Déroche, Vincent - Pétridis, Platon - Badie, Alain : Le Secteur au Sud-Est du péribole. (Fouilles de Delphes II.15). 25 x 32,5 cm, XII p. + 124 p., 96 fig. dont 16 fig. coul., 10 planches coul., 3 planches N/B et 6 dépliants hors texte, ISBN 978 2 86958 252 1, 75 €
(École française d’Athènes, Athènes 2014)
 
Compte rendu par Paolo Bonini, Accademia di Belle Arti "Santa Giulia" di Brescia
(paolobonini@inwind.it)

 
Nombre de mots : 1882 mots
Publié en ligne le 2016-04-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          La prestigiosa collana che l’École française d’Athènes dedica da anni agli scavi di Delfi si arricchisce ora di un nuovo importante volume, il quindicesimo della sezione Fouilles de Delphes II - Topographie et Architecture. Nonostante il suo aspetto agile e snello (le pagine di testo infatti sono 124, ricchissime di fotografie, grafici, tabelle e complete di indici e bibliografia), il libro offre agli studiosi un contributo particolarmente rilevante per quanti vogliano approfondire la conoscenza della topografia del santuario di Apollo: non si tratta, però, stavolta, di puntare l’attenzione sugli edifici intorno ai quali si strutturava uno fra i più celebri luoghi sacri della classicità, ma piuttosto di indagarne le vestigia e le fasi meno note, ma certo non per questo meno interessanti e ricche di spunti.

 

          Il volume pubblica in forma organica lo studio condotto sul complesso abitativo che si strutturò a Sud-Est del peribolo del santuario di Apollo nella tarda antichità: attraverso la ricostruzione delle fasi edilizie e la dettagliata rendicontazione dei reperti di scavo.

 

          Il lettore è condotto attraverso la storia e la vita dello spazio abitato dalla sua fase di impianto, nel IV secolo, fino alla sua rioccupazione artigianale, da collocare alla fine del VI secolo, e poi al suo definitivo abbandono nel corso del VII secolo.

 

          La tradizione di studi, come evidenziato nella prefazione al testo (p. XI), in passato si è maggiormente concentrata sui monumenti celebri del santuario, essendo gli studiosi senza dubbio affascinati dal prestigio e dal significato storico dell’oracolo del dio Apollo. Questo ha, tuttavia, comportato l’assunzione di una prospettiva quantomeno parziale, come se il santuario fosse un’entità autarchicamente chiusa. Grazie al lavoro congiunto di un’équipe di studiosi, ciascuno con la propria competenza specialistica, questo studio restituisce invece, almeno per la fase tardoantica, una prospettiva storica più veritiera e completa, poiché colloca il santuario in dinamica relazione con la città, anziché proporre un’analisi centrata sullo stesso.

 

          Un corretto approccio al problema non può che partire da una Introduzione (pp. 1-4) che delinea la storia delle indagini in maniera sintetica ma efficace (pp. 1-4). Le vestigia prese in esame furono messe in luce a partire dal 1895, durante il cosiddetto “grande scavo”, quando si registrò la presenza di costruzioni “bizantine” a sud-est del settore meridionale del peribolo di Apollo: indicate come “terme meridionali” nella carta topografica dell’architetto A. Tournaire (1897) per via di alcuni ambienti ad effettiva destinazione termale, a queste strutture però non si dedicò particolare attenzione, essendo gli scavatori più interessati, comprensibilmente per l’epoca, a quanto si stava riportando in luce all’interno del recinto sacro. Nel 1961 si propose poi di rialzare al V secolo la cronologia di queste strutture “bizantine”, sulla base dei risultati dello scavo condotto da J. Bousquet e Cl. Vatin presso l’estremità orientale del settore, dove si riportò in luce una sala absidata. L’ipotesi che si trattasse di un ampio complesso abitativo prese infine forma a partire dal 1983, quando Y. Rizakis e V. Déroche procedettero al rilievo delle strutture in situ, ma solo tra il 1990 e il 1997 sei campagne di scavo permisero quell’indagine dettagliata che costituisce l’origine stessa della pubblicazione in oggetto.

 

          La prima parte del volume è dedicata alla presentazione delle strutture architettoniche, suddivise per fasi: alla descrizione delle terrazze così come si presentavano prima che vi si edificasse il complesso abitativo (pp. 7-13), segue il resoconto di quanto costruito durante la prima fase (pp. 14-29). L’impianto delle strutture, databile alla seconda metà del IV secolo, permane pur con alcune ristrutturazioni fin verso il finire del VI secolo. Nello spazio concesso ad una recensione non sarà possibile, naturalmente, seguire nel dettaglio l’articolazione degli ambienti e la relativa distribuzione, così come gli studiosi la presentano nel volume; basterà piuttosto indicare che gli ambienti conservati si distribuiscono su almeno tre livelli poggiati su terrazze digradanti e sembrano articolarsi attorno a tre nuclei principali, convenzionalmente indicati in planimetria con le lettere A, B e C. Il primo comprende l’ampia sala absidata orientale ed i relativi annessi (certo un triclinio o una sala d’apparato, come indicano i confronti stringenti che già da tempo sono stati segnalatati nelle coeve dimore aristocratiche di Atene); il nucleo B consta invece di un impianto termale ubicato verso ovest, immediatamente a ridosso del gruppo precedente di vani; infine il nucleo C si estende diffusamente in tutta la parte occidentale del settore ed è composto da numerosi ambienti fra cui almeno due sale absidate, collocate su piani diversi e decorate dalle consuete nicchie ad arco costruite in laterizio. Sebbene le strutture manifestino un indubbio carattere abitativo di livello elevato, più difficile è invece giudicare se vadano riferite ad una sola dimora di prestigio, particolarmente ampia e fornita di numerose sale di rappresentanza e un impianto termale privato, oppure si tratti di abitazioni più limitate in termini di estensione ma pur sempre lussuose, ad una delle quali andrà riferito l’impianto termale. È in ogni caso possibile, come ammettono gli autori stessi, che nel corso dei due secoli di frequentazione delle strutture le due possibilità si siano alternate, per via degli inevitabili processi di successione e vendita delle proprietà che potrebbero aver suddiviso e poi riaccorpato più volte diversi lotti (p. 27).

 

          Restano sostanzialmente ignote le cause che determinarono l’abbandono di questo complesso attorno al 580 d.C. e lo spostamento altrove dell’abitato; la rioccupazione degli ambienti, lasciati privi di manutenzione e adibiti a discarica, segna il passaggio alla seconda fase edilizia (pp. 30-43). Le attività artigianali che si impiantano in questo settore hanno lasciato chiare tracce di sé: sulla terrazza 2 si riconoscono attività interpretabili come fulloniche, concerie o laboratori di tintura, ma l’attività prevalente, testimoniata da un certo numero di fornaci, è senza dubbio la produzione di ceramica, in funzione della quale si allestiscono anche bacini, cisterne e una complessa rete di canalette. Si tratta di una attività produttiva volta a soddisfare le richieste di un mercato locale e regionale con prodotti di buona qualità, pur senza ambizioni di esportazione a scala più ampia (p. 40). Proprio questa attività, comunque, testimonia una certa vitalità del centro urbano tardoantico, la cui estensione esatta rimane, però, ancora da indagare.

 

          Prima del definitivo abbandono dell’area, da collocare intorno al 610-620 d.C. circa, in alcuni ambienti del complesso trovano spazio anche alcune tombe ad inumazione, per lo più di fortuna e riferibili ad infanti, le cui cronologie sono piuttosto difficili da stringere (pp. 41-42). Vale la pena di segnalare almeno quella che, nel vano A5 (uno degli annessi alla sala absidata orientale), parrebbe essere la sepoltura di una famiglia che vede giacere, uno accanto all’altro nella medesima fossa, un uomo, una donna ed un bambino; il discreto livello sociale del gruppo sembra garantito dalla presenza di un orecchino in argento, ma non è possibile stabilire in quale rapporto la famiglia si trovasse con il complesso abitativo, né quale sia stata la causa della morte: le inumazioni dovettero comunque avvenire nel lasso di tempo, relativamente breve, fra l’abbandono dell’abitato e l’impianto delle attività artigianali.

 

          La seconda parte del volume è costituita dai saggi specialistici dedicati ai reperti rinvenuti. Anne Destrooper esamina le 70 monete trovate durante lo scavo e cronologicamente distribuite fra l’età ellenistica e quella bizantina; la lettura dei singoli pezzi e l’esame dei tipi si arricchisce attraverso il confronto con gli altri rinvenimenti di Delfi, così da discuterne le peculiarità e descrivere le caratteristiche della circolazione, che viene confrontata con altre aree della Grecia continentale, come Atene, Corinto e Nemea (pp. 47-74). L’esame del materiale ceramico è invece affidato a Platon Pétridis, autore di una monografia recente sulla ceramica protobizantina di Delfi, il quale offre una interpretazione sintetica ed efficace di lucerne, ceramica fine da mensa, ceramica comune, ceramica da cucina e oggetti d’uso quotidiano, artigianale o agricolo (pp. 75-80). Liliane Karali si occupa infine del materiale osteologico (pp. 81-88) e malacologico (pp. 89-101), ordinando con grafici e tabelle una grande ricchezza di dati scientifici che, opportunamente interrogati, consentono alla studiosa interessanti osservazioni sull’economia agricola e pastorale, sul paesaggio e sul clima, sull’alimentazione, sulle attività artigianali.

 

          Il volume termina, rispettando lo stile che lo caratterizza fin dalla prefazione, con una conclusione breve ma altrettanto densa di spunti, legati a una problematica fondamentale quale il declino della città in Grecia fra tardoantico ed epoca protobizantina (pp. 103-107). In questa sezione, infatti, gli autori allargano la prospettiva e passano dal discutere la storia edilizia del settore sud-est al tentativo di inquadrarne il ruolo all’interno della storia urbana di Delfi, legittimati in questa operazione dal fatto che, in effetti, si tratta del primo scavo di una certa entità lì condotto e dedicato principalmente all’analisi di questo cruciale periodo di passaggio. Nei secoli in esame il sito mostra un vero e proprio fermento costruttivo, per cui si innalzano terme e dimore private anche all’interno del santuario; eppure gli autori segnalano che la spiegazione non può essere riconosciuta, come altrove in Grecia, nel ripiegamento della popolazione entro un sito fortificato, in concomitanza con la crescente instabilità politica e militare, poiché i dati mostrano piuttosto il contrario, ossia che l’estensione urbana a Delfi regredisce proprio in concomitanza con il farsi più pressante della minaccia slava.

 

          Se per la Grecia in generale è stato ragionevolmente supposto che la forte urbanizzazione dell’età imperiale vada arrestandosi e poi declinando irreversibilmente a partire dal III d.C., quanto documentato ad Amphissa, Antikyra e ora anche a Delfi sembra piuttosto segnare per la Focide la tendenza contraria: il periodo compreso fra il 350 e il 550 d.C. circa costituisce una fase di fioritura del popolamento urbano, spostando quindi più avanti il lento spegnimento dei centri urbani. Intorno a questo tema, certo, gli studiosi discuteranno ancora a lungo, ma da ora in poi avranno a disposizione anche questo studio fondamentale su Delfi. 


 

 

SOMMAIRE
 
Avant-propos, XI
 
Introduction, 1
Historique des découvertes
 
PREMIÈRE PARTIE
Description des aménagements, 5
1.1. Avant l’habitat de l’Antiquité tardive, 7
       1.1.1 Le réseau de terrasses
       1.1.2 Les vestiges d’occupation avant l’Antiquité tardive
1.2. Phase I. L’habitat de l’Antiquité tardive. État I, 14
        1.2.1. L’ensemble A : le triclinium Est et ses dépendances
        1.2.2. L’ensemble B : les thermes
        1.2.3. L’ensemble C
1.3. Phase I. L’habitat de l’Antiquité tardive. État II, 25
1.4. Interprétation générale de l’habitat, 27
1.5. Phase II. Les réoccupations, 30
         1.5.1. Les activités artisanales
         1.5.2. Les sépultures
 
DEUXIÈME PARTIE
Le matériel découvert, 45
2.1. Les monnaies (A. Destrooper), 47
          2.1.1. Catalogue des monnaies par ordre chronologique
          2.1.2. Commentaire
          2.1.3. Conclusions
2.2. Le matériel céramique (Pl. Pétridis), 75
           2.2.1. Introduction
           2.2.2. Nature et interprétation du matériel découvert
2.3. Le matériel ostéologique (L. Karali), 81
          2.3.1. Premières observations sur l’économie agropastorale à partir du matériel ostéologique
           2.3.2. Méthodologie
           2.3.3. Dénombrement général
           2.3.4. La découpe des animaux
           2.3.5. La pathologie des animaux
           2.3.6. Interprétation
           2.3.7. Conclusion
2.4. Le matériel malacologique (L. Karali), 89
           2.4.1. Introduction
           2.4.2. Méthodologie
           2.4.3. Présentation des espèces de mollusques
           2.4.4. Présentation par espace de découverte
           2.4.5. L’apport de l’étude malacologique à la fouille du Secteur Sud-Est
           2.4.6. Conclusions
 
CONCLUSION, 103
 
Bibliographie, 109
Annexe : Repérage des murs et des aménagements sur le dépliant i (plan de l’état actuel), 117
 
Liste des figures, 119
Liste des planches et des dépliants, 121
Planches, 123