Liverani, P. - Santamaria, U. (a cura di): Diversamente bianco. La policromia della scultura romana. Numero Pagine: 212 - Formato: 17x24 - Isbn: 978-88-7140-557-5 - Prezzo: € 42,00
(Edizioni Quasar, Roma 2014)
 
Compte rendu par Ciliberto Fulvia
(fulvia.ciliberto@unimol.it)

 
Nombre de mots : 1930 mots
Publié en ligne le 2016-11-23
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume raccoglie nove interventi di carattere molto differente storico, archeologico, storico-artistico, tecnico ed analitico, e che costituiscono gli atti di un convegno internazionale sulla policromia nella scultura romana, svoltosi presso l’Università degli Studi di Firenze nel 2010 a conclusione di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN). Esso vuole essere - come viene sottolineato nell’introduzione (pp. 7-8) - un contributo ad un ambito di ricerca nuovo e promettente, come quello della policromia della scultura antica. Tale filone di ricerca, pur avendo avuto un rapido, recente incremento, rimane ancora tutto da indagare e sistematizzare.

 

          In apertura, si trova l’intervento di Paolo Liverani (pp. 9-32), che traccia un quadro sintetico degli studi finora svolti sulla policromia della scultura romana, presentando alcuni dei progressi fatti in quest’ambito e le prospettive della ricerca futura. In primo luogo, lo studioso evidenzia quanto si sia approfondita la conoscenza sul modo di procedere dei pittori romani sulla pietra, con particolare riferimento a restauri, ritocchi e rifacimenti del colore, fino al cambiamento di quelli originari in vista di una nuova funzione o disposizione dell’opera, oppure, ancora a causa di un cambiamento di moda e agli interventi di manutenzione/conservazione, ad esempio tramite l’impiego della cera o di resine vegetali. Seguono poi alcune riflessioni sul valore del colore come codice di comunicazione sociale sia per quanto riguarda i monumenti pubblici di rappresentanza sia ad esempio per indicare lo status di una persona. Infine, l’Autore considera il necessario legame tra i dati messi a disposizione dall’archeologia e dall’antiquaria con quelli ricavabili dalle analisi archeometriche. Come giustamente sottolineato, ci si trova ancora in una fase di raccolta dei dati, nella quale è prudente evitare frettolose generalizzazioni o sintesi.

 

         Segue una serie di lavori di carattere più analitico, che esemplificano bene l’utilità e il bisogno di declinare insieme dati archeologico-antiquari ed analitici, come ha richiamato Liverani nell’intervento di apertura.

 

         Il secondo contributo, di più autori (pp. 33-49), è dedicato allo studio delle metodologie migliori all’individuazione delle tracce di colore sulle superfici lapidee di opere esposte sia all’interno sia all’esterno degli edifici. Esso giunge a proporre dei protocolli di riferimento per le analisi volte a determinare la tecnica esecutiva, i materiali impiegati - pigmenti inorganici, coloranti e  leganti - le loro caratteristiche e gli eventuali interventi conservativi messi in opera nel tempo. Interessante rilevare che lo studio ha messo in evidenza la profonda conoscenza dei Romani circa i materiali pittorici, che permetteva loro di ottenere pigmenti molto stabili.

 

         L’articolo che segue, sempre a più nomi (pp. 51-69), rientra in uno specifico progetto scientifico avviato dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen (Copenhagen Polychromy Network), riguardo al quale, accanto ai primi due volumi ricordati alla nota 1 del contributo, oggi se ne sono affiancati altri tre: J. S. Østergaard (a cura di), Tracking color. The polychromy of Greek and Roman sculpture in the Ny Carlsberg Glyptotek. Preliminary Report 3-5, Copenhagen 2011-2013 (disponibili on line, come i precedenti volumi, in formato pdf: http://www.glyptoteket.com/sites/default/files/tracking-color). In particolare, vengono presentati i risultati delle analisi svolte sulla statua di Amazzone tipo Sciarra, in marmo pentelico, conservata alla gliptoteca e datata al 150 d.C. circa (inv. IN 1568), che, sorprendentemente, ne hanno rivelato la totale policromia. Poiché una totale policromia, seppur differente nei dettagli, risulta anche nella replica rinvenuta ad Écija (Spagna), si pone innanzitutto la questione della policromia – con le relative analogie e differenze - delle copie di originali greci famosi. Numerose sono poi le domande che ne derivano: come lavoravano gli scultori romani in rapporto ai pittori delle sculture? In che relazione è la policromia delle copie con l’originale bronzeo? Il confronto con ulteriori dati ricavati da analoghe analisi svolte su alcuni esemplari di statuaria ideale in marmo di II sec. d.C. rende ragione, e merito, a quanto a suo tempo affermato da Patrik Reuterswärd sulla policromia della statuaria di età romana. Quest’ultima, impiegata su repliche esatte di originali greci, ottenute grazie all’impiego di calchi in gesso, costituiva uno dei pregi maggiormente apprezzati di tali opere, sicuramente esposte in ambienti di rappresentanza sia pubblici sia privati. Naturalmente rimane per ora aperto il problema, se fosse questa una prassi usuale, almeno in questo tipo di opere, oppure no.

 

         Il quarto contributo, di vari autori (pp. 71-108), presenta i risultati, con particolare attenzione al tema del convegno, degli scavi effettuati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria delle necropoli di Casaglia e Strozzacapponi presso Perugia, databili in un ampio arco cronologico, che va dal VI sec. a. C. all’età romana. Dopo una breve contestualizzazione storica, vengono presentate nel dettaglio due delle tombe rinvenute, la nr. 1 di località Casaglia e la nr. 29 di località Strozzacapponi (in uso tra il II e il I a. C.), entrambe ipogee, con ricco corredo, e molto interessanti per le numerose urne decorate con scene mitologiche e di genere (il congedo del defunto dalla famiglia), riconducibili alla tradizione figurativa greca, ma non prive di accenti originali. Le urne sono lavorate a rilievo, talvolta anche piuttosto alto, rifinito da una ricca policromia, realizzata con una molteplice paletta di colori, piuttosto intensi e in diverse sfumature; senza contare poi i resti di tessuto con bordi colorati, nel quale erano avvolte le ceneri dei defunti. Chiude il contributo la presentazione dei materiali, dei metodi delle analisi archeometriche intraprese e chiaramente dei risultati, che hanno rivelato la sofisticata tecnica delle botteghe che hanno operato.

 

         L’intervento successivo sposta l’attenzione su Delo (pp. 109-128). Potendo contare su un numeroso gruppo di sculture, sulle quali le tracce di policromia o doratura conservate risultano abbondanti, l’Autore ha voluto indagare la possibilità di determinare, per quel che concerne l’epoca ellenistica, eventuali differenze, o preferenze, nella prassi della tecnica pittorica e della doratura antiche di botteghe legate a diverse tradizioni artistiche. Lo studioso prende come punto di riferimento le quattro grandi tradizioni geografico-culturali presenti nell’isola a suo tempo riconosciute da Jean Marcadé: quelle della Grecia propria, rispettivamente di età arcaica e classica; quella italica; quella dell’ellenismo orientale e quella alessandrina. I criteri scelti per poter eventualmente individuare differenze legate a precisi stili regionali sono il tipo di colori impiegati, il modo di distribuirli sull’opera, la loro composizione e la tecnica di applicazione, per la quale possono essere usati colori puri oppure mescolati (in questo caso bisognerà valutare la proporzione di ciascun pigmento e colorante associato ed il grado di polverizzazione dei pigmenti), oppure differenti strati pittorici sovrapposti (cfr. in particolare pp. 123-127), infine, il livello di resistenza dei diversi colori. Si passa poi all’analisi di gruppi di opere rinvenute a Delo ed attribuibili ad una delle quattro grandi tradizioni geografico-culturali summenzionate. L’Autore giunge alla conclusione che a Delo, in età ellenistica, il colore e la doratura, anche integrale, sono attestate indipendentemente dalla tradizione artistica alla quale si rifanno le sculture analizzate (pp. 111-118). Per quanto riguarda i colori e la loro distribuzione sulle sculture, si presentano tre possibilità: la policromia integrale, impiegata per la maggior parte delle opere, che testimonia l’esistenza di una tecnica pittorica largamente condivisa; poi, sculture aventi le parti nude dorate e quelle raffiguranti il vestiario policrome (definite dall’autore «chrysochromes»), che per luogo di ritrovamento, materiale, dimensioni, tecnica e stile scultoreo e pittorico risultano omogenee, pur con committenti e funzioni diverse (cfr. anche pp. 124-125); ed infine, la doratura integrale, che va ritenuta un gusto diffuso di età ellenistica, impiegato anche nella coroplastica e con precedenti illustri (cfr. il trono della cosiddetta tomba di Euridice a Verghina, 340 a.C.) e non una caratteristica alessandrina. L’autore, infine, conclude notando che non sembra possibile stabilire una corrispondenza univoca tra un tipo di supporto ed una certa tecnica, o un colore o una tradizione artistica particolare (stili regionali) o una particolare committenza e ritiene che Delo in età ellenistica deve aver giocato un ruolo di rilievo nella diffusione di quelle tecniche pittoriche comuni, che saranno alla base della policromia romana.

 

         Nel contributo che segue (pp. 129-148), l’Autrice, partendo dalla storia di un progetto di ricerca iniziato negli anni Ottanta del Novecento sulla policromia dell’architettura e della scultura antica, presenta alcuni dei primi risultati di un nuovo lavoro piuttosto complesso, concernente le indagini svolte su alcune urne etrusche (pp. 129-140) e su alcuni sarcofagi romani, che, nonostante gli scarsi resti di policromia a disposizione, sembrano mostrare numerose analogie con le urne.

 

         Il settimo contributo (pp. 149-183) presenta in dettaglio un caso molto specifico, ma importante, di ricostruzione della policromia di una testa ideale femminile, e cioè la cosiddetta Testa Treu di Londra, conservata al British Museum. Questa, in marmo pario e di dimensioni pari al vero, fu rinvenuta a Roma sull’Esquilino e presenta abbondanti resti di colore, ma è anche stata a lungo oggetto di dubbio circa la sua reale antichità. Numerosi i risultati raggiunti: la ricostruzione del possibile aspetto della scultura in antico; la provata antichità della lavorazione e policromia della scultura, oggi datata al II sec. d.C., e la presa di coscienza dell’alta e sofisticata qualità tecnica raggiunta dalle botteghe di scultura romana, che si servivano di manodopera specializzata in differenti compiti (scultori, pittori, esperti nella lavorazione del metallo).

 

         L’intervento che segue (pp. 185-190) sottolinea l’importanza di poter ricostruire la policromia antica nell’architettura e nella scultura basandosi anche solo sui talvolta pochi o mal leggibili resti a disposizione. Dopo aver esposto il metodo di lavoro (spettroscopia ultravioletta/visibile o spettroscopia UV-VIS) e la sua applicazione, si presentano due casi di analisi: uno concerne la cosiddetta Artemide di Pompei al Museo Nazionale di Napoli; il secondo sul gruppo di Cecrope e Pandroso al Museo dell’Acropoli di Atene.

 

         L’ultimo contributo (pp. 191-206) evidenzia come l’esatta individuazione dei differenti materiali organici, dai quali si ottengono i pigmenti, permetta non solo di intervenire sul degrado, ma anche di ricavare informazioni sulle differenti tecniche pittoriche e di ridare alla policromia antica l’originale effetto estetico. Il lavoro dunque offre una sintetica panoramica delle indagini svolte nel corso degli anni dal gruppo di ricerca coinvolto, presentando i risultati in base alle differenti tecniche pittoriche antiche (pittura ad olio, tempera ed encausto).

 

         Tutti i contributi presentano un ricco ed aggiornato apparato bibliografico, insieme ad una abbondante e soddisfacente documentazione fotografica. Ottima appare la veste editoriale, semplice e gradevole. Il volume risulta facilmente consultabile e le immagini, particolarmente importanti per il tipo di contenuti esposti, sono molto ben leggibili.

 

 

Indice

 

P. Liverani, Per una “Storia del colore”. La scultura policroma romana, un bilancio e qualche prospettiva, pp. 9-32.

 

U. Santamaria, F. Morresi, G. Agresti, C. Pelosi, Studi analitici della policromia antica e sperimentazione sul nano incapsulamento di coloranti con nanosilici, pp. 33-49.

 

J. S. Østergaard, M. L. Sargent, R. H. Therkildsen, The polychromy of Roman ‘ideal’ marble sculpture of the 2nd century CE, pp. 51-69.

 

E. Calandra, L. Cenciaioli, M. Cappelletti, A. Scaleggi, P. Comodi, Policromia in Umbria. Testimonianze nelle necropoli di Casaglia e di Strozzacapponi a Perugia, pp. 71-108.

 

P. Jokey, Délos, carrefour international des couleurs? Couleurs de la statuaire et communautés «nationales» aux IIe et Ier s. av. J.-C., pp. 109-128.

 

F. Donati, Linee programmatiche per il riconoscimento e lo studio della policromia sulle urne etrusche e i sarcofagi romani, pp. 129-148.

 

G. Verri, T. Opper, L. Lazzarini, ‘In picturae modum variata circumlitio’?: The reconstruction of the polychromy of a roman deal female head (Treu head), pp. 149-183.

 

H. Piening, UV-VIS spectroscopy in the research on ancient sculptural and architectural polychromy: recent activities, pp. 185-190.

 

A. Andreotti, I. Bonaduce, M. Perla Colombini, I. Degano, A. Lluveras, F. Modugno, E. Ribechini, Characterisation of natural substances in ancient polychromies, pp. 191-206.