Bassani, Maddalena: Antichità lagunari. Scavi archeologici e scavi archivistici, Collana Hesperìa, 29, 236 pp., Ill. B/N, Ill. Col., 17 x 24 cm, ISBN: 978-88-8265-746-8. Euro 135,00
(L’Erma di Bretschneider, Roma 2012)
 
Compte rendu par Margherita Bolla, Musei Maffeiano e Archeologico di Verona
(margherita.bolla@comune.verona.it)

 
Nombre de mots : 1295 mots
Publié en ligne le 2013-12-17
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1865
Lien pour commander ce livre
 
 

 

         Riedizione ampliata di un volume edito nel 2010, il testo propone l’analisi di due settori della laguna di Venezia considerati particolarmente significativi per la comprensione dei fenomeni di antropizzazione nei secoli, la Valle Millecampi a sud e l’attuale Canale di Burano a nord, inoltre un approfondimento sui ritrovamenti archeologici avvenuti nell’isola di Torcello.

 

          Come indica il sottotitolo, l’Autrice ha scelto di affiancare ai dati forniti dall’archeologia (rinvenimenti e scavi vecchi e recenti) un’accurata ricerca archivistica, con costante attenzione ai mutamenti geomorfologici nelle varie epoche. Se alla ricerca negli archivi si ricorre come complemento agli scavi soprattutto nell’archeologia medioevale, gli elementi innovativi stanno qui nell’utilizzo da parte di una stessa persona dei due metodi di indagine, nel tempo ad essa dedicato e nel livello di approfondimento raggiunto, oltre agli specifici risultati storici. Alcuni errori di stampa presenti nel volume potevano probabilmente essere eliminati in fase redazionale.

 

          Precede l’analisi delle due aree prescelte un panorama della storia dell’archeologia nella laguna di Venezia, proposto dall’Autrice come “cursorio”, ma di notevole efficacia informativa. Dopo aver brevemente trattato dell’approccio iniziale all’antico (dal IX secolo al Duecento all’Umanesimo), del collezionismo rinascimentale e dell’inversione di rotta provocata dalla scoperta nel 1753 di un edificio romano nell’isola di San Secondo, percepita come prova che l’insediamento nella laguna non era un portato delle invasioni barbariche ma era stato preceduto da una frequentazione romana, il periodo dal XIX secolo ad oggi viene suddiviso in tre fasi, che corrispondono ad altrettanti indirizzi di ricerca. Nell’Ottocento, a seguito di ulteriori scoperte, acquisisce nuovi sostenitori la teoria di un’origine nell’antichità, anche preromana, dell’antropizzazione della laguna, mentre con gli anni Sessanta del Novecento gli scavi polacchi a Torcello introducono la metodologia dello scavo stratigrafico, affiancata da analisi sui resti ossei e vegetali, affrontando le difficoltà determinate dall’operare in un contesto umido ed evidenziando le analogie fra l’isola e la terraferma riguardo alle modalità insediative di età romana. Dal secondo dopoguerra si susseguono le edizioni di documenti d’archivio, dando avvio all’approccio multidisciplinare alla ricostruzione del passato della laguna di Venezia, di cui si avvale anche il presente volume. Infine, in anni recenti, si affiancano all’archeologia “tradizionale” i metodi del restauro architettonico e le imprese dell’archeologia subacquea e navale, accanto al proseguimento degli studi in ambito archivistico e alle analisi ambientali; il moltiplicarsi dei contributi in diverse sedi di pubblicazione (periodici, riviste, collane) fa registrare anche il riemergere di posizioni negative sull’esistenza di insediamenti stabili nella laguna prima dell’Alto Medioevo.

 

          Successivamente, la disamina della Valle Millecampi è condotta non soltanto dal punto di vista dei ritrovamenti archeologici dall’epoca preromana in poi – per i quali riveste grande importanza l’area contermine del santuario di Lova – ma anche dello studio della documentazione d’archivio (con particolare attenzione alla toponomastica), per mettere in luce i mutamenti nella gestione di queste aree di laguna (dal predominio dei monaci a quello di privati cittadini alle problematiche che resero necessari in più occasioni interventi governativi). Con l’Ottocento e il primo Novecento si torna alle scoperte archeologiche, fra le quali di particolare significato un grande pavimento a mosaico e reperti funerari romani: da ogni notizia si cerca di ricavare il maggior numero possibile di informazioni. Il paesaggio lagunare, con i problemi determinati dalla “contrapposizione” fra acque dolci e acque salse, dagli interramenti naturali o provocati dall’uomo, in modo legale o proditorio, e dall’alternarsi della volontà di sfruttamento della terra per pascoli e coltivazioni e dell’acqua per la pesca, riveste un fascino peculiare per le sue caratteristiche insolite.

           

          Il medesimo articolato metodo d’indagine viene applicato alla zona del canale di Burano, di diversa configurazione rispetto a Valle Millecampi, ma con alcune problematiche analoghe. A partire dall’età del Bronzo in avanti, le notizie “antiche” di ritrovamenti vengono confrontate con dati più recenti, per verificarne l’affidabilità. Per ogni informazione sono considerate, se necessario, più ipotesi interpretative, con lodevole esempio di equanimità. Il canale di Burano è identificato come fondamentale passaggio verso il mare in connessione in particolare con l’area portuale di Altino, e vengono quindi citati i ritrovamenti che a questa vanno riferiti; inoltre i resti di strutture romane rinvenute all’interno del vero e proprio canale sono interpretati come parte del sistema portuale altinate. Le epoche successive a quella romana vengono esaminate in rapporto al ruolo da assegnare in questo tratto lagunare alla presenza di acque dolci, diramazioni del fiume Sile, da un lato opportunità dall’altro emergenza negativa; anche documenti apparentemente poco significativi, come il manoscritto relativo al processo (svoltosi nel 1363-1364) per la scomparsa di un cavallo nelle acque del fiume, vengono trasformati in fonti informative sulla morfologia del paesaggio, che viene tratteggiata passo dopo passo fino alla seconda metà del XIX secolo, quando si evidenziano anche problemi di ordine pubblico (contrabbando) e di ordine militare (navigazione di imbarcazioni da guerra).

 

          Nel capitolo dedicato a “Una prima Torcello?” viene esaminata la documentazione redatta nel 1839 dal collezionista archeologo Giovanni Davide Weber sulla scoperta di un “tempio bislungo poligono” avvenuta nell’isola sette anni prima: si tratta di una breve relazione, una pianta e uno schizzo topografico relativi a una struttura poi scomparsa (reinterrata o distrutta), che vengono esaminati con grande cura dall’Autrice, anche sulla scorta di dati archivistici. Ne risulta una proposta di ubicazione georeferenziata e un tentativo di interpretazione, come edificio antico, condotto in due direzioni (ambiente di un complesso residenziale o monumento funerario), pur senza rifiutare aprioristicamente l’interpretazione già fornita da altri (chiesa medievale). A proposito dell’indicazione del Weber sul ritrovamento, durante lo scavo nell’edificio, di “frammenti di vasi cinerari Romani”, si potrebbe considerare anche la possibilità che si trattasse di anfore non usate a scopo funerario, poiché tali recipienti – benché rinvenuti in drenaggi o in altri contesti - venivano correntemente denominati nell’Ottocento “olle cinerarie” o “vasi cinerari”. L’Autrice prende giustamente in esame sia l’ipotesi di una giacitura primaria di questi reperti sia quella di una collocazione secondaria.

 

         In relazione agli oggetti prevalentemente in bronzo giunti al Museo di Torcello con indicazioni di ritrovamento nell’isola negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento (citati alle pp. 131-132), va ricordato che quei decenni – appena successivi all’unità d’Italia – videro una grande diffusione delle false provenienze locali, in risposta alla notevole attività di acquisto dei musei, fortemente impegnati nel recupero delle memorie storiche del proprio territorio di riferimento. Sarebbe quindi da sfumare l’affermazione che è in generale necessario “considerare fededegni gli antichi cataloghi ottocenteschi, tanto più circa le provenienze dei manufatti” (p. 141): i dati di ritrovamento forniti ai conservatori dei musei dai venditori venivano trascritti negli inventari in modo acritico e solo qualche volta con formule rivelatrici di dubbi o cautele (“dicesi trovato a” e simili). Queste considerazioni non comportano ovviamente la negazione del rinvenimento di oggetti romani a Torcello, dove la presenza umana dalla prima età imperiale è stata dimostrata dagli scavi polacchi già menzionati.

 

          Nell’ultimo capitolo, i dati esposti in precedenza vengono messi in rapporto con quanto finora noto sull’archeologia nella laguna veneziana e con i dati storici sull’espansionismo augusteo e sullo sviluppo in età imperiale dell’insediamento nella zona, collegando Millecampi con l’area di Lova e il canale di Burano con l’area portuale a sud di Altino. I risultati degli “scavi archivistici” vengono utilizzati per tracciare, con i dati geomorfologici, una sintesi dei mutamenti postclassici nella laguna riguardo a insediamento e attività umane. Da ultimo sono proposte ulteriori prospettive di indagine, auspicando in particolare grandi campagne di scavo e approfondimenti in ambito archivistico, soprattutto per mettere in luce le eventuali acquisizioni di antichità reperite in laguna da parte di famiglie patrizie veneziane note per i loro interessi antiquari e indicate da documenti come proprietarie di terreni nelle aree indagate e in altre. In conclusione, l’Autrice offre con quest’opera una matura e appassionata testimonianza di ricerca, non solo archeologica.