Poursat, Jean-Claude: Fouilles exécutées à Μalia, Le Quartier Mu V. Vie quotidienne et techniques au Minoen Moyen II : outils lithiques, poids de tissage, lampes, divers, faune marine et terrestre. Études Crétoises 34, Format 21x29.7 cm, 268 p. texte + 50 planches n/b, et 18 planches coul. hors texte, ISBN 978 2 86958 244 6, 85 €
(École française d’Athènes, Athènes 2013)
 
Compte rendu par Nicola Cucuzza, Università degli studi di Genova
(Nicola.Cucuzza@lettere.unige.it)

 
Nombre de mots : 2337 mots
Publié en ligne le 2015-01-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Sebbene il titolo, inneggiante alla "vita quotidiana", possa far pensare ad un volume che aggiorni quello di Paul Faure sulla Creta minoica (La vie quotidienne en Crète au temps de Minos, 1500 avant Jésus-Christ, Paris 1973), l'opera che si recensisce rappresenta il quinto tomo dell'edizione del Quartier Mu di Mallia, che, scavato negli anni Sessanta, costituisce senza dubbio uno dei complessi più significativi della Creta protopalaziale. Segue quindi gli altri quattro volumi, editi sempre nella medesima collana degli Études Crétoises fra il 1978 ed il 2005.

 

          Dopo una breve introduzione di Jean-Claude Poursat (pp. 1-2), che ricorda come l'opera si inquadri nell'ambito delle pubblicazioni dei rinvenimenti degli scavi del sito minoico di Mallia, segue la trattazione in diversi capitoli, raggruppati in tre parti: la prima è dedicata alla lavorazione della pietra; la seconda principalmente ai pesi da telaio ed alle forma ceramiche utilizzate per illuminare; la terza ai resti osteologici.

 

          Nel primo capitolo, sulla pietra scheggiata (pp. 5-42), Tristan Carter esamina i 1943 oggetti in pietra scheggiata, quasi tutti (1889 esemplari) in ossidiana: come è abbastanza ovvio, la maggior parte di questa pietra vulcanica proviene dall'isola di Milos, ma sono documentati anche elementi in ossidiana proveniente dall'isola di Giali (presso Cos) e dalla località di Göllü Dağ nell'Anatolia interna. Per il resto gli oggetti in pietra scheggiata sono in selce: è possibile che alcuni di essi siano ricavati da giacimenti della Messarà. Carter esamina la tecnologia utilizzata nella lavorazione, dedicando ovviamente una parte maggiore all'ossidiana melia, che costituisce il materiale in cui è prodotto il gruppo più numeroso degli oggetti esaminati. La trattazione comprende utili osservazioni sui diversi contesti di rinvenimento (con utili tabelle riepilogative), al fine di chiarire il possibile impiego degli elementi in pietra scheggiata: in modo molto opportuno lo studioso si dedica infine, nei paragrafi conclusivi, ad esaminare i dati in rapporto agli altri rinvenimenti di questa classe di materiali nella stessa Mallia come anche negli siti minoici coevi. Secondo Carter, la lavorazione della pietra scheggiata nel Quartier Mu si limitava a rispondere alle necessità del gruppo che vi viveva, con la sola eccezione dell'Atelier des sceaux, dove la maggior quantità di oggetti in questo materiale poteva tuttavia rispondere alla specifica lavorazione attestata nel complesso architettonico. Particolare rilievo assume, per lo studioso, la presenza di ossidiana proveniente anche da località differenti rispetto a Milos: non sono molti infatti i siti minoici dove è documentata ossidiana di Giali e Göllü Dağ: questo dato fornisce un prezioso indizio relativo alla rete dei traffici in cui il sito di Mallia in generale era inserito.

 

          Segue il capitolo di Hara Procopiou sugli strumenti litici (pp. 43-66): il reperimento della pietra con cui produrre macine e macinelli, trituratoi e pestelli fornisce un ulteriore indizio sul grado di scambi in cui il sito protopalaziale di Mallia era inserito: alcune delle pietre impiegate per la produzione di strumenti litici quali le macine, 52 delle quali (su un totale di 56), in grès, provengono da giacimenti ai piedi del Dikte, a circa 15 km dal sito di Mallia: la stessa area è quella dalla quale proviene la pietra con cui è fabbricata la maggior parte dei pestelli (anche se per alcuni di questi ultimi è possibile un'area di provenienza dalla Messarà). Il dato può essere utile anche per tentare di definire l'estensione del territorio controllato in antico dal centro. L'analisi di questi strumenti, essenziali nella vita del centro antico, viene estesa non solo ai materiali, alle tecniche di lavorazione ed alla classificazione tipologica (con 5 tipi diversi individuati), ma anche al grado di usura, permettendo alla Procopiou tanto di giungere ad alcune considerazioni utili a definire meglio le abitudini alimentari della comunità presente nel Quartier Mu (il grado di usura lascia intendere che fosse macinato grano vestito e che quindi a Mallia si consumasse un vero e proprio pane) quanto di porre il tema "sociale" della pratica della macinatura, destinata alle donne o a mano d'opera servile. La possibilità di distinguere le macine destinate alla lavorazione dei prodotti a fini alimentari da quelle utilizzate per altri scopi consente di definire, sulla base del contesto di provenienza, le aree domestiche dalle altre (pl. II.2); tuttavia, come giustamente viene osservato, la facile trasportabilità degli strumenti da una parte e la indeterminatezza funzionale dall'altra invitano alla prudenza.

 

          Lo studio sui 120 frammenti di vasi in pietra recuperati nel Quartier Mu offre ad Élise Morero, nel terzo capitolo (pp. 67-85), l'opportunità di illustrare le tecniche di fabbricazione di questa particolare classe di materiali (con 17 attestazioni la pisside è la forma più documentata, mentre sono 25 i coperchi). La studiosa esamina dettagliatamente le diverse fasi di lavorazione, dalla picchettatura all'uso del trapano, alla decorazione. Le analogie esistenti nelle tecniche di foratura dei diversi vasi recuperati sono indizio di una produzione locale, dovuta probabilmente ad un numero ristretto di artigiani. La fabbricazione nell'area del Quartier Mu è documentata dagli scarti di lavorazione: l'impossibilità di definire più precisamente il luogo in cui essa avveniva, diversamente da quanto attestato ad esempio per i sigilli, lascia ipotizzare che le diverse fasi di lavoro avessero luogo negli spazi aperti; la maggior presenza di scarti indica comunque una possibile area presso l'Atelier de Potier.

 

          La seconda parte del volume si apre con un capitolo relativo agli oggetti che documentano l'attività tessile nel complesso: i pesi da telaio (molti dei quali con segni incisi o dipinti), le spole e le fuseruole: i primi sono circa cinquecento, distinti in 15 tipi differenti, fra cui il più attestato è quello sferico (circa 300 esemplari; va rilevato come la tabella presentata a fig. 5.1 di p. 99 non segua la tipologia dei pesi da telaio presentata alle pp. 89-91). Anche se alcuni esemplari sono stati recuperati in contesti superficiali, il lotto di materiali sembra quasi per intero relativo alla distruzione del complesso nel MM II. La presenza di un paio di esemplari in argilla proveniente dall'area del golfo di Mirabello indica la possibile attestazione di un artigiano proveniente da quella zona dell'isola. Una meticolosa e precisa trattazione di Joanne Cutler, Eva Andersson Strand e Marie-Louise Nosch illustra nel capitolo 5 (pp. 95-135) le tecniche di lavorazione dei tessuti, dalla filatura alla tessitura; la presenza di pesi è documentata in tutti gli edifici del complesso, anche se il numero maggiore si registra nel Bâtiment A ed in quello D (rispettivamente 167 e 160 esemplari). Nella maggior parte dei casi i pesi sono stati recuperati in livelli attribuibili al crollo dei piani superiori, dove le migliori condizioni di illuminazione dovevano favorire l'attività di tessitura; una situazione differente si riscontra nel Bâtiment D, dove invece questi oggetti sono stati trovati in situ nei vani VI, 3 e VI, 4, interpretati come magazzini. L'ipotesi (già espressa da J. Younger) che la tavoletta in geroglifico MA/M Hf (04)01 (CHIC #089, HM 1676) dal Bâtiment B si riferisca a dei tessuti è, nell'ambito di questo studio, estremamente suggestiva. La tipologia e –soprattutto- il peso differente di questa particolare classe di oggetti indicano la produzione di diversi tipi di tessuti (con tessiture diagonali e marezzate); su questa base si prova a determinare quale tipo di prodotti fossero lavorati nei differenti edifici del complesso. Un'appendice di Christina Margariti (p. 119) presenta infine le analisi relative a due micro-frammenti di tessuto recuperati nel 2009 pulendo il foro di due pesi da telaio.

 

          Nel capitolo 6 (pp. 129-135) lo studio sulle forme ceramiche legate all'illuminazione permette di rilevare l'esistenza di lucerne su alto piede (imitazione di quelle in pietra), accanto ai più comuni esemplari apodi o con basso piedistallo. Viene avanzata l'ipotesi che le forme definite come bracieri o fruttiere su alto piede fossero utilizzate come delle vere e proprie lucerne, con l'ausilio di stoppini galleggianti: le forme in questione sono infatti analoghe alle lucerne sia per tecnica di costruzione che per fabbrica ceramica, differendone solo per l'assenza di beccucci o cavità per stoppini. Fra la ceramica da fuoco si segnala la presenza dei piccoli coni in ceramica, fabbricati a mano e caratteristici di Mallia, interpretati come strumenti adoperati per spegnere la fiamma delle lucerne, piuttosto che come contenitori per piccole offerte di grano (secondo un'ipotesi in origine espressa da P. Demargne, ma ripresa anche di recente). Fra gli altri utensili in terra cotta si segnala la presenza dei cosiddetti fire-box (cui sono riconducibili tre differenti tipi), interpretati come strumenti destinati a produrre degli unguenti; va menzionata ancora la presenza di sei supporti tubolari (fra i più antichi finora noti), antenati di quegli snake-tubes, che, come è ormai ben noto, non erano altro che semplici sostegni di vasi: in questo senso è certamente interessante l'associazione di sostegni tubolari e bracieri/fruttiere su alto piede riscontrabile nel vano XII 5 del Bâtiment E del Quartier Mu.

 

          Il capitolo 8, di Emmanuelle Vila e Daniel Helmer sui resti osteologici dei mammiferi, apre la terza parte (pp. 139-180). I resti di ossa animali recuperati sono circa 15000 (per 7000 dei quali è possibile determinare la specie di appartenenza): si tratta soprattutto di ovi-caprini, suini e bovini. Fra le altre specie documentate si segnalano resti ossei di cani (i resti di macellazione rivelano la consumazione delle loro carni) ed un unico osso di un equide, identificabile con un asino. La concentrazione di resti di zampe di capra e di denti di suini in pochi ambienti del Bâtiment A (III 12 e 13) e dell'Atelier de Fondeur viene messa in rapporto on la fabbricazione di armi (archi ed elmi). Gli ovini erano abbattuti in larga maggioranza entro l'anno di vita: il dato documenta una preferenza nel consumo di carne tenera; diverso è il caso dei bovini, in cui la differenza nell'età dell'abbattimento dipende largamente dal sesso: l'abbattimento di capi giovani riguarda quelli maschi, essendo le mucche destinate alla riproduzione ed alla produzione di latte. Alcune deformazioni patologiche tendono inoltre a dimostrare che i tori erano impiegati come forza lavoro. Globalmente, l'analisi dei resti ossei dei mammiferi indica come la carne consumata fosse quasi per intero quella degli animali allevati: pochi sono i resti di capre selvatiche mentre mancano del tutto quelli dei cervidi. La diversa ripartizione degli ossi animali lascia ipotizzare un differente consumo di carne fra gli abitanti dei diversi edifici del Quartier Mu: gli abitanti dell'area di Nord-Est consumavano meno carne tenera rispetto a quelli della zona centrale, più prossima al Bâtiment A. Questi dati possono in qualche modo essere comparati anche con la ineguale distribuzione delle conchiglie (con murici e ostriche nei Bâtiments A e B e patelle nel Bâtiment F e nell'Atelier Sud), impiegate anche a scopi alimentari.

 

          Il capitolo 7, dedicato da Abel Prieur alla malacofauna (pp. 181-189), analizza le 2789 conchiglie intere o frammentarie recuperate: esse appartengono a specie proprie sia di fondali sabbiosi che rocciose e provengono probabilmente dalla stessa costa malliota. Oltre che per scopi alimentari, le conchiglie erano utilizzate per creare dei monili o come strumenti nelle attività artigianali; nessun elemento permette invece di ritenere che fosse praticata nel sito la lavorazione della porpora, la cui produzione avrebbe comportato un numero di gran lunga superiore di murici rispetto a quello documentato. Sono invece attestati dei probabili impieghi di conchiglie come oggetti legati ad un uso cerimoniale a carattere religioso (come nel caso dei 123 esemplari di Charonia tritonis). Probabile destinazione cultuale viene inoltre accordata al gruppo di 308 conchiglie (226 delle quali intere) rinvenuto nel vano VII 4 del Bâtiment D, in un livello di crollo del piano superiore, assieme a vasi con decorazione applicata: la particolarità del deposito (che richiama quello dei Temple Repositories del palazzo di Cnosso) si estende anche al fatto che vi sono presenti alcune specie altrimenti non documentate nel Quartier Mu. Al contrario sono estremamente rari anche nel Quartier Mu i resti di pesci (capitolo 10, p. 191): la presenza di ami in bronzo conduce tuttavia a ritenere che la pesca fosse praticata a Mallia.

 

          In poche note conclusive (pp. 193-195), J.-C. Poursat riepiloga alcuni dei dati principali emersi nei diversi contributi del volume, rimarcando l'inserimento di Mallia (ed in particolare dell'élite che risiedeva nel Quartier Mu), in una rete di traffici che si estendeva ad aree geografiche esterne a Creta. Le diverse attività artigianali condotte nel Quartiere sono spia di un attento sfruttamento delle risorse naturale ed indice di un efficiente coordinamento della forza lavoro. Alcuni dei prodotti lavorati nell'area, come i tessuti, eccedevano probabilmente i bisogni degli abitanti del complesso edilizio e dovevano essere destinati a scambi e traffici. L'analogia nel tipo di alcuni rinvenimenti (lucerne, bracieri/fruttiere) con il santuario MM II e la necropoli lascia infine sospettare che il gruppo elitario del Quartier Mu avesse forse delle "relazioni privilegiate" con l'ambito santuariale e con quello funerario. Va comunque forse ulteriormente rimarcata la analogia dei rinvenimenti sia con quelli coevi del palazzo di Mallia (anche se archeologicamente meno noto), che con quelli del palazzo di Festòs (alla bibliografia di riferimento per questo sito va aggiunto O. Palio, I vasi in pietra minoici da Festòs, Padova 2008).

 

          Il volume è chiuso dai cataloghi (che non comprendono però quello dei pesi da telaio), dalla bibliografia e da una serie di tavole numerate progressivamente per ciascuno dei singoli capitoli da cui l'opera è costituita. Le illustrazioni sono di ottima qualità, mentre l'ampio numero di tabelle e piante di distribuzione dei diversi rinvenimenti permette facilmente al lettore di visualizzare le osservazioni proposte nei singoli capitoli.

 

          L'idea di richiamare la vita quotidiana di un sito minoico giustifica l'inserimento in uno stesso volume di una serie di studi che, a prima vista, sembrerebbero integrarsi con difficoltà. Invece, l'individuazione di temi comuni (fra cui in particolare quello delle pratiche alimentari; i non numerosi vasi per cuocere sono stati già pubblicati da J.-C. Poursat e C. Knappett in Quartier Mu IV, 2005) identifica un filo comune che permette al lettore di apprezzare l'approfondita analisi di ciascuno dei contributi, che si amalgamano bene fra loro. Gli studiosi dell'Età del Bronzo egea e della Creta minoica in particolare troveranno questo volume di straordinaria importanza per la ricchezza dei dati archeologici del Quartier Mu di Mallia e per il modo impeccabile con cui essi sono presentati.