Cinquantaquattro, T. - Pescatori, G. (a cura di): 2. Regio I. Avella, Atripalda, Salerno. Collana Fana, Templa, Delubra. Corpus dei luoghi di culto dell’Italia Antica (FTD). Brossura; 23x30; ill. in bn; 136 pp.; 978-88-7140-502-5; € 28,00
(Edizioni Quasar, Roma 2013)
 
Compte rendu par Giovanni Mastronuzzi, Università del Salento - Lecce
(giovanni.mastronuzzi@unisalento.it)

 
Nombre de mots : 1983 mots
Publié en ligne le 2013-10-10
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1985
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          La realizzazione di Inventari, Repertori, Corpora e Thesauri di complessi di documentazione storico-archeologica costituisce un’impresa spesso ardua ma certamente meritoria per la fondamentale importanza che essi possono rivestire nella gestione e diffusione di dati e conoscenze. Naturalmente non sempre i propositi che sono all’origine di simili lavori vengono pienamente rispettati, evidentemente a causa di una vasta serie di variabili che in corso d’opera determinano alterazioni più o meno significative del progetto iniziale.

 

          L’idea del “Corpus dei luoghi di culto dell’Italia antica” ha trovato il suo avvio già alla fine del secolo scorso, nell’ambito di una collaborazione franco-italiana sotto il coordinamento di John Scheid del Collège de France (http://www.college-de-france.fr/chaires/chaire9/html/sommaire.html; Unité Mixte de Recherches n° 8585 - Università di Paris I, Paris IV e E.P.H.E.; Università degli Studi di Perugia; Soprintendenze per i Beni Archeologici di Ostia, Lazio, Umbria, Salerno-Avellino-Benevento, Pompei, Abruzzo, Molise). Al primo fascicolo, pubblicato nel 2008 a cura di Sandra Gatti e Maria Romana Picuti e dedicato a: “Regio I. Alatri, Anagni, Capitulum Hernicum, Ferentino, Veroli” (Edizioni Quasar, Roma 2008), segue ora il secondo volume anch’esso riservato a città romane della Regio I augustea. E’ inoltre in corso di realizzazione una banca-dati on-line destinata alla consultazione aggiornata delle schede relative ai luoghi di culto: non è certo superfluo richiamare l’importanza delle open sources in archeologia, tema su cui in questi ultimi tempi si sta sviluppando un dibattito particolarmente stimolante (si veda ad es. Bezzi Luca, Francisci Denis, Grossi Piergiovanna, Lotto Damiano (a cura di), Open Source, Free Software e Open Format nei processi di ricerca archeologica, Atti del III Workshop 8-9 maggio 2008, Padova 2012).

 

          Nell’introduzione al volume, a nome del comitato promotore, Filippo Coarelli e John Scheid richiamano i principi essenziali su cui è stato impostato il progetto. Pur essendo riferito ad un periodo cronologico molto ampio, il Corpus è stato strutturato in riferimento alle città romane ed all’articolazione dell’Italia antica nelle regiones augustee. Chiaramente situazioni storiche di epoca precedente devono essere valutate in riferimento ad ambiti geografici e culturali diversi, spesso più ampi, ma al tempo stesso difficilmente definibili con precisione.

 

          La struttura dell’opera prevede per ogni città una prima parte, introduttiva, in cui vengono riassunte le conoscenze relative alle sue fasi di vita, con ampi riferimenti ai dati desumibili dalle fonti letterarie, epigrafiche ed archeologiche; di seguito vengono elencati i luoghi sacri suddivisi in tre ambiti cronologici (età preromana, età romana, età tardo-antica) e distinti in urbani, suburbani ed extraurbani; parallelamente viene proposta la ripartizione tra culti pubblici e privati. La seconda parte comprende le schede in ordine alfabetico dei singoli contesti. Questi vengono censiti in riferimento ai toponimi moderni e tale scelta risulta particolarmente apprezzabile in quanto consente una chiara distinzione tra la presentazione oggettiva dei dati e la loro possibile interpretazione. Pur presentate in forma discorsiva, le schede seguono un tracciato normalizzato, ben concepito, corredato da un ampio repertorio di illustrazioni con planimetrie e riproduzioni di oggetti particolarmente significativi (nella grafica curata da Olivier de Cazanove sarebbe stato opportuno prevedere alcune immagini a colori, in quanto le planimetrie in scala di grigio risultano talora di difficile lettura).

 

          Come indicato nel titolo del volume vengono esaminati in successione i tre centri di Avella, Atripalda e Salerno, corrispondenti ai toponimi antichi di Abella, Abellinum e Salernum.

 

          Le notizie si susseguono in maniera sintetica ma precisa, con l’ausilio dei riferimenti bibliografici e dei supporti iconografici.

 

          L’abitato di Abella è conosciuto soprattutto in riferimento alle fasi di età romana. Tra gli edifici pubblici sono noti l’anfiteatro e, probabilmente, il foro; meglio indagate sono le aree di necropoli. Rispetto ad uno spazio insediativo di cui appaiono poco definite le caratteristiche essenziali, i dati relativi ai contesti cultuali risultano spesso di difficile lettura; in alcuni casi, poi, appare incerta anche l’esatta ubicazione dei luoghi di culto, dal momento che la loro esistenza è essenzialmente ipotizzata sulla base di testi epigrafici.

 

          Gli edifici religiosi sembrano assumere un particolare rilievo nelle fasi alto-medievali, quando, intorno ad essi si aggregano nuclei insediativi nell’ambito di forme di ruralizzazione dell’area urbana, fino al suo definitivo abbandono connesso con la cosiddetta eruzione di Pollena (fine del V - inizi del VI secolo).

 

          Un paragrafo a parte è dedicato a “Sacerdozi e cariche religiose” di età romana attestate da documenti epigrafici.

 

          Di notevole interesse risulta la problematica connessa con il Cippus Abellanus, iscrizione in lingua osca del II sec. a.C. in cui si fa riferimento ad un santuario di Ercole (pp. 20-25).

 

          L’insediamento di Abellinum viene identificato con l’odierna Atripalda, a pochi chilometri di distanza dall’attuale Avellino. Anche in questo caso i dati sulla fase preromana risultano molto scarni (mura di cinta, necropoli, aree di culto). Più articolate sono le conoscenze sulla città romana caratterizzata da un impianto ortogonale e racchiusa da un circuito murario in opus reticulatum. Sono stati identificati ed indagati il foro, l’anfiteatro ed una domus databile tra I sec. a.C. e I sec. d.C.

 

          Alcuni paragrafi per la presentazione di temi specifici e contesti particolari sono dedicati a: “Culti domestici, pratiche funerarie”; “Culti pubblici”; “Culti cristiani”; “Sacerdozi e cariche religiose”.

 

          Particolarmente interessante è il contesto di Santa Lucia di Serino dove, sulla base di epigrafi latine, si potrebbe ipotizzare l’esistenza di un culto collegato ad una sorgente; terrecotte figurate del V sec. a.C. documenterebbero una prima fase di frequentazione in questa epoca.

 

          Nel territorio della città romana di Salerno (nel 194 viene dedotta la colonia di diritto romano) rientrano gli importanti insediamenti etrusco-campani di Pontecagnano e Fratte: in tutto il comprensorio attraverso gli anni si è sviluppata un’importante attività di indagini sistematiche, condotte nel quadro di una collaborazione tra Soprintendenza per i Beni Archeologici, Università di Napoli - L’Orientale ed Università degli Studi di Salerno.

 

           Anche in questa area è documentata la connessione tra forme insediative di tipo pagano-vicanico e la diffusione di edifici di culto cristiano, nonché il legame di alcuni complessi con la viabilità e con le aree cimiteriali (interessante l’attestazione di elementi chiaramente riconducibili alla pratica del refrigerium - p. 50).

 

          Un paragrafo è dedicato a “Magistrati, sacerdozi e culti” attestati nella documentazione epigrafica.

 

          Molto scarne sono purtroppo le notizie sul tempietto del I sec. a.C. di Giffoni Valle Piana dedicato a Ercole, sostanzialmente inedito.

 

          Piuttosto articolata è invece la documentazione relativa a Pontecagnano, per la quale viene brevemente riassunta anche la problematica connessa con il nome del centro antico (pp. 51-52). Per l’età del Ferro sono ben conosciute le aree di necropoli, che riflettono una particolare fioritura dell’insediamento nell’età orientalizzante; mentre sono praticamente assenti i dati relativi all’abitato. L’unica possibile eccezione è rappresentata da elementi messi in luce al di sotto dei livelli di occupazione del santuario di Apollo, ipoteticamente riferibili ad una prima frequentazione cultuale dell’area, nel corso del VII sec. a.C.

 

          A partire dalla fine del VII secolo l’insediamento si struttura con la definizione di due aree santuariali principali, di un settore destinato ad attività artigianali e, dall’età tardo-arcaica, con un impianto urbano di tipo ortogonale, fortificazioni ed un sistema di irreggimentazione delle acque. Nel santuario di Apollo (a sud) il culto è attestato da iscrizioni greche ed etrusche; il santuario settentrionale, in un’area suburbana, appare collegato a culti ctonii, connessi con riti per la fertilità e con i passaggi di status; in entrambi i contesti la frequentazione si protrae dal VI agli inizi del III sec. a.C. ed attestazioni sporadiche del loro uso si riscontrano nel corso dell’età imperiale. L’abitato viene riorganizzato con la nascita di Picentia nel III secolo, ma sostanzialmente mostra continuità di vita fino al I sec. d.C. In seguito è sporadicamente documentata la presenza di impianti per la produzione di olio e vino e per la lavorazione del vetro; al VI e VII secolo si possono riferire solo alcune sepolture.

 

          Nei santuari di Pontecagnano sono documentate particolari forme di “sconsacrazione” o di “chiusura” delle aree di culto: le schede sottolineano giustamente l’importanza di questi rituali, oggetto di analisi più dettagliate in altre sedi editoriali (si veda in part.: Cerchiai Luca, Cerimonie di chiusura nei santuari italici dell’Italia meridionale, in Greco Giovanna, Ferrara Bianca (a cura di), Doni agli dei. Il sistema dei doni votivi nei santuari, Atti del Seminario di studi, Napoli 21 aprile 2006, Pozzuoli 2008, pp. 23-27). Un altro aspetto particolarmente significativo riguarda la ricostruzione dei paesaggi sacri, vista la stratta connessione, documentata nel santuario settentrionale, di recinti e depositi votivi con canalizzazioni e corsi d’acqua: il tema viene brevemente richiamato nelle schede del volume, ma è stato oggetto di dettagliate presentazioni in occasione di convegni e seminari (bibliografia a p. 57), mentre sono in corso di completamento le analisi paleobotaniche insieme a quelle archeozoologiche. Il santuario meridionale, invece, risulta maggiormente caratterizzato da edifici con una certa rilevanza monumentale, come una stoa (?) ed un oikos a cui è possibile riferire alcune terrecotte architettoniche databili tra la fine del V e la metà del IV sec. a.C.; accanto ad essi sono stati individuati pozzetti per libagioni, i resti di un “sacrificio a fuoco” e pozzi destinati ad accogliere il materiale votivo al momento dell’abbandono dell’area sacra (particolarmente consistente il nucleo dei votivi anatomici).

 

          L’insediamento di Fratte attraversa importanti fasi di vita tra il VI e la metà del III sec. a.C.; in età tardo-arcaica spicca un edificio assimilabile ad un anaktoron.

 

          Ad un santuario di Eracle, il cui nome è riportato su una dedica in lingua osca, sono stati riferiti edifici in blocchi di tufo associati a due pozzi ed una fontana impiantati in età arcaica e modificati tra IV e III sec. a.C. Sulla destinazione cultuale di altri contesti la documentazione archeologica, a mio giudizio, ma del resto anche secondo gli autori, si presenta indiziaria e non probante (scarico di via Cristoforo Capone ed area sacra di Sant’Eustachio - pp. 66-68).

 

          Nel catalogo dei luoghi di culto, nonostante le chiare indicazioni di metodo, fornite a livello di premessa, la successione in ordine alfabetico suscita un minimo di confusione: alla casuale alternanza di contesti preromani di problematico inquadramento, edifici di età romana e chiese cristiane, si sarebbe forse potuta preferire una presentazione che tenesse conto almeno di questi tre principali ambiti cronologici. Le schede sono ben compilate con grande quantità di dati descrittivi ad elevato livello di dettaglio: esse riflettono una notevole mole di lavoro svolta dagli autori che hanno dovuto confrontarsi con un’ampia e variegata bibliografia distribuita su un arco cronologico di almeno un secolo e mezzo. Alla luce di queste osservazioni si può affermare che il “Corpus dei luoghi di culto dell’Italia antica” può senz’altro costituire un utile strumento di lavoro per quanti operano nella ricerca sul campo ma anche per chi si occupa di tutela e valorizzazione di contesti archeologici.

 

          La frequente assenza di proposte interpretative, in cui il ruolo dei luoghi sacri venga valutato in riferimento agli assetti insediativi ed alle dinamiche di occupazione del territorio, costituisce un limite nella presentazione dei contesti di Abella, Abellinum e Salernum; in modo analogo risultano scarne anche le osservazioni sulla organizzazione e destinazione del culto e sul sistema dei doni e regime delle offerte. Occorre comunque sottolineare che simili lacune sono in gran parte imputabili alle modalità secondo cui la ricerca archeologica si è sviluppata in questi centri, raramente collegata a progetti di indagine sistematica. Una significativa eccezione è rappresentata dal richiamo alle problematiche della contestualizzazione delle evidenze almeno per le fasi tardo-antiche ed altomedievali.

 

 

Sommario

 

Filippo Coarelli, John Scheid – Corpus dei luoghi di culto dell’Italia antica, p. 5

Teresa Cinquantaquattro – Abella (Avella), p. 7

Gabriella Pescatori – Abellinum (Atripalda), p. 27

Maria Antonietta Iannelli – Salernum (Salerno), p. 47

 

Bibliografia, p. 71

Tavole, p. 85