Aimone, Marco : Il tesoro di Canoscio. Monumenti Antichi, Serie miscellanea vol. 18, Serie generale , vol. 72. 184 pp., 6 Tavv., ISBN: 978-88-7689-285-1, 190 €
(Giorgio Bretschneider Editore, Roma 2015)
 
Compte rendu par Maurizio Buora, Società friulana di archeologia
(mbuora@libero.it)

 
Nombre de mots : 1332 mots
Publié en ligne le 2017-10-06
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          In un volume di grande formato (cm 35 x 24) Marco Aimone riunisce e amplia tutti i suoi precedenti studi sull’importante tesoro di Canoscio  nella sontuosa edizione di una prestigiosa collana.

 

          La serietà dell’opera è garantita anche dalle  oltre 30 pagine di bibliografia, per un totale di più di 750 titoli. Tra questi ce ne sono 5 dell’ autore stesso, che segnano le tappe di un percorso dedicato all’oreficeria antica  e in particolare ai tesori. In un complesso così ampio è inevitabile che si infili qualche menda o errore minimo. Così, ad esempio ricordiamo che la prof. Calvi si chiama Maria Carina e quindi Carina non va scritto per esteso come fosse un cognome. Piccola cosa. Più problematico è definire il sito di Castelvint – oggetto di un’ampia discussione ancor oggi non conclusa - come un castrum bizantino (qui a p. 164) senza ricordare ad esempio gli studi di Otto von Hessen sulla tomba longobarda in cui  fu rinvenuto il famoso piatto. Questi piccoli accenni sono sufficienti, crediamo,  per rendersi conto di quanto opinabile sia spesso la materia trattata, su cui si è deposta negli anni una ridondante letteratura che spesso ha aggrovigliato i problemi, anziché risolverli.

 

          Lo studio di Marco Aimone, che è la prima pubblicazione scientifica del tesoro, era atteso da tempo. In ogni caso questo magnifico volume porta una ampia serie di nuovi dati. Tra tutti cito l’indagine, veramente “poliziesca”, su altri oggetti sfuggiti al complesso del tesoro (e chissà se ve ne sono ancora altri!).

 

         Ai 25 pezzi sequestrati il 16 luglio 1935 si aggiunge, sia pure dubitativamente, un secondo gruppo formato da altri 6 pezzi acquistati il 25 maggio 1941 a Roma per la collezione privata di Adolf Hitler e ora distribuiti in vari musei tedeschi. “Non esiste documentazione che indichi il luogo di ritrovamento di tali oggetti, ma la loro esistenza, segnalata qui per la prima volta, pone la questione se anch’essi provengano dal ritrovamento di Canoscio” (p.41). Tra questi è compreso il famoso Piatto di Meleagro del Bayerisches Nationalmuseum di Monaco. Infine, un ultimo oggetto, sicuramente già appartenuto al tesoro, è un cucchiaio che rimase al Santuario di Canoscio fino al 1984. L’autore ritiene assai probabile che gli oggetti dei due ultimi gruppi “costituissero il ‘magro bottino’ che qualcuno, coinvolto nella scoperta e nella prima spartizione, riuscì a sottrarre al sequestro dei Carabinieri” (p.161).

 

         Si può dire che all’indomani del ritrovamento venne sollevata la questione dell’autenticità, che si è trascinata a lungo, in particolare per alcuni oggetti (p. 67). Ora Marco Aimone  rivendica l’autenticità  di tutti gli elementi che compongono il tesoro (pp. 159-161). Alcuni pezzi, sfuggiti al sequestro e quindi all’acquisizione da parte dello stato italiano, furono  probabilmente acquistati presso un antiquario romano per volontà dello storico dell’arte tedesco Hans Posse che intendeva con essi arricchire il costituendo museo di Linz, il “Führermuseum”, il quale  nei piani di Hitler avrebbe dovuto rivaleggiare con i maggiori musei del mondo (p. 68). Sembra che nella vendita fosse in qualche modo implicato anche Filippo von Hessen, marito di Mafalda di Savoia e padre del noto archeologo Otto von Hessen. Dopo la guerra l’acquisto, nonostante le rivendicazioni di Rodolfo Siviero, fu giudicato lecito da un organo delle autorità americane di occupazione. In seguito il governo della Germania occidentale divise gli oggetti fra i principali musei del proprio territorio, cui si aggiunse Berlino dopo la caduta del muro (p. 69).

 

         Il terzo capitolo dell’opera è dedicato propriamente al catalogo, in primo luogo degli oggetti conservati in Italia facenti parte del così detto nucleo storico (primo gruppo, pp. 71-94) e quindi di quelli conservati all’estero (pp. 94-98) cui si aggiunge, unico esemplare del terzo gruppo, il cucchiaio con disco ornato di croce monogrammatica, che porta il n. 32 (p. 98). Ciascuna scheda contiene i consueti dati catalografici relativi alla collocazione, le dimensioni, la descrizione, la tecnica di esecuzione, lo stato di conservazione e la bibliografia dell’oggetto.

 

         La parte più interessante, crediamo, dell’opera è costituita dalla settantina di pagine che formano il capitolo IV, dedicato all’analisi dei materiali (pp. 99-172). Uno spazio  cospicuo è dedicato ai cucchiai (pp. 134-151) che in numero di 14 costituiscono quasi la metà dei pezzi considerati. Di essi uno solo (qui edito con il n. 32) reca un inequivocabile simbolo cristiano.

 

         Grazie anche alle bellissime figure (183, di cui molto di grande formato, a piena pagina) molto nitide cui si aggiungono 6 tavole, la parte dedicata in special modo all’iconografia costituisce un testo di riferimento per molti aspetti dell’arte paleocristiana e tardoantica in generale. L’analisi in alcuni punti estremamente puntuale deve per forza far riferimento a quello che conosciamo del mondo tardoantico. Un nome che  spesso ricorre, come centro di fabbricazione, è quello di Ravenna (es. pp. 108-109) accanto a “Roma, o altro centro istituzionale italico” (p. 122). Sulla scorta di numerosi studi, l’A. esclude la fabbricazione costantinopolitana di alcuni pezzi, come il famosissimo piatto di Meleagro, per cui propone un’origine occidentale “tra Italia e Africa” nel corso del VI secoolo (p. 121).

 

         Sulla base dell’analisi l’A. riporta alcune ipotesi “tutte ugualmente plausibili, nessuna dimostrabile in modo definitivo” (p. 161) circa la eventuale funzione del complesso. Le ipotesi possibili sono dunque quella di un bottino, di provenienza unica oppure disparata, del tesoro di una chiesa dedicata a sant’Agapito o di un’offerta da parte di quel Maximus (ed eventualmente di altri) menzionato in un’iscrizione in parte riscritta. Il confronto con altri tesori evidenzia la sua natura non cultuale, poiché mancano calici e patene, indispensabili per il servizio eucaristico (pp. 161-162). L’esibizione di simboli cristiani non pare oggi affatto inusuale in una domus privata di alto rango, potendosi trovare tanto nella suppellettile in ceramica, in generale nell’arredo (lucerne e simili) quanto nella pavimentazione musiva e forse anche nella decorazione pittorica, come confermano numerosi rinvenimenti, anche recenti. Il tesoro di Canoscio si formò dunque da più “nuclei riuniti evidentemente nel corso del tempo” (p. 163). Essi passarono di mano in mano come attestano i vari nomi, tanto germanici che latini, di  diversi proprietari (p. 164).

 

         In appendice sono riprodotti 11 documenti di straordinario interesse, relativi al rinvenimento e alle successive vicende di carattere giudiziario e amministrativo (sequestro, processo, esame da parte di un apposita commissione ministeriale per valutare l’autenticità degli oggetti e il loro valore venale). Gustosissimi sono alcuni dettagli: il tesoro fu rinvenuto alle ore 12 del 12 luglio 1935 durante l’aratura e subito si procedette a una prima spartizione. Il proprietario del fondo venne a conoscenza del fatto (in prima battuta negato!) solo il giorno 16. Nel frattempo il rinvenitore, a conoscenza del “ detto locale, che la persona che rinviene degli oggetti sotterrati entro tre giorni è soggetto a morire” (dal verbale dei R. Carabinieri, riportato a p. 174) il terzo giorno per la sua “grande preoccupazione” si sentì effettivamente male (oggi classificheremmo questo fenomeno nell’ambito delle malattie causate dal così detto “effetto nocebo”) e fece chiamare il rettore del santuario di Canoscio, da cui partì la segnalazione alle autorità. Nell’intervallo tra rinvenimento e segnalazione/sequestro si verificarono alcuni curiosi e significativi episodi di reimpiego. La sentenza della Corte di Cassazione del 25 ottobre 1940 riporta che il rinvenitore “aveva adoperato gli oggetti stessi come abbeveratorio per il pollame e di una chiusura di una falla del camino” (p. 178), mentre un altro testimone del rinvenimento, cui erano toccati tre oggetti, “adoperava il piatto per deporvi il granoturco che dava alle galline (p. 174). Come si vede le vicende del tesoro nel XX secolo non sono meno romanzesche di quelle che portarono al suo interramento.

 

         L’amplissima serie di confronti di  carattere morfologico, tecnico ed  iconografico fa di questo volume una sorta di enciclopedia dell’oreficeria tardoantica, utilissimo, anzi indispensabile per chiunque voglia studiare l’argomento. Il volume, pertanto, dovrà essere sempre a portata di mano di chi si occupa di queste tematiche.