De Francesco, Daniela : Ricerche sui villaggi nel Lazio dall’età imperiale alla tarda antichità. 248 pagine; F.to 21x29,7 cm; brossura; ; ill. in bn.; isbn: 978-88-7140-564-3; prezzo € 52
(Edizioni Quasar, Roma 2014)
 
Compte rendu par Sabrina Pietrobono, Università Degli Studi Dell’Aquila
(sabrinapietrobono@pietrobo.com)

 
Nombre de mots : 2222 mots
Publié en ligne le 2016-02-16
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=2301
Lien pour commander ce livre
 
 

 

          Dal titolo appare chiaro che la monografia di Daniela De Francesco prenda in esame solo alcuni aspetti del cosiddetto insediamento paganico-vicano nella regione laziale. Scelta obbligata, poiché si tratta di un tema probabilmente fra i più complessi degli studi topografici, sia in virtù del metodo tuttora in divenire che occorre impiegare per riconoscere convincentemente i ‘contorni’ di tale tipo di insediamento (status, impianto, funzione, etc) nel numero delle descrizioni di scavi e dei risultati delle ricognizioni, sia per la natura in sé dell’oggetto di studio. Il cosiddetto ‘villaggio’ sfugge ai normali criteri urbanistici, il che chiarisce meglio perché sia ancora da allestire il censimento completo delle presenze di questo tipo di insediamento nella regione, invece di una sua presunta inutilità; ciò non tanto a causa del minore interesse che il soggetto è riuscito ad attirare nel corso del tempo rispetto alle grandi città, quanto proprio per la difficoltà - generata da una carenza interpretativa - di stabilire dei criteri guida, al di là della classificazione data dalle fonti, onde registrare correttamente tale tipo di insediamento in un archivio più o meno ampio.

 

         La scelta degli esempi da considerare in questo testo è pertanto ricaduta su quei siti che potessero restituire un numero adeguato di dati archeologici, tali da poter disegnare i contorni di “villaggio”. Il volume è schematicamente riassumibile, vista di conseguenza la sua organizzazione in schede. Preceduto da una corta premessa (pp. 1-2) ma soprattutto dall’introduzione (pp. 3-10), il testo si articola in quattro capitoli, tra i quali il finale raccoglie le conclusioni della ricerca svolta (pp. 181-200), seguito da bibliografia (pp. 201-227), elenco delle illustrazioni (pp. 229-232), indice dei nomi (pp. 233-235) e indice dei luoghi (pp. 237-242), infine sommario (pp. 243-244). L’introduzione affronta tre punti chiave in maniera sintetica, delineando sul piano organizzativo nonchè giuridico: la natura dei vici e pagi; la struttura e peculiarità del vicus mediante la lettura delle fonti documentarie; infine il sistema amministrativo dei vici in particolare sulla base dei testi epigrafici raccolti.

 

         Il vicus viene sostanzialmente connesso ad una realtà di piccolo nucleo insediativo (“un insediamento rurale minore, diverso da quello costituito da ville e fattorie, caratterizzato da un agglomerato più o meno compatto simile ad un piccolo centro urbano, ma privo di tale status giuridico”, p. 1), mentre il pagus ingloba al suo interno vari elementi, ad esempio villae, fundi, praedia, i vici stessi ed altro, tendendo a rappresentare una circoscrizione rurale con un’estenzione territoriale definita (p. 3).

 

         La lista degli studi sui villaggi laziali è effettivamente da integrare e va sottolineato che il presente testo si concentra solo su una parte della regione, sui territori circostanti Roma, suddivisa in:

  • territorio settentrionale, in particolare con gli insediamenti posti: lungo la Via Aurelia (Lorium); la via Cassia e la via Clodia, presso la Storta; ad Baccanas; a Mola di Monte Gelato; Vicus Matrini; le Masse di San Sisto; a Ischia di Castro; ad Rubras; ad Vicesimum; presso Rignano Flaminio; Aquaviva;
  • Sabina e territorio tiburtino-prenestino, in particolare con gli insediamenti di: Vicus Novus o ad Novas; Castel di Tora; vicus Aquae Cutiliae; Interocrium; vicus Falacrinae; Torrita di Amatrice; al km 14 della via Nomentana; al km 14 - 14,900 della Via Tiburtina; Varia; a Ponte di Nona;
  • territorio meridionale e costiero, in particolare con gli insediamenti posti: al X – XV miglio della via Labicana; a Torre di Mezzavia di Frascati; al VII miglio della Via Latina; vicus Angusculanus; ad bivium tra le vie Labicana e Latina; vicus Sulpicius; ad Sponsas; Le Castella; Tres Tabernae; Vicus Augustanus Laurentium; vicus Alexandri.

 

         Tra pagus e vicus, il villaggio avrebbe pertanto la possibilità di essere più facilmente riconosciuto sul terreno nelle sue strutture e resti materiali (occorre sottolineare: allorchè abbia avuto forme spiccatamente monumentali), anche se sulla base degli esempi raccolti, appare infine chiaro che la sicurezza di trovarsi di fronte ad un insediamento esteso tale da prendere simile denominazione – vicus - è possibile averla soltanto quando quest’ultimo termine viene in qualche modo tramandato (tramite itinerario, epigrafe, etc) assieme, nei casi più fortunati, con l’attestazione della presenza dei magistrati connessi.

 

         Il corpo del volume si fonda perciò sull’esame sistematico delle fonti epigrafiche e sullo spoglio dei resoconti di indagini archeologiche e di attività di ricognizione condotte nei territori in esame. É stata raccolta la documentazione relativa ad una serie di insediamenti rurali più complessi e variamente localizzati in ambito laziale - non semplici ville, fattorie o stazioni viarie - in tal modo interpretabili sia per qualità dei reperti sia per densità di strutture. Sono illustrati anche esemplari scavi archeologici, punti di riferimento da decenni, e noti tra gli addetti ai lavori, tra i quali il vicus della Mola di Monte Gelato, pubblicato dal gruppo di ricerca inglese, l’insediamento di Ischia di Castro oppure la mansio ad Baccanas, scavati ad opera del gruppo di ricerca di Gianfranco Gazzetti, o la statio ad bivium tra le vie Labicana e Latina, presso la catacomba di S. Ilario, studiata da Vincenzo Fiocchi Nicolai. Difatti, grazie al processo di ripresa degli insediamenti rurali in età imperiale inoltrata, spicca l’imprescindibile apporto degli studi di archeologia cristiana, visto che, tramite l’inserzione di catacombe ed aree cimiteriali, si riesce a rivelare la continuità di un insediamento in maniera più diretta.

 

         É dichiaratamente, ed evidentemente, una campionatura effettuata sulla base delle possibilità offerte dalla ricerca bibliografica. L’ambito cronologico prescelto comprende insediamenti attestati nella piena età imperiale, ponendo l’accento su quei complessi che hanno offerto sviluppi, anche fino alla tarda antichità ed altomedioevo. In 33 estese schede complessive sono descritti in maniera adeguatamente approfondita i resti archeologici rinvenuti, illustrando le connessioni tra i vari elementi che consentono di proporrne il riconoscimento in aggregati rurali, anche se occorre ammettere che talvolta la presenza dell’abitato è ancora soltanto ipotizzato, e probabilmente meglio sarebbe stato avere escluso questi ultimi casi dal numero dei siti trattati.

 

         Una rapida esposizione delle problematiche affrontate dal testo costringe di fatto a considerare come collante il capitolo conclusivo, da analizzare per primo, il quale al termine della lunga parte descrittiva raccoglie la serie dei problemi riscontrati o, meglio, la natura ‘archeologica’ degli elementi ricorrenti nello studio e nel riconoscimento di un insediamento rurale: questi elementi (l’accesso alle risorse idriche, ad esempio) non divergono, in effetti, dagli insediamenti maggiori, o motivano la distribuzione delle semplici ville o impianti termali spesso ragione intrinseca dello sviluppo dell’abitato. Sotto questo punto di vista, perciò, le conclusioni si pongono come una conferma delle modalità più comuni e dei criteri da tenere costantemente in considerazione nella distribuzione degli abitati, siano stati questi ultimi pianificati oppure soltanto ratificati dopo il loro sviluppo.

 

         Per caratteristiche e modalità insediative, pur nella loro varietà, essi condividono infatti la presenza di un percorso stradale o di un bivio, un punto polarizzante degli interessi locali; in particolare, emerge la presenza degli incroci stradali come fattore aggregante di un insediamento, un aspetto che non muterà nel corso dei millenni. Anche la presenza di un corso d’acqua risulta di certo basilare e, non da ultimo, le sorgenti considerate salutari. Aree templari, santuari e postazioni di culto rafforzano l’elenco dei fattori aggregativi. A corredo dell’insediamento sono poi da considerare le infrastrutture e le costruzioni di servizio alle abitazioni: cisterne, acquedotti, pozzi, fontane ed impianti termali; a seconda della mole e dell’importanza, queste possono diventare il fulcro dell’abitato stesso. Edifici di carattere pubblico ed impianti produttivi hanno rivelato la loro importanza nello sviluppo del sito.

 

         L’inserimento nel loro ambito di luoghi di culto cristiani garantì una relativa continuità di vita, potenziati da postazioni martiriali ed aree cimiteriali. Le note di chiusura riguardano i rapporti tra ville, vici e le grandi proprietà fondiarie, in alcuni casi cedute da Costantino alla chiesa, nel cui perimetro a volte ricadevano tali aggregati abitativi e che si evidenziano diffuse nell’agro circostante Roma. I problemi, ancora dibattuti, come la comparsa di sedi vescovili in alcuni degli insediamenti, sono doverosamente accennati ma non sono il focus della ricerca. Non è chiaro il perché si sia voluto inserire le schede (ad esempio l’insediamento presso il bivio tra via Cassia e Clodia, dove era un presunto stabulum; quello presso le masse di S. Sisto; quello presso Ischia di Castro; e così via) di quegli insediamenti che non restituiscono la presenza accertata di villaggi estesi - ma solo ipotizzata - all’interno di un gruppo già di per sé dalla natura disomogenea che trova invece un comun denominatore proprio nell’esplicita attestazione della ‘qualità’ insediativa, anche solo nei suoi esordi (vicus, pagus, statio, etc). Si tratta di un aspetto che in parte confonde e che non si mostra immediatamente nella sua vischiosità, poichè il volume assume maggiore consistenza riordinandolo con la differente classificazione derivata dalla connessione più stretta tra la fonte storica ed il resto materiale.

 

         Trascurando di rapportare ancora più profondamente ogni villaggio con il proprio contesto paesaggistico, che la pubblicazione di stralci di cartografia, anche storica, non sempre permette di ricostruire adeguatamente, si lasciano altre possibilità per future ricerche, che il tema proposto promette. Considerazioni più mirate sulle risorse sulle quali potevano contare gli abitanti di ciascun vicus avrebbero infatti aiutato nelle indagini riguardanti origine e sviluppo: acqua, fiumi, laghi, gli elementi naturali hanno un ruolo essenziale, che l’autrice d’altra parte esprime, nella definizione della scelta insediativa. Così come risulta essenziale per la comprensione della vita rurale dell’epoca l’esistenza di aree boschive, campi coltivati, pascoli, accanto alle considerazioni della presenza del villaggio lungo un asse stradale od un incrocio, elemento sicuramente costante ma tutto sommato abbastanza scontato.

 

         Come ovvio per questa tipologia di pubblicazioni, le realtà di scavo o indagine sulle quali si è trovata ad operare la De Francesco sono di per sé incostanti e spesso diverse tra loro in quanto a diffusione dei dati o per finalità di ricerca. La lieve difficoltà che si percepisce nel rendere omogenee le schede va quindi probabilmente dovuta al fatto che le descrizioni dei resti archeologici (in maggioranza intesi come strutture) sono – ovviamente - l’unico dato sempre presente nelle pubblicazioni di indagini archeologiche impiegate, per cui al momento si può prevalentemente operare in maniera comparativa su tali tipi di dati e non su altri. Questo si va ad aggiungere a quanto precedentemente rilevato per comprendere, appunto, i motivi della mancanza di un’articolata “archeologia del villaggio” in area laziale, lamentata nella premessa al volume, che aspetta difatti di essere pienamente sviluppata.

 

         Il villaggio rappresenta - come comprensibile - una realtà non omogenea sia sul piano spaziale sia su quello temporale, che obbliga ad affrontare problematiche scivolose. La definizione planimetrica è in definitiva sfuggente, al di là della varietà dei singoli complessi architettonici che la compongono, pertanto risulta prematuro ricercare una differenziazione tipologica o formale precisa, seppure sarà mai possibile individuarla. Essendo una realtà di gran lunga più dinamica di altre tipologie insediative, è per questo più indistinta: in via preliminare ciò può essere affermato per tutti gli ambiti cronologici, fino al momento in cui si verificherà se alcuni insediamenti, per motivi contingenti o politici, svilupparono delle caratteristiche comuni d’impianto - da aggiungere al parziale impianto a pettine o lineare spesso riscontrato lungo gli assi stradali e giustamente rilevato - che potranno auspicabilmente suggerirne, con più precisione, origine e cronologia.

 

         La posizione occupata dal libro nell’ambito della produzione scientifica riguardante questo tema si può definire di passaggio obbligato: meritevole il lavoro di raccolta dei dati e sistematizzazione critica che prelude a futuri approfondimenti del concetto stesso di vicus. Amiamo pensare che potranno includere molti altri elementi riconoscibili nel paesaggio, per suggerire eventualmente come riconoscerne le tracce al di là del resto monumentale evidente di alcune delle sue strutture.

 

         Premettendo che il testo scritto risulta estremamente utile e scorrevole, per l’efficace ordine di presentazione dei materiali, e pertanto assolutamente consigliabile in quanto a lettura, prevale su tutto, come annunciato in premessa, l’aspetto archeologico, a discapito però di altri elementi. Il volume si propone esplicitamente come una sintesi delle indagini archeologiche sui villaggi romani imperiali fatti prevalentemente oggetto di scavi sistematici, anche se -per la maggior parte dei casi studio- non estensivi, oppure di ricerche organizzate, il che di conseguenza lascia ben poco spazio a critiche: nei termini in cui si pone sin dalla premessa, il testo soddisfa le aspettative proponendo dei casi studio interessanti e sviluppando la schedatura in maniera esaustiva e chiara. Manca però una sensibilità topografica, meglio, geografica più ampia, come rivela la banale osservazione dell’assenza di una cartina generale del Lazio con i siti in esame (senza doverla lasciar comporre al lettore) e che pure sarebbe stata un aiuto per capire la dispersione dei casi studio e far risaltare i contatti tra i villaggi ed i centri cittadini contermini.

 

         Non è volutamente una ricerca topografica completa, se con questa espressione intendiamo includere una più vasta analisi relativa alla ricostruzione del paesaggio coevo. Tale sensibilità è stata sacrificata all’interesse storico-archeologico - comunemente inteso - del volume, un punto di vista d’altra parte chiaro, perciò tenuto costantemente in considerazione nel corso della lettura; eppure il connettere maggiormente gli insediamenti studiati con il territorio ad essi immediatamente circostante avrebbe fornito suggerimenti per ulteriori interpretazioni dei resti esaminati.

 

         Una conclusione, se non proprio un giudizio sull’opera, può solo puntualizzare la positività del volume in esame: i dati sui resti e materiali di scavo proposti e supportati da immagini di corredo al testo, sempre chiare e dirette, sono stati elaborati come fondamentale avvio di più estese riflessioni sul tema del villaggio nel Lazio, anche se rivelano comunque la ferma attenzione nel ricostruire in primo luogo le forme materiali dell’abitato, interesse proprio delle scuole archeologiche italiane.