Follain, Eric : Le centre monumental romain d’Apollonia d’Illyrie. Images de synthèse et paysage urbain (AHR-30), 250 p., 224 ill., ISBN :978-2-35518-048-4, 48 €
(Editions Monique Mergoil, Autun 2015)
 
Compte rendu par Francesco D’Andria, Université de Salento - Lecce
(francesco.dandria@unisalento.it)

 
Nombre de mots : 1952 mots
Publié en ligne le 2018-03-26
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume di E. Follain è pubblicato all’interno della serie “Archéologie et Histoire Romaine”, n. 30, diretta da Ch. Pellecuer, e costituisce uno dei tanti risultati di una pluriennale attività di ricerca, svolta in Albania, nell’antica città di Apollonia, dalla Missione epigrafica ed archeologica franco-albanese, fondata nel 1991 da P. Cabanes e diretta da J.-L. Lamboley e B. Vrekaj. La ricerca deriva dalla tesi di dottorato, sostenuta nel 2012 presso l’Università di Lyon, ed ha potuto giovarsi delle osservazioni e dei suggerimenti proposti nel corso della “soutenance”, come riporta nella prefazione lo stesso direttore della Missione. Il volume contiene lo studio del centro monumentale della città nella fase romana, scoperto negli anni ’30 del secolo scorso dalla Missione francese guidata da L. Rey; gli scavi furono ripresi da una Missione mista albanese-russa tra il 1958 e il 1960 e, negli anni ’70, alcuni interventi di restauro, da parte dell’Istituto dei Monumenti di Tirana, si concentrarono in particolare nella anastilosi della facciata del Monumento degli Agonoteti, in cui è stato riconosciuto il Bouleuterion della città, per la struttura teatrale del vano interno. Nella monumentale iscrizione del prospetto è citato il nome di Quintus Villius Crispinus Furius Proculus, il quale avrebbe eretto l’edificio in memoria del fratello Villius Valentinus Furius Proculus; purtroppo una lacuna nel testo epigrafico impedisce di stabilire, in via definitiva, la funzione dell’edificio.

 

         Follain (p.88) ne discute ampiamente, osservando tuttavia, con una certa ingenuità, che la dedica “ne fait pas pour autant de cet édifice un monument funéraire”; edifici collocati al centro delle città romane infatti potevano svolgere la loro funzione pubblica ed allo stesso tempo contenere la camera funeraria del personaggio la cui memoria si intendeva onorare, come nella celebre Biblioteca fatta costruire ad Efeso, nel primo quarto del II sec. d.C., da C. Julius Aquila, per ricordare il padre T. Julius Celsus Polemaeanus.

 

         Lo studio del centro di Apollonia romana, condotto dall’autore, è finalizzato alla creazione di un sistema illustrativo, attraverso la ricostruzione virtuale dei monumenti in 3D, e, dal punto di vista tecnico e metodologico, ha potuto avvalersi delle innovative esperienze maturate a Bordeaux III, all’interno della UPS 3551 Archéovision, con il coordinamento di J-Cl. Golvin al quale si deve un grande impulso per realizzare immagini di ricostruzione delle città e dei monumenti antichi, sia attraverso il disegno tradizionale, da lui magistralmente utilizzato, sia con l’applicazione delle tecnologie di comunicazione ICT. L’esigenza di “raccontare”, attraverso le immagini, la storia di una città, è nata presso l’equipe di Apollonia dall’intento di far conoscere ad un pubblico più vasto il suo assetto monumentale, in un momento in cui, accanto alle visite scolastiche, va crescendo il turismo locale ed internazionale; le ricostruzioni elaborate da Follain sono state utilizzate infatti anche per l’allestimento del Museo di Apollonia che ha riaperto i battenti nel dicembre 2011. Nel rispondere a questa esigenza comunicativa l’autore spiega che “Dans les rendus, l’interprétation scientifique doit être conciliée avec la pédagogie et l’esthétique”.

 

         Il volume si articola in una introduzione (pp.12-20) relativa alla presentazione generale del sito, nella sua realtà geografica e storica, e nello sviluppo delle indagini sul complesso monumentale che costituiva il cuore della città nel periodo romano.

 

         Segue il capitolo dedicato alle metodologie, in cui l’autore illustra l’organizzazione della ricerca e gli strumenti utilizzati. A p. 35 inizia l’analisi dei resti monumentali con un capitolo (pp.35-42) in cui sono descritte le fasi, prevalentemente ellenistiche, anteriori all’impianto di età romana.

 

         Il corpo centrale del lavoro (pp.43-210) riguarda i 9 complessi architettonici che compongono l’insieme monumentale: 4. La viabilità; 5. Le botteghe; 6. L’ “obelisco”; 7. L’arco onorario; 8. Il Bouleuterion; 9. Il Temenos e il suo tempio; 10. L’Odeion; 11. Il Sacellum; 12. La “Biblioteca”. Il capitolo conclusivo (pp. 211-222) propone una lettura complessiva del centro monumentale di età romana, inquadrato infine nell’impianto urbanistico di Apollonia. Chiudono il volume l’Abstract in francese, inglese e albanese, la Bibliografia e, in appendice, il Catalogo dei blocchi erratici. Nella Bibliografia avrebbe giovato una revisione più accurata delle citazioni, specie per i volumi in lingue diverse dal francese, ad esempio: De Bernardi, non De Bernadi; Spatafora, non Spatofora; Koldewey-Puchstein, non Puschtein; Unteritalien, non Interitalien; Strazzulla, non Strazzula; in Wiegand, vorläufiger, non vorlänfizer, etc.

 

         Il lavoro svolto dall’autore sui singoli monumenti trova una solida base nelle ricerche condotte dalla Missione franco-albanese e riassunte nel volume dell’Atlas archéologique et historique, che costituisce una sintesi ineludibile per la città greco-romana, sia riguardo agli aspetti storici, che ai singoli monumenti e alla cultura materiale.[1]

 

         Per giungere ad elaborare “l’image de synthèse” dei vari edifici, finalizzata alla ricostruzione del paesaggio urbano, l’autore si è cimentato in una raccolta sistematica della documentazione disponibile e degli studi sull’architettura, per giungere alla ricostruzione 3D; si tratta di un impegno notevole, soprattutto nei casi in cui i rilievi disponibili e i resti di edifici particolarmente lacunosi lo portano a proporre ricostruzioni diverse e contrastanti. Nei capitoli dedicati ai singoli monumenti Follain non segue uno schema omogeneo, con campi predeterminati, come Historique des fouilles, Méthodologie etc., ma per ogni edificio sceglie di trattare argomenti diversi e ogni sotto-capitolo ha un titolo differente, dando origine a frequenti ripetizioni e rendendo faticosa la lettura. Nella trattazione dei singoli edifici  abbondano infatti le digressioni, spesso eccessivamente ampie rispetto all’argomento trattato, come quella sulla “charpente macédonienne” (p.108) o sull’ ”obelisco” di Apollo Agyieus (il culto del dio di Delfi, base portante della politica religiosa di Augusto, viene perfino attribuita all’influsso esercitato sul futuro imperatore durante il suo soggiorno in Apollonia, p. 72); in questa ridondanza di temi si riconosce l’impostazione scolastica della tesi di dottorato, sulla quale sarebbe stato auspicabile un maggiore intervento di rielaborazione critica e di eliminazione di argomenti non direttamente connessi al tema di ricerca.  

 

         Nella presentazione di alcuni monumenti, come la “Biblioteca” (pp.193 ss.), che nell’Atlante è indicata, semplicemente e prudentemente, come “bâtiment carré”,[2] la mancanza di elementi certi ha portato l’autore a proporre soluzioni molto diverse di ricostruzione dell’edificio, non solo per la presenza del portico ma anche per la funzione dello spazio interno, con due ipotesi che non trovano solide basi nelle strutture ancora conservate. Questo interessante edificio pone tuttavia il tema importante del rapporto tra le fasi costruttive romane e le precedenti strutture ellenistiche; in questa area centrale della città infatti Neritan Ceka[3] ha voluto riconoscere, nel portico dorico lungo il lato sud-est della piazza, una prova della continuità tra l’agorà greca e quella romana che Follain (p.40) sottopone a critica, rifiutando la “pérennité géographique [meglio topographique] du centre du pouvoir”; in effetti le indagini geofisiche condotte dalla Missione franco-albanese hanno permesso di identificare, nella più vasta area tra le due colline, un ampio spazio aperto circondato da portici, che è stato riferito all’ agorà della colonia ellenica.[4] Per la “Biblioteca”, definita giustamente dall’autore “Un monument peu documenté”, ci si domanda in che misura, nel corso del periodo romano, i precedenti edifici ellenistici fossero integrati nelle nuove costruzioni. Nelle due proposte di restituzione virtuale del vano interno (figg. 209-210), l’autore mantiene in vista la base del muro relativo alle grandi nicchie ellenistiche preesistenti, le quali costituivano la struttura di fondo della stoà dorica che correva lungo il lato sud della piazza. Il mantenere all’interno della “Biblioteca” la parte inferiore delle due nicchie, in funzione di gradino, crea una evidente anomalia che si può risolvere solo considerando che le strutture precedenti fossero state rasate e inglobate all’interno del livello pavimentale dell’edificio romano; quindi non erano più visibili.

 

         Lo stesso problema si pone per la restituzione degli altri monumenti come il Tempio di Artemide, al quale viene ipoteticamente riferito un capitello ionico datato ad età severiana, mentre il resto dell’edificio è attribuito al periodo proto-imperiale (p. 142), o per le soluzioni, molto diverse tra loro, adottate nella ricostruzione virtuale del Sacellum, in cui risultano poco chiari gli argomenti alla base della restituzione (p. 190, fig. 194), rispetto alla pianta di Léon Rey, in cui sono presenti due basi di colonna che vengono semplicemente eliminate.

 

         Queste difficoltà si presentano anche ad altre equipes operanti in contesti archeologici caratterizzati da un afflusso notevole di visitatori, in cui è indispensabile spiegare, attraverso l’immediatezza dell’immagine, la realtà archeologica. La strada percorribile tuttavia deve tener conto di due elementi ineludibili: la documentazione archeologica, che deve offrire dati sufficienti per le ricostruzioni, e il lavoro multidisciplinare, in cui competenze diverse si incontrano per condurre analisi molto accurate dei singoli monumenti. L’archeologo deve lavorare insieme all’architetto e il tecnico informatico deve essere in grado di avere a disposizione dati scientifici sufficienti, ottenuti anche attraverso le analisi archeometriche. In un contesto come Hierapolis di Frigia la collaborazione con J.-Cl. Golvin ha prodotto una tavola di visualizzazione complessiva della città in età imperiale, che è stata collocata in grandi pannelli nel Museo e nella zona degli ingressi all’area archeologica; l’attendibilità dei disegni ricostruttivi è assicurata in questo caso dallo stato eccellente di conservazione dei monumenti. Questa caratteristica ha permesso a T. Ismaelli di studiare il tempio A, nel Santuario di Apollo,[5] giungendo, attraverso l’esame dei singoli blocchi, a riconoscere le varie squadre dei lapicidi impegnati nella decorazione dell’edificio in marmo. Su questa solida base M. Limoncelli ha potuto realizzare ricostruzioni 3D attendibili dello straordinario edificio di età severiana, lavorando sul colore dei singoli elementi architettonici, senza utilizzare le textures standard dei repertori disponibili; queste producono, ad esempio nella resa dei marmi bianchi, effetti poco gradevoli in cui le architetture assumono un color gesso molto uniforme.[6] Al contrario è necessario realizzare textures specifiche per i singoli contesti, in cui le differenze cromatiche dei vari materiali possano essere acquisite attraverso sistematiche riprese fotografiche in situ, che rendano apprezzabili le differenze cromatiche e la consistenza dei diversi materiali da costruzione (travertino, calcari, brecce, pavonazzetto, etc.).

 

         La ricerca di E. Follain ha dunque il merito di aver proposto all’attenzione dei ricercatori questo aspetto fondamentale della comunicazione, nel gestire il patrimonio culturale, in un sito straordinario come Apollonia, che può costituire un eccellente caso-studio; anche attraverso queste tecnologie si potrà sempre più sviluppare un “uso pubblico della Storia”, secondo una espressione cara ad un archeologo come Riccardo Francovich, in cui emerga la funzione sociale dell’archeologia, contribuendo allo sviluppo culturale delle comunità in cui ci troviamo ad operare.

 

 


[1] V. Dimo, Ph. Lenhardt, F. Quantin (a cura di), Apollonia d’Illyrie. 1. Atlas Archéologique et Historique, Coll. EFR, 391, Roma 2007.

[2] Dimo et al., ibidem, pp. 215-217.

[3] A. Baçe, N. Ceka, Shetitoret e periudhës qytetare Ilire, in Monumentet, XXII, 1981, pp. 5-51 (riassunto in francese: Les stoas de la période urbaine illyrienne).

[4] O. Delouis, J.-L. Lamboley, P. Lenhardt, F. Quantin, A. Skenderaj, S. Verger, B. Vrekaj, La ville haute d’Apollonia d’Illyrie: étapes d’une recherche en cours, in D. Berranger-Auserve (a cura di), Epire, Illyrie, Macédoine. Mélanges offerts au Professeur Pierre Cabanes, Coll. ERGA, n. 10, Clermont-Ferrand 2007, pp. 37-53.

[5] T. Ismaelli, Il Tempio A nel Santuario di Apollo. Architettura, decorazione e contesto, Hierapolis di Frigia X, Istanbul 2017. Per le analisi archeometriche sui materiali da costruzione, v. ora T.Ismaelli, G. Scardozzi, Ancient Quarries and Building Sites in Asia Minor. Research on Hierapolis in Phrygia and other cities in south-western Anatolia: archaeology, archaeometry, conservation, Bari 2016.

[6] Per la illustrazione di queste tecniche v. M. Limoncelli, Il restauro virtuale in archeologia, Roma 2012; per una specifica applicazione alle pitture: M. Limoncelli, Virtual Restoration. 1. Paintings and Mosaics, Roma 2017.