Candilio, D. - De Angelis d’Ossat, M. (a cura di): La collezione di antichità Pallavicini Rospigliosi. (Monumenti Antichi, vol. 71), pp. 229, Illustrazioni nel testo e 90 tavv. f.t., cm 24 x 34 , in brossura, ISBN: 978-88-7689-283-7, 220 €
(Giorgio Bretschneider Editore, Roma 2015)
 
Compte rendu par Margherita Bolla, Musei Maffeiano e Archeologico di Verona
(margherita.bolla@comune.verona.it)

 
Nombre de mots : 1878 mots
Publié en ligne le 2016-04-22
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume nasce dall’attività di tutela del patrimonio artistico della capitale svolta dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, ricordata in premessa dalle curatrici del volume e funzionarie dell’Ente, Daniela Candilio e Matilde De Angelis d’Ossat. Le sculture e i dipinti antichi conservati nel palazzo Pallavicini Rospigliosi (oggi in parte ancora di proprietà della famiglia, in parte sede della Coldiretti), nei giardini e nel Casino dell’Aurora (attualmente utilizzato come prestigioso Centro congressi), vennero vincolati come splendido esempio di collezione nobiliare, creata agli inizi del Seicento dal cardinale Scipione Borghese nell’ambito del programma di valorizzazione delle sue proprietà ai fini di acquisire ulteriore prestigio.

 

         Il cardinale ricevette dallo zio Paolo V (Camillo Borghese, papa dal 1605 al 28 gennaio 1621, ma nel testo vengono fornite date diverse per la morte, 1622 e 1625) rilievi antichi di grande qualità che si aggiunsero ad una già cospicua collezione. Una parte delle sculture fu sistemata sulla facciata del Casino dell’Aurora, così denominato dall’affresco realizzato da Guido Reni sul soffitto del salone centrale. La raccolta si accrebbe ulteriormente nel XVIII secolo con sculture di grande importanza e pitture, queste ultime rinvenute nel corso di scavi; altre opere uscirono invece nel corso del tempo dalla raccolta.

 

         Il catalogo è relativo alle opere della collezione non all’epoca della sua nascita, ma allo stato attuale. La sua storia viene esaminata in dettaglio da Daniela Candilio. L’Autrice ricostruisce dapprima (Le antichità del giardino di Montecavallo nel XVII secolo) l’aspetto del luogo in cui Scipione costruirà la sua residenza, sulla sommità del colle Quirinale: un sito affascinante in cui si ergevano ancora le grandiose rovine delle terme di Costantino, demolite proprio per i lavori edilizi del Cardinal nepote, con un’azione di tale impatto da dover essere giustificata da una specifica autorizzazione del Papa (con un Breve del 1614). Il nuovo complesso venne dotato di vasti giardini; in essi e negli edifici furono da subito collocate antichità di rilievo, fra le quali la “Zingara”, restaurata con l’aggiunta di parti in bronzo, oggi al Louvre in quanto acquistata da Napoleone dal cognato Camillo Borghese. Sculture di nuova realizzazione si integravano con le antiche, creando anche serie scenografiche. La sequenza dei lavori e degli inserimenti è delineata dai documenti d’archivio; nel complesso architettonico si articolavano su più livelli zone aperte e strutture, le cui decorazioni esaltavano Scipione Borghese, visto come un nuovo Apollo. Il Casino dell’Aurora riveste particolare importanza perché nella facciata furono inserite, a cura dell’architetto fiammingo Giovanni Vasanzio e accanto a busti entro nicchie, ben quattordici fronti di sarcofagi in prevalenza di tema mitologico (il testo è corredato di fotografie storiche delle pareti esterne dell’edificio). Diversi di questi rilievi furono oggetto di studio da parte di artisti, fra i quali Amico Aspertini, che ne riprodusse alcuni prima del loro inserimento nell’architettura; si trattava quindi di sculture già note e considerate di pregio prima che entrassero a far parte della collezione Borghese.

 

         L’Autrice ricorda che la scelta decorativa fu ispirata ad altre ville romane, in particolare alla facciata interna di Villa Medici, dove le principali divinità classiche esaltate erano Apollo e Artemide, un evidente precedente rispetto al Casino dell’Aurora, costruito verso la fine del 1612; nota però che, rispetto a quegli esempi, l’intento di Scipione non sembra esser stato quello di dare una sistemazione completa a tutta la sua raccolta di antichità, ma di utilizzarne solo una parte in chiave principalmente decorativa. Per l’occasione e negli anni successivi, il Cardinale si rivolse a diversi scultori (puntualmente citati) per far restaurare le antichità secondo i criteri del tempo, per la creazione di nuove sculture e per acquistare altre opere d’arte.

 

         Nonostante le risorse finanziarie e l’impegno profusi nel complesso sul Quirinale, Scipione lo vendette pochi anni dopo, nel 1616, a Giovanni Angelo Altemps. Con l’ausilio delle stime redatte in quell’occasione l’Autrice riesce ad delineare il percorso di alcune sculture e a ricavare dati sulle loro vicende. La vendita ad Altemps fu solo il primo dei passaggi di proprietà che caratterizzano nel XVII secolo la storia del complesso, che passò ai Bentivoglio, poi a Mazzarino poco prima che si recasse in Francia, infine a Maria Camilla Pallavicini Rospigliosi nel 1708.

 

         Un capitolo (Le antichità del Palazzo Pallavicini Rospigliosi nel XVIII secolo) è dedicato ai lavori e alle acquisizioni compiuti dai nuovi proprietari, a partire dal periodo immediatamente successivo all’acquisto; con l’ausilio di due inventari redatti fra il 1708 e il 1710, è possibile riscontrare da subito ampliamenti della raccolta, secondo un gusto definito come simile a quello di Scipione Borghese. Alcune sculture emersero invece nel corso di lavori edilizi nell’area.

 

         In seguito le nuove acquisizioni si riducono, a favore di restauri dell’esistente compiuti anche da artisti di una certa fama, a testimonianza della cura dell’aspetto conservativo da parte dei nobili proprietari. Il capitolo su Le vicende del XIX e XX secolo conclude la presentazione delle vicende della raccolta. Di particolare importanza l’intervento di vincolo a seguito dell’Editto Pacca, su descrizione redatta per le sculture da Thorwaldsen. Continuano le cure conservative soprattutto sulle sculture esposte all’aperto e il complesso monumentale è vissuto e citato come un luogo d’arte di grande suggestione. In questo periodo però sia la proprietà immobiliare sia la collezione (soprattutto riguardo ai dipinti) subiscono significative diminuzioni.

 

         Nei saggi introduttivi, per le opere citate viene fornito il riferimento al numero di catalogo in diversi casi, ma non sempre; si tratta tuttavia di un dato utile, anche in rapporto alle diverse denominazioni/identificazioni attribuite nel tempo alle sculture (si veda ad esempio la testa di basalto di sacerdote isiaco citata alla pag. 29 come “Pompeo Africano”, mentre nella pagina successiva, con riferimento alla scheda catalogica, è menzionata come “Scipione Africano” ed è ripetuta la citazione di de Lalande).

 

         Segue il catalogo, relativo a 93 sculture antiche, 4 affreschi romani e 4 busti pseudoantichi (questi ultimi menzionati rapidamente); le opere sono suddivise per luogo attuale di conservazione all’interno del complesso monumentale. Le schede sono state scritte dalle curatrici e da Maria Grazia Granino Cecere (per l’aspetto epigrafico) e Emanuela Paribeni.

 

         Secondo le indicazioni fornite, diverse opere erano inedite (nn. 2, 9, 13-19, 21, 39-43, 45-48, 50, 60-61, 64-68, 70, 75, 80, 92-93, 98-101), mentre per altre la sola bibliografia disponibile era il repertorio ottocentesco di Matz e von Duhn (nn. 6-7, 10-12, 22-24, 36, 44, 76, 77, 83); è quindi evidente che il volume viene a colmare una lacuna ed è di notevole interesse, data l’importanza e l’antichità della collezione. La bibliografia di commento è ampia e le considerazioni proposte sempre ben supportate.

 

         Le opere catalogate sono: monumenti funerari o loro parti (nn. 1, 60, 67, 78, 80); sarcofagi o parti di essi (nn. 2-3, 25-38, 57-59, 74); statue (nn. 4, 6-8, 10-11, 22-23, 52, 55-56, 62, 71-72, 75-77, 79, 82-90, 92-93); teste e busti (nn. 9, 12-20, 24, 39-51, 63-66, 68-70, 73, 91, 98-101); un’erma divisa in due (53-54); basi iscritte (nn. 5, 21); un capitello (n. 61); un labrum (n. 81); affreschi (nn. 94-97).

 

         L’estensione delle schede dipende ovviamente dalle potenzialità e dalla notorietà dell’opera esaminata; per tutte viene comunque proposto un inquadramento tipologico e cronologico. La materia prima è descritta macroscopicamente, tranne qualche caso in cui è avanzata l’attribuzione a un’area geografica di cava. Nello stato di conservazione vengono descritti i segni di eventuali riutilizzi e i frequenti restauri (importanti in una collezione storica), arrivando in alcuni casi a proporne una paternità, grazie allo spoglio dei documenti d’archivio. Altro aspetto cui viene costantemente data attenzione è quello dell’eventuale non antichità dell’opera, cercando di identificare i possibili modelli classici o moderni.

 

         Alla voce della provenienza viene segnalato quando possibile l’anno di ingresso nella raccolta; in qualche caso sono ricordate vicende collezionistiche anteriori ad esso, mentre di rado (nn. 36, 53-54, 81, 85, 88-89, 94-97) è stato possibile individuare o ipotizzare il luogo di ritrovamento. Fra le opere catalogate, molte sono particolarmente interessanti (tenendo conto che, come notato dalle Autrici, spesso lo stato di conservazione impedisce un pieno apprezzamento dell’opera): un Giove seduto (n. 6) per il quale si ipotizza la pertinenza in origine a una triade capitolina, sull’esempio di quella rinvenuta a Guidonia; i rilievi di sarcofagi inseriti nelle pareti del Casino dell’Aurora (nn. 25-38); una statua di Diana cacciatrice (n. 52); la doppia erma con figure femminili (nn. 53-54); l’Atena conosciuta appunto come tipo Rospigliosi (n. 55); altri sarcofagi (nn. 57-59); un satiro danzante (n. 62); il sacerdote isiaco già citato (n. 73, noto come Scipione Rospigliosi, perché un tempo identificato con Scipione l’Africano); la grande vasca in verde antico (n. 81); le statue di Domiziano e di una donna della casata imperiale, forse Agrippina minore, da Frascati (nn. 88-89); la testa di Afrodite (n. 91); i “quadretti” ad affresco (nn. 94-97, ai quali sono dedicate le sole illustrazioni a colori del volume).

 

         La ricerca d’archivio sui documenti direttamente o indirettamente legati alla collezione, condotta con perizia da Antonella Parisi, è stata imponente: infatti la documentazione, suddivisa in tre Archivi di Roma (Pallavicini, Segreto Vaticano e di Stato) supera ampiamente le diecimila unità. Essa è stata consultata (integralmente per alcuni periodi, a campione per altri) e sottoposta a selezione; i materiali ritenuti più significativi per l’argomento trattato sono confluiti in un’ampia Appendice al volume. Essi comprendono carte notarili relative a passaggi di proprietà, pagamenti per le maestranze, inventari (ovviamente importanti per la consistenza della collezione), ecc.; in qualche caso, in particolare il Doc. 59 (Fidecommesso Pallavicini-Rospigliosi. Collezione Pallavicini. Sculture), sarebbe stato utile l’inserimento dell’equivalenza con la scheda di catalogo, dove possibile. In calce all’Appendice sono stati opportunamente raccolti i Provvedimenti di tutela del palazzo e della collezione Pallavicini Rospigliosi, emessi nel XX secolo ai fini di impedire ulteriori divisioni o dispersioni della raccolta.

 

         Chiude il volume un utile Indice degli artisti e dei personaggi dal secolo XIV, seguito da didascalie di figure e tavole e dall’indice. Gli errori di stampa sono rari. Nelle tavole, alle sculture di maggior spicco sono dedicate più vedute, talvolta con il corredo di foto d’ambiente e di disegni antichi; in alcuni casi la qualità delle immagini non valorizza appieno l’opera illustrata.

 

         In conclusione, il meritorio lavoro compiuto da curatrici e autrici fornisce uno strumento basilare per la conoscenza di una eccezionale collezione nobiliare di arte antica e ispirata all’antico.

 

 

INDICE

 

PREMESSA (Daniela Candilio, Matilde De Angelis d’Ossat), pp. 3-4

ABBREVIAZIONI ARCHIVISTICHE E BIBLIOGRAFICHE, pp. 5-11

LA COLLEZIONE (Daniela Candilio)

Le antichità del Giardino di Montecavallo nel XVII secolo, pp. 15-28

Le antichità del Palazzo Pallavicini Rospigliosi nel XVIII secolo, pp. 29-31

Le vicende del XIX e XX secolo, pp. 33-34

IL CATALOGO (Daniela Candilio, Matilde De Angelis d’Ossat, Maria Grazia Granino Cerere, Emanuela Paribeni)

I. Piccolo cortile, p. 37

II. Grande cortile, pp. 38-41

III. Giardino con fontana (Teatro d’Acqua), pp. 41-42

IV. Giardino dell’Aurora, pp. 42-53

V. Casino dell’Aurora. Parete esterna, pp. 53-83

VI. Casino dell’Aurora. Interno, pp. 83-101

VII. Appartamenti. Sala del Trono, pp. 102-109

VIII. Appartamenti. Sala da ballo detta dei Dipinti di Mario Dei Fiori, pp. 109-111

IX. Appartamenti. Corridoio dell’Aurora, pp. 111-113

X. Appartamenti. Sala del Cavallo, pp. 113-117

XI. Sede della Confederazione Nazionale Coldiretti. Atrio, p. 118

XII. Sede della Confederazione Nazionale Coldiretti. Sala conferenze, pp. 119-130

XIII. Sede della Confederazione Nazionale Coldiretti. Sala del Presidente, pp. 130-131

XIV. Sede della Confederazione Nazionale Coldiretti. Sala della Giunta, pp. 131-132

XV. Sede della Confederazione Nazionale Coldiretti. Sala I piano, pp. 133-135

XVI. Scalone d’onore, pp. 135-136

LA RICERCA D’ARCHIVIO (Antonella Parisi)

Introduzione, pp. 139-141

Appendice documentaria, pp. 143-211

INDICE DEGLI ARTISTI E DEI PERSONAGGI DAL SECOLO XIV, pp. 213-214

ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI

FIGURE NEL TESTO, p. 217

TAVOLE FOTOGRAFICHE I-XC, pp. 219-222

INDICE, p. 223