Nocilla, M.: Memorie della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Vol. IX. Testimonianze islamiche a Roma. I ’bacini’ del campanili dei SS. Giovani e Paolo (XII secolo). brossura; 17x24; ill. in bn; 272 pp.; € 70,00;
(Edizioni Quasar, Roma 2013)
 
Compte rendu par Luca Pesante
(pesanteluca@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1729 mots
Publié en ligne le 2013-10-18
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1987
 
 

          Se è nel dettaglio che vengono meglio alla luce le verità sulla natura di un’opera, una recensione non dovrebbe mai omettere l’attenta analisi delle parole di dedica che di solito intruducono un libro.

 

          Inizieremo dunque da queste parole che l’autrice antepone al suo lavoro: sei righe in carattere corsivo allineato a destra, a pagina 7, subito dopo il sommario. Si tratta di una dedica bella e appassionata che chiude in sé al contempo anche introduzione e ringraziamenti, questi due ultimi in effetti assenti nel libro nelle consuete forme in cui solitamente appaiono. In uno spazio temporale scandito dalle stagioni in cui maturano i frutti – le albicocche e i fichi – ci si trova subito immersi nel «mercato del Celio, non lontano dagli amati bacini del campanile dei SS. Giovanni e Paolo». Ogni parola è offerta a Otto Mazzucato, una figura molto nota tra coloro che si sono occupati di ceramica medievale e post-medievale a Roma e nel Lazio. In specie nell’ambito di studio dei bacini ceramici egli rappresentò il vero e proprio padre fondatore della disciplina. Una viva curiosità intelligente (propria soprattutto degli autodidatti) lo portò fin dagli anni ’60 dello scorso secolo ad indagare sul lavoro dei vasai e sulle testimonianze ceramiche dell’Urbe ed a condividere i risultati all’interno della comunità di ceramologi raccolti intorno ai convegni di Albisola o alla rivista Faenza, e nell’ambito del folto gruppo di allievi.

 

            Il lavoro di Mara Nocilla dal titolo Testimonianze islamiche a Roma. I ’bacini’ del campanile dei SS. Giovanni e Paolo (XII secolo) è inserito negli Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (serie III). Memorie, volume IX, Edizioni Quasar, Roma 2013. Probabilmente l’indagine ha origine da una tesi di laurea della stessa autrice discussa presso l’Università Sapienza di Roma nell’anno accademico 1999-2000 recante il medesimo titolo, come appare segnalata in bibliografia.

 

          Il volume è suddiviso in 13 capitoli: 1. Il complesso monumentale dei SS. Giovanni e Paolo; 2. Il campanile; 3. I bacini ceramici negli edifici medievali; 4. Introduzione allo studio dei bacini del campanile dei SS. Giovanni e Paolo; 5. Inserimento dei bacini nella muratura; 6. Suddivisione tecnico-tipologica dei bacini del campanile celimontano. Schede delle ceramiche; 7. L’iconografia dei bacini del campanile celimontano; 8. Le forme dei bacini del campanile celimontano; 9. Tecnica: impasti e rivestimenti; 10. Cottura della ceramica: forni, accessori, tecniche e organizzazione del lavoro; 11. Ricerche archeometriche; 12. Commerci nel Mediterraneo: ipotesi sulla provenienza dei bacini; 13. Conclusioni. Seguono due appendici: 1. Note storico-geografico-ceramistiche; 2. Glossario.   

 

          La struttura del libro appare estremamente rigorosa e chiara: si procede sempre dal generale al particolare, dal fenomeno all’episodio specifico. E ciò è evidente fin dai titoli dei paragrafi, essenziali nella loro esattezza. Il capitolo 2 ad esempio si apre con il paragrafo I campanili romanici in Italia, segue I campanili di Roma e ancora Il campanile dei SS. Giovanni e Paolo etc.

 

          In questo modo si viene a comporre un quadro storico completo attorno al “fenomeno” dei bacini, in grado di metterne in luce le origini, gli sviluppi e il declino. Tale parabola si compie in un arco cronologico inquadrato entro XI e XV secolo ed appare rappresentata in molte città italiane, in specie prossime alla costa, prima su tutte Pisa con 600 esemplari circa ancora oggi sopravvissuti, poi Roma con oltre 265, Pavia con 179, per citare i casi più significativi. Il culmine del fenomeno è raggiunto nel Duecento, quando accanto alle ceramiche invetriate e smaltate importate dal mondo bizantino e islamico – le uniche fino ad allora inserite nelle murature – compaiono quelle di produzione locale. Si tratta di ceramiche impiegate come elementi decorativi in specie su edifici religiosi – non mancano casi su edifici civili – ma potevano anche essere utilizzate a tavola, per contenere cibi, e a volte le due funzioni non si escludevano a vicenda. I loro rivestimenti colorati, vetrine verdi e lustri dorati, riflettevano la luce quasi come uno specchio, si può pertanto facilmente immaginare l’effetto ornamentale che potevano suscitare quando ancora le superfici non erano degradate come appaiono oggi.

 

           L’autrice scrive molto bene, e crediamo che ciò abbia ancora un senso in un momento in cui nei lavori di storia della ceramica (sia in ambito ceramologico che strettamente archeologico) sembra che il vocabolario si sia ridotto a qualche decina di termini ripetuti ossessivamente nel tentativo di spiegare l’ovvio o il superfluo. Non è neppure scontato aprire un paragrafo, come spesso fa l’autrice, con la definizione di termini apparentemente noti, quali: bacino, alloggiamento, allettamento; o proporre la descrizione tecnica di ogni gesto compiuto per allettare un bacino. E tutto questo è fatto con lo stesso linguaggio utilizzato per la parte “storica” del libro, cioè senza tecnicismi o “archeografismi” oggi di gran moda.

 

          Circa 60 pagine sono dedicate ad una trattazione dell’iconografia, delle forme e dei caratteri tecnici dei bacini, seguono i risultati delle analisi archeometriche sui rivestimenti e sugli impasti di tre esemplari. Ogni aspetto è indagato fin nel dettaglio, al fine di esaurire ogni possibile informazione storica che il tema può offrire. Così il dodicesimo capitolo affronta il tema dei Commerci nel Mediterraneo: ipotesi sulla provenienza dei bacini, ovvero uno dei problemi centrali nello studio di questo tipo di oggetti.

 

          I bacini, infatti, sono per lo più prodotti dell’artigianato di paesi islamici di XII secolo – Spagna meridionale, Maghreb (attuali Tunisia, Algeria e Marocco), Sicilia – e pertanto testimoniano un legame, non solo commerciale, con alcune città italiane. Si può citare a questo riguardo il caso di Venezia e di Amalfi. La città lagunare è dal X secolo il tramite privilegiato dei rapporti tra Bisanzio e l’Occidente continentale, oltre ad essere il fulcro di una rete commerciale protesa verso il mondo islamico d’Oriente, le regioni bizantine e il Maghreb. Nello stesso periodo navi e mercanti di Amalfi erano presenti nell’impero bizantino e ancor più nel mondo musulmano. La città campana rappresentava il punto settentrionale del triangolo commerciale che la univa ad Alessandria e Madia in Tunisia. Mercanti amalfitani gestivano i loro affari da Cordoba, Costantinopoli, Bari, Il Cairo, svolgendo inoltre una sorte di intermediazione culturale tra impero bizantino e mondo musulmano.

 

          Le ceramiche da sempre hanno viaggiato per mare, di solito seguendo la rotta di altri beni, nonostante fosse una merce di scarso valore rispetto ai costi del trasporto e dello stoccaggio. Non sarà inutile citare il passo di una lettera – seppure di molto posteriore – di un mercante di stoffe socio del pratese Marco Datini, che scrive nel 1393 a proposito di un ordine di ceramiche a lustro spagnole: «sono cose lunghe e di grande perdimento di tempo».

 

          Si è prima accennato alla questione di come il fenomeno dei “bacini” sia in realtà parte essenziale nel percorso della cultura materiale che conduce allo sviluppo delle ceramiche fini rivestite da mensa, cioè alle prime produzioni di ceramiche fini invetriate e smaltate del tardo-medioevo. Essi dovettero rappresentare una meravigliosa novità tra le povere stoviglie da tavola allora diffuse a Roma, e anche grazie a ciò forse contribuirono ad innescare la nascita di un nuovo gusto che porterà ad una vera e propria rivoluzione materiale nel corso del XIII secolo.

 

          Per tale ragione sarebbe forse stato opportuno l’inserimento nel volume di un capitolo o un paragrafo riguardante i materiali importati analoghi ai bacini di SS. Giovanni e Paolo rinvenuti nei contesti archeologici romani, anche per determinare puntuali rapporti quantitativi e cronologici tra quelli impiegati come decorazione architettonica e quelli entrati nel ciclo dell’alimentazione. E ciò risulterebbe anche piuttosto agevole soprattutto grazie ai dati che negli ultimi anni hanno di molto ampliato il quadro della circolazione della ceramica a Roma nel Medioevo. Su tutti si può citare il grande scavo della Crypta Balbi che offre una straordinaria sequenza stratigrafica in grado di coprire pressoché l’intero Medioevo e gran parte dell’Età moderna, con frammenti (in realtà molto pochi) di ceramiche analoghe ad alcuni bacini del campanile celimontano, e che forse sarebbe stato bene non omettere nel volume sulle Testimonianze islamiche a Roma. I materiali ceramici medievali dello scavo dell’esedra di via delle Botteghe Oscure furono prima pubblicati nel 1990 e poi in un grande volume con fotografie a colori nel 2010. In effetti sembra che la bibliografia (intitolata «Abbreviazioni bibliografiche») inserita alla fine del volume di Mara Nocilla non oltrepassi i primi anni 2000, quando invece, editi nell’ultimo decennio, non pochi sono stati i contributi che avrebbero potuto farne parte (ad esempio l’articolo di Otto Mazzucato sulla rivista Faenza del 2006 su I bacini di S. Croce in Gerusalemme: lo studio, il recupero, la sostituzione).

 

          La seconda delle due appendici è dedicata ad un glossario. Utile per la comprensione di alcuni termini utilizzati nel volume (nel caso in cui il lettore fosse ignaro dei principali termini ceramologici), forse un po’ meno per altri, soprattutto se ci si attende la definizione di termini considerati come parte di un lessico comunemente impiegato nell’ambito della disciplina ceramologica. Lemmi quali cristallina (per vetrina) o invetriatura opaline non fanno parte del lessico ceramologico più comunemente usato; e inoltre la distinzione tra i due termini creta e argilla, tutt’altro che generalmente riconosciuta – il primo è il termine con cui nei documenti scritti almeno dal XVI al XIX secolo ci si riferisce all’argilla –; o la scelta di inserire due distinte voci quali ingobbio e ingubbio, quest’ultimo definito come «termine obsoleto dell’800 con il quale i toscani indicano il termine ingobbio»; o ancora l’uso del termine atelier in luogo di bottega (in latino apotheca), può risultare insomma più fuorviante che uno strumento effettivamente utile per la definizione dei termini del lavoro ceramico.

 

          In generale, il libro di Mara Nocilla rappresenta un nuovo importante tassello per lo studio di Roma nel Medioevo, nello specifico esso illumina due ambiti di ricerca mediante un efficace approccio interdisciplinare: il fenomeno dei bacini ceramici impiegati come decorazione architettonica e la circolazione della ceramica importata a Roma nel Medioevo. Si tratta di temi che soltanto da alcuni decenni hanno iniziato a offrire importanti elmenti su vari aspetti della società romana medievale, dimostrando ancora una volta quanto uno studio che trae origine dalla vita materiale di una società del passato sia in grado di offrire, se bene condotto, informazioni tutt’altro che marginali nell’ambito della storia globale di una città e di un territorio.