Pera, Rossella (a cura di): Il significato delle immagini. Numismatica, arte, filologia, storia. Atti del secondo incontro internazionale di studio del Lexicon Iconographicum Numismaticae (Genova, 10-12 novembre 2005), pp. XXVI-536 di testo, LXXXII Tavole b/n fuori testo, Serta Antiqua et Mediaevalia, XIV Scienze documentarie, II, ISBN: 978-88-7689-266-0, Euro 150,00
(Giorgio Bretschneider Editore, Roma 2012)
 
Compte rendu par Paolo Daniele Scirpo
(pascirpo@arch.uoa.gr)

 
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Publié en ligne le 2013-04-19
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Inserito nella serie Serta Antiqua et Mediaevalia dell’Università di Genova, vede la luce a cura di Rossella Pera, per l’editore Giorgio Bretschneider il volume degli Atti del secondo incontro internazionale di studio del Lexicon Iconographicum Numismaticae, tenuto a Genova nel novembre del 2005.

 

          Nella sua breve Premessa (pp. IX-XI), la curatrice, oltre ai ringraziamenti di rito, spiega la genesi del Convegno e le motivazioni che l’hanno spinta ad organizzarlo.

 

          Dopo il Programma dei lavori (pp. XIII-XV) e le Abbreviazioni (pp. XVII-XXV) inizia la prima parte del volume con il contributo di François Lissarrague (pp. 1-9), in cui si pone l’accento sulla scorta del precedente lavoro di Ch. Seltman, sulla compresenza di simboli particolari sia sui tipi monetali ateniesi precedenti alla “civetta” che sugli episemata dei guerrieri in alcune raffigurazioni vascolari attiche. Pur ammettendo questa duplice utilizzazione dei motivi, l’A. non ne accetta però la decodificazione proposta da Seltman come emblemi dei ghene aristocratici, perché ritiene che le immagini non vadano decontestualizzate dall’ambito di appartenenza (sia esso numismatico o ceramografico) ma analizzate più approfonditamente rispetto alla loro semplice lettura lessicale.

 

          Marina Taliercio Mensitieri offre alcune annotazioni sui tipi monetali della Magna Grecia fra il VI ed il IV secolo a.C. (pp. 11-26). Nella fase arcaica, la monetazione mostra una tipologia iconografica tendenzialmente omogenea e basata sulla rappresentazione di culti, temi mitici e celebrazioni rituali, ma con una forte coloritura locale (eccezion fatta per la più giovane colonia di Hyele, legata fortemente al mondo micrasiatico della madrepatria Focea). Ciò si dovrebbe addebitare alla volontà delle élites aristocratiche cittadine di veicolare tramite la moneta, la propria appartenenza ad un orizzonte culturale comune ed allo stesso tempo legato al territorio. I mutamenti tipologici del secondo quarto del V secolo riflettono gli sviluppi interni alle poleis magno greche, caratterizzati o dalla volontà di raccogliere l’eredità sibarita (Poseidonia) o di introdursi nel circuito acheo tramite l’adozione dello statere (Hyele) o di “democratizzazione” della base civica con la sostituzione dell’ecista aristocratico Phalantos con il dio-fiume eponimo Taras (Taranto). Il perdurante stato bellico, infine, in cui dovettero sopravvivere le colonie fra la fine del V ed il IV secolo, che ebbe come risposta la creazione della Lega Italiota, si riflette nelle scelte delle successive tipologie monetali di tipo cultuale e militare, atte a ribadire la costante vitalità delle apoikiai.

 

          Maria Caccamo Caltabiano, ricollegandosi ad una vecchia ipotesi formulata in passato da Ciaceri, Pace e Manni, prova a dimostrarne la correttezza, valorizzando gli aspetti iconografici dei documenti monetali, analizzando il medesimo soggetto iconico in maniera diacronica e diatopica e tentando un approccio multidisciplinare. Come esempio, viene analizzata la figura della ninfa Himera ed in particolare dei suoi attributi simbolici: lo stemma/infula e la phiale/patera (pp. 27-50). Come già espresso nella voce del LIMC, Himera (la Bramosia) sarebbe un’ipostasi di Afrodite, che infondendo il desiderio amoroso, assicurava la fecondità. Nelle monete della polis, la ninfa incarna il premio vinto da un personaggio importante dell’epoca: l’esule cnossio Ergoteles, che vittorioso nei Giochi Olimpici, fu immortalato dai versi di Pindaro (XII Olimpica) e che tentò di assumere la tirannide di Himera. Un secondo schema iconico (dea stante che sacrifica di fronte all’altare) abbastanza raro, indicherebbe secondo l’A., la richiesta di un Salvatore (SOTER) della città che infatti, appare nel rovescio della moneta, rappresentato come un giovane cavaliere che scende da cavallo. Nei decenni finali del III secolo a.C., la ninfa Himera si è tramutata nella Tyche poleos, mantenendo il suo carattere originario di sposa-guerriera-principessa, alla cui mano aspiravano i pretendenti al potere nella polis. In età ellenistica, questo motivo iconografico è adottato dalle zecche alessandrine in onore delle regine tolemaiche ed in Sicilia, lo si ritrova nella raffigurazione della regina Filistide così come in seguito, tramite Livia, moglie di Augusto, è usato per le Imperatrici successive.

 

          Ai quattro tipi principali (A-D) dell’iconografia di Afrodite sulle emissioni cipriote del V-IV secolo a.C., riconosciute da Hermary, Barbara Lichocka ne aggiunge altri dove accanto a simboli che rimandano chiaramente alla descrizione della dea nei versi di Omero ed Esiodo, si notano differenti acconciature (pp. 51-67). La somiglianza e la quasi contemporaneità della monetazione di Cipro, con testa turrita di Afrodite (tipo D) con la creazione dell’iconografia della Tyche di Eutychides di Sicione (inizi III secolo a.C.), lascia credere non solo una loro ancora indefinita interrelazione ma accende dubbi sull’identità della dea cipriota che si discosta dalla panellenica dea della bellezza e dell’amore.

 

          Serena Bianchetti intravede in alcuni passi dell’opera di Polibio, la possibilità che il clan degli Scipioni si fosse posto sulla scia della tradizione macedone di dominio del mondo e che proprio grazie alla penna dello storico, avesse creato una nuova carta geografica, necessario presupposto delle future conquiste dell’aquila di Roma (pp. 69-89).

 

          I tre successivi articoli sono collegati fra loro dalla comune tematica della semantica nel trono nella monetazione greca, romana e bizantina. Il primo contributo di Benedetto Carroccio (pp. 91-108) mostra come il motivo, già attestato in monumenti figurati e letterari del Vicino Oriente, sia stato in età greca arricchito di valenze e significati le cui origini sono ancora da chiarire. Nei testi letterari dove è associato sia alle divinità olimpiche che in età ellenistica, proprio su influsso orientale, alla figura del sovrano, il trono è altresì presente nelle raffigurazioni scultoree e vascolari d’età arcaica e classica. L’A. si domanda se la diversa rappresentazione di figure sedute in seggi di varia forma (diphroi, klismoi, etc.) non corrisponda ad una diversa valenza. Se infatti, il trono appare raramente nei conii d’età classica e in ambienti anche distanti fra loro ma accomunati da un regime tendenzialmente monarchico, il diphros appare invece, più diffuso e legato a figure divine maschili (su tutte Zeus) e femminili (spesso identificate come le ninfe eponime delle poleis). Nel concludere la sua disanima, l’A. ritiene che i diversi seggi adottati nelle monetazioni indichino una diversa funzione svolta dalle varie autorità mortali su concessione e protezione divina: basilica-autocratica-assoluta (thronos), magistratuale-condivisa (diphros), legislativa (klismos) o giudiziaria-itinerante (diphros okladias).

 

          Nel suo excursus dall’età repubblicana a quella tardo-antica, Mariangela Puglisi pur limitandosi alle coniazioni della zecca romana, protende per l’esistenza di un forte legame di analogia e/o filiazione fra l’Imperatore e le divinità maschili e femminili poste sul trono, ai fini della legittimazione del loro potere (pp. 109-129). Anche l’immagine del trono vuoto, si ricollegherebbe all’origine divina dell’Imperatore, sia tramite il capostipite Augusto Divus sia attraverso l’Augusta, in quanto sposa-regina dispensatrice del potere e tutrice del governo. Solo con l’avvento di Costantino, la figura dell’imperatore in carica, si libera degli intermediari con il divino e diviene lui stesso SALUS ET SPES REI PUBLICAE.

 

          Con l’adozione quindi, del motivo del trono tradizionalmente appannaggio di Dei ed Imperatori divinizzati, da parte di Costantino, si valicò a detta di Daniele Castrizio, il confine sacro con il divino, rinnovando altresì l’iconografia imperiale (pp. 131-144). Si possono così enucleare alcuni filoni iconografici che furono adottati in tempi e modi ben precisi. La raffigurazione frontale dell’Imperatore in trono, sia esso da solo o in compartecipazione con le mogli o i successori, si accompagnano ancora con la tipologia con la personificazione di Costantinopoli, creata ad immagine e somiglianza con quella di Roma. Quale Vicario di Cristo, l’Imperatore romeo è raffigurato su un trono con cuscino. Anche il kathisma imperiale nella loggia dell’ippodromo è presente nei conii di Maurizio Tiberio (582-602) emessi dalla zecca centrale. Nella rappresentazione del difficile momento della trasmissione del potere, il trono fu usato quale motivo legittimante dalla nuova dinastia istaurata. A Basilio I si deve inoltre l’istituzione nel recto, della tipologia del senzaton (della raffigurazione cioè del Cristo, seduto in trono [senzon]) che sopravvisse fino all’età dei Paleologhi. L’ultima tipologia analizzata dall’A. è quella della Theotokos in trono che introdotta su monete d’elettro da Alessio I Comneno, perdurò fino alla caduta di Costantinopoli (1453).

 

          Andrew Burnett analizzando la prima iconografia della dea Roma, giunge alla conclusione che la sua invenzione avvenuta nel III secolo a.C., non fu sempre stabilita ma aveva diverse varianti, ed essendo un’iconografia insolita nell’arte antica, perché direttamente ispirata a quella della dea Athena, fu probabilmente influenzata da quella di Alessandro Magno (pp. 145-152).

 

          Il rapido e ricco campionario di immagini del Macedone sia nelle monete che nelle arti figurative (coroplastica, bronzistica, etc.) offerto da Paolo Moreno ribadisce ancora una volta l’importanza dell’iconografia reale in età ellenistica e romana (pp. 153-170).

 

          Nel variegato mosaico etnico della penisola iberica del III-II secolo a.C., si colgono evidenti le differenze anche nei tipi monetali adottati dalle varie entità politiche della regione. Oltre le colonie focesi di Rhode e Emporion, si avvertì l’influsso punico nella Hispania Ulterior (poi Baetica sotto Augusto) sia nella scelta del metallo (seppur ricca di miniere d’argento, si preferì usare il bronzo) che nella tipologia dei conii (spiga, tonno, pigne, palme, ghiande, etc.). Francisca Chaves Tristàn coglie così l’influsso delle culture mediterranee nelle coniazioni della zona meridionale della penisola nel voler rappresentare ad esempio, la divinità poliade e nell’adozione di simboli urbani che caratterizzino la comunità civica, senza dimenticare l’apporto successivo romano che fornì degli importanti paralleli nello sviluppo di un linguaggio iconografico locale ancora da interpretare nella sua interezza (pp. 171-191).

 

          Le emissioni delle penisola iberica almeno dalla fine del IV fino alla fine del III secolo a.C. mostrano un repertorio iconografico essenzialmente greco, anche se le autorità emittenti non furono monarchi ellenistici ma poleis greche (Rhode e Empurias) e comunità civiche iberiche (Arse e Saitabi) per lo più rette da regimi oligarchici e aristocratici. Sebbene sia difficile enucleare l’origine dell’influsso greco (probabilmente di marca magno-greco e siceliota) sulla monetazione iberica a detta di Pere Pau Ripollès Alegre appare chiaro che la regione sia comunque integrata economicamente nel mondo ellenistico (pp. 193-218).

 

          La personificazione del fiume assente nella monetazione d’età repubblicana fa la sua comparsa come tipo accessorio nella seconda metà del I secolo d.C. ma solo nel secolo successivo è accolto come tipo principale nel retro della moneta, identificato dalle legende. Più frequente è invece, la sua presenza in scene composite dove, a causa della mancanza di attributi specifici, il fiume gioca un ruolo importante nella corretta interpretazione iconografica del tipo. Patrizia Serafin s’interroga così sul significato dei particolari presenti nel conio, di certo funzionali, legati al gusto estetico dell’incisore ma voluti espressamente dall’autorità allo scopo di veicolare un messaggio diversamente recepibile in varie zone dell’Impero (pp. 219-249).

 

          Nel breve estratto presentato da Francesca Ghedini e Isabella Colpo per illustrare l’aspetto metodologico dell’analisi iconologica-interpretativa, si ci sofferma innanzitutto sulla definizione di “schema iconografico” che varia a seconda della prospettiva adottata dalla ricerca (pp. 251-262). Presa in esame la figura di giovinetto seduto su un masso, si è raccolto l’insieme delle ricorrenze (schema iconografico = postura base), individuandone in seguito le varianti ed infine, analizzando i particolari accessori (nel caso specifico esterni al protagonista) che permettono una sua identificazione (Narciso, Endimione, Ganimede, Ciparisso). Dopo aver quindi individuato l’archetipo e le ragioni del committente, si ci interroga sul soggetto di Ciparisso che è attestato quattro volte nel repertorio vesuviano. Il cervo ferito da una lancia e la figura di Apollo (o del suo arco e del tripode) risultano così essere gli elementi identificatori del soggetto. Si sono enucleati due tipi iconografici derivanti da archetipi riferiti ad altri soggetti (Narciso ed Endimione) lasciando supporre l’esistenza di sketchbooks che offrivano agli artigiani una base grafica da adattare alle richieste del committente. Si può infine, attribuire una grande capacità semantica alla raffigurazione di Ciparisso nella casa dei Vettii, anche in relazione agli altri soggetti che decoravano i medesimi ambienti.

 

          L’analisi offerta da Anna Lina Morelli sull’iconografia della Mater nella monetazione imperiale romana si basa sulle rappresentazioni ufficiali delle Auguste, divenute dal fondatore della dinastia Giulio-Claudia, strumento indispensabile dell’ideologia del potere (pp. 263-293). Il ritratto della imperatrice, il cui influsso in ambito religioso e istituzionale era ampliato da determinati schemi iconografici atti ad “illustrare” i mutamenti ideologici in atto, grazie anche alla varietà epigrafica delle legende, inglobò una serie di messaggi difficilmente distinguibili oggi, sulla base non di uno schema evolutivo lineare, bensì di una serie di strutture legate alle differenti modalità di elaborazione ideologica.

 

           Nel suo lungo ed accurato esame del lessico e della sintassi nelle emissioni a nome delle Augustae dai Flavi ai Severi, Emanuela Ercolani pone l’accento sulla stretta dipendenza fra l’ideologia imperiale (frutto a sua volta della tormentata dialettica Principe-Consilium) ed il personale della zecca che la trasmise nel lessico monetale, rifacendosi sì alle raffigurazioni del potere nelle arti maggiori, ma arricchendole con attributi e particolari in rapporto ai successivi mutamenti ideologici (pp. 295-343).

 

          Rossella Pera avanza l’ipotesi che l’adozione della tipologia della Securitas nelle emissioni neroniane siano dovute alla volontà imperiale di indicare per immagini l’avvenuto raggiungimento di uno stato di tranquillità dopo uno di pericolo (pp. 345-364).

 

          Nella sua breve disamina delle tipologie monetali sulle prime emissioni anglosassoni del VII-VIII secolo d.C., Anna Gannon sottolinea le innovazioni iconografiche riscontrabili nelle rappresentazioni a figure piene, sia individuali (quali ad esempi quelle dell’angelo, arcangelo, serafino ispirate al modello romano della Vittoria oppure all’immagini dei santi contraddistinte dalla lunetta nella parte inferiore del campo numismatico) che accoppiate (donne oranti e Vergine Maria) (pp. 365-371).

 

           Con il suo contributo dedicato all’analisi delle tipologie iconografiche nella monetazione medievale italiana, Lucia Travaini pone l’attenzione sulla figura del vescovo santificato che in età tardo-antica divenne punto di riferimento e di aggregazione per la comunità civica (pp. 373-390). Preceduta dalle raffigurazioni dei primi vescovi sui mosaici ravennati, la prima immagine su moneta si incontra nelle emissioni di Roma col papa Adriano I (772-795) che si distaccò dall’iconografia imperiale di Costantinopoli. Col suo successore al soglio pontificio, Leone III (795-816) fece la sua comparsa il busto di San Pietro. I modelli così stabiliti furono largamente adottati dai successori con l’intento ideologico di identificare l’autorità papale con quella del Principe degli Apostoli. San Gennaro fu invece, il primo santo vescovo che ebbe l’onore di figurare nella monetazione bronzea di Napoli della prima metà del IX secolo, con un’iconografia ancora non canonizzata, senza pallio né tonsura. Ciò a testimoniare la corsa all’indipendenza dall’impero che le singole città posero sotto la protezione del proprio santo vescovo. Così dicasi nel caso di Gaeta (Sant’Erasmo), Sorrento (Sant’Antonino), Aquileia, etc. Pur priva di confronti iconografici col mondo antico, la monetazione medievale italiana con questa tipologia presenta una similitudine sia nel ruolo di fondatore della comunità cristiana svolto dal vescovo, sia dall’associazione frequente del santo protettore (spesso vescovo della stessa città) e l’autorità emittente (agli inizi proprio il vescovo vivente).

 

          Nel lungo percorso fatto dalla moneta che dapprima emessa su delega imperiale e rigidamente codificata in pesi e misure, col passare del tempo (dal Comune alla Signoria) approdò ad un’autonomia nell’espressione iconografica grazie all’adozione del tipo del santo vescovo locale, Ermanno Arslan sottolinea l’esperienza di Milano ed il suo rapporto con l’immagine del suo amato vescovo Ambrogio, sulla cui scia si posero anche altre realtà comunali dell’Italia settentrionale e centrale (Firenze, Lucca, Pisa, Roma, Genova, Bologna) (pp. 391-409).

 

           Gabriella Moretti grazie alla sua interessante analisi dell’influsso che il mito di Eracle al bivio ebbe sulla letteratura e sull’iconografia monetale antica, rende rintracciabili i suoi echi anche nella successiva arte europea (pp. 411-434).

 

          Tra i poster presentati al convegno, alcuni trovano posto anche nell’edizione degli Atti.

 

           La tipologia monetale dell’aquila su preda (delfino) diffusa nelle colonie milesie del Ponto Eusino ed in Sicilia (ad Akragas) è vista da Angela D’Arrigo come ricollegabile all’arte scita del V secolo a.C., nel quale l’aspetto sacrale del suo significato simbolico sembra legato non solo alle due divinità principali (Zeus ed Apollo) ma anche a quello sottinteso dagli stessi animali quali rispettivamente padroni del cielo e del mare (pp. 437-444).

 

          Prendendo in esame la tipologia monetale di Terina, Grazia Salomone mette in evidenza la problematicità dell’interpretazione della ninfa eponima che compare in tutti i rovesci delle sue emissioni (460-300 a.C.) accompagnata spesso dalla legenda al nominativo (pp. 445-456). Detentrice e dispensatrice di vittoria, dea poliade, nonché trait d’union fra cielo e terra, Terina è una dea polifunzionale, simile per molti aspetti ad Afrodite, la cui duplice natura è simbolizzata anche dal sua doppia immagine con e senza ali.

 

         Da citare anche il contributo di Catia Trombetti sull’iconografia del suino alato nella monetazione di molte poleis micrasiatiche interpretato come simbolo della legalità del possesso di un territorio da parte di un’autorità forte (quale ad esempio, il tiranno Policrate a Samo) allo scopo di rivendicarne una legittimazione del potere acquisito (pp. 457-470).

 

         Nella sua scheda Chiara Pilo offre una panoramica sulla diffusione del tipo del Gallo nella monetazione antica (pp. 471-481). In particolare, per ciò che riguarda la monetazione di Himera (540-472 a.C.) dove la figura del gallo che compare sempre al Dritto, si accoda all’ipotesi più accreditata (quale “araldo del giorno = Hemera) fra tutte quelle proposte.

 

         Sulla base dei confronti con le altre zecche italiote e siceliote di III secolo a.C., Rosa Maria Nicolai propone di attribuire alla zecca di Brundisium la produzione delle monete romane repubblicane con il tipo della Victoriola, databile così all’ultimo ventennio del secolo, quando Roma si avviava a vincere lo scontro con Annibale (pp. 483-491).

 

          In un brevissimo excursus iconografico, Michela Ferrero sottolinea la funzione aggettivale del lituus nella monetazione di Augusto (pp. 493-502) mentre Sabrina De Pace riapre la questione ancora insoluta sulla datazione della serie “isiache”, leggendole alla luce di un estremo tentativo pagano di salvaguardia della iconografia (e quindi della cultura e della religione) tradizionale (pp. 503-510).

 

          Alle corte Sassanidi ci conduce l’indagine di Andrea Gariboldi che focalizza la sua attenzione sul motivo iconografico della corona che ogni sovrano faceva effigiare nelle sue monete, assieme ad una simbologia astrale di stampo zooroastrico (pp. 511-521). Di converso, Carlo Poggi con l’attribuzione al ducato di Alfonso II d’Este delle monete con “aquiletta”, le ritiene facente parte dell’esposizione della collezione numismatica presente nell’Antichario realizzato a Ferrara da Pirro Ligorio (pp. 523-530).

 

          Nelle sue conclusioni (pp. 531-536), Angela Pontrandolfo ripercorrendo le relazioni presentate, accenna fra i meriti del convegno pur fra i tanti interrogativi ancora insoluti, alla presa di coscienza da parte degli studiosi di una metodologia la cui applicazione sia foriera di nuove interpretazioni iconografiche che possano aiutare nella ricerca storica.

 

          Il volume tipograficamente ben curato, con illustrazioni in bianco e nero ma di ottimo livello, quasi esente da sviste ed errori, oltre a patire l’atavica impermeabilità italica ad estratti in qualsivoglia lingua straniera (non necessariamente l’inglese), sebbene sia attenuata dalla presenza di contributi in francese e spagnolo, presenta alcune lacune dovute in gran parte al ritardo nella sua pubblicazione a distanza di sette anni dal Convegno, quali ad esempio l’aggiornamento della bibliografia dei contributo al 2004-2005. Data comunque, la ricca messe di nuove letture ed interpretazioni, si ci augura quindi presto gli atti di un terzo incontro per il LIN.

 

 

Sommario

 

Premessa; pp. IX-XI

Programma dei lavori; pp. XIII-XV

Abbreviazioni pp. XVII-XXV

F. Lissarrague, L’image mise en pièce: entre monnaie et ceramique; pp. 1-9

M. Taliercio Mensitieri, Annotazioni a margine di tipi monetali di ambito magno-greco tra VI e IV secolo a.C.; pp. 11-26

M. C. Caltabiano, Dea e Nymphe. L’ideologia della personificazione della Città nell’iconografia monetale; pp. 27-50

B. Lichocka, Aphrodite et les émissions monétaires Chypriotes; pp. 51-67

S. Bianchetti, Disegnare e dominare il mondo: conoscenza geografica e rappresentazione dell’ecumene nella tradizione greco-romana; pp. 69-89

B. Carroccio, La semantica del trono I. L’età greca; pp. 91-108

M. Puglisi, La semantica del trono II. L’età romana: dalla Repubblica al tardo-Impero; pp. 109-129

D. Castrizio, La semantica del trono III. L’età bizantina. Il senzon: trono di Cristo, trono del basileus; pp. 131-144

A. Burnett, La prima iconografia della dea Roma; pp. 145-152

P. Moreno, Immagini di Alessandro Magno: monete e storia; pp. 153-170

F. Chaves Tristán, Il riflesso dell’iconografia ellenistica nelle coniazioni della Hispania Ulterior; pp. 171-191

P. P. Ripollès Alegre, El reflejo de la iconografia helenística en las emisiones de Iberia Oriental: el siglo III a.C.; pp. 193-218

P. Serafin, Il fiume a Roma (da fluvii a Tiberis); pp. 219-249

F. Ghedini, I. Colpo, Immagini di Ciparisso nel repertorio pompeiano; pp. 251-262

A. L. Morelli, L’iconografia della mater nella monetazione romana imperiale; pp. 263-293

E. Ercolani, Lessico e sintassi delle emissioni a nome delle Augustae dai Flavi ai Severi. I presupposti; pp. 295-343

R. Pera, In trono, a destra: nota iconografica su Securitas nelle emissioni neroniane; pp. 345-364

A. Gannon, Esseri o non esseri. Rappresentazioni di figure sulle prime monete anglosassoni; pp. 365-371

L. Travaini, I santi vescovi, divinità cittadine sulle monete italiane; pp. 373-390

E. Arslan, Ambrogio, i Visconti e le monete di Milano: un caso esemplare; pp. 391-409

G. Moretti, Il mito di Eracle al bivio fra letteratura e iconografia; pp. 411-434

A. D’Arrigo, Il tipo monetale dell’aquila su delfino fra Mar Nero e Sicilia; pp. 437-444

G. Salamone, Campi e dominî semantici: caratteri e funzioni della dea Terina; pp. 445-456

C. Trombetti, Creature alate tra cielo e terra σς πτηνός. Indagine iconologica sul tipo di ‘protone di cinghiale alato’ nella monetazione antica; pp. 457-470

C. Pilo, Un’immagine, molteplici significati. La diffusione del tipo del gallo nella monetazione antica; pp. 471-481

R. M. Nicolai, La Victoriola come simbolo sulle emissioni anonime della Repubblica Romana; pp. 483-491

M. Ferrero, La funzione aggettivale dell’immagine: il lituus nella monetazione di Augusto; pp. 493-502

S. De Pace; Le emissioni isiache: nuove riflessioni; pp. 503-510

A. Gariboldi, Le corone dei Sasanidi; pp. 511-521

C. Poggi, La collezione di Alfonso II d’Este: immagini numismatiche nella Ferrara del XVI secolo; pp. 523-530

A. Pontrandolfo, Conclusioni pp. 531-536