Ménard, Hélène - Plana-Mallart, Rosa (dir.): Contacts de cultures, constructions identitaires et stéréotypes dans l’espace méditerranéen antique, 149 pages, ISBN 978-2-36781-030-0, 21 €
(Presses universitaires de la Méditerranée - MSH-Montpellier, Montpellier 2013)
 
Compte rendu par Paolo Cimadomo, Università di Napoli
(pcimadomo@libero.it)

 
Nombre de mots : 2299 mots
Publié en ligne le 2016-01-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=2269
Lien pour commander ce livre
 
 

 

          Il libro, curato da Hèléne Ménard e Rosa Plana-Mallart, si propone di far dialogare diverse discipline, in particolare archeologia e storia. Gli interventi raccolti sono 11, divisi in quattro sezioni, oltre alla prefazione: la prima sezione, costituita da 4 interventi, affronta il tema delle costruzioni letterarie e iconografiche attraverso 4 articoli (Stéréotypes identitaires: des contructions littéraires et iconographiques); la seconda sezione, di 3 contributi, è relativa al problema della “ellenizzazione” (<<Hellénisation>>: utilisations antiques et contemporaines d’un concept controversé, lectures stéréotypées de processus d’acculturation complexes); la terza parte è relativa al concetto di “romanizzazione” e comprende tre articoli (<<Romanisation>>: de la remise en question d’un concept prégnant aux nuances actuelles); l’ultima sezione è dedicata ai commenti finali (Réflexions finales). Le Editrici si concentrano sul concetto di “stereotipo”, di “stereotipizzazione” e “categorizzazione”, al fine di sottolineare il processo di creazione della figura dell’altro, attraverso la creazione di una identità che comporta una alterità.

 

         Il primo testo, “De quelle identité parlons-nous entre historiens et archéologues?”, è di Philippe Boissinot, che partendo dalla definizione di “aggregato”, utilizzata in filosofia per indicare un insieme di elementi che conservano la propria indipendenza, cerca poi di chiarire alcune definizioni che possono essere utilizzate anche in campo archeologico. I siti archeologici appaiono come un aggregato, cioè un accumulo di cose giustapposte, la cui unità deve essere dimostrata. Per la dimostrazione dell’unità in archeologia è importante la distinzione tra “identico” e “identitario”: per la prima nozione, Boissinot parla dell’artefatto, la cui natura è determinata dall’uso che se ne fa, e vanno prese in considerazione sia l’intenzionalità del fabbricante che quella dell’utilizzatore. Il concetto di “identitario” invece è più soggettivo, poiché tende a distinguere se stessi o il proprio gruppo di appartenenza da altri che sono simili. Nel campo archeologico diventa difficile individuare persone e gruppi se non si hanno fonti storiche.

 

         In Les représentations d’armes celtique sur les monuments de victoire aux époques hellénistique et romaine. De la statue de l’Étoile vainqueur à l’arc d’Orange: origine et mutation d’un stéréotype, Lionel Pernet ricostruisce l’armamentario generalmente attribuito alle popolazioni celtiche dai Greci e dai Romani, come evidente nel monumento degli Etoli a Delfi, raffigurante le armi dei Galati e ricostruibile solo attraverso le fonti letterarie e le monete. Esamina poi i monumenti pergameni con rappresentazioni di armi, quello commemorante la vittoria di Attalo I sui Galati nel 238/237 a.C., e quello con la probabile raffigurazione della grande battaglia navale del 190 a.C., durante la quale i Seleucidi, alleati ai Macedoni, furono sconfitti da Eumene II alleato con gli Etoli e i Romani. Le armi dei nemici galati si ritrovano anche sulle monete romane di III e II secolo a.C. e poi in età cesariana, ma l’immagine adesso risulta stereotipata. Gli archi in Gallia raffiguranti armi celtiche, in particolare quello d’Orange, sembrano confermare questa ipotesi. Soprattutto l’immagine del carnyx, non più utilizzato dal I secolo a.C., diventa attributo dell’immagine del barbaro in senso esteso, usato per rappresentare Daci, Germani o Galli.

 

         Éric Perrin-Saminadayar, in Ambassades grecques à Rome: le choix des ambassadeurs, entre stéréotype et calcul politique, tratta delle ambasciate inviate dalle comunità greche a Roma: la scelta dell’ambasciatore era piuttosto delicata, il soggetto ideale doveva essere un buon rappresentante della sua comunità ma doveva anche saper accattivarsi i favori del Senato di Roma, senza considerare che il viaggio comportava una lunga assenza dalla propria città per molto tempo. Dalla letteratura emergono due gruppi ben distinti: uno è formato da personaggi attivi nell’ambito degli affari pubblici e delle magistrature; l’altro raggruppa persone note per la loro eccellenza in qualche disciplina. Questa seconda categoria risulta più interessante per l’Autore: stranieri furono spesso a capo delle ambascerie ateniesi come quella del 155 a.C., composta da tre non Ateniesi (Carneade di Cirene, Diogene di Babilonia e Critolao di Faselis). La designazione degli ambasciatori era basata sulla ricerca di personaggi prossimi all’aristocrazia romana. Si può affermare addirittura che queste scelte fossero influenzate da “complicità locali” sulle quali contare una volta giunti a Roma.

 

         Charles Parisot-Sillon e Arnauld Suspène sono autori dell’ultimo intervento della prima sezione, Le stéréotype du barbare dans la communication monétaire à la fin de la République romaine. Le monete spesso sono utilizzate per esprimere messaggi forti, molto schematizzati a causa delle dimensioni ridotte del supporto. La rappresentazione stereotipata delle armi galliche, simbolo della alterità, finisce con l’esprimere attraverso un esempio negativo le qualità del popolo romano. Lo stereotipo del barbaro del nord assume contorni più precisi a Roma tra la fine del II secolo a.C. e l’età cesariana. Le rappresentazioni monetarie del barbaro vanno interpretate su tre piani differenti: simbolico (lo stereotipo non parte da un’osservazione etnografica, ma da una costruzione intellettuale); storico (il barbaro è una figura essenziale per le epopee familiari delle famiglie romane); politico (il tipo ricalca l’attualità o le attività del magistrato monetario).

 

         La seconda sezione inizia con Stéréotypes modernes et stéréotypes antiques: la pesanteur du concept d’Hellénisation en Gaule méditerranéenne di Réjane Roure. Dopo aver analizzato le prime attestazioni, l’Autrice si concentra sul significato del concetto di “ellenizzazione” e sulla sua evoluzione semantica. Gli studiosi hanno cercato di usare altri termini, come “méditerranéisation” oppure “hellénisticisation”, indicando un fenomeno comune e di maggiore portata comprendente tutto il Mediterraneo, oppure di “métissage” o “créolisation”, per identificare un rapporto simile a quello che avvenne in età post coloniale nelle aree che subirono l’occupazione europea. La seconda parte dell’articolo è dedicata agli stereotipi antichi. In primo luogo è analizzata la figura del barbaro, che è colui il quale non parla greco, praticando riti e religioni differenti, e ha usi e costumi diversi. Gli stereotipi moderni sono invece: la superiorità della lingua greca; l’accettazione passiva della civiltà greca; le popolazioni incontrate dai Greci erano formate da selvaggi, con rare eccezioni (gli Etruschi). Dopo i lavori di Winckelmann la Grecia aveva acquisito una posizione privilegiata tra gli studiosi europei. I popoli colonizzatori sono stati così considerati automaticamente popoli civilizzatori. Il campo di studi concernenti i rapporti tra Greci e popolazioni locali non è ancora totalmente privo di stereotipi, ma l’archeologia ha aiutato a chiarire quanto questi rapporti siano molto più complicati di quanto si sia pensato in passato.

 

         Arianna Esposito, in Le stéréotype au prisme du banquet grec. Modèles de consommation et usages sociaux, affronta il tema del banchetto come fondatore di identità collettiva, di alterità e identità individuale. La convivialità è una pratica sociale, nella quale si mescolano elementi religiosi, sociali e politici. Generalmente tra gli autori antichi la figura del mangiatore o del bevitore è usata per provocare risate e per fornire al lettore modelli riprovevoli, che si avvicinano così al mondo barbaro e a quello animale. Durante il banchetto uno dei momenti principali è rappresentato dal symposion, il momento dedicato al consumo del vino: in Italia meridionale e in Sicilia il cratere assume un ruolo di protagonista, perché luogo in cui si uniscono acqua e vino, modello del bere alla maniera dei Greci. In Grecia però il cratere non è un elemento tipico dello spazio funerario, mentre in Occidente avviene quello che l’Autrice definisce “fenomeno di appropriazione”: in Sicilia alla fine del VI secolo il cratere assume un ruolo di rilevanza particolare sia al centro del banchetto che nelle tombe. Il processo di acculturazione non può rappresentare un semplice fenomeno di acquisizione di un nuovo comportamento, ma di interazione tra due differenti culture.

 

         Alexandre Baralis, Hellénisation et déshellénisation dans l’espace pontique: le passé antique à l’épreuve des constructions identitaires modernes, tratta il problema della costruzione delle identità nell’area del Ponto Eusino. L’ellenizzazione della Tracia non è passata attraverso la creazione di poleis sul territorio ma attraverso la diffusione della cultura greca dai centri urbani litoranei verso le aree rurali dell’interno. Gli studiosi hanno minimizzato l’importanza dell’influenza greca in epoca classica ed ellenistica, sottolineando come la Tracia costituisca uno spazio frammentato. I fenomeni di acculturazione riguarderebbero quindi solo le aristocrazie. Anche per quanto riguarda la Colchide alcuni studiosi hanno parlato di fenomeno superficiale, idea favorita dal fatto che anche le fonti antiche sono incerte sul numero delle colonie lungo il litorale. Per quanto concerne l’area a nord del bacino del Ponto Eusino, la cultura materiale per il periodo arcaico fornisce un quadro relativamente atipico rispetto alle altre aree analizzate. Alcuni hanno pensato ad una popolazione locale piuttosto numerosa anche all’interno delle città, altri hanno rifiutato qualsiasi forma di coabitazione, che deriverebbe dalla paura greca di imbarbarimento. Per i diversi modelli qui riassunti, il Mar Nero rappresenta un laboratorio attraverso il quale anche le identità moderne riformulano il patrimonio culturale antico.

 

         La terza sezione è focalizzata sul problema della “romanizzazione”. In “La Romanisation, pourquoi pas?”, Jean-Luc Fiches+ ha analizzato il tema sulla “romanizzazione” e come il termine abbia subito un cambiamento semantico grazie alle influenze delle scienze sociali. L’archeologia ha modificato le prospettive: dal generale al locale, dal centro alla periferia, finendo col parlare a volte di “autoromanizzazione”, ponendo cioè in prima linea il desiderio delle popolazioni indigene di integrarsi.  La romanizzazione però presuppone un fenomeno di diffusione del modello romano in tutti gli aspetti della società, che appartengono al dominio giuridico e amministrativo, oltre che all’economia tramite lo sviluppo di infrastrutture nell’organizzazione del territorio, di particolari colture e delle manifatture. In quest’ottica il potere romano non ha cercato di assimilare le popolazioni locali, bensì di far accettare meglio la dominazione romana. Ciò che sembra sicuro è che la romanizzazione non portò all’uniformità. Non si può più condividere dunque l’idea di un’azione unidirezionale, con una visione troppo semplicistica della storia.

 

         In “La Romanisation dans le Nord et l’Est de la Gaule: quelques stéréotypes à la lumière d’études archéologiques récentes” Michel Reddé entra nel dibattito tra “romanisti” e “protostorici” sulla Gallia settentrionale. Le tracce più evidenti della presenza romana sono indubbiamente il cambiamento dell’organizzazione amministrativa, l’apparire delle città e il cambiamento di modi di vivere, con l’importazione di prodotti mediterranei, l’uso del latino e la pratica epigrafica,  fenomeni visibili tuttavia solo sul lungo termine. Lo stesso studio delle iscrizioni riguarda fondamentalmente lo studio delle élites locali. Le città “augustee” di fatto sono state spesso create più tardi: gli elementi più caratteristici della “romanizzazione” compaiono in età flavia, alla fine del I secolo d.C. Il fenomeno di “romanizzazione”, quindi, è più lento di ciò che si pensava in passato

 

         L’articolo di Meriem Sebaï è “Stéréotypes iconographiques et culturels de la colonisation romaine en Afrique: la victoire de Rome sur Carthage”. L’Autrice pone anzitutto il problema del definire un’identità etnica, definizione che cambia in base alle regioni analizzate e al materiale che abbiamo a disposizione. Per l’Africa romana spesso si è rimarcato il carattere quasi immutabile delle produzioni religiose. Ancora oggi si parla di “resistenza alla romanizzazione”, poiché la maggior parte delle divinità conserva la propria natura originale e resta africana nello spirito. In realtà molte caratteristiche delle divinità africane si sviluppano da aspetti propriamente romani, o almeno conformi al modello romano: culto, santuari e riti sono legati alle norme dei conquistatori. Allo stesso tempo, però, riaffiora un aspetto locale mantenuto e fatto oggetto dei culti popolari, più spontanei. L’universo mentale e religioso delle stele di Saturno rappresenta un miscuglio di influenze locali, soprattutto libiche e puniche. Gli esemplari mostrati dall’Autrice, databili tra II e III secolo d.C., rappresentano immagini nuove, nelle quali le élites locali mostrano di avere familiarità con la tradizione autoctona e quella romana. Il modello romano viene adattato ad un corpus di immagini religiose secondo un mescolamento sottile che suggerisce l’elaborazione di un pensiero creativo costantemente in movimento.

 

         La quarta sezione è rappresentata dalle conclusioni di Michel Bats, che analizza gli interventi contenuti nel libro, notando come il concetto di ellenizzazione sembri ormai superato, mentre quello di romanizzazione sia molto più radicato nelle nostre menti: secondo l’Autore ciò è dovuto al fatto che l’impero romano paia incarnare il concetto di centro divulgatore di cultura verso una periferia molto estesa, in questo caso coincidente con i territori soggetti al dominio di Roma.

 

         Il libro, contenente articoli relativi a temi variegati, riesce nell’intento di approfondire attraverso diversi approcci il fenomeno della costruzione di identità nell’ambito delle popolazioni del Mediterraneo greco e romano. Sembra essere stato raggiunto l’obiettivo primario di aggiungere nuove considerazioni sul problema dei contatti tra le diverse culture, che diventano soprattutto contatti tra conquistatori e conquistati. Vista l’ampiezza del tema e la diversità degli argomenti trattati, chiunque lo legga potrà trovarvi spunti interessanti da approfondire.

 

 

SOMMAIRE

Hélène MÉNARD, Rosa PLANA-MALLART
Avant-propos p. 11

I. Stéréotypes identitaires : des constructions littéraires et iconographique
p. 13

Philippe BOISSINOT
De quelle identité parlons-nous, entre historiens et archéologues? p. 15

Lionel PERNET
Les représentations d’armes celtiques sur les monuments de victoire aux
époques hellénistique et
romaine. De la statue de l’Étolie vainqueur à l’arc d’Orange : origine et
mutation d’un stéréotype p. 23

Éric PERRIN-SAMINADAYAR
Ambassades grecques à Rome : le choix des ambassadeurs, entre stéréotype et
calcul politique p. 39

Charles PARISOT-SILLON & Arnaud SUSPÈNE
Le stéréotype du barbare dans la communication monétaire à la fin de la
République romaine p. 49

II. « Hellénisation » : utilisations antiques et contemporaines d’un concept
controversé,
lectures stéréotypées de processus d’acculturation complexes p. 63

Réjane ROURE
Stéréotypes modernes et stéréotypes antiques : la pesanteur du concept d’
Hellénisation p. 65

Arianna ESPOSITO
Le stéréotype au prisme du banquet grec. Modèles de consommation et usages
sociaux en Italie méridionale et en Sicile p. 77

Alexandre BARALIS
Hellénisation et déshellénisation dans l’espace pontique : le passé antique à
l’épreuve des
constructions identitaires modernes p. 91

III. « Romanisation » : de la remise en question d’un concept prégnant aux
nuances actuelles p. 109

Jean-Luc FICHES †
La Romanisation, pourquoi pas? p. 111

Michel REDDÉ
La Romanisation dans le Nord et l’Est de la Gaule : quelques stéréotypes à
la lumière d’'études archéologiques récentes p. 117

Meriem SEBAÏ
Stéréotypes iconographiques et culturels de la colonisation romaine en
Afrique : la victoire de Rome sur Carthage p. 131

IV. Réflexions finales p. 145

Michel BATS
Un regard critique. Bilan et pistes de réflexion p. 147

 

N.B. : Paolo Cimadomo prépare actuellement une thèse de doctorat à l'Università di Napoli "Federico II" sous la direction de Raffaella Pierobon.