Dagen, Philippe: L’art dans le monde de 1960 à nos jours. 256 pages, 20,0 cm × 26,7 cm × 2,5 cm, 1.05 kg, ISBN : 978-2-7541-0436-4, 35 €
(Éditions Hazan, Paris 2012)
 
Compte rendu par Simona Bernardello, Università degli studi di Genova
(zimo2003@libero.it)

 
Nombre de mots : 2714 mots
Publié en ligne le 2015-03-10
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume è pubblicato da Hazan, una delle maggiori e titolate case editrici francesi, nata da una costola di Hachette e fra le poche specializzate nella pubblicazione di testi riguardanti l'arte: il loro catalogo comprende studi critici, dizionari, monografie, guide d'arte firmate dai maggiori studiosi della materia e cataloghi d'espozione, coediti grazie alla collaborazione con alcune delle più eminenti istituzioni museali a livello internazionale1. L'autore di “L'art dans le monde de 1960 à nos jours”, Philippe Dagen, è professore all' università Sorbonne (Paris I), critico d'arte per Le Monde dal 1985, commissario d'esposizione e romanziere. Ha pubblicato numerosi testi riguardante l'arte del Novecento e monografie dedicate a Jean Hélion e Picasso2. L'opera, oltre ad una prefazione e un epilogo, è composta da tre parti principali, la prima organizzata su base tematica ed intitolata “Questions générales”, le ultime due ordinate secondo un criterio anche cronologico e suddivise “Des années 60 aux années 80” e “Des années 80 à aujourd'hui”.

 

          La prefazione è molto importante per comprendere la metodologia utilizzata dall'autore. Dagen introduce inizialmente le difficoltà insite nella stesura del volume, dovute all'ampiezza, alla diversità e alla “prossimità” temporale della materia trattata, ammettendo che ciò che si leggerà nella sua opera potrebbe essere per alcuni aspetti provvisorio e suscettibile di ulteriore sistematizzazione. Obbligatorio circoscrivere il campo d'azione a ciò che si intende tradizionalmente per “belle arti” (pittura, scultura, disegno e incisione) e alle arti di formazione più recente (fotografia, video, installazione, performance), affrontando la trattazione di argomenti come cinema e architettura soltanto in maniera funzionale: ad esempio, architettura intesa come contenitore e luogo di esposizione, e cinema trattato come “sfondo visuale”, repertorio di immagini e azioni.

 

          La definizione empirica di arte: “L'art est ce qu'une époque, quelle qu'elle soit, s'accorde à considerer comme telle” (p. 8), è presa a pretesto dall'autore per introdurre il concetto di storia, e dei due “imperativi”, di matrice storica appunto, che determinano la metodologia per studiare e analizzare la materia. In primis, la storia particolare, o interna, il “mondo dell'arte”, per utilizzare una macro categoria con cui intendere caratteri, spazi e tempi degli artisti e della loro opera. Secondariamente, la storia propriamente detta, quella di tutti: diffusa e collettiva, che descrive i continui cambiamenti di un mondo incoerente e instabile. Due storie da tenere distinte ma il cui corso è indissociabile e continuamente mescolato. Per Dagen è impossibile prescindere da entrambe, e il “contesto” è ben più che una cornice per i fatti artistici; non ci si dovrà stupire infatti se, in maniera frequente, il suo testo cercherà di tendere dei rapporti fra opere e fatti di natura non artistica. Se l'autore rivendica una propria specificità (credo sia utile ricordare che Dagen si occupa in particolar modo di storia sociale e culturale dell'arte) è esattamente questa “[...] séparer le moins possible l'histoire de la création de l'histoire générale” (p. 9).

 

          Il rischio maggiore è di imporre a questioni differenti un sistema interpretativo unico e uniformante, una sorta di “ossessione fondamentale” che potrebbe sfociare nella ricerca di un denominatore comune oppure porre in luce soltanto le opere fondamentali, tralasciando la realtà caleidoscopica dell'arte. Avendo ben presente il problema, l'autore ha cercato di non cedere a facili categorizzazioni il cui risultato è di ridurre il fatto artistico a ciò che può essere individuato come esemplare e tipico. Se un regola va cercata, è quella del cambiamento: rotture e negazioni sono divenute, dagli anni Cinquanta in avanti, il fil rouge a cui rifarsi per comprendere la produzione artistica. Profondamente convinto di questo, l'autore privilegia fra gli altri l'aspetto metamorfico dell'arte di questo periodo, affermando che la seconda metà del XX secolo non è tanto la continuazione del periodo precedente ma un tempo differente, e come tale deve essere trattato.

 

          Per concludere questa essenziale premessa, Dagen sottolinea che non è nel suo intento enunciare o individuare una gerarchia o un palmarès artistico, ma cercare di comprendere gli sviluppi dell'arte di questo periodo, i suoi meccanismi intellettuali e materiali, lasciando ad ognuno il piacere e la libertà di pronunciarsi nel solo modo che valga in presenza di un'opera d'arte, sarebbe a dire alla prima persona singolare.

 

          Comincia ora la prima delle tre grandi sezioni in cui il testo è suddiviso, “Questions générales”, frazionata a sua volta in quattro sottosezioni: Mutations sans retour, L'abolition de “la hiérarchie des substances”, Exposer, vendre, Le temps des musées. La prima affronta, con una panoramica a volo d'uccello, i cambiamenti epocali che hanno trasformato in maniera irreversibile il mondo dell'arte, nel cinquantennio in esame (1960 – 2010). In particolar modo: riconoscimento e celebrazioni nei maggiori musei di artisti e movimenti della prima metà del secolo, inizialmente ignorati o criticati; spostamento del centro artistico più importante dall'Europa (Parigi in particolare) agli Stati Uniti, l'apparizione di nuove tecniche e materiali – in generale, progressi tecnici e scientifici – ai quali l'arte non poteva rimanere indifferente; affermazione dell'arte “al femminile”; allargamento della geografia artistica dovuta alla mondializzazione.

 

          La definizione “hiérarchie des substances” è tratta dall'articolo “Le Plastique” che Roland Barthes pubblica nel 1957 in Mythologies. Barthes afferma che la plastica, più che un materiale, è l'idea stessa della possibilità della sua trasformazione infinita, l'ubiquità resa visibile. La gerarchia delle sostanze è abolita in quanto una sola le rimpiazza tutte: il mondo intero può essere plastificato (pp. 36 – 37). Dagen prende spunto dalla prosa visionaria di Barthes per sottolineare l'introduzione e l'utilizzo nell'arte di nuovi materiali e tecniche mutuati dal progresso scientifico, industriale, tecnologico e favoriti dallo sviluppo del commercio massivo. Partendo dal 1953 coi Combine Paintings di Rauschenberg, passando per la costruzione – e il riuso – di strutture metalliche motorizzate o elettrificate, sino all'adozione critica dello strumento cinema, in seguito dello sfruttamento del video e ancor più recentemente dell'informatica.

 

          In Exposer, vendre l'autore discute sulle modalità di esposizione che, a partire dagli anni Sessanta, si sviluppano convivendo fra loro. In primis, le gallerie d'arte private, espressione della volontà e del gusto del proprietario, sono caratterizzate solitamente da spazi ristretti e presentano mostre sia personali che collettive. Secondariamente, i “Salons”, mostre collettive organizzate da un comitato o da una giuria: a partire da quelli celeberrimi che ebbero luogo a Parigi, si trasformeranno man mano sfociando nella forma della Biennale (a cominciare da Venezia, Parigi, Sao Paulo). La perdita del primato di capitale dell'arte di Parigi in favore di New York, la nascita di altre importanti gallerie e musei in diverse città europee vede il fiorire della fiera d'arte contemporanea (il cui nome già esemplifica lo scopo principale: vendere) e l'assimilazione del mondo dell'arte al mercato dell'arte. Infine, con l'allargamento mondiale dei confini artistici, le fiere accrescono la loro importanza e si trovano a dover gareggiare con le case d'asta: seppure di creazione ultracentenaria (come Sotheby's o Christie's), il loro interesse per l'arte contemporanea comincia intorno agli anni Ottanta del Novecento. Sull'esempio del sito web della galleria d'arte del pubblicitario britannico Charles Saatchi, lo sviluppo di internet potrebbe concorrere nel breve termine a dei nuovi cambiamenti.

 

          In Le temps des musées Dagen descrive i cambiamenti che hanno interessato lo scenario museale e istituzionale negli ultimi cinquant'anni. Il periodo viene definito come “età dei musei” in ragione della proliferazione di nuove sedi, del rinnovamento delle antiche, del peso politico e mediatico di queste operazioni: pensiamo ad esempio al Centre Pompidou voluto da Georges Pompidou. Oltre a divenire un simbolo culturale, il museo diviene depositario della memoria universale e difensore del patrimonio mondiale, spesso disperso o distrutto a causa dei conflitti. Ed infine, ma non per importanza, gareggia con fiere ed esposizioni nel forgiare il gusto e consacrare l'operato artistico.

 

          La seconda sezione “Des années 60 aux années 80” è anch'essa divisa in quattro parti, riguardanti le manifestazioni artistiche succedutesi in questi vent'anni. Si comincia con Pop: com'è ormai consuetudine, s'intende con “pop art” l'insieme delle opere che sono rappresentazione della società del tempo, improntata a nuovi metodi di produzione e al liberalismo economico. Non si tratta di un movimento vero e proprio, ma di gruppi di artisti in paesi diversi, accomunati dalla consapevolezza della nascita di una società nuova e dalla volontà di donarle un'arte che la rappresenti. L'affermazione del nuovo clima artistico avviene tramite la negazione e l'irriverenza nei confronti degli artisti precedenti, di cui la generazione pop è di circa vent'anni più giovane: diviene ben presto lo stile di un'epoca, ed in cui quest'epoca si riconosce volentieri, favorendo un successo rapido ed esteso dei suoi rappresentanti.

 

          In opposizione al linguaggio pop, ma anch'essi interpreti dei cambiamenti sociali e della rivoluzione tecnico- scientifica, due movimenti distinti: Minimalismo e Cinetismo (o Op Art). In essi denotiamo l'utilizzo della geometria: i minimalisti in maniera volutamente semplificatrice, con l'abbandono di ogni riferimento a qualità fisiche o psichiche nell'opera, mentre gli artisti optical la sviluppano sino ad approdare a superfici in cui la percezione risulta sfalsata o deviata a causa degli effetti ottici. L'evoluzione che ha dapprima portato all'estrema semplificazione di forme e colori, sfocia in seguito allo stadio ultimo dell'arte vista come idea di se stessa. Nasce così l'arte concettuale: l'esistenza materiale dell'opera cessa non è più strettamente necessaria, in quanto diviene sufficiente l'enunciato di quello che essa potrebbe essere. Gli artisti dei movimenti sopracitati hanno sempre rifiutato una descrizione del loro operato di taglio sociale, difendendo la posizione di osservatori neutri del presente, preoccupati della purezza della loro arte. Nonostante sia questo l'assioma ufficiale, la critica sociale e politica è preponderante negli anni Sessanta e Settanta. Nascono proprio ora modalità espressive che provocano una frattura radicale con il passato: happenning, actions, performances, che contestano le abitudini artistiche consolidate e con esse anche il presente. In particolar modo, gli artisti che ricorrono alle nuove modalità d'espressione criticheranno apertamente il colonialismo, la contrapposizione fra i sessi, la guerra fredda ed i vari conflitti combattutti nei paesi dell'allora definito “terzo mondo”. Il maestro a cui rifarsi è ancora una volta DaDa, per la sua forza dissacratoria: bersaglio di satira e denuncia è la società contemporanea, ossessionata dalla prosperità e dal commercio. Nuovamente vengono stravolte le definizioni di arte e di artista, mentre quella di opera diviene incerta. In antitesi estrema rispetto alla pop art, la definizione dell'immagine femminile: azionismo e happennings, ideati ed interpretati da artiste donne, denunciano la posizione subalterna che la società del tempo riserva loro, introducendo anche la spinosa questione sessuale.

 

          L'esempio più famoso dell'artista attivista e controverso è Joseph Beuys: accettando di essere qualificato con l'appellativo di “sciamano” rivendica per la sua arte una portata ed un'efficacia che vanno aldilà di se stesso e sono indirizzate a tutti gli uomini. Beuys incarna perfettamente la figura dell'artista impegnato e desideroso di intervenire nella società: avversario costante della borghesia tedesca e del mondo industriale in cui essa prospera, ribadisce l'importanza della natura e del rapporto dell'uomo con essa inserendo nella sua opera continui riferimenti ad animali, minerali o vegetali. Il desiderio di un rapporto diretto ed inaccessibile con la natura diviene oggetto anche degli artisti della Land art. Con l'Arte Povera l'artista diviene un'alchimista, ordinatore delle cose viventi e vegetali in fatti magici; gli italiani trovano corrispondenza nel gruppo giapponese denominato Mono Ha. Una relazione fra queste manifestazioni artistiche è basata non soltanto sulla ripresa o sull'influenza, ma su un forte appello a ritrovare percezioni e relazioni con la natura.

 

          Comincia ora la terza sezione, “Des années 80 à ajourd'hui”. Intorno alla metà degli anni Settanta sembra sospeso il periodo dei movimenti organizzati e delle neo-avanguardie: l'arte ritrova la centralità dell'artista e la storia ricomincia a scriversi alla prima persona singolare. Il panorama è in questo periodo molto eterogeneo e confuso, difficile da decifrare. Cercando di delineare due tendenze dominanti, possiamo registrare la forte presenza di opere autobiografiche e il tardivo riconoscimento di personaggi precedentemente trascurati, un esempio su tutti quello di Louise Bourgeois.  I mezzi impiegati sono disparati e il corpo dell'artista occupa un posto preponderante; l' obiettivo non è quello di narrare una vita reale ma di immedesimarsi in vite altre, creando una proiezione di sé che compenetra l'immaginario singolare e collettivo. In questo periodo assumono crescente importanza forme pittoriche dalla forte espressività, che sviluppano l'idea iniziale della pop art prendendo spunto dal quotidiano e traendo le immagini dal fotogiornalismo d'attualità, dalla pubblicità, dal cinema. A cavallo degli anni Ottanta esplode anche il fenomeno della street art, con graffiti e “tags”: nata da principio in strada o nelle metropolitane e pervasa da un forte spirito di denuncia, è legittimata grazie al sostegno di Andy Warhol e contribuisce al rinnovamento del mondo artistico.

 

          Oltre al cambiamento della figura dell'artista, si afferma una concezione aperta della creazione e i confini fisici si dilatano. In concomitanza la trasformazione della società e dei suoi mezzi di comunicazione è accelerata e amplificata dalla rivoluzione “numerica”; l'onnipresenza dell'immagine ha come risultato la nascita di nuove riflessioni del mondo dell'arte in rapporto ad essa. Il rapporto degli artisti con la fotografia cambia, diventando di tipo analitico: essi la osservano e ne spiegano il funzionamento, rendendo manifesti metodi di rappresentazione, suoi codici e sottintesi. Grande importanza avrà in quest'epoca l'utilizzo del medium video, sfruttato in particolar modo da artisti provenienti da paesi recentemente comparsi nel panorama creativo. Grazie a fotografia e video i soggetti politici ed economici acquisiscono nuovamente importanza all'interno della riflessione artistica, anzi il mondo dell'arte riesce in questo momento a farsi nume tutelare della riflessione sul presente, in contrapposizione alla fugacità dell'informazione contemporanea. Anche la pittura si trova a dover fare i conti con la meccanicità e con l'ipertrofia dell'immagine, che sembra minacciare nuovamente la sua esistenza. La riflessione porterà a risultati differenti a seconda delle individualità, che si possono riassumere essenzialmente nella volontà di sottomettersi alla potenza dell'immagine, di fuggirne pur subendone la fascinazione, di farne materia stessa dell'opera per distanziarsene criticamente.

 

          Infine, gli ultimi due decenni del XX secolo vedono il ritorno del ready-made, con la manipolazione di oggetti presi dal quotidiano. L'operazione diventa ora maggiormente ironica e caustica rispetto al passato, e si fa portatrice di una sorta di “sociologia del gusto” che riflette sugli stereotipi e sul pensiero dei contemporanei. L'installazione prevede uno “spostamento” dell'oggetto che porta ad una rappresentazione e analisi dei problemi odierni, sottolineando la rinnovata volontà artistica di prendere la parola in prima persona.

 

          Il volume si conclude con un epilogo stringato e deciso. Riuscire a trarre oggi delle conclusioni su quella che l'arte sarà in un futuro prossimo è vana speranza, in quanto la parola d'ordine è imprevedibilità. Per Dagen l'arte può essere definita come moderna nella misura in cui non si comprende al di fuori delle mutazioni della società odierna, in quanto essa ne è oggetto e con essa mantiene stretti rapporti, per quanto la comprensione da parte del grande pubblico sia spesso difficile. Si è parlato infatti di “arte impossibile”, proprio per questa sua difficoltà ad essere recepita ed apprezzata dalla maggioranza: l'autore si augura che il suo testo sia d'aiuto a comprendere che l'arte è il mezzo più efficace di riflettere sulla realtà di cui essa è interprete.Il testo è una panoramica circostanziata dell'arte degli ultimi cinquant'anni. Senza pretesa di esaustività, l'autore riesce a donarci un quadro puntuale del fatto artistico, dei suoi meccanismi e della stretta relazione che esso intrattiene con la storia sociale e politica di riferimento. Per comprendere il modus operandi di Dagen è indispensabile leggere la premessa iniziale: essa ci aiuta a leggere l'opera in chiave critica, riuscendo a coglierne le sfaccettature e i collegamenti, per quanto abbia considerato alcune delle affermazioni dell'autore leggermente forzate. Questo non diminuisce il valore del suo lavoro, scritto con una prosa densa e incalzante da leggere tutta di un fiato. Sicuramente il testo presuppone una pregressa conoscenza della materia trattata affinché si possa apprezzarne la complessità. Da rimarcare l'epilogo al volume che suona come una professione d'amore per l'arte in se stessa e come espressione “alta” del genio umano, trasmettendoci il desiderio dell'autore di propagarne conoscenza e comprensione. Numerose le immagini, per molte delle quali troviamo didascalie esplicative. Curata e piacevole la veste grafica, ben integrata con l'apparato iconografico.

 

 

1    http://www.editions-hazan.fr/editeur

2 http://www.editions-hazan.fr/ouvrage/347200/l-art-dans-le-monde-de-1960-a-nos-jours-philippe-dagen