Cavalieri, Marco - Baldini, Giacomo: Oltre il riflesso. Storia, iconografia e società negli specchi etruschi del Museo Archeologico Nazionale di Parma. 223 p., 100 colour ill., 190 x 255  mm, ISBN: 978-2-503-54914-9, 75 €
(Brepols Publishers, Turnhout 2014)
 
Compte rendu par Alessandro Sebastiani, University at Buffalo (SUNY)
(as424@buffalo.edu)

 
Nombre de mots : 1673 mots
Publié en ligne le 2017-11-27
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il prezioso volume di Marco Cavalieri e Giacomo Baldini sugli specchi etruschi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Parma rappresenta un interessante excursus sulla collezione museale oggetto di studio, nonché  sull’architettura e sulla storia della struttura che la ospita. La “lunga gestazione”, così come definita da uno degli autori (p. 8), è sicuramente stata ampiamente premiata, dato che il prodotto finale ci consegna un corpus degli specchi etruschi finora poco conosciuti o inediti. Inoltre, trova ampio spazio anche un’analisi stilistica, didattica ed estetica del Museo Nazionale, con raffinate descrizioni delle Sale e dell’apparato decorativo, che coinvolgono il lettore in un tour alla scoperta di questo eccezionale monumento.

 

            Il libro si apre con un ampio capitolo dedicato al ducale Museo d’Antichità e alla formazione della collezione degli specchi etruschi, che compone il tema principale dell’opera. Questi artefatti, provenienti da donazioni private o da acquisti sul mercato antiquario, risultano in parte lacunosi e di incerta provenienza; inoltre, data la natura stessa della formazione della collezione dettata da un “non preciso criterio di scelta ed acquisizione” (p. 13), la qualità degli specchi non risulta sempre essere altissima. Due specchi in particolare potrebbero essere stati manomessi dal mercato antiquario per risultare più antichi (e quindi di maggior valore) o risultanti di operazioni di combinazione tra elementi differenti (cat.. 2 e 11).

           

         Gli autori si concentrano poi sulla Sala delle Medaglie del Museo, nome ottocentesco che designa la moderna area che ospita la collezione delle statue veleiate, rinvenute in epoca borbonica nel municipio di Veleia. Qui, l’apparato decorativo viene ‘scomposto’ dagli autori al fine di coglierne il gusto e le motivazioni stesse dalla collezione numismatica e degli specchi etruschi. Non si può tralasciare, come ricordano bene gli autori, lo scopo didattico delle decorazioni della sala. Non è un caso, ed è apprezzabile che sia successo, che gli autori decidano anche di riportare in copia il testo di Michele Lopez (direttore del museo all’epoca) pubblicato nel 1844 su “Il Facchino. Giornale di Scienze, Lettere, Arti e Varietà” ove si ripercorre l’iconografia della sala e il suo ascendente didattico (pp. 17-23). Il progetto decorativo, unitario e significativo nel suo intento e nella realizzazione grafica e degli apparati, si avvale di una tecnica più ‘leggera’ dell’encausto, erroneamente riferita (ai tempi della realizzazione nel Museo di Parma) anche alle pitture parietali in epoca romana. Nonostante questo, appare ovvio come la ricerca tecnica sottintendesse un forte richiamo, un chiaro riferimento all’arte classica e a quel gusto didattico del decor ricordato anche da Cicerone e Vitruvio.

 

         La mano del pittore Francesco Scaramuzza produsse quindi l’allegoria dell’Archeologia che domina la volta della Sala delle Medaglie; l’arrangiamento architettonico e decorativo del c.d. spazioso parallelogrammo collima con il pavimento musivo originale romano posto al di sotto. L’intenzione chiara è quella di ricreare l’atrium di una domus romana, ennesimo richiamo all’arte classica. I medaglioni che circondano l’allegoria dell’Archeologia, simil cammei romani, raffigurano Champollion, Lanzi, Visconti e Winckelmann, summi viri a cui si deve la nascita dell’archeologia. La dettagliata analisi continua poi con lo studio delle decorazioni compiute dall’ornatista Gelati, volte a rappresentare le quattro civiltà rappresentate dai summi viri (Champollion – Egitto; Lanzi – Etruschi; Winckelmann – Grecia; Visconti - Italia) con la raffigurazione ad esempio di Horus e Thot per l’Egitto (confluente verso il medaglione di Champollion), o Marte/Laran e Nemesi per gli Etruschi e Lanzi.

 

         Sebbene possa risultare ridondante tale analisi stilistica profusa per tutto il primo capitolo, in realtà all’occhio attento e al lettore desideroso gli autori forniscono un quadro, non solo estremamente dettagliato della funzione didattica della decorazione, ma soprattutto un interessante e un colto riferimento alla storia dell’arte classica ben testimoniato dalle note a piè di pagina. Ogni dettaglio, ogni decoro, ogni scelta pittorica e raffigurativa è argomentata sulla base di una profonda conoscenza degli stili e dei gusti che dal periodo romano si riaffacciano nell’opera dello Scaramuzza e del Gelati. L’intensità delle descrizioni, la comprensione offerta, la precisione nei riferimenti, tutto questo contraddistingue il capitolo al punto tale da fornire un quadro talmente esaustivo che difficilmente potrebbe essere migliore.

 

            Il secondo capitolo del volume si confronta con la nascita della collezione di specchi etruschi nel Museo Nazionale di Parma. Sin dalle sue origini nel 1760, l’istituto aveva come missione quello di recuperare e conservare i manufatti provenienti dal territorio parmigiano. Sicuramente il rinvenimento della famosa Tabula Alimentaria di età traianea durante gli scavi della vicina Veleia enfatizzò questo accento locale, distaccato dal concorrente e contemporaneo interesse verso i mirabilia. Nonostante un periodo di decadimento del Museo, e il successivo spostamento di molte opere a Parigi, dal 1817 l’ente divenne “ducale” per interesse della Duchessa Maria Luigia. Nuovi acquisti determinarono un periodo fiorente per il Museo, specie sotto la direzione di Lopez che curò anche l’apparato decorativo visto nel primo capitolo. Fra il 1814 e il 1873 si andò formando la collezione degli specchi oggetto dello studio di Cavalieri e Baldini. La maggior parte di questi sono riferibili al periodo ellenistico e alle c.d. serie standardizzate (p. 72), ad eccezione di un esemplare del periodo tardo arcaico e di due esemplari del periodo classico. L’analisi iconografica dei motivi decorativi si amalgama bene con lo studio dei supporti metallici e a quello morfologico, non tralasciando la possibilità di riconoscere almeno le macro-aree di produzione degli specchi.

 

            Il terzo capitolo è rappresentato dal catalogo analitico dei singoli specchi oggetto di studio. Organizzato sulla base dei dati di archivio e sulla data di acquisto da parte del Museo, consta di circa 100 pagine. Ogni elemento del catalogo presenta voci di riferimento univoche – Documenti d’archivio; Bibliografia; Restauro; Stato di conservazione; Tecnica di esecuzione; Dimensioni; Discussione; Inquadramento – e un rimando alle tavole presenti alla fine del volume. Le descrizioni sono attente ai dettagli, la narrazione stilistica è precisa e puntuale, la bibliografia di riferimento e di conforto posta a piè di pagina risulta completa ed esaustiva. Si tratta senza alcun dubbio di un catalogo eccellente, dove gli autori riescono a cogliere ogni particolare delle raffigurazioni e, talvolta, a confutare possibili alterazioni antiquarie degli specchi. È il caso dello specchio riferibile all’acquisto Morguier del 1844 (n. catalogo 2, figg. 1 a-d) la cui provenienza è sconosciuta. L’esemplare si presente in buono stato di conservazione con una decorazione originale sia sul verso che sul recto. Si tratta di uno specchio circolare a codolo, prodotto per fusione. Un fregio perlinato contraddistingue la costa del lato riflettente. Un gorgoneion doveva decorare sia la targhetta (ipotesi) sia il fregio sul verso. Due figure maschili ed una femminile configurano la decorazione centrale del lato non riflettente; la donna si presenta vestita con un chitone trasparente mentre indossa una cuffia sfrangiata, probabilmente una menade. Una figura maschile completamente nuda occupa la parte centrale, rivolta verso la donna, ed è identificabile con un satiro poiché è raffigurata con zoccoli e lunga coda eretta.  Questi dettagli rappresentano anche la terza figura, maschile anch’essa e riconducibile quindi ad un satiro. Lo specchio è interessante per due motivi: da un lato si prefigura come un raro, se non unicum, esempio di specchio riferibile al periodo tardo arcaico, mentre  dall’altro, invece, potrebbe rappresentare un falso della seconda metà del XIX secolo. Tuttavia l’attenta analisi stilistica di Cavalieri e Baldini riesce a dimostrare l’originalità dei motivi decorativi, così come del supporto. Inoltre, sembrerebbe che lo specchio possa essere ascrivibile “all’atelier a cui sono riferibili i vasi del Gruppo del Pittore di Micali, ovvero la Vulci degli ultimi anni del VI secolo a.C.” (p. 86). Una differente sorte si riscontra per lo specchio a catalogo numero 11, dove gli autori ritengono possibile che l’oggetto in questione sia stato prodotto nella prima metà del V secolo a.C. a Tarquinia. Interessante è soprattutto l’analisi prodotta per il manico dello stesso specchio, che si configurerebbe come una aggiunta (o sostituzione) della seconda metà avanzata del IV secolo a.C. Nonostante questo viene sottolineato come certi aspetti di unicità della decorazione e della forma del disco si discostino cronologicamente tra di loro. L’eccellente analisi non riesce, in questo caso, a sciogliere del tutto il dubbio circa l’autenticità dell’oggetto e la cautela mostrata dagli autori potrebbe essere rimossa solo a seguito di suggerite analisi archeometriche e di dettaglio dell’incisione.

 

            La meticolosità e la precisione dello studio di Cavalieri e Baldini, come mostrato attraverso gli esempi sopra descritti, rappresentano la validità scientifica non solo del catalogo degli specchi, ma dell’intero volume. Ci troviamo di fronte ad una ricerca dettagliata, supportata da una letteratura ricchissima e da un’attenzione del tutto particolare non solo al contesto storico della formazione della collezione, ma anche della struttura che la ospita. Come si è visto, il volume si sofferma per circa 1/3 della sua lunghezza sulla descrizione del Museo e del suo apparato decorativo, diventando un’ulteriore chiave di lettura di quella temperie culturale che attraversò il ducato di Parma durante gli anni della duchessa Maria Luigia. Il resto del volume è una disamina attenta e puntuale dei 19 specchi etruschi che formano il corpus del Museo. Gli autori riescono a restituire un contesto sociale ed artistico a degli elementi, che per la loro natura di acquisizioni o di donazioni, non avevano. Con successo sono delineate non solo le tecniche di produzione ma anche le probabili aree geografiche di riferimento, le differenti correnti artistiche e le cronologie proposte. A margine del volume si trova una piccola appendice documentaria, ad ulteriore riprova di una completezza delle informazioni fornite dagli autori.

 

         L’unico elemento che forse poteva essere migliorato nell’edizione del volume sarebbe stata la pubblicazione delle figure e tavole degli specchi direttamente all’interno del catalogo, evitando così al lettore un continuo spostamento tra il testo e le immagini ad esso relative. Tuttavia, molte volte, questo succede per motivi editoriali e di stampa piuttosto che per scelta degli autori.

 

         Concludendo, il volume “Oltre il Riflesso. Storia, iconografia e società negli specchi etruschi del Museo Archeologico Nazionale di Parma” è sicuramente un testo altamente scientifico che non può non essere considerato un’ottima anticipazione per il fascicolo del Corpus Speculorum Etruscorum.