Giuman, Marco: Archeologia dello sguardo. Fascinazione e baskania nel mondo classico. pp. XV-185, Tavv. XXIV f.t., Collana: «Archaeologica, 173», Formato: cm 17 x 24, ISBN: 978-88-7689-276-9, 95,00 Euro
(Giorgio Bretschneder Editore, Roma 2013)
 
Compte rendu par Paolo Daniele Scirpo, National and Kapodistrian University of Athens
(pascirpo@arch.uoa.gr)

 
Nombre de mots : 995 mots
Publié en ligne le 2016-02-16
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Inserita nella collana Archaeologica, esce per l’editore Giorgio Bretschneider la nuova monografia di Marco Giuman dedicata al fenomeno della fascinazione nel mondo antico. Il tema, come ampiamente spiegato nella prefazione di Mauro Menichetti (pp. XI-XV), non solo esige un’alta conoscenza delle fonti classiche ma ha delle inevitabili connessioni con la filosofia antica e la vita quotidiana dell’antichità. Nei cinque capitoli in cui è suddivisa la ricerca, si analizza il fenomeno partendo dall’antico adagio degli occhi come “specchio dell’anima” per poi tentare di dare ad esso una spiegazione “razionale”.

 

         Posto da sempre al centro della comunicazione non verbale, lo sguardo esprime l’interiorità umana e la vista risulta essere considerata la principale via di conoscenza intellettiva, tant’è che Platone ne rimarca la sua centralità anche attraverso la terminologia da lui adottata nel suo sistema filosofico. L’occhio diviene così l’elemento psicodiagnostico per eccellenza per le sue innate caratteristiche di demarcazione fra l’individualità interiore e la realtà esterna. Ciò rende il controllo dello sguardo una delle caratteristiche principali del buon oratore, come aveva constatato Cicerone, e il rifiuto a parlare viene spesso associato al gesto di velare lo sguardo per impedirne la lettura. Quando gli occhi però sono usati per fare del male, attraverso il “malocchio”, si associa l’uso della parola per maledire. Analizzando due fonti antiche che parlano di baskania (“maledizione”), l’A. ne delinea le dinamiche funzionali: nel primo brano, tratto dalle Quaestiones Convivales (V, 7) di Plutarco, si riferisce del convivio il cui argomento principale è il malocchio, mentre nel secondo brano, tratto dalle Etiopiche di Eliodoro (III, 5 e 7-9), si assiste all’innamoramento (e a tutta la sintomatologia di questa “malattia d’amore”) della bella Cariclea, sacerdotessa a Delfi, per il giovane Teagene. In entrambi, seppur con finalità e modalità espressive differenti, si evidenzia la capacità del malocchio di manipolare la realtà secondo il volere di chi lo fa.

 

         Dal brano di Eliodoro si evince, inoltre, la difficoltà a distinguere la scienza medica dalla magia da parte della percezione popolare e come l’innamoramento sia considerato alla stregua di una malattia psichica curabile con una sintomatologia ben riconoscibile (sudore freddo, brividi, accaloramento, perdita del senno e del buon senso), come testimoniano sia Platone che la celeberrima ode di Saffo. L’innamoramento legato quindi ad uno stato di dipendenza e di minorità, è così correlato ad ambiti e codici gestuali tipicamente muliebri. L’occhio sarebbe, pertanto, la via d’accesso all’anima, e sede di un doppio vivente all’interno dello stesso essere umano (anima pupillina), le cui tracce iconografiche si potrebbero ritrovare nei puntini posti sulla fronte dei gorgoneia dipinti nella ceramica attica.

 

         La costante, in tutti i casi noti alla tradizione greca di epifania divina, è la presenza della luce, emanata dal dio stesso o anche dall’eroe semidio e che, oltre ad incantare i mortali, sarebbe in grado di portarli alla follia ed alla morte. Si tratta qui dell’antico nomos pre-olimpico che vietava di poter osservare una divinità senza il suo consenso. Nel caso della gorgone Medusa, il tema dello scudo usato come specchio da Perseo per poter reciderle la testa senza affrontare il suo sguardo pietrificante è un motivo non anteriore al IV secolo ed è dovuto all’idea che se riflessa, l’immagine perde una parte della sua potenza, perché si altera e distorce, producendo un duplicato imperfetto (eidolon).

 

         Ma analizzando i passi che si riferiscono alla testa di Medusa, si ricava che, se in Omero ed in Esiodo, essa è definita mortifera, solo con i versi di Pindaro (Pitica XII) si accenna alla trasformazione delle vittime in una massa informe di roccia. In età ellenistica infine, questa metamorfosi si traduce con la forma della statua e del simulacro. Il perché si sia scelta la pietra è dato dal fatto che essa appare statica, immota, fredda, eterna e soprattutto sterile.

 

         La prima descrizione di malocchio procurato sarebbe l’incantesimo con il quale la maga Medea uccise Talos, il gigante di bronzo, opera di Efesto, messo a guardia dell’isola di Creta da Minosse. E l’idea stessa della magia nell’antichità era legata alla figura della donna, marginalizzata e periferica, come Medea o la regina di Lidia, citata da Erodoto.

 

         Nell’ultimo capitolo, l’A. passa in rassegna l’origine e lo sviluppo dei talismani che fin dall’antichità furono ritenuti in grado di proteggere dal malocchio ed aver una funzione apotropaica. Fra essi, l’occhio stesso né è il principale, seguito dal gorgoneion e dagli animali (civetta, pavone) che ne ricalcano la dimensione visiva. La figura deforme (per lo più un gobbo) invece, risulta efficace perché immune dall’invidia altrui. Altri oggetti (il corallo, ad esempio) inoltre, a causa del loro aspetto singolare, riescono a distogliere lo sguardo maligno del baskanos. Un’azione efficace risulta quello dello sputarsi per tre volte in petto per allontanare da sé qualsiasi accidente e per la sua valenza medico-terapeutica. Ma è il fallo l’altro grande apotropaion per eccellenza e come tale viene spessissimo raffigurato in rilievi o in mosaici posti all’ingresso di case private o di luoghi pubblici come le terme. Appare infine, evidente che per l’invidia non sia necessaria come nel malocchio una relazione oculare.

 

         Seppur privo di un estratto in qualsivoglia lingua straniera, il volume presenta una veste editoriale ineccepibile, corredata da un buon apparato iconografico a cura di Chiara Pilo, e rende merito della lungimiranza dell’Editore che ha veduto nella ricerca in oggetto un buon antidoto alle nefaste (ed ancor oggi vive) conseguenze del “malocchio”.

 

 

Indice


Prefazione (Mauro Menichetti)

I. Occhio, malocchio…

Lo specchio dell’anima?

Discutendo amabilmente di malasorte, menagrami e iatture varie

Toccare con lo sguardo

Appendice

II. Tutto chiudi negli occhi
Attraverso gli occhi distilli il desiderio
Oculosque in morte minaces?

III. Vedere oltre, vedere troppo
L’insostenibile sguardo degli dei
Medusa: la morte nello sguardo
Interiectum. La morte di pietra

IV. Altri mondi in altri sguardi
Ritratto di donna velata
Tra malefemmine, esotismi e singolarissimi animali
La «progenie di malocchio funesta»

V. De praefascinandis rebus
Gobbi, corna, falli e altre amenità
Medicus invidiar, ovvero essere dotati di un certo fascino
Quel «morso di un dolore occulto che porta angoscia»
Appendice iconografica (Chiara Pilo)
Bibliografia
Indice dei nomi propri antichi;

Indice delle fonti antiche;

Elenco delle illustrazioni

Tavole