Shipley, Lucy : Experiencing Etruscan Pots: Ceramics, Bodies and Images in Etruria. vi+155 pages; illustrated throughout in black & white, ISBN 9781784910563, £29.00
(Archaeopress, Oxford 2015)
 
Compte rendu par Maria Cristina Biella, British School at Rome
(mcristinabiella@gmail.com)

 
Nombre de mots : 3142 mots
Publié en ligne le 2016-04-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume è l’edizione rivista di una Tesi di Dottorato, discussa presso la University of Southampton nel 2014 (http://eprints.soton.ac.uk/366611/1.hasCoversheetVersion/Lucy%20Shipley%20PhD%20Thesis.pdf) e si pone come scopo quello di rispondere, stando all’abstract della Tesi (p. 15), a una “disarmingly simple question: what did it feel like to use an Etruscan pot?”. Considerando il tipo di documentazione a nostra disposizione per quanto riguarda l’ambito etrusco-italico, in cui, come noto, il dato quantitativo della produzione ceramica è quello largamente preponderante rispetto ad altri tipi di manufatti, l’interrogativo merita sicuramente di essere preso in seria considerazione, permettendo in un certo senso di aggiungere un tassello alla conoscenza della cultura materiale etrusca tramite un “approccio sensoriale”.

 

          Lo studio si pone poi – almeno a livello teorico – lo scopo di mettere in relazione questo “approccio sensoriale” con questioni di più ampia portata, quali l’organizzazione della società etrusca, la sua natura urbana e le altre culture di ambito mediterraneo (p. 1).

 

         Tutte queste questioni sono indubbiamente di grande rilevanza nell’ambito degli studi etrusco-italici – direi quasi centrali nel dibattito scientifico corrente - ma forse il tentativo di dare loro una risposta – pur ovviamente parziale – da un’angolatura così particolare e settoriale potrebbe sembrare metodologicamente un azzardo, soprattutto considerando che – giustamente – L. Shipley dichiara da subito che il suo è un esperimento, portato avanti su un numero limitato di casi studio, scelti per una serie di ragioni che poi andremo a vedere nel dettaglio. Quindi, tralasciando le grandi questioni storiche, al lettore appare sicuramente più ragionevole il fine primario dell’opera dichiarato dalla studiosa, ovverosia quello di indagare quale fosse l’esperienza di usare un vaso da parte di un fruitore etrusco (p. 7) in un periodo compreso grossomodo tra 650 e 450 a.C.

 

         Premessa metodologica fondante di tutto lo studio della Shipley è l’osservazione dell’assenza di una seria riflessione teorica legata alla gran parte della ricerca etruscologica. Ne consegue che la archaeological theory is under-applied in Etruscology (p. 7) e che invece, una maggiore apertura verso nuovi percorsi teorici potrebbe, a suo avviso, portare a una migliore comprensione di aspetti ancora oggi poco chiari dell’ambito culturale etrusco. L’A. riconduce questa scarsa attenzione ad un approccio teorico come un portato del modo in cui la disciplina etruscologica è andata sviluppandosi nel corso soprattutto degli ultimi 150 anni e si impegna a questo proposito a dare un ampio quadro di sintesi delle vicende accademiche ad essa relative nel capitolo Traditions and Trajectories (pp. 9-22). Al di là di due brevi paragrafi (Initial Entanglements: 1250-1400, pp. 10-13 e To Make a Nation: 1723-1800, pp. 13-14) che prendono in considerazione le fasi più lontane della storia dell’Etruscologia, il tentativo forse più interessante e coraggioso è quello portato avanti nei paragrafi Politics of Involvement: 1918-1943 (pp. 14-16) e Division and Development post 1945 (pp. 16-18), in cui la Shipley tenta di riassumere in poche pagine quello che è successo in ambito accademico nell’ultimo secolo, con particolare riguardo a quello italiano, ove, come naturale, la disciplina ha trovato terreno fertile per il suo maggiore sviluppo. Lo fa, come naturale, con l’occhio dell’osservatore esterno e conseguentemente anche la sua percezione – lo si capisce bene dalle conclusioni a cui giunge – è, per così dire, “esterna”. Viene così riconosciuto, ad esempio, un ruolo quasi esclusivo alle idee e agli schieramenti politici nell’ambito dello sviluppo della disciplina. Si tratterebbe questo di una sorta di fil rouge caratterizzato da un momento iniziale, in cui il Fascismo avrebbe “totalizzato” anche le scelte accademiche, creando poi “a divide which remains visible in the discipline to this day between students of professors who where accepted by the regime and those who were outside it” (p. 14). Ora, se il regime e soprattutto le sue conseguenze, come inevitabile, hanno indubbiamente creato le basi per gli equilibri accademici dei decenni successivi, personalmente mi sembra invece eccessivo postulare – se non su un piano molto generico – che l’Etruscologia italiana dei nostri giorni, frutto di naturali avvicendamenti generazionali, ne risenta ancora profondamente. In altri termini, la situazione accademica italiana dell’Etruscologia – vista da un’altra prospettiva, per così dire, forse “più interna” – appare, come naturale, molto più articolata e sfaccettata di quella descritta. Sicuramente l’A. del volume coglie nel segno interrogandosi in merito anche a questo tipo di questioni, seguendo inconsapevolmente un filone di ricerche attivo nella disciplina da alcuni anni, come dimostrato, ad esempio, dalla serie di tre convegni organizzati recentemente ad Amiens e, pur in modo meno indirizzato specificamente verso l’Etruscologia, nella bella mostra orvietana Voci italiane ritrovate, Archeologi italiani del Novecento[1]. Personalmente non so se sono ancora maturi i tempi per un’analisi critica e oggettiva complessiva di quanto avvenuto nell’ultimo cinquantennio, ma la visione dell’A., basata su un “triumvirato” di vecchi studenti di Pallottino – M. Cristofani, M. Moretti e G. Colonna –, contrapposto a una coppia, formata da M. Torelli e A. Carandini, allievi di R. Bianchi Bandinelli mi sembra peccare di ingenuità (p. 17). Questo, se non altro perché la Shipley, ad esempio, pare non ricordare come M. Torelli, a rigore, sia egli stesso allievo diretto di M. Pallottino, avendo discusso con lui la sua tesi di laurea il 5 novembre 1960[2]. Se da un lato l’A. coglie nel segno quando sostiene che l’Etruscologia si posiziona a cavallo tra Protostoria e Archeologia Classica – e in questo tutto sommato è da riconoscere una delle sue forze, ma anche inevitabilmente una delle sue debolezze accademiche -, dall’altro non sa cogliere altrettanto i portati sul piano sia accademico sia poi pratici di questa “compressione” nel corso dei decenni. Sorprende, ad esempio, che non venga citata l’esperienza almeno in una sua fase iniziale trasversale alle diverse discipline, dei Dialoghi di Archeologia, la cui citazione avrebbe sicuramente aiutato l’A. a uscire dall’eccessivo schematismo di cui sopra e le sarebbe stata di grande aiuto per comprendere meglio quanto avvenuto anche negli anni successivi nell’ambito accademico italiano più in generale[3]. Così nel volume si accenna brevemente a percorsi alternativi seguiti da singoli studiosi (o, meglio, gruppi di studiosi), non dando tuttavia l’impressione di comprendere sino in fondo la portata e il significato accademico degli stessi e mettendo sullo stesso livello generazioni diverse e apporti di diverso impatto e rilievo sulla disciplina (pp. 17 s.).

 

         Infine, penso che sia il caso di ricordare come l’Etruscologia e con lei l’archeologia italica – che, non si dimentichi, non ne può essere disgiunta - non è articolata, come sembra dall’analisi della Shipley, solamente attorno ai due nuclei italiano e, per usare un’etichetta generica, anglofono (pp. 13-20). Questo è testimoniato, se non altro, già dall’organizzazione stessa dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici che, non casualmente, è organizzato in più sezioni[4], in cui compaiono anche quelle francese, austriaca e tedesca e che hanno nel corso dei decenni sviluppato filoni di ricerca ben caratterizzati. Che poi, all’interno di questa organizzazione, la tradizione di studi italiana faccia la parte del leone è quasi giocoforza, considerando la localizzazione geografica delle culture analizzate e, per l’appunto, la nascita e lo sviluppo della disciplina.

 

         Ora, penso che sia utile (anche se quasi scontato) ricordare come ognuno di noi sia frutto dell’ambito accademico in cui è andato maturando. Pertanto, va da sé che anche le osservazioni che ho sino ad ora svolto e quelle che andrò proponendo di seguito sono inevitabilmente frutto della mia formazione, prevalentemente avvenuta in Italia. Pertanto, tornando alla questione centrale del volume, L. Shipley coglie, a mio avviso, nel segno quando dice che il mondo dell’Etruscologia italiana è stato tutto sommato poco interessato ad approcci teorici (pp. 7-9 in particolare), ma credo anche che gli si debba riconoscere il merito di avere gettato le basi per una solida conoscenza di dettaglio delle testimonianze materiali della realtà etrusco-italica. Esito di questa impostazione è che chiunque si avvicini oggi allo studio di specifici aspetti di queste culture materiali si trova ad affrontare, nella ricerca di una completezza di basi documentarie che possa portare a quadri di ricostruzione storica, più attendibili possibili, una mole di dati (processati e in parte ancora da processare) tale che è spesso difficile riuscire a mettere un punto fermo nel tentativo di passare dal dato analitico al piano interpretativo.

 

         Partendo dalle basi sino ad ora enunciate L. Shipley dichiara di adottare un’impostazione di tipo teorico e che il suo punto di vista è quello del fruitore dei vasi etruschi, che sono stati da lei analizzati in relation to the bodies that lifted, tipped, sipped and swigged from them everyday (p. 23 s.). Si tratta quindi di un approccio che tiene in considerazione la relazione esistente tra il vaso e il corpo della persona che lo usa, riconoscendo in questo percorso un impatto significativo sull’utente finale sia della forma sia della decorazione del fittile.

 

         Per porre in essere la sua indagine, la studiosa ha dovuto ovviamente optare per una selezione di ordine metodologico, a partire dal campione di siti da analizzare. La scelta è caduta su quattro casi studio specifici, che permetterebbero una comparazione tra realtà diverse dell’antica Etruria (pp. 38-41): due città costiere dell’Etruria meridionale – Tarquinia e Vulci – e due realtà dell’Etruria interna, a cavallo tra l’Etruria meridionale e quella settentrionale – Chiusi e Murlo. L’A. sostiene che the choice of two neighbouring pairs allows for regional as well as site-specific comparisosn (p. 37). Se vi è un fondo di verità in questa affermazione, si deve comunque ricordare come il campione scelto non sia del tutto scevro di problemi. Da un lato ci si chiede la motivazione che ha spinto la studiosa a selezionare nell’Etruria meridionale costiera proprio i due centri urbani di Tarquinia e Vulci e a escludere, ad esempio, Caere (ma anche Veio, pur in questo caso potendo invocare la sua collocazione geografica non propriamente tirrenica). Dall’altro nella scelta degli altri due casi studio, pur ricordando come si tratti di una realtà urbana messa a paragone con una non-urbana – e dal punto di vista sia della produzione sia della fruizione questo dato non deve essere sottovalutato! –, l’A. pare non prendere in considerazione la tutto sommato incertezza interpretativa di Murlo, che sta solo recentemente cominciando forse a chiarirsi grazie alle nuove ricerche[5]. Non può essere poi dimenticato che nell’arco cronologico prescelto (650 e 450 a.C.) Murlo costituisce una sorta di punto debole, o comunque un ulteriore problema interpretativo da affrontare, per via dell’abbandono del sito alla fine del VI sec. a.C., che fa cessare la possibilità di applicare la prospettiva di comparazione tra le due coppie su scala regionale.

 

         Se questa è stata la scelta topografica portata avanti, nei quattro siti si sono poi prese in considerazione sia le ceramiche importate sia quelle prodotte localmente e, oltre all’analisi formale l’attenzione dell’A. si è focalizzata anche sull’aspetto decorativo con particolare riguardo ai fittili in cui è rintracciabile la presenza della figura umana. In questo caso un limite del lavoro – e l’A. ne è pienamente conscia, tanto che presenta la sua ricerca quasi alla stregua di uno studio pilota che potrà poi essere ampliato in futuro - risiede nella decisione di lavorare solamente sull’edito (p. 36). Se da un lato questa scelta è stata in qualche modo una necessità, probabilmente legata anche ai tempi di realizzazione di una ricerca di Dottorato, i limiti insiti nella stessa sono evidenti, a partire da questioni molto “tecniche” e che vanno in qualche modo a toccare direttamente la possibilità di trarre conclusioni affidabili in relazione proprio al tema centrale del volume. Un esempio che penso sia particolarmente significativo a tal proposito è la necessità di dovere calcolare il volume dei vasi presi in considerazione, aspetto che è evidentemente rilevante per gli scopi della ricerca, essendo questo aspetto strettamente connesso, ad esempio, con la quantità di liquidi (vino) contenuta nei fittili che compongono i diversi servizi potori legati alla pratica del banchetto. La Shipley stessa è pienamente consapevole dei limiti dei suoi calcoli, effettuati in modo approssimativo, riconducendo le diverse forme vascolari alla forma cilindrica e utilizzando i dati editi, spesso lacunosi (p. 53). Se da un lato è vero che il presente volume non vuole essere uno studio di metrologia antica, dall’altro la non precisione di questo tipo di analisi spinge a chiedersi se non sarebbe stato più semplice stabilire misure indicative che non tenessero conto della capacità dei fittili, dividendo i vasi in base a una scala di valori convenzionale e “fittizia” (piccoli, medi, grandi…), non potendo comunque i valori ricavati nel presente studio essere utilizzati per altri scopi in futuro.

 

         L’analisi continua poi con due capitoli dedicati allo studio della percezione dei vasi da parte dell’utente. Il primo – Touching and Feeling: Vessels Bodies, pp. 52-69 – prende per l’appunto in considerazione l’aspetto meramente formale dei vasi e le modalità con cui l’utilizzatore li percepisce dal punto di vista tattile e funzionale. Il secondo – Seeing and revealing: Images on the Pots, pp. 70-79 – si concentra invece sul tipo di immagini con cui il fruitore si doveva relazionare e sul tipo di impatto che potevano suscitare. Questioni come l’accessibilità delle immagini (sulla porzione interna o esterna del vaso), diversa modalità sensoriale di fruizione dell’immagine (prevalentemente tattile nelle produzioni indigene e al contrario visiva in quelle importate) sono prese in considerazione nel dettaglio. Un ulteriore capitolo – Experiencing bodies: Bodies in images on pots, pp. 80-94 – analizza nel dettaglio le differenze esistenti tra le figure umane sui fittili di produzione locale e su quelli di importazione. Una particolare attenzione in questo caso viene, ad esempio, dedicata alle figure femminili e la Shipley giunge alla conclusione che mentre sulle ceramiche locali sono preferiti i corpi femminili spesso iconic and engaged in activities, su quelli importati il ruolo primario è svolto da quelli maschili (pp. 87-92). Nel caso poi di raffigurazioni di corpi femminili su vasi importati, la passività è una delle caratteristiche più frequenti. Penso che in questo caso – a prescindere dalle conclusioni – sia da ricordare come si sia scelto di paragonare serie di dati cronologicamente anche molto lontane tra di loro, frutto di modalità produttive, di ambienti sociali, politici ed economici estremamente diversi. Si pensi, ad esempio, solamente al paragone tra i buccheri con decorazioni a rilievo da Poggio Civitate accostati alle ceramiche attiche a figure rosse. Mi chiedo se non sarebbe stato meglio tenere distinti i record, sia topograficamente sia cronologicamente, per poi procedere a una comparazione che tenesse in considerazione anche le strutture socio-politiche che hanno espresso queste produzione e fruizione.

 

         Il volume termina poi con un capitolo di Conclusioni (pp. 105-113) e un’Appendice in cui vengono elencati i vasi presi in considerazione per la ricerca (pp. 114-138).

 

         In conclusione lo studio di Lucy Shipley può essere considerato un tentativo interessante e coraggioso di indagine di un aspetto certamente in parte sottovalutato nell’ambito degli studi etruscologici, in cui la ceramica viene affrontata perlopiù dal punto di vista tassonomico a partire da diverse principi teorici, rivolgendo l’attenzione in modo particolare all’evoluzione delle forme e loro funzioni e più di recente anche all’aspetto delle capacità e dei contenuti[6]. Se da un lato dunque il volume di cui si è dato qui conto ha il merito di avere indagato una prospettiva “sensoriale” interessante, dall’altro permangono i dubbi relativi alla metodologia usata (scelta dei casi studio, il lavoro esclusivo sull’edito, …). Infine - ma questa è un’opinione personale - lo studio non prende in considerazione questioni più ampie che invece avrebbero meritato di essere affrontate anche solo a livello di impostazione del problema, specie dopo l’attenta analisi condotta: a quali utenti e di quali “classi” sociali queste esperienze sensoriali erano destinate? Come hanno saputo i fruitori influenzare/indirizzare i diversi processi produttivi e/o commerciali in base alla necessità di potere fruire di un certo tipo di esperienze? Che tipi di società hanno espresso queste diverse esperienze di fruizione? Penso che il tentativo di dare una risposta a questo tipo di domande, sfruttando in modo più completo il dato proveniente dall’analisi della cultura materiale[7], potrebbe in un futuro contribuire ad arricchire di una prospettiva più “piena” l’interessante approccio adottato da L. Shipley.

 


[1] 2013-15: L’Étruscologie au XXe siècle, 1. Construction de l’Étruscologie au debut du XXe siècle; 2. Les Étrusques au temps du Fascisme et du Nazisme; 3. L’Étruscologie dans l’Europe d’après-guerre. Gli Atti del primo convegno sono stati recentemente pubblicati, mentre quelli degli altri due sono in corso di stampa. Informazioni sul progetto e programmi dei convegni si possono trovare al link https://u-picardie.academia.edu/MarieLaurenceHaack. La mostra orvietana, invece, è ancora visitabile online all’indirizzo http://www.vociritrovate.it

[2] M. Torelli, Prefazione, in A. Comella, Le terrecotte architettoniche del Santuario dello Scasato a Falerii, Perugia 1993: 16. Per un interessante quadro del rapporto tra R. Bianchi Bandinelli e M. Pallottino si veda M. Barbanera, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Biografia ed epistolario di un grande archeologo, Milano 2003: in particolare 133-4, 142, 237, 305-7.

[3] Per un’analisi dell’esperienza dei Dialoghi d’Archeologia si vedano M. Barbanera, L’archeologia degli Italiani, Roma 1998: 164-169 e più di recente F. Iacono, A pioneering experiment: Dialoghi di Archeologia between Marxism and political activism, in Bulletin of the History of Archaeology, 24: 5, 2014: 1-10. Un interessante commento “dall’interno” dell’esperienza è stato di recente svolto da M. Torelli, in Conclusioni, in M. Aberson, M.C. Biella, M. Di Fazio, M. Wullschleger (a cura di), Entre archéologie et histoire: dialogues sur divers peuples de l’Italie préromaine, Bern 2014: 349-50.

[4] http://studietruschi.org/istituto.

[5] Per il dibattito legato all’interpretazione del complesso di Murlo con particolare riguardo al momento dell’abbandono del sito si veda il quadro riassuntivo in M. Di Fazio, Porsenna e la società di Chiusi, in Athenaeum LXXXVIII, 2000: 409. Le nuove ricerche condotte sull’area e il riesame di vecchi rinvenimenti sono destinati a modificare questi quadri interpretativi. Di particolare interesse, ad esempio, sarà potere leggere tra qualche mese il contributo di A. Tuck, The three phases of the Etruscan Palace of Poggio Civitate (Murlo), in G.M. Della Fina (a cura di), Dalla capanna al palazzo, Edilizia abitativa nell’Italia preromana, Atti del XXIII Convegno di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, Roma 2016 c.s. Nella direzione di un’integrazione del quadro parzialmente noto e su cui si sono tratte conclusioni spesso divergenti dal punto di vista interpretativo va anche il volume A. Tuck, The necropolis of Poggio Civitate (Murlo), Burials from Poggio Aguzzo, Roma 2009.

[6] Per un quadro riassuntivo dei tentativi in questo senso si veda M.C. Biella, Rez. su M. Rendeli (dir.), Ceramica, abitati, territorio nella bassa valle del Tevere e Latium Vetus, Collection de l’École française de Rome 425, Roma 2009 (http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=1086&lang=it&quest=Biella).

[7] Si segnala, a tal proposito, un’interessante raccolta di saggi recentemente apparsa, basata sulle modalità di utilizzo delle testimonianze di cultura materiale in relazione alla possibilità di ricostruzione storica: A. Gerritsen, G. Riello (eds.) Writing Material Culture History, London-New York 2015.