una fitta rete di relazioni e servizi. La trasformazione si regge sul complesso sistema di coinvolgimento delle aristocrazie locali nella gestione del potere: i fenomeni  dell’evergetismo e della possibilità di promozione sociale offerta ai notabili sia a livello della propria comunità locale sia in ottica provinciale (e, al vertice della carriera, perfino a Roma stessa) rendono attraente la cittadinanza romana e la prospettiva dell’integrazione. Di queste dinamiche l’Autore discute, con chiarezza ed efficacia, in apertura di capitolo, dando giustamente spazio alla presentazione di come le città si articolassero sul piano sociale quale premessa necessaria per inquadrare nella giusta prospettiva lo sviluppo monumentale dei centri urbani. La disamina seleziona alcuni esempi significativi per la Tripolitania e la Tunisia, dei quali si discutono l’organizzazione urbanistica e la presenza di significativi edifici pubblici (i capitolia in primo luogo), nonché la loro collocazione in rapporto alla morfologia del sito e ai quartieri residenziali; il tutto senza mai trascurare, come già sottolineato, il legame con la società di cui i monumenti sono espressione. In Tripolitania gli esempi ricadono, necessariamente, su Sabratha e Lepcis Magna in ragione della qualità e dell’abbondanza delle conoscenze, che si devono allo stato di conservazione dei resti e agli scavi sistematici ivi condotti dagli archeologici italiani, inglesi e francesi; dell’antica Oea, al contrario, quasi nulla è noto, poiché la continua occupazione del sito ne ha compromesso la conservazione e nascosto i resti archeologici sotto la moderna città di Tripoli. Per la Tunisia la rassegna non può che partire da Cartagine, ben conosciuta anche perché oggetto a partire dagli anni ’70 del XX secolo di un’intensa attività di scavo e studio promossa dall’UNESCO, ma stupisce non trovare accanto alle stringate indicazioni sulla storia urbana di Dougga, Sufetula, Althiburos, Bulla Regia e Thuburbo Maius almeno una breve presentazione di Utica, prima capitale della provincia e la cui storia urbanistica è nota, almeno nelle sue linee essenziali. Il resto del capitolo è organizzato secondo tipologie monumentali: teatri, anfiteatri, ippodromi, terme, abitazioni urbane, residenze rurali e infine monumenti funerari. Questa impostazione, largamente diffusa nella manualistica archeologica, è probabilmente la più adatta ad una presentazione volta anche ad un pubblico vasto, sebbene abbia l’inconveniente di ostacolare la percezione complessiva dei contesti urbani.

 

          Delineato il quadro archeologico relativo agli insediamenti, l’Autore si interroga poi sulla valenza storica e culturale da attribuire loro, chiedendosi fino a che punto la società imperiale africana possa realmente considerarsi romanizzata. È questo uno dei capitoli più interessanti del volume (p. 71-95), poiché a partire da un’ampia eterogeneità di elementi (la lingua, la religione, le manifestazioni di lealismo imperiale, la cultura artistica e il gusto della committenza) François Baratte presenta con limpida coerenza un problema complesso, opportunamente richiamando l’attenzione su un fattore trascurato: spesso gli studiosi moderni procedono alla conoscenza di un territorio che fu provincia di Roma prevalentemente attraverso i segni che Roma stessa ha impresso sul territorio, poiché la cultura romana ha lasciato testimonianze scritte più abbondanti e tracce materiali più facilmente leggibili: non per questo, tuttavia, sarebbe lecito ritenere che non esistessero alternative possibili. L’Africa Proconsolare rappresenta probabilmente un terreno di osservazione privilegiato da questo punto di vista, come dimostra un celebre esempio di Lepcis Magna: Annobal Tapapius Rufus, l’esponente della nobiltà locale che in età augustea costruisce il teatro, adotta i tria nomina, tradizionalmente considerati segno di romanizzazione, senza però per questo motivo rinunciare a un’onomastica personale francamente punica ed, anzi, ostenta fieramente perfino la lingua punica accanto al latino proprio nell’iscrizione dedicatoria che celebra il compimento dell’edificio. Ciò dimostra che l’appartenenza di una famiglia (e di una intera comunità) alla romanità non fosse necessariamente percepita come una rinuncia al proprio bagaglio culturale passato.

 

          Il discorso condotto sulla città trova opportuno complemento nel capitolo successivo (p. 98-113), dedicato all’assetto delle campagne, il cui studio in Proconsolare è certo meno avanzato, ma intorno al quale molti studiosi stanno lavorando, grazie anche al progressivo raffinarsi delle metodologie di ricognizione archeologica. Tra i lavori i cui risultati l’Autore sommariamente richiama, riveste giustamente un ruolo privilegiato lo studio condotto negli anni ’90 del XX secolo da Mariette de Vos nei dintorni di Dougga, poiché in un comparto particolarmente fertile fin dall’antichità ha evidenziato molteplici resti di fattorie, villaggi, infrastrutture idriche, impianti artigianali e rivelato così le enormi potenzialità di un settore di studio, ancora in gran parte da indagare, ma che promette di rivelare con sempre maggiore precisione come in antico si facessero fruttare le risorse del territorio e quali fossero dunque le ragioni profonde della grande prosperità che caratterizzava la Proconsolare. Il discorso si volge così all’economia rurale ed integra sapientemente ai risultati delle ricerche archeologiche la documentazione storica e giuridica, in modo da presentare in maniera esaustiva le dinamiche legate allo sfruttamento di una terra celebrata per essere “il granaio di Roma”. Alla produzione di olio, di vino e di grano si dedica lo spazio maggiore per il peso economico e la qualità della documentazione, tuttavia non si tacciono le attività legate alla pastorizia e alla pesca. Analogamente, tra i prodotti dell’artigianato africano, alla ceramica è rivolta grande attenzione, senza che per questo siano trascurate altre produzioni e attività come l’estrazione di metalli in miniera e di marmi nelle cave. La stretta integrazione fra città e campagna è infine l’aspetto fondamentale sul quale François Baratte richiama il lettore in chiusura di capitolo.

 

          L’antichità tarda comporta anche per l’area oggetto di questa indagine cambiamenti profondi, per spiegare i quali ad un pubblico vasto l’Autore ha ritenuto, opportunamente, di ripercorrere la stessa linea di lettura offerta per l’età imperiale. A partire dalla sintetica illustrazione dei principali avvenimenti storici e delle riforme amministrative (di Diocleziano nella fattispecie), l’analisi affronta le condizioni delle città quale punto di osservazione privilegiato per comprendere i cambiamenti sociali in atto. L’introduzione poi del cristianesimo ha un forte impatto nella mentalità come nel paesaggio urbano, poiché implica la costruzione di tipologie monumentali specificamente legate alla nuova liturgia e al culto dei martiri; tali imprese edilizie rinnovano profondamente il repertorio architettonico e figurativo, pur a partire dalla tradizione precedente. Ai monumenti cristiani, al loro ricco apparato decorativo e ancor più al significato di ciascuno nella mutata cultura urbana dell’Africa tardoantica si dedicano pagine di grande interesse (p. 114-130).

   

          Non molto spazio è infine dedicato all’occupazione vandala, alla riconquista bizantina e all’invasione araba che sembra chiudere definitivamente un ciclo storico (p. 131-140). Ma ancora una volta François Baratte non delude il lettore, specialista o semplice appassionato, poiché gli indica nuove prospettive di interpretazione, guidandolo così a modificare il giudizio storiografico tradizionale. L’invasione vandala, occorsa nei primi decenni del V secolo, è spesso considerata prima responsabile di una decadenza cupa e inarrestabile, appena rallentata per qualche decennio dalla presenza bizantina. È pur vero che l’attività edilizia nelle città subisce un manifesto rallentamento, essendo limitata per lo più alla costruzione di edifici per il culto cristiano, mentre il tenore della vita cittadina sembra un poco per volta deteriorarsi; tuttavia la dinamica in corso non può essere veramente considerata un tracollo. Nelle campagne gli elementi di continuità paiono prevalere, come testimoniano le “Tavolette Albertini”, una serie eccezionale di documenti, scoperti presso Tébessa e datati con precisione al regno di Guntamundo (484-486 d.C.), che riportano i contratti relativi a transazioni fondiarie, per lo più legate alla stessa proprietà, il Fundus Tuletianos: le colture pregiate, le infrastrutture per l’irrigazione e quelle per la lavorazione dei prodotti paiono sostanzialmente in buono stato. Anche sul piano degli scambi a lunga distanza l’idea tradizionale di una brusca interruzione con l’avvento vandalo si va sfumando, man mano che si approfondiscono le conoscenze sulla produzione e sulla circolazione ceramica del V secolo; il declino delle fabbriche ubicate nella valle della Medjerda e la fioritura invece delle fabbriche byzacene non possono essere considerati di per sé elementi di inarrestabile crisi, bensì aspetti di una ristrutturazione del sistema economico. L’effimera riconquista bizantina del VI secolo non incide a fondo su queste linee di tendenza, nonostante il programma di fortificazione delle città (in epoca imperiale del tutto sguarnite di mura, data la stabile condizione di pace) abbia lasciato un segno prepotente nel paesaggio urbano. Le fonti archeologiche e i testi arabi smentiscono l’idea di un’economia stagnante nel VII secolo ed anzi sottolineano la prosperità del territorio rapidamente conquistato dai nuovi venuti. La fondazione di Tunisi però, al posto di una Cartagine in rovina, segna ormai simbolicamente il passaggio ad una fase storica nuova.

 

          Alla luce della complessità dei contenuti esposti e della efficacissima modalità comunicativa adottata, il giudizio conclusivo sul testo appena edito di François Baratte non può che essere ampiamente lusinghiero: si tratta di una sintesi magistrale, destinata a rimanere a lungo un punto di riferimento imprescindibile per tutti coloro che intendano occuparsi di Africa romana.