Villari, Elisabetta (a cura di): Il paesaggio e il sacro. L’evoluzione dello spazio di culto in Grecia: interpretazioni e rappresentazioni, pp.190, 16 tav a colori, Collana ATHENAEUM, ISBN 978-88-6405-411-7, € 20,00
(De Ferrari, Genova 2013)
 
Compte rendu par Giovanni Mastronuzzi
(giovanni.mastronuzzi@unisalento.it)

 
Nombre de mots : 3119 mots
Publié en ligne le 2014-03-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume curato da Elisabetta Villari costituisce l’edizione delle ricerche presentate in occasione di un incontro di studio tenuto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova ed organizzato in collaborazione con l’Università di Losanna Anthropole. Il convegno si è tenuto nel maggio 2012 e gli atti sono stati pubblicati a meno di un anno da quella data (aprile 2013) con ammirevole ed encomiabile celerità; tuttavia un’ulteriore rilettura delle bozze avrebbe risparmiato qualche errore tipografico.

 

          Oltre a ricercatori delle Università di Genova e Losanna, all’incontro hanno partecipato studiosi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, dell’Istituto Italiano per l’Archeologia Sperimentale di Genova, dell’Università Cattolica di Milano.

 

          Il settore degli studi sull’antichità raggruppati sotto l’etichetta di “archeologia dei paesaggi” sta attraversando una stagione particolarmente florida, denotando un notevole sviluppo ed una crescente complessità.

 

          Al di là del dibattito sviluppatosi a partire dagli anni ’70 del secolo scorso sulla stessa definizione di “archeologia dei paesaggi”, appare innegabile che il focus delle ricerche è rappresentato dall’interazione tra uomo ed ambiente. Dal punto di visto metodologico tale impostazione comporta necessariamente lo sviluppo di forme di indagine interdisciplinari e, del resto, l’archeologia globale richiede sempre più una stretta collaborazione tra specialisti di discipline diverse. E’ anche vero che, talora, l’archeologia dei paesaggi tende ad essere identificata con le ricerche di topografia antica. Le ricognizioni di superficie rappresentano il principale strumento per la raccolta di dati su scala territoriale, ma esse non possono costituire l’unica fonte documentaria.

 

          Casi di studio specifici come quelli proposti nel volume curato da Elisabetta Villari, dimostrano che il tema dei paesaggi antichi può riguardare ogni studioso del passato sensibile ad una contestualizzazione geografico-ambientale. Obiettivo dell’incontro di Genova era lo studio del “rapporto tra lo spazio adibito alle pratiche religiose e il paesaggio circostante” (pp. 13-14): esperti di varia formazione si sono cimentati con il tema proposto, ciascuno apportando le conoscenze derivate dall’applicazione dei metodi di raccolta e analisi dei dati specifici della propria disciplina. Nel saggio conclusivo, Leonardo Paganelli, con una prosa brillante, a tratti affascinante, riprende le considerazioni espresse dai vari studiosi e le collega come un filo di perle in cui viene esaltato il valore individuale di ciascuna di esse e quello complessivo al tempo stesso.

 

          Nell’introduzione, Elisabetta Villari richiama alcuni progetti che hanno avuto come esito importanti convegni di carattere internazionale dedicati ai paesaggi sacri (p. 10). In quelle ed in altre circostanze analoghe, che è opportuno richiamare, la costante è rappresentata dall’obbiettivo dell’interazione tra conoscenze, in maniera che ai dati topografici, geografici ed ambientali vengano affiancati quelli storici, archeologici, iconografici, archeobotanici, archeozoologici ed archeometrici in generale (si vedano ad esempio: Nava Maria Luisa, Osanna Massimo (a cura di), Lo Spazio del rito. Santuari e culti in Italia meridionale tra indigeni e Greci, Atti delle Giornate di Studio, Matera 2002, Bari 2005; Raventòs Xavier Duprè, Ribichini Sergio, Verger Stéphane (a cura di), Saturnia Tellus. Definizioni dello spazio consacrato in ambiente etrusco, italico, fenicio-punico, iberico e celtico, Atti del Convegno Internazionale, Roma 2004, Roma 2008; Prêtre Clarisse, Huysecom-Haxhi Stéphanie (édités par), Le donateur, l’offrande et la déesse. Systèmes votifs dans les sanctuaires de déesse du mond grec, Actes du 31e colloque international organisé par l’UMR Halma-Ipel, Lille 2007, Liège 2009). Un’esperienza di studio dei paesaggi antichi, con particolare riguardo ai contesti cultuali, e di comunicazione dei risultati raggiunti è stata realizzata presso l’Università del Salento nell’ambito del progetto LandLab (http://landlab.unisalento.it/html/index.html; D’Andria Francesco, Semeraro Grazia, The LandLab Project. Multimedia laboratory for research, education and communication regarding archaeological landscapes, in Archaeological Computing Newsletter, 64, 2006 pp. 19-22; D’Andria Francesco, “Messapia illustrata”. Comunicare l’archeologia, in Vetustis novitatem dare. Temi di antichità e archeologia in ricordo di Grazia Angela Maruggi, Taranto 2013, pp. 257-267).

 

          Oltre alla breve introduzione della curatrice, il volume comprende otto contributi, l’ultimo dei quali ha anche funzione di saggio conclusivo sui lavori del convegno genovese.

 

          Il primo articolo propone una riflessione sulla destinazione cultuale delle grotte in epoca preistorica. Ad una introduzione di carattere generale segue un approfondimento su due casi studio: la Grotta Scaloria di Manfredonia in Puglia e le Grotte di Monte Kronio presso Sciacca (Sicilia).

 

          La prima parte è estremamente ricca di spunti di riflessione che si ricollegano ad una lunga tradizione di studi risalente ai lavori pionieristici di antropologia della seconda metà dell’800 e degli inizi del ‘900, in particolare di Émile Durkheim, ma anche di Edward Burnett Tylor, e che trovano riscontro in una bibliografia recentissima.

 

          Le AA. propongono alcune considerazioni di metodo ampiamente condivisibili. In particolare, il monito a non ricorrere alla spiegazione religiosa per elementi e manufatti, altrimenti “privi di interpretazione plausibile” (p. 17), rientra nell’approccio prudente allo studio dei fenomeni relativi alla religione già proposto negli studi di preistoria (v. ad es. Grifoni Cremonesi Renata, Observations of the Problems Related to Certain Cult Phenomena During the Neolithic in the Italian Peninsula, in Journal of European Archaeology 2, 1994, pp. 179-197).

 

          Considerazioni interessanti vengono proposte sul rapporto tra credenze e riti, sulla definizione di rito/rituale, sull’explanation dei dati archeologici, sull’individuazione di indicatori del rito, ed infine sull’idea di liminalità associata al luogo-grotta.

 

          Sotto la definizione di riti si possono raggruppare tutte le azioni funzionali all’espletamento del culto (una discussione particolarmente incisiva è in Verhoeven Marc, The Many Dimensions of Ritual, in Insoll Timothy (ed.), The Oxford Handbook of Archaeology of Ritual and Religion, Oxford 2011, pp. 115-132). Esse possono lasciare tracce archeologiche, ma non nel caso di gesti, danze, parole, suoni, rumori, ed in maniera analoga difficilmente si potrà immaginare di percepire e ricostruire colori, odori e sapori del rituale (nell’ambito dell’archeologia dell’Italia meridionale preromana sono utilissimi riferimenti: Osanna Massimo, Rituali sacrificali e offerte votive nel santuario lucano di Torre di Satriano, in Archiv für Religionsgeschichte 6, 2004, pp. 44-61;  Lippolis Enzo, Parisi Valeria,  La ricerca archeologica e le manifestazioni rituali tra metropoli e apoikiai, in Atti del L Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 2012, pp. 423-470; sul ruolo delle esperienze sensoriali nella pratica rituale Hull Kathleen L., Ritual as performance in small-scale societies, in World Archaeology 46, 1, 2014, pp. 1-14 ). Poiché i singoli atti non sono più osservabili direttamente, per l’antichità classica si è a lungo cercato di rintracciarne un’eco nei testi, ovvero nella lettura dei miti. I limiti di questo approccio sono palesi quando si consideri che la maggior parte dei documenti utili allo studio della religione si concentrano in un preciso ambito geografico e storico: Atene e l’Attica tra V e IV sec. a.C. (si vedano le considerazioni espresse in Parker Robert, Polyteism and Society at Athens, Oxford 2005).  Di conseguenza non si potrà estendere tale documentazione letteraria a tutto il mondo ellenico, dall’età Geomentrica alla fine dell’età ellenistica. In archeologia ed in preistoria, lo studio della fenomenologia religiosa dovrà necessariamente procedere su vari livelli, in maniera da non limitarsi ad una mera analisi di riti o di insiemi di essi (il rituale). Si potrà avviare un processo di individuazione di sistemi rituali funzionale alla definizione del culto, in un’accezione non sinonimica di religione (Bredholt Christensen Lisbeth, ”Cult” in the Study of Religion and Archaeology, in Jensen Jesper Tae et alii, (eds.), Aspects of Ancient Greek Cult. Context, Ritual and Iconography, Aarhus 2009, pp. 13-27); in uno stadio ulteriore la conoscenza di mito e culto avvierà il processo di approfondimento sulla religione.  

 

          Nel saggio delle studiose liguri viene proposta un’ulteriore e più semplice schematizzazione degli indicatori archeologici del rituale identificati da Colin Renfrew e, particolarmente importante, appare il concetto di oggetti “semiofori”:  manufatti non diversi da quelli di uso quotidiano e domestico che, nell’ambito di specifici contesti ed all’interno di particolari assemblaggi, assumono un valore semantico complesso, simbolico della performance rituale (p. 21).

 

          Sulla base delle premesse metodologiche viene proposta una rilettura della documentazione archeologica proveniente dai due casi studio, con la possibilità di riconoscere culti delle acque connessi a riti di passaggio tanto nella Grotta Scaloria, quanto nelle Grotte di Monte Kronio. In entrambi i casi doveva avere un ruolo decisivo il contesto naturale, il legame con un ambiente lagunare nel Gargano, in Sicilia la connessione con assetti geosismici e geotermici, da cui deriva la presenza di flussi vaporosi caldi e di acque termali.  

 

          Ilaria Orsi, giovane studiosa presso l’Università di Losanna, è autrice di una ricerca sulle fasi più antiche dei santuari di Delfi e Kalapodi.

 

          Punto di partenza è la problematica continuità tra la religione micenea e quella greca, tema affrontato con maggior prudenza anche nel lavoro di Chiara Tarditi (Università Cattolica di Milano) sul santuario di Athena Alea a Tegea: in questo caso, infatti, al di là di eccessive schematizzazioni, vengono sinteticamente riassunti i principali orientamenti della critica archeologica, nell’ambito della quale le posizioni moderate di Alexandros Mazarakis Ainian e di François de Polignac rappresentano l’approccio più valido alla questione. Ogni singolo caso deve essere valutato e interpretato alla luce dei dati archeologici, senza alcun condizionamento aprioristico. E’ chiaro che non si deve negare la possibilità che suggestioni ambientali determinino l’attribuzione di valenze sacre a determinati luoghi in periodi storici ed in contesti culturali profondamente diversi: proprio in questo emerge il tema dei paesaggi sacri e dei rapporti tra il sacro ed il contesto naturale.

 

          La continuità del culto a Delfi, tra epoca micenea ed età Geometrica, sembra tutt’altro che provata  (si veda anche Duplouy Alain, Culti e cultura nella Grecia di età geometrica (1000-750 a.C.), in Atti del L Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 2012, pp. 103-132). Anche l’ipotesi di Jean Marc Luce, circa l’esistenza di un culto oracolare associato alla fonte Castalia e preesistente rispetto a quello di Apollo, necessita di ulteriori elementi di conferma: in tal senso risultano piuttosto esili tanto la lettura delle fonti letterarie quanto l’interpretazione di alcuni dati bioarcheologici (in un ambiente quasi steppico e disboscato fino al IV sec. a.C. risaltava la presenza di una fonte d’acqua ben più ricca dell’attuale, intorno a cui si sviluppava una rigogliosa vegetazione - p. 42).

 

          Per quanto riguarda il santuario di Apollo Abai presso Kalapodi, emerge il rapporto con il territorio: la presenza del sacro sembra svolgere un ruolo decisivo nell’innescare processi di organizzazione della regione, in particolare in riferimento ai percorsi di attraversamento della penisola greca dal Golfo di Corinto al Golfo di Eubea ed in connessione con il passo di Hyampolis. La località di Kalapodi diventava, dunque, luogo di incontro, non dissimile da siti come Isthmia: con la garanzia e la protezione degli dei, la celebrazione di pasti comunitari, fondamentale strumento di “strutturazione” sociale nella Grecia di età Geometrica, poteva essere funzionale proprio all’incontro per la gestione del sistema viario interregionale.

 

          Al tema delle dinamiche insediative si collega anche l’analisi sui paesaggi sacri nell’isola di Naxos, ad opera di Karl Reber. Lo studioso dell’Université de Lausanne UNIL esamina due contesti cultuali: il santuario di Demetra e Kore a Sangri, presso Gyroulas, e quello di Dioniso nella piana di Yria; in entrambi i casi nel corso del VI sec. a.C. gli edifici di culto vengono interamente ricostruiti in marmo. Tuttavia l’aspetto su cui maggiormente viene posta l’attenzione riguarda le fasi di età Geometrica ed Orientalizzante. I dati di scavo, le ricognizioni di superficie e la collocazione topografica, al centro di ampie e fertili pianure  destinate alla coltivazione dei cereali e della vite, consentono di riconoscere nei due contesti luoghi di culto con funzione intercomunitaria, punti di riunione “neutri” in cui potevano essere regolate questioni amministrative e territoriali per la gestione delle risorse agricole (p. 55). Se al momento è difficile definire con precisione lo statuto della proprietà terriera, in particolare in riferimento all’orizzonte cronologico alto-arcaico, d’altro canto sembra indiscutibile il ruolo politico e sociale, oltre che religioso, dei due contesti cultuali fin da età Geometrica. Nell’ambito di essi, e in riferimento ai pasti sacrificali comuni, si avvia quella complessa dinamica di definizione degli assetti sociali e religiosi del mondo greco, che Alexandros Mazarakis Ainian ha avuto modo di evidenziare a proposito dei rulers’ dwellings.

 

          David Bouvier (Université de Lausanne UNIL) presenta un saggio sulle fontane a protome di leone, con l’intento di individuare una loro possibile funzione religiosa, volta soprattutto alla “costruzione dello spazio sacro”. Lo studioso tenta di superare i lavori che in passato si sono concentrati sugli aspetti tecnico-idraulici e sulla connessione con i riti di purificazione o che hanno proposto un’analisi semiotica delle immagini. In questo ambito emerge il richiamo all’attenzione per le fanciulle esposte ai pericoli dell’incontro erotico (C. Bérard), ovvero il monito ai giovani uomini che incontrano nymphai restie agli obblighi del matrimonio (I. Manfrini-Aragno). David Bouvier ritiene che l’uso delle protomi di leone possa essere ricondotto a diversi significati e, dunque, la sua proposta non vuole essere risolutiva. I vasi figurati e l’Iliade evidenziano un possibile legame tra le fontane a testa leonina, la figura di Achille e la guerra di Troia: questa è segnata nello stadio iniziale ed in quello conclusivo dalle gesta quasi sacrileghe compiute dall’eroe-leone nei confronti di Troilo e di Ettore proprio presso fontane, apportatrici di vita.

 

          Lo studio di Chiara Tarditi sul santuario di Athena Alea a Tegea, già richiamato, comprende una parte sulla storia delle ricerche ed una rassegna delle recenti scoperte che hanno consentito di riconoscere elementi di una frequentazione cultuale già nell’ambito del X sec. a.C. Le fasi più antiche documentano la pratica del sacrificio, della libagione e del pasto comune, mentre da età Tardo Geometrica si afferma anche l’offerta di doni votivi, talora di pregio, in maniera del tutto coerente con la tendenza riscontrata in numerosi santuari greci coevi. L’A. collega l’importanza del santuario di Tegea al ruolo della città nelle dinamiche del popolamento del Peloponneso, tanto che il luogo di culto attraversa la sua fase più modesta tra VI e V sec. a.C.

 

          Anna Rita Punzo, giovane studiosa dell’Università di Genova, è autrice di un saggio sulle attestazioni cultuali e mitologiche relative al mirto. Le valenze riconosciute alla pianta sono variamente ricollegate ai miti greci, in particolare quelli connessi con Afrodite. Viene richiamata la funzione afrodisiaca (p. 96), quella terapeutica della naupatia (p. 104) e quella di miracoloso farmaco che può ridare la vita o quanto meno assicurare una speranza di salvezza ai defunti (p. 101). Il lavoro è potenzialmente molto interessante e l’A. ha approfondito il tema con letture diversificate di ambito filologico-letterario ed anche archeologico. Tuttavia proprio questo elemento determina un uso parzialmente combinatorio dei dati, ma, soprattutto, un procedere piuttosto caotico della trattazione.

 

          La curatrice del volume è anche autrice di un saggio orientato all’individuazione di notazioni sul paesaggio dell’Attica nell’Edipo a Colono. La contestualizzazione storica di Sofocle e della sua opera sono la giusta premessa per la successiva analisi del testo antico: le difficoltà di Atene negli anni finali della guerra del Peloponneso fanno da sfondo al desiderio del tragediografo di rivivere i fasti del passato attraverso la celebrazione di Teseo. In proposito l’A. richiama correttamente l’importanza dei culti eroici nei processi di nascita e crescita della polis (p. 123).

 

          L’ambientazione della tragedia in un tempo lontano, addirittura pre-sinecistico, non rappresenta un limite per l’elogio alla democrazia ateniese.

 

          La lettura filologica del testo sofocleo, l’analisi grammaticale e dei costrutti sintattici, il confronto con i poemi omerici consentono alla studiosa di individuare i principali elementi di ambientazione della scena. L’A. propone l’immagine di un paesaggio “ideologico”, pensato al momento della nascita della polis, ma riferito all’occupazione spartana dell’Attica (p. 124), in cui proprio gli elementi del sacro definiscono lo spazio attraverso la presenza degli dei, dei santuari loro dedicati ed anche attraverso l’organizzazione dei culti. Nel mondo greco il fenomeno trova riscontro anche nella costruzione di monumenti con complessi cicli figurati come ha brillantemente dimostrato François Queyrel a proposito dell’altare di Pergamo (L’autel de Pergame. Image et pouvoir en Grèce d’Asie, Paris 2005 – un simile tentativo di interpretazione del consesso di divinità sul lato orientale del fregio del Partenone fu proposto da George Wicker Elderkin nel 1936).

 

          Leonardo Paganelli è autore del saggio conclusivo. Lo studioso pone il problema della definizione del sacro e, muovendo dalle possibili posizioni di una persona di fede e di un non credente, ripercorre i punti salienti dei contributi precedenti; al tempo stesso egli sviluppa un’affascinante riflessione sulla religione attraverso i secoli, fino al Papa Buono ed a Joseph Ratzinger.

 

          Da un punto di vista editoriale alcune scelte redazionali non sono del tutto condivisibili. La collocazione delle note a conclusione di ciascun saggio, in luogo di un posizionamento a piè di pagina, ne rende scomoda la lettura. D’altro canto è anche vero che questa impostazione si adegua a standard internazionali proposti nel campo dell’editoria scientifica dal Taylor & Francis Group, ad esempio. Ancor meno giustificabile è la scelta dell’uso di diversi sistemi di citazione bibliografica: le note con l’abbreviazione cit., la bibliografia generale, le citazioni nel testo abbreviate secondo il sistema autore-anno o espresse per intero.

 

          In conclusione, tuttavia, è corretto richiamare il principale merito del volume: il tema del rapporto tra dimensione sacra e paesaggio viene affrontato da specialisti di varia formazione, non necessariamente esperti di discipline correlate allo studio dell’ambiente; ciascuno dal proprio punto di vista, secondo i metodi della propria specializzazione, affronta i singoli temi variamente riconducibili alla problematica generale ed apporta il proprio contributo ad un dibattito globale sull’interazione tra uomo ed ambiente.

 

 

Sommario

 

Elisabetta Villari – Introduzione, p. 9

Eugenia Isetti, Donatella Pian, Antonella Traverso – L’uso delle grotte come spazi cultuali in ambito mediterraneo durante la preistoria recente, p. 17

Ilaria Orsi – Dal Parnaso al Golfo d’Eubea. I santuari di Delfi e Kalapodi. Elemento naturale e strategicità territoriale dalla fine del periodo miceneo all’inizio dell’epoca arcaica, p. 36

Karl Reber – Déméter et Dionysos. Paysages sacrés sur l’île de Naxos, p. 49

David Bouvier – Les fontaines à tête de lion. Quand un motif sculptural invite à relire l’Iliade, p. 59

Chiara Tarditi – Il santuario di Atena Alea a Tegea (Grecia). Continuità di culto dall’età Proto-Geometrica alla fine del Periodo Romano, p. 77

Anna Rita Punzo – Il mirto di Afrodite in Grecia. Attestazioni cultuali e mitologiche, p. 93

Elisabetta Villari – Dal kepos al témenos. Note sul paesaggio dell’Attica tra locus amoenus e ‘giardino funerario’ nell’Edipo a Colono: il bosco delle Eumenidi e l’Ur-Athen pre-sinecista, p. 117

Leonardo Paganelli – Lo spazio scenico, teatrale, rituale, cultuale e sacrale del dramma satiresco, p. 154

Bibliografia (a cura di Ilaria Orsi), p. 177

Tavole, p. 191