Anzalone, Rosario Maria: Gortina. VII : Città e territorio dal protogeometrico all’età classica. Collection: Monografie della Scuola archeologica di Atene e delle missioni italiane in oriente, 321 p., cartes, plans, ill., 32 cm, bibliogr. p. 241-295, notes bibliogr., index, ISBN : 978-960-9559-05-8
(Scuola archeologica italiana di Atene, Atene 2015)

 
Compte rendu par Palermo Dario, Università di Catania
(dario.palermo@gmail.com)

 
Nombre de mots : 2460 mots
Publié en ligne le 2016-06-24
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Compare nella serie di monografie dedicate agli scavi che la Scuola Archeologica Italiana di Atene, conduce nell’importante centro di Gortyna nella Creta meridionale, come settimo volume, questo corposo studio di Rosario M. Anzalone, che si distacca dagli altri non essendo una relazione di scavo ma un ampio, e come vedremo, ben riuscito tentativo di inserire storia e sviluppo della città dominante della Messarà in un vasto quadro territoriale, che raggiunge a Nord le pendici dell’Ida e il territorio di Cnosso e a Sud la catena degli Asterusii e il mare.

 

         Si tratta, come ben chiarisce l’autore nella sua introduzione, di un tentativo di osservare anche dall’esterno lo sviluppo della città per rintracciarne “i fermenti economici, politici e sociali”, anche laddove questi fenomeni non sono osservabili nella documentazione disponibile della città, che rimane ancora ampiamente inesplorata, soprattutto per quel che riguarda le sue fasi più antiche.

 

         Così come avviene per i confini geografici, anche la perimetrazione cronologica degli eventi osservati deve essere per necessità elastica, con puntate che toccano l’età del Bronzo e l’età ellenistica; ma ciò è perfettamente comprensibile laddove si tratti di fenomeni di lunga durata che non sono comprimibili all’interno della nostra artificiosa periodizzazione.

 

         Per poter portare a compimento il suo studio, l’Autore parte da un osservatorio per così dire privilegiato, e cioè dai molti anni di lavoro nello scavo del centro antico del Profitis Ilias, e cioè in uno di quei villaggi prossimi a Gortyna che vivono fra la prima età del Ferro e l’arcaismo, e che concorrono alla formazione della polis di età storica. Lo scavo, diretto dal prof. Nunzio Allegro dell’Università di Palermo, di cui Anzalone è allievo diretto e collaboratore, ha fornito numerosi e importanti contributi alla definizione appunto di tali fenomeni storici.

 

         L’Autore ammette chiaramente – e non sarebbe stato possibile fare diversamente – che il suo studio non poggia sulla visione autoptica di tutta l’enorme documentazione che coinvolge, né su di un completo survey di tutto il territorio preso in esame, impresa impossibile per un solo studioso e incompatibile con i tempi necessari per portare a termine la pubblicazione, ma si basa su di un’esaustiva disamina della vasta e complessa bibliografia che racchiude più di un secolo di studi e ricerche sul territorio, in buona parte dovute all’attività degli archeologi italiani ma anche a quelle di studiosi di ogni nazionalità, in primo luogo degli archeologi greci che si occupano della tutela del territorio.

 

         E devo dire che è un piacere per il lettore scorrere l’amplissima bibliografia del volume, che si estende per ben 55 pagine, e che elenca centinaia di studi in tutte le lingue, mettendola a confronto con certe asfittiche bibliografie che si possono rinvenire soprattutto in studi di ambiente anglosassone, con titoli quasi esclusivamente in lingua inglese, pubblicate anche in sedi illustri e in riviste peer-rewieved, laddove ci si chiede in cosa consista l’apporto del revisore, e dove studi e scavi italiani, anche di grande importanza per l’argomento trattato, sono citati solo se riportati in forma sia pure sintetica da un autore anglofono! Bisognerà un giorno riflettere su questa sorta di “analfabetismo” anglocentrico, ma non è questa certamente la sede adatta.

 

         E’ difficile per il recensore riassumere in breve tutta la vasta e magmatica materia che sostanzia lo studio di Anzalone, e che è ben evidenziata nelle tre pagine che ne costituiscono l’indice.

 

         Esso inizia con una sintetica storia delle ricerche e delle esplorazioni (Capitolo I), e prosegue con un altrettanto coinciso schizzo della situazione geomorfologica del territorio (Capitolo II). Entra nel vivo dello studio con il Capitolo III, dedicato alla formazione della città e alle sue fasi più antiche; successivamente, nel capitolo IV, lo sguardo dell’Autore si rivolge all’esterno della città, e ne osserva la struttura territoriale e gli abitati della parte centromeridionale dell’isola, con speciale attenzione alle vie di comunicazione e alle strutture difensive fra gli Asterusii e le pendici del Monte Ida a Nord.

 

         V, VI e VII capitolo sono anch’essi dedicati al territorio nelle sue diverse declinazioni: rapporti fra abitati e necropoli, aree sacre, attività artigianali, risorse naturali.

 

         Il capitolo VIII è dedicato alla città stessa, esaminata da un punto di vista archeologico ma con un occhio attento alle testimonianze epigrafiche; lo stesso tipo di approccio è utilizzato nei capitoli seguenti, riguardanti i possibili approdi commerciali e sbocchi al mare della città (IX), l’annosa questione dei rapporti con Festòs, che costituisce una sorta di leit-motiv nella storia gortinia, vista anche sotto l’aspetto numismatico (cap. X); i rapporti fra terra pubblica e terra privata, nel capitolo XI; le comunità periferiche, tra le quali nel capitolo XII l’Autore annovera anche il centro anonimo della Patela di Priniàs: la sua idea che esso possa aver proseguito la sua vita anche dopo la metà del VI secolo cozza tuttavia con le risultanze – ad oggi – della ricerca sul sito, che mostra un abbandono, senza distruzione, delle sue abitazioni ed edifici pubblici nel corso del VI secolo con episodi di rioccupazione di età ellenistica veramente limitati, forse dipendenti dalla presenza della fortezza del margine meridionale. Il capitolo XIII tratta dei santuari del circondario e del loro possibile ruolo territoriale; il XIV, infine, tira le fila dell’intera questione cercando di ricostruire per quanto possibile l’intera storia della città fino all’età classica.

 

         Una quantità di dati e di argomentazioni, insomma, veramente imponente, che l’Autore padroneggia con sicurezza e ampiezza di visione storica, che rende a volte di difficile lettura il volume per la densità ed eterogeneità della documentazione presa in esame e per la complessità delle problematiche sollevate; un volume che certamente costituirà fermento di discussione e base documentaria per tutte i futuri studi sul territorio.

 

         Dopo avere rapidamente accennato alle molte cose, e ai molti argomenti trattati nelle pagine di questo libro, sia concesso al recensore osservare anche l’assenza di qualcosa che a suo giudizio sarebbe stato opportuno trattare, o trattare più diffusamente, in questo volume.

 

         In primo luogo, il problema della produzione artistica e artigianale della città. Gli scavi effettuati negli anni ’50 e ‘60 sulla collina di Haghios Ioannis e sulle sue pendici, più volte discussi in questo volume per le loro implicazioni sull’architettura sacra, sui culti, e sulla storia urbanistica della polis, hanno consentito infatti di recuperare, oltre alle strutture architettoniche, un ricchissimo deposito, collegato certamente al tempio sull’acropoli, comprendente una gran quantità di ceramiche e soprattutto centinaia di statuette che si scaglionano tra la prima età del Ferro e il tardo orientalizzante, con una ripresa nel IV sec. a.C.

 

         La dettagliata analisi effettuata da Giovanni Rizza in occasione della loro pubblicazione gli ha consentito di proporne una suddivisione in fasi, largamente condivisa negli studi successivi; ma soprattutto ha suggerito all’editore che la coerenza formale dello sviluppo individuato permetta di riconoscere l’esistenza di una vera e propria scuola di plasticatori e di scultori ubicata proprio a Gortyna, forse, aggiungiamo noi, in assenza di altri centri che presentino una tale continuità e coerenza di produzione, la vera responsabile della formazione e della diffusione di quello stile “dedalico” che permea di sé tutta la produzione cretese del VII secolo e che in qualche misura, nel suo tendere alla monumentalità, si pone come componente importante dell’intera arte greca arcaica.

 

         Lo studio di Giovanni Rizza era volutamente limitato all’inquadramento tipologico, stilistico e cronologico del complesso; oggi però esso si può prestare a letture su diversi livelli, come per esempio avviene in un recente studio di T. Brisart[1], nel quale l’autore, oltre a mettere in risalto l’importanza del riesame di questo complesso per lo studio dell’organizzazione delle officine, dei centri di produzione, del significato e del valore della coroplastica per le questioni attinenti al culto ma anche allo stato sociale dei coroplasti e degli offerenti, ne propone una nuova suddivisione in gruppi, a nostro giudizio assai interessante anche se naturalmente ancora da verificare.

 

         Nulla di questo traspare nello studio di Anzalone; ma vorrei sottolineare anche quanto la considerazione di questa produzione possa avere risvolti per un altro problema a mio giudizio di non poca importanza, da me portato alla luce qualche decennio fa nel quadro di una ricostruzione ipotetica di qualche evento storico che possa aver coinvolto la parte meridionale dell’isola, e che invece l’Autore minimizza e tende a negare, o interpreta diversamente, e cioè se sia possibile distinguere un’interruzione, negli ultimi decenni del VII secolo e durante il secolo successivo, nel culto del santuario dell’Acropoli e se ciò possa essere visto come conseguenza di eventi traumatici che segnano un momento di cesura, anche se non di lunga durata, nella vita della città.

 

         E’ ben vero, come ricorda Anzalone, che documenti del VI secolo non mancano nell’area dell’acropoli e del deposito votivo; fra di essi possiamo senz’altro annoverare il bel deinos di Sophilos che indica una ripresa di pregiate deposizioni nell’area stipe votiva, ma che è di qualche decennio posteriore agli eventi di cui si discute, così come difficili da datare appaiono gli elementi architettonici arcaici di cui si fa menzione come presenti nell’area e forse pertinenti ad un nuovo edificio sacro che si costruisce in un punto ancora incerto; ma è certamente un dato di fatto che la produzione delle statuette sembra non avere nessuna continuità tra la fine del VII e il VI secolo a.C.; se poi questa vera e propria scomparsa di una produzione che per quasi un secolo era stato vanto dei coroplasti gortinii, l’arresto delle deposizioni, la ristrutturazione dell’area dell’altare e lo spostamento del culto principale della città dall’acropoli alla piana sottostante possono essere messi in relazione con la notizia delle fonti della fuoruscita da Gortyna agli inizi del VI di artisti quali Dipoinos e Skyllis (nomi del tutto assenti nel volume!), che si vantavano di essere figli di Dedalo, i quali vanno a stabilirsi sul continente per esercitare la propria arte (sotto la protezione di Apollo Pizio!) ecco che forse è possibile ricomporre un quadro di un certo valore storico[2].

 

         Un quadro che abbiamo cercato di tracciare in diversi contributi, e che si può riassumere in un primo momento nella alternanza fra i due centri della Messarà, Gortyna e Festòs, troppo vicini per non essere reciprocamente dipendenti, con l’emergere di Gortyna come centro egemone della Messarà nei primi decenni del VII secolo, in corrispondenza di una provvisoria eclissi di Festòs, che dura fino agli ultimi decenni dello stesso secolo, quando una ripresa dell’attività edilizia a Festòs, in corrispondenza degli eventi sopra ricordati sull’Acropoli di Gortyna, ci lascia pensare ad una cesura nella vita della città, forse dovuta ad un evento bellico di cui abbiamo creduto di trovar traccia nella pressoché contemporanea dedica di armi preziosamente decorate, secondo le iscrizioni che portano prede di guerra, nel centro del Profitis Ilias di Aphratì[3].

 

         In questo “fitto intreccio di storia archeologica che si fa evenemenziale”, come lo definisce Anzalone, che peraltro lo accredita di “un consenso diffuso”, abbiamo creduto di poter identificare anche occasione e modalità della partenza del contingente coloniale dei fondatori di Gela, evento che già a partire dalle considerazioni di J.N. Coldstream è possibile riferire a quest’area della Creta protoarcaica, e del quale non si fa ugualmente menzione nel volume in oggetto[4], anche se oggi il rinvenimento in Sicilia di un elmo cretese identico ad uno di quelli rinvenuti ad Aphratì ha riportato prepotentemente alla ribalta il ruolo di Creta – e di questa parte dell’isola - nella fondazione di Gela e in quella della subcolonia Akragas[5].

 

         Su questa ricostruzione di eventi Anzalone rimane molto scettico, ricordando giustamente che ognuno degli elementi, preso a sé, può avere altri significati e interpretazioni, e in questo non si può non concordare con lui, anche se va detto che il riconoscere qualche traccia di vita di VII secolo a Festòs (soprattutto nella prima e nell’ultima parte del secolo), e non avervi individuato chiare tracce di distruzione, non significa escludere che la città possa essere conquistata: la conquista non prevede necessariamente, infatti, la distruzione, e che forme di insediamento proseguano anche in una città vinta ci sembra del tutto normale; così come è vero che nessuno negli ultimi quarant’anni ha provato che le armi di Aphratì provengano da Gortyna, ma nessuno ha provato nemmeno il contrario, né è stato identificato un altro centro che abbia una produzione artistica paragonabile a quella gortinia; e che pensare che tutto possa risolversi in una questione interna al territorio littio ci sembra assolutamente improbabile, a fronte delle trionfanti iscrizioni che qualificano tali oggetti come prede di guerra.

 

         Va ricordato infine che, come in ogni buona indagine, il singolo indizio significa poco, ma il convergere di diversi di essi in un quadro coerente rende quanto meno l’ipotesi degna di essere presa in considerazione; e che spiegare tutto con la “maturazione di processi di strutturazione identitaria e civica che…. si rivelano difficilmente tracciabili sotto il profilo eminentemente archeologico”, oltre che interpretare obscura per obscuriora, significa confessare una disperante impossibilità di utilizzare il dato archeologico per individuare eventi storici. Un’impossibilità alla quale non riusciamo a rassegnarci.

 

 


[1] Les terres cuites moulées du sanctuaire proto-archaïque sur l’acropole de Gortyne: remarques sur l’organisation de la production. I. L’élaboration des types, in Annales d’Histoire de l’Art & d’Archéologie, XXXV, 2013, pp. 9-26.

[2] Vedi D. Palermo, Cessavit ars? Coroplastica e coroplasti a Creta tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a. C., in Megalai Nesoi. Studi in onore di Giovanni Rizza, a cura di R. Gigli, Catania 2004, vol. 1, pp. 167-175.

[3] Vedi anche D. Palermo, Arkades o Dattalla?, in Cronache di Archeologia, XXXIII, 1994, pp. 123-129.

[4] Su di esso, e sull’interesse di Creta verso la rotta “africana” vedi anche D. Palermo, I Cretesi in Sicilia. Identità e processi di trasformazione, in G. Rizza (ed.), Identità culturale, etnicità, processi di trasformazione a Creta fra Dark Age e Arcaismo. Per i 100 anni dello scavo di Priniàs (1906-2006), Catania 2011, pp. 255-262; D. Palermo – E. Pappalardo, Creta e il mare. Il ruolo di Creta nel Mediterraneo fra il X e il VII secolo a.C., in R. Panvini, C. Guzzone, L. Sole (edd.), Traffici, commerci e vie di distribuzione nel Mediterraneo tra protostoria ed età arcaica, Palermo 2011, pp. 43-53.

[5] D. Palermo, Un elmo di bronzo cretese dalla Sicilia, in W.D. Niemeyer, O. Pilz, I. Kaiser (edd.), Kreta in der geometrischen und archaischen Zeit (Athenaia Band 2), Munchen 2013, p. 303-311.