Frommel, Christoph Luitpold: Architettura del Rinascimento Italiano, 340 p., Isbn: 8861306028, 35 €
(Skira, Milano 2009)
 
Compte rendu par Adriano Ghisetti Giavarina, Università degli Studi di Chieti-Pescara
(ghisetti@unich.it)

 
Nombre de mots : 1757 mots
Publié en ligne le 2014-09-15
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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         Si deve a Jacob Burckhardt la prima vera sintetica storia dell’architettura del Rinascimento italiano e, dopo il suo ormai lontano volume, si può ricordare la più ampia esposizione di Adolfo Venturi, stabilita come una successione di monografie di singoli architetti. Nella seconda metà del Novecento le ricerche su questo fondamentale periodo si sono notevolmente ampliate, e nuove e più aggiornate sintesi sono state fornite soprattutto da Peter Murray e da Ludwig H. Heydenreich e Wolfgang Lotz e, più recentemente, dai numerosi autori dei contributi contenuti nei tre volumi della Storia dell’architettura italiana dell’editrice Electa dedicati al Quattrocento e al Cinquecento e, per il solo Cinquecento, da Colin Rowe e Leon Satkowski[1].

 

          Tuttavia mancava, all’aprirsi del nuovo secolo, un volume al tempo stesso aggiornato e di agile lettura e consultazione; e alla difficile impresa di fornirlo si è accinto con successo Christoph Luitpold Frommel, figura particolare di studioso, nel panorama mondiale, che unisce alla rigorosa impostazione filologica della sua formazione tedesca, una spiccata capacità critica da vero conoscitore derivatagli dall’aver lungamente vissuto nell’ambiente italiano confrontandosi con la nostra storiografia architettonica. Ed è lo stesso Frommel a ricordare nella Prefazione al suo libro che esso“deve molto alle circostanze particolari in cui l’ho scritto. Ho vissuto oltre metà della mia vita a Roma e a stretto contatto con i suoi monumenti”.

 

          Uscito inizialmente in lingua inglese nel 2007, e presentato dal suo editore come “il resoconto definitivo dei più innovativi ed influenti centocinquant’anni nella storia dell’architettura”, The Architecture of the Italian Renaissance è stato successivamente tradotto ed aggiornato in un’edizione tedesca[2] seguita, dopo solo qualche mese, dall’edizione italiana ulteriormente aggiornata. Chi conosce Frommel sa bene infatti quanto egli sia instancabile nel suo lavoro, e come egli torni volentieri su argomenti da lui studiati per approfondirne e rivederne le conclusioni.

 

          Nelle pagine del libro F. affronta soprattutto una lettura immediata e diretta dei principali capolavori, sottolineando “la dipendenza reciproca tra funzione, costruzione e forma” secondo la distinzione già individuata da Vitruvio e ristudiata nel Rinascimento. La riproposizione delle tipologie dell’architettura antica e l’uso degli ordini architettonici sono gli aspetti sui quali la lettura di F. si sofferma più decisamente: è attraverso di essi che si può capire il fine degli architetti rinascimentali, è dalla loro comprensione che ci è possibile formulare dei giudizi di valore; sempre che ci si sforzi di guardare gli edifici del Rinascimento come sono stati concepiti dai loro autori e con gli occhi dei loro contemporanei. E se questo è un insegnamento che F. ha tratto dalla sua iniziale formazione alla scuola di Hans Sedlmayr, è certamente anche dai suoi rapporti con autorevoli esponenti della cosiddetta “scuola romana” di storia dell’architettura che egli ha affinato il suo metodo di lettura diretta del monumento - prima fonte alla quale ogni studioso deve rivolgersi nel condurre la sua analisi - conseguendo la grande esperienza di conoscitore che lo qualifica come uno dei maggiori esperti di architettura rinascimentale.

 

          Lo schema dell’opera segue le precedenti impostazioni di Venturi e di Murray, consistenti in una successione di monografie dei principali architetti, da Brunelleschi a Palladio, ai quali l’autore aggiunge anche personaggi meno noti quali Francesco del Borgo, Giovannino dei Dolci, Pietro Lombardi. In tale quadro lo sforzo compiuto da F. è quello di ricondurre ad autori possibili anche le opere anonime o discusse: così nell’arco di Castel Nuovo a Napoli egli riscontra “una tale conoscenza dell’Antico” che “supera di gran lunga le capacità degli scultori documentati” e, per gli anni in cui l’opera è stata realizzata, si configura come “sicuramente degna di Alberti che, a differenza di Brunelleschi, non aspira a definire uno stile coerente e immediatamente riconoscibile” (p. 53); e potrà sorprendere di trovare, tra le opere dello stesso Alberti, il Palazzo Pitti, nel quale egli sarebbe intervenuto, dopo l’impostazione possibilmente michelozziana del pianterreno, con la soluzione dei due piani superiori “di un tale respiro classicheggiante” (p. 59) di cui a lui solo può esser fatta risalire l’idea. Ma una novità dell’edizione italiana del libro di Frommel è l’aggiunta alle opere di Alberti di un disegno raffigurante un progetto per l’altar maggiore della chiesa di S. Lorenzo in Damaso a Roma: “l’unico di un alzato attribuibile ad Alberti” in cui “l’autore dà prova della sua maestria nel disegno sia figurativo sia architettonico” (p. 70).

 

          Proseguendo la rassegna delle opere quattrocentesche, della facciata del fiorentino Palazzo Cocchi, sulla base del suo metodo di lettura delle opere fondato sui confronti, Frommel ritrova le singole fonti d’ispirazione che ne compongono il disegno, scorgendovi i caratteri stilistici tipici del linguaggio di Giuliano da Sangallo; e allo stesso Giuliano, accogliendo una recente proposta attributiva[3], riconduce dubitativamente il progetto del Succorpo del Duomo di Napoli. Ma il nome del Sangallo torna, nel libro, anche a proposito del Palazzo della Cancelleria in Roma, associato anche a quelli del Cronaca, del Mantegna, di Melozzo, che potrebbero aver fornito dei suggerimenti a Raffaele Riario, committente dell’edificio, e al suo principale progettista, nel quale Frommel suggerisce di riconoscere Baccio Pontelli; al quale, ancora dubitativamente, attribuisce anche il disegno della Cappella Pontano in Napoli[4]. Sono, queste citate, opere di cui difficilmente sarà possibile documentare gli autori, e le proposte di Frommel rappresentano significativi contributi alla discussione, riferimenti dai quali non si potrà prescindere, evidenze della sua grande esperienza di conoscitore che rendono questo libro tutt’altro che una compilazione di cose già dette. E fa piacere considerare qui l’attenzione dedicata a Napoli, città sovente trascurata nelle pubblicazioni a carattere generale di storia dell’architettura del Rinascimento; in questo ambito storiografico una ancor maggiore attenzione alle opere dell’Italia centro-meridionale e siciliane sarebbe auspicabile, e possiamo augurarci che lo stesso autore, in una successiva edizione del suo volume, voglia aggiungere almeno il profilo di personaggi quali Matteo Carnelivari, Giovanni Mormando, Cola dell’Amatrice.

 

          Rispetto all’architettura quattrocentesca, certamente più documentate sono le opere del Cinquecento, periodo che l’autore tratta con ancora maggior sicurezza. Noti sono infatti gli studi di F. sulla genesi della Basilica di S. Pietro e su architetti quali Bramante, Raffaello, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi. In questo ambito il nome di Giuliano da Sangallo, riguardo alla fase cinquecentesca romana della sua opera, torna ancora una volta con l’attribuzione del Palazzo Medici-Lante, della cui semplice facciata sono evidenziate “la monumentalità tettonica, la policromia e la magnificenza decorativa e materiale delle edicole ioniche al pianterreno [che] superano ogni finestra precedente” (p. 182). Nelle pagine dedicate a Peruzzi lascia invece leggermente interdetti lo scarso spazio riservato alla descrizione della Villa Farnesina, opera alla quale Frommel ha dedicato due monografie[5]; mentre viene accolto tra le opere dell’architetto senese il Palazzo Ossoli-Missini in Roma, dal chiostro un po’ arcaico ad archi su colonne e la cui facciata rappresenta quasi una variante in tono minore di quella del Palazzo Baldassini di Antonio da Sangallo il Giovane.

 

          Aggiornato agli ultimi risultati degli studi è anche il quadro dell’architettura veneta del Cinquecento, argomento al quale, da tempo componente del consiglio scientifico del C. I. S. A. Andrea Palladio di Vicenza, F. ha dedicato numerosi studi. Nell’analisi dell’opera di Michelangelo particolare attenzione è riservata ai confronti con le architetture contemporanee, e credo rappresentino elementi di novità i riferimenti a particolari compositivi dei palazzi romani Alberini e Stati-Maccarani riscontrati nella sala di lettura della Biblioteca Laurenziana. Tra gli architetti del tardo Rinascimento, con Ligorio, Ammannati, Vasari, Alessi, particolare evidenza è giustamente dedicata alle opere principali di Vignola, cui viene aggiunto presumibilmente il romano Palazzo Borghese, che per l’articolazione esterna e per il linguaggio di alcuni elementi architettonici sembra ispirarsi ad altre opere del Barozzi.

 

          Al termine del volume - in cui sono da segnalare anche particolari ricostruzioni proposte dall’autore di opere non realizzate o non completate secondo il progetto originario, come il Sant’Andrea di Mantova, Villa Madama o la palazzina di Pio IV sulla via Flaminia a Roma – F. formula un bilancio critico complessivo dell’architettura rinascimentale, chiudendo con un richiamo alla contemporaneità e alla ripresa dell’eredità rinascimentale negli architetti del movimento postmoderno.

 

          Ma, giustamente convinto che “un libro che nasce dal dialogo con le architetture e i loro creatori non è mai terminato”, Frommel sostiene che “la prosecuzione degli studi di un’epoca porta a modificare sempre il punto di vista, anche rispetto al singolo monumento” e che uno studioso sia costretto a porsi sempre nuovi interrogativi, costringendolo a “un’incessante revisione del testo” (p. 9)[6]; ma, si può aggiungere, allo stesso modo che nella storiografia generale si verifica un’interazione tra lo storico e i fatti storici, sì che per lo storico l’oggetto dei suoi studi è sempre contemporaneo[7], nell’ambito dell’arte e dell’architettura, per usare le parole di Frommel, lo storico si muove “all’interno di un universo intellettuale dove l’interprete rivive una certa affinità con l’artista creativo” (p. 9), una simpatia sostanziale per le personalità di cui egli indaga le motivazioni psicologiche che stanno alla base dei loro progetti.

 

 



[1] J. Burckhardt, Geschichte der Renaissance in Italien, Stuttgart 1878; A. Venturi, Storia dell’arte italiana. viii. L’architettura del Quattrocento, 2 voll., Milano 1923-1924; Id., Storia dell’arte italiana. xi. L’architettura del Cinquecento, 3 voll., Milano 1938-1939-1940; P. Murray, Architecture of the Italian Renaissance, London 1963; Ludwig  H. Heydenreich, Wolfgang Lotz, Architecture in Italy 1400-1600, Harmondsworth 1974; F. P. Fiore (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il Quattrocento, Milano 1998; A. Bruschi (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il primo Cinquecento, Milano 2002; C. Conforti, R. Tuttle (a cura di), Storia dell’architettura italiana. Il secondo Cinquecento, Milano 2001. V. in proposito la rassegna bibliografica in: C. Rowe, L. Satkowski, Italian Architecture of the 16th Century, New York 2002, pp. 316-317; cui sono almeno da aggiungere: M. Tafuri, L’architettura dell’Umanesimo, Bari 1969; e, per il solo Cinquecento, R. Bonelli, Da Bramante a Michelangelo. Profilo dell’architettura del Cinquecento, Venezia 1960.

[2] C. L. Frommel, The Architecture of the Italian Renaissance, Thames & Hudson, London 2007; Id., Die Architektur der Renaissance in Italien, C. H. Beck, München 2009.
[3] D. Del Pesco, Oliviero Carafa e il Succorpo di San Gennaro nel Duomo di Napoli, in P. Di Teodoro (a cura di), Donato Bramante. Ricerche, proposte, riletture, Urbino 2001, pp. 152-160. Di opinione diversa: A. Bruschi, L’architettura a Roma negli ultimi anni del pontificato di Alessandro vi Borgia (1492-1503) e l’edilizia del primo Cinquecento, in A. Bruschi (a cura di), Storia dell’architettura…, cit. [cfr. nota 1], p. 51 (dove l’A. conferma una possibile attribuzione a Bramante).
[4] C. L. Frommel, Architettura e committenza da Alberti a Bramante, Firenze 2006, pp. 390-393; A. Ghisetti Giavarina, Il regno di Napoli, in “Artigrama”, 23, 2008, p. 217 (con la proposta di attribuzione ad Antonio Marchesi da Settignano).
[5] C. L. Frommel, Die Farnesina und Peruzzis architektonische Früwerk, Berlin 1961; Id., La Villa Farnesina a Roma, 2 voll., Modena 2004.
[6] V., su questo argomento, R. Pane, A  proposito di storia  «conclusiva», in “La Critica d’Arte”, v, 1940, p. 120.
[7] B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari 1941, pp. 3-11.