Cavicchioli, Sonia : "L’Aquila e ’l Pardo". Rinaldo I e il mecenatismo di casa d’Este nel Seicento, 208 p., ill., ISBN : 9788857010601, 20 €
(Franco Cosimo Panini, Modena 2015)
 
Compte rendu par Francesca Mattei, Politecnico di Milano
(frencimattei@gmail.com)

 
Nombre de mots : 1542 mots
Publié en ligne le 2016-11-22
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          La fama della famiglia Este è prevalentemente legata al periodo compreso tra il marchesato di Leonello (marchese 1441-1450) e il ducato di Ercole I (duca 1471-1505), consacrati nella letteratura a partire dal lavoro di Werner Gundersheimer sullo “stile del potere”. Pur numericamente inferiori, non mancano gli studi relativi agli anni di Alfonso I (1505-1534) e Ercole II (1534-1559), mentre il periodo inaugurato dalla devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio (1598) e dal trasferimento degli Estensi a Modena, coincide con un diradamento dei contributi per quanto riguarda le indagini sugli artisti che hanno orbitato a corte e i principali committenti. Una singolare circostanza, se si pensa che proprio nel corso del Seicento lavorano per gli Estensi personaggi del calibro di Giovanni Lorenzo Bernini e del Guercino. Il libro di Sonia Cavicchioli risarcisce questa lacuna dedicando un’approfondita disamina del ducato di Rinaldo d’Este (1655-1737). Il volume si concentra sul periodo compreso tra il 1694 e il 1711, ovvero sulla fase iniziale del suo governo. La trattazione dell’argomento è suddivisa in tre parti: la prima è dedicata all’inquadramento della figura del duca; la seconda è incentrata su Palazzo Ducale di Modena – la più significativa committenza architettonica nell’ambito delle vicende estensi dell’epoca; l’ultima propone una sofisticata interpretazione degli interventi promossi dal sovrano, passando in rassegna l’iconografia delle decorazioni pittoriche e l’indagine di rituali celebrativi e festeggiamenti organizzati a corte.

 

         Rinaldo d’Este riceve in eredità il titolo ducale a seguito di una serie di eventi inaspettati: l’abdicazione di Alfonso III (1629), che rinuncia al trono per diventare padre cappuccino; la morte prematura del suo erede Francesco I (1658); l’altrettanto prematura scomparsa di Alfonso IV (deceduto di malaria ventottenne nel 1662) che lascia il trono al figlio di appena due anni Francesco II; questi, dopo aver spodestato a soli quattordici anni la madre Laura Martinozzi allora reggente in suo nome, sarebbe morto a soli trentaquattro anni (1694). Successore di Francesco II – ma figlio di Francesco I - Rinaldo eredita una situazione instabile, causata da decenni di assenza di un sovrano di riferimento. Abbandonata la carriera ecclesiastica che la sua condizione di cadetto gli aveva imposto, Rinaldo intraprende quella politica: la sua prima azione diplomatica è il matrimonio con Carlotta Felicita di Brunswick-Lüneburg, determinato dalla volontà di consolidare il legame del ducato con l’Impero. Secondo Cavicchioli, l’attenzione di Rinaldo alla politica internazionale è stata ispirata da un episodio cui assistette in giovane età. Tra il 1662 e il 1663 era infatti stato eseguito un complesso programma decorativo, voluto da Laura Martinozzi, finalizzato a ornare stabilmente la chiesa di Sant’Agostino a Modena, il cosiddetto Pantheon Atestinum: se si deve ad Alfonso IV la collocazione nella chiesa delle esequie di Francesco I (1659), fu Laura Martinozzi a decidere di ornare la chiesa in modo definitivo con un programma che accentuava i legami di parentela del ducato estense con le case regnanti d’Europa. Un’idea che sarebbe riaffiorata nella volontà di Rinaldo di conferire una connotazione simbolica al matrimonio con Carlotta Felicita mediante l’unione degli animali araldici delle due casate – “l’aquila e ‘l pardo”. L’interesse di Rinaldo per le arti e per il collezionismo sarebbe proseguito e maturato nel tempo: l’importanza conferita a questo aspetto traspare dalla sua politica di assunzione di musici, artisti e architetti, documentata nella “Bolletta dei Salariati”, puntualmente commentata da Cavicchioli.

 

         Un segno della strategia di Rinaldo può essere letto anche nel Ritratto ideale di Francesco II, eseguito da Francesco Stringa e collocato in apertura all’Orazione funebre (1695) dello stesso Francesco II: il predecessore di Rinaldo appare circondato da una serie di immagini che ne evocano il ruolo di committente e celebrano i più significativi interventi da lui patrocinati (la sistemazione in marmo del porto cittadino sul canale che metteva in comunicazione Modena con il Po, i lavori alla residenza di città, la realizzazione della facciata della chiesa di San Giorgio). Il duca è ricordato nelle brevi iscrizioni poste a commento di ogni immagine. L’incisione dell’Orazione mostra lo stretto connubio tra arte e esercizio di governo e, parallelamente, evidenzia la volontà di Rinaldo di porre l’accento sull’importanza del cantiere di Palazzo Ducale nell’ambito dell’immagine dei signori di Modena. Tale interesse per la fabbrica, d’altra parte, si inserisce nella consolidata attenzione che gli Estensi dedicavano all’arte del costruire: una pratica che per quanto riguarda il capitolo modenese vede la sua consacrazione nell’operato di Francesco I (1610-1658), committente della maestosa residenza di Sassuolo.

 

         L’autrice pone in parallelo la storia del cantiere di Palazzo Ducale di Modena con le decorazioni pittoriche disseminate negli interni. L’indagine si serve di strumenti diversi, dalla lettura dei documenti d’archivio, allo studio iconografico e delle fonti letterarie utilizzate per il programma di affreschi, stucchi e altri apparati ornamentali. Grazie all’esame rigoroso della documentazione effettuato da Cavicchioli, emerge la responsabilità di Rinaldo – a partire al 1695 – per quanto riguarda i lavori ai giardini del palazzo e alla loggia del piano nobile nel cortile d’onore. Questa è leggibile come il completamento del percorso cerimoniale che Francesco I aveva inteso creare allineandosi alle ricerche architettoniche condotte in tutta Europa. Tale percorso si sviluppava secondo la consueta sequenza di spazi, dal portone, al cortile d’onore nobilitato da due ordini di serliane, allo scalone nobile e, finalmente, alla loggia del piano nobile. La ricostruzione delle fasi costruttive della fabbrica permette a Cavicchioli di precisare il ruolo di Rinaldo nella vicenda del palazzo: si possono ascrivere a lui le decorazioni del salone nobile, della sala accanto e la conformazione dell’appartamento di facciata. Secondo la studiosa, inoltre, non appare improbabile che Rinaldo abbia anche riorganizzato la collezione della famiglia, dopo aver effettuato la sistemazione degli spazi interni del palazzo.

 

         Oltre al fisiologico legame con le ricerche architettoniche del tempo, la residenza di Modena intrattiene un rapporto circostanziato con quelle ferraresi, rapporto promosso già da Cesare d’Este, fondatore della dinastia estense di Modena. Due sono gli aspetti su cui Cesare aveva posto l’accento nel tentativo di rinvigorire il lustro famigliare all’indomani dell’abbandono di Ferrara: i giardini e il camerino. Cavicchioli sostiene che “Cesare non porta semplicemente a Modena il gusto dei giardini e dell’osmosi fra interno ed esterno […] ma vi trasferisce modelli decorativi (o interi complessi) della sua precedente residenza in palazzo dei Diamanti”. L’operato di Rinaldo si pone in una ideale continuità con i presupposti che avevano ispirato il suo avo. Le sue decisioni sono eloquenti anche rispetto alla scelta delle fonti per le pitture eseguite degli interni: attraverso tali cicli decorativi, egli sviluppa intrecci letterari, che provengono da fonti ferraresi (come l’Orlando Furioso di Ariosto) e classiche (come le Bucoliche di Virgilio). L’interpretazione delle decorazioni costituisce uno degli aspetti più intensi del lavoro di Cavicchioli, che ne riconosce il carattere originale “nella letterarietà, più ancora che nell’erudizione, peraltro molto presente”. Come la residenza di Sassuolo aveva celebrato la dinastia estense in accordo con gli ideali di Francesco I, il palazzo di Modena – celebrazione della “regolata vita del ducato” - diventa l’espressione di quelli di Rinaldo.

 

         Proprio questi spazi, d’altro canto, costituivano la cornice della vita cortigiana. Cavicchioli, nell’ultima parte del volume, si sofferma sull’importanza conferita da Rinaldo alla magnificenza di corte: vanno letti in questa ottica anche il riassetto della residenza romana di famiglia e le cospicue spese per il decoro delle carrozze, il cui progetto era stato affidato a Ciro Ferri, allievo di Pietro da Cortona. Rinaldo, seguendo una pratica in voga presso le corti, si impegna nella realizzazione di diversi allestimenti teatrali: l’“allegrezza” diventa un altro aspetto della magnificenza. Esempio significativo in questo senso è il progetto, reso noto nell’incisione di Natale da Re, per un apparato effimero da porre davanti al Duomo per il battesimo dell’infante di Modena (pubblicato ne Il Tempio nel Tempio, 1700). Si tratta di un apparato che commenta le forme dell’architettura medievale e al tempo stesso ne propone una trasformazione in accordo con il linguaggio architettonico seicentesco. L’attenzione di Rinaldo per l’arte assume infine un tono concreto e fattivo: alla vigilia dell’occupazione di Modena da parte dei francesi (1702), il duca cerca di salvaguardare il “più importante tesoro” (secondo la definizione di Muratori) della famiglia - ovvero il “meglio dell’Archivio Segreto dell’antichissima casa d’Este, insieme coll’insigne raccolta delle antiche Medaglie e Camei” – portandolo fuori dalla città.

 

         La lettura del ducato di Rinaldo proposta da Cavicchioli presenta diversi motivi di interesse. Merito indiscusso di questo lavoro – come si anticipava in apertura - è l’aver gettato nuova luce su una vicenda estense ancora poco indagata, oltre ad aver aggiunto nuove informazioni documentarie e formulato nuove ipotesi interpretative. Accanto alle puntuali acquisizioni relative alla storia architettonica e artistica di Palazzo Ducale, la disamina di Cavicchioli propone un’inedita immagine di Rinaldo, descritto in queste pagine come un mecenate interessato all’arte e all’esercizio del collezionismo. Uno degli aspetti più originali dell’opera è costituito dallo studio dei modi con cui la famiglia d’Este abitava gli spazi della residenza modenese. Mentre l’indagine archivistica e la pubblicazione di fonti documentarie si inseriscono in una consolidata tradizione per quanto riguarda gli studi delle dinamiche estensi, risultano meno frequenti i contributi incentrati sull’utilizzo degli spazi ducali e, più in generale, sulle consuetudini della vita di corte. Un tipo di lavoro che si allinea alle ricerche compiute in ambito internazionale e che, per quanto riguarda l’arte italiana, trova un immediato parallelo nel volume curato da Sergio Bertelli Vivere a Pitti (Firenze Olschki 2003).