Denti, Mario - Bellamy, Clément (dir.): La céramique dans les espaces archéologiques "mixtes". Autour de la Méditerranée antique. Collection : Archéologie et Culture, 224 p., 22 x 28 cm, ISBN : 978-2-7535-4781-0, 27 €
(Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2016)
 
Compte rendu par Francesco D’Andria
(francesco.dandria@unisalento.it)

 
Nombre de mots : 2461 mots
Publié en ligne le 2017-01-24
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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In questi ultimi anni, in qualità di membro del Comitato Scientifico dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia di Taranto, ho avanzato in varie occasioni la proposta, al fine di rinnovare formula e prospettive scientifiche di questi incontri, di coinvolgere maggiormente i giovani ricercatori, attraverso il censimento dei progetti di ricerca in corso nei Dottorati a livello europeo, affidando esclusivamente alla loro iniziativa l’organizzazione di uno dei Convegni tarentini. Purtroppo non è stato sinora possibile realizzare questa idea che invece, grazie all’impegno di Mario Denti, si è concretizzata presso l’Università di Rennes 2, nei giorni 17 e 18 maggio del 2013, attraverso un colloquio internazionale che aveva proprio l’obiettivo di fare incontrare giovani studiosi per discutere su metodologie ed approcci teorici, presentando contesti archeologici specifici dell’Europa e del Mediterraneo antico, caratterizzati dal fenomeno dell’incontro e della integrazione tra culture diverse, indicato con il termine di mixité. Il colloquio si inserisce in un programma più ampio, promosso dalla stessa Università: nel 2011, si era trattato il tema “La céramique dans les contextes rituels. Fouiller et comprendre le gestes des anciens”(gli Atti sono pubblicati in Denti, Tuffreau-Libre 2013), mentre, nel 2014,  l’incontro di studio era stato ancora dedicato alla ceramica: “Archéologie des espaces artisanaux. Fouiller et comprendre les gestes des potiers”.

 

Gli Atti del Convegno del 2013 sono stati pubblicati nel 2016, in un volume di notevole interesse che si articola in tre settori: quello introduttivo, dedicato alle problematiche ed ai percorsi storiografici, seguito da due sezioni, relative, la prima, ai contesti archeologici dell’Italia meridionale e della Sicilia, la seconda, a quelli della Gallia e della penisola iberica; il volume si chiude con le dense pagine delle conclusioni di Éric Gailledrat.

 

Nell’introduzione M. Denti indica le ragioni della scelta di privilegiare la ceramica come indicatore di relazioni e di scambi all’interno di contesti archeologici “misti”, dove cioè genti e saperi diversi si incontrano, dando origine a realtà sociopolitiche ed a espressioni culturali nuove; la prospettiva tende al superamento dei tradizionali “approches classicisantes propres à l’étude de l’Antiquité”(p. 15), che privilegiano solo un aspetto, quello greco, di realtà molto complesse, impedendo di cogliere la ricchezza delle forme di interazione. In questa prospettiva il celebre sito dell’Incoronata, posto sulla riva destra del fiume Basento, oggetto di scavi anche da parte di un’equipe dell’Università Rennes 2, viene indicato come esempio di un contesto archeologico in cui è possibile indagare i fenomeni di scambio e di convivenza tra identità culturali diverse. Appare tuttavia indispensabile notare che, a partire dal 1971, con i primi, pionieristici, scavi della Soprintendenza e poi dell’Università di Milano, promossi da D. Adamesteanu e da P. Orlandini, numerose equipes si sono succedute nelle indagini sul sito, dando origine ad una sequela molto varia di interpretazioni di questo straordinario contesto, sempre in prima linea all’interno del dibattito storiografico che, da quasi mezzo secolo, si è andato articolando sui temi della “colonizzazione” greca in Italia meridionale e in Sicilia e del contatto tra i greci e le diverse popolazioni indigene.

 

L’insediamento dell’Incoronata può certamente contribuire a comprendere questa realtà ed anche a chiarire il concetto di “espaces archéologiques “mixtes”, a patto però che lo studio della ceramica sia sempre inquadrato in una più ampia prospettiva contestuale che permetta di ricostruire, su basi scientifiche, il quadro topografico ed insediativo in cui si sono sviluppati tali fenomeni. Purtroppo dobbiamo constatare che per l’Incoronata non esiste a tutt’oggi uno strumento cartografico adeguato, che permetta di gestire, su una piattaforma GIS, tutte le informazioni prodotte dai diversi interventi e strategie di scavo, realizzando una carta archeologica condivisa; è molto probabile che, in presenza di un tale, potente, strumento di lavoro, anche la varietà delle interpretazioni relative a questo sito, spesso molto contraddittorie, risulterebbe notevolmente ridotta. Un esempio evidente di questa carenza di base è costituito, nel volume in questione, dalla pianta generale dell’insediamento, pubblicata nella fig. 1 (p.54), dove i dati planimetrici sono presentati attraverso una serie di macchie di colore nero, in cui, nonostante la didascalia, che distingue tra “fosses” e “dépȏt grecs”, non è possibile cogliere alcun elemento utile di lettura dei contesti; in queste condizioni la importanza attribuita alla ceramica come indicatore di interazioni culturali  può distorcere in modo sensibile la interpretazione di questi fenomeni.

 

Al fine di spiegare come il concetto di “mixité” possa costituire un utile strumento ermeneutico, il saggio di C. Bellamy (pp. 21-30) traccia un percorso molto utile, indicando come questi temi si siano sviluppati all’interno del dibattito storiografico, a partire dal Convegno di Taranto del 1970, dedicato a “Le genti non greche della Magna Grecia”, ma anticipato già nel primo degli incontri tarentini, dal titolo “Greci e Italici in Magna Grecia”. Bellamy prende le mosse dai concetti di Ellenizzazione e di Acculturazione, troppo caratterizzati da formule evoluzionistiche, sino al Convegno di Cortona del 1981, in cui era privilegiato lo studio delle forme di contatto e dei processi di trasformazione delle società nel contesto mediterraneo, attraverso un’ampia presentazione e confronto di esempi diversi. Più di recente altri approcci hanno animato la discussione, dal middle ground di I. Malkin, in cui si pone l’accento sulle realtà condivise dalle varie comunità, sino alle problematiche dell’Ethnicity e dell’hybridité, che è stata oggetto, nel 2014, dei lavori del Convegno di Taranto dal titolo “Ibridazione e Integrazione in Magna Grecia”; in questa varietà di approcci non appare indispensabile introdurre la nuova nozione di “bricolage”, indicata da Bellamy (p.25), a complicare ulteriormente il dibattito. Poichè la stessa rassegna storiografica viene riproposta nel contributo di L. Claquin (p. 111), sarebbe stato opportuno, onde evitare ripetizioni, unificare in un unico capitolo introduttivo i due contributi.

 

Come si evince da queste prime considerazioni, numerosi e stimolanti appaiono nel volume gli spunti di discussione, impossibili tuttavia da trattare nello spazio ristretto di una recensione; mi limiterò pertanto a commentare i contributi più legati ai contesti dell’Italia meridionale, come l’insediamento peuceta di Monte Sannace, in cui si sono sviluppate negli ultimi anni importante attività di scavo, con il coordinamento di Angela Ciancio. Il saggio da lei firmato, insieme ad A. Amatulli, S. Gallo e P. Palmentola (pp. 31-52), si caratterizza per l’accurata documentazione cartografica che, in singolare contrasto con quanto abbiamo osservato per l’Incoronata, permette di leggere con chiarezza l’articolazione spaziale di questo notevole insediamento indigeno della Puglia centrale nel corso del VII sec. a.C.. In particolare va segnalata la presenza sull’acropoli, in posizione dominante rispetto al territorio limitrofo, del grande edificio rettangolare, lungo più di 20 m. e caratterizzato da un muro di fondazione in pietre e dalla copertura straminea: il tetto pesante, con tegole fittili si afferma nei siti indigeni della Puglia a partire dalla metà del VI sec. a.C., come risulta ampiamente attestato nell’abitato messapico di Cavallino. Al grande edificio a valenza collettiva e cerimoniale, si aggregano nello stesso periodo strutture a capanna di minori dimensioni, che documentano la stratificazione sociale dell’insediamento, con valenze gerarchiche nella tipologia degli edifici. Di particolare importanza per il tema proposto dall’incontro di Rennes, risulta il complesso abitativo dell’area H, dove i recenti scavi hanno portato alla luce un deposito di ceramiche del VII sec., di produzione indigena e greca simili a quelle prodotte all’Incoronata. Tra i materiali lavorati al tornio si segnalano quattro olle con forme tipiche del repertorio vascolare iapigio, ma con decorazione figurata (guerriero nell’atto di scagliare una lancia) confrontabile con quella presente sui vasi alto-arcaici dell’Incoronata, che gli autori del saggio definiscono come “ibrido”, realizzato da un artigiano formatosi nel solco della tradizione ceramica greca. Nel mondo anellenico dell’Italia meridionale non sono tuttavia assenti esempi di vasi che condividono forme indigene e decorazioni figurate di tipo greco; si può pensare a special commissions da parte di membri delle aristocrazie indigene, come in età classica è attestato dai vasi figurati attici del 440-430 a.C., che presentano la forma, tipicamente daunia, delle ceramiche geometriche con anse cornute (Jentoft-Nilsen 1990, pp.243-249). Allo stesso contesto cerimoniale appartiene l’olla acroma di grandi dimensioni, che presenta un elemento verticale sul fondo interno, una particolarità che gli autori interpretano in vario modo, sia funzionale a trattenere la posa del liquido che si formava sul fondo del vaso, sia come elemento zoomorfo, con funzione rituale. Olle che presentano la stessa caratteristica sono attestate anche in altri contesti iapigi del VII sec. a.C., a carattere cerimoniale; la recente interpretazione di Grazia Semeraro (2016, pp. 359-362), sostenuta dalla analisi dei residui organici tramite Spettroscopia FTIR, permette di ipotizzarne un impiego come contenitori per il consumo di bevande fermentate, all’interno di rituali che spesso vengono letti nello schema banalizzante del banchetto o, peggio, del simposio, ma che vanno confrontati con gli esempi etnografici, come la fête-travail. osservata da Michel Dietler nei contesti tribali africani.

 

A queste problematiche si collega anche il saggio di C. Bellamy e F. Meadeb (pp. 53-66) relativo alle produzioni ceramiche dell’Incoronata, definita già nel titolo “centre artisanal gréco-indigène en Italie méridionale”, con una valutazione riduttiva di un insediamento in cui è innegabile che si concentrassero, altre a quella artigianale, altre funzioni. Gli autori prendono le distanze dal tradizionale modello binario che vedeva sulla collina l’impianto di un emporion greco, causa della distruzione di un precedente insediamento indigeno della prima età del Ferro; al contrario le analisi della ceramica rinvenuta permettono di vedere un fenomeno “moins brutal” di integrazione di elementi greci all’interno di una comunità indigena che continua a vivere. Il concetto di mixité, declinato nella dimensione materiale, per indicare oggetti di produzioni diverse, e in quella antropica, che presuppone gruppi umani differenziati, appare agli autori una modalità funzionale a descrivere fenomeni di contatto e di coesistenza tra migranti greci e popolazioni indigene. L’obiettivo è quello di superare il tradizionale approccio alla colonizzazione greca d’Occidente, sottoposto ad una serrata critica dalla più recente riflessione storiografica e tuttavia gli autori continuano ad usare nel loro testo termini come “precoloniale e protocoloniale”, in palese contraddizione con le premesse del loro saggio. Resta innegabile il fatto che la ceramica da sola non permette di riconoscere la presenza di realtà miste e che richiede l’attivazione di strumenti efficaci di contestualizzazione dell’insediamento presente sulla collina dell’Incoronata, croce e delizia ormai di generazioni di archeologi e di storici; soltanto attraverso una cartografia adeguata si potranno leggere le diverse modalità in cui si articola l’insediamento (abitativa, produttiva, rituale e cerimoniale) e risolvere anche l’annosa questione delle buche interpretate ora come scarichi di rifiuti, ora come fondi di capanne, scavati sotto il livello di frequentazione, che Orlandini considerava come depositi di oggetti destinati agli scambi commerciali con gli indigeni. In questa prospettiva andranno valorizzati rinvenimenti importanti come la struttura ellittica segnalata dagli autori (p. 59, fig.4), all’interno della quale erano deposti un cratere greco di produzione locale e due askoi indigeni che gli autori leggono nella prospettiva del middle ground, ma che andranno confrontati con situazioni analoghe rinvenute nei contesti iapigi dell’età del Ferro come Roca o Vaste, nel Salento.

 

Attraverso i contributi di V. Garaffa (pp. 67-82) e di M. Camera (pp. 83-98) la riflessione si amplia, con la revisione dei materiali rinvenuti in altri contesti cultuali, come Garaguso, e produttivi, in particolare nella Sicilia orientale di età arcaica, dove la interazione tra modalità artigianali greche e sicule si articola attraverso la mobilità dei ceramisti, che uniforma e rende indistinguibili forme e decorazioni dei vasi; in questo quadro Lentini, così come risulta nella magistrale lettura proposta da Massimo Frasca (2009), costituisce il modello ineludibile di questa interazione e convivenza tra culture diverse nello stesso territorio, la mixité, appunto.

 

A contesti più lontani da quelli sinora esaminati si dedica L. Claquin (pp.111-134) nello studio delle pratiche culinarie attraverso le ceramiche di Marsiglia, Mégara Hyblaea ed Apollonia sul Ponto, dove nella polis focese, posta all’incrocio di importanti vie di comunicazione marittima e fluviale, è possibile registrare il massimo grado di mixité nelle tradizioni alimentari greche, etrusche e indigene. Come nel successivo saggio dedicato alla ceramica da cucina di Lattara (A.-M. Curé, pp.135-156), appare evidente che lo studio delle forme funzionali della ceramica da cucina andranno sempre maggiormente integrate con le indagini scientifiche dei residui organici ancora presenti sulle pareti dei vasi, come la Gas Cromatografia ad Alta Temperatura che permette di individuare una vasta gamma di sostanze lipidiche, e di attivare metodologie innovative e multidisciplinari di indagine che rinnovano gli approcci tradizionali di studio tipologico e funzionale delle ceramiche (v. Notarstefano 2012, con ampia bibliografia sulle esperienze internazionali attivate in questo settore).

 

Alla ceramica stampigliata della penisola iberica, che caratterizza i contesti celtici, è dedicato il saggio di G. Cabanillas de la Torre (pp.157-174) in cui la dimensione geografica appare molto dilatata, in un quadro in cui l’autore mostra come la tradizione della ceramica dipinta iberica interagisca con le tradizioni dalla Spagna meridionale, dando origine e produzioni molto originali.

 

S. Barrier (pp.175-192) applica a contesti e materiali del La Tène finale, nei territori della Gallia antica, metodi di analisi statistica miranti a definire il “grado di romanizzazione” dei singoli insediamenti; si tratta di un tentativo generoso che tuttavia va inquadrato nella discussione generale sul termine di romanizzazione, anche questo da intendere nella interazione tra i Romani e le culture indigene (v. ad esempio Terrenato 1998). Anche le utili carte di distribuzione dei materiali ceramici dovrebbero includere indici che definiscano la gerarchia degli insediamenti nei vari periodi: in questo modo non ci si stupirà se Lyon (Lugdunum, capitale della Provincia) risulta il sito “le plus romanisé avec des valeurs “très fortes…”(p.182, fig. 6).

 

Come risulta dalle osservazioni proposte, il volume costituisce uno strumento di lavoro molto valido e stimolante per una discussione, pur nella varietà delle tematiche e degli approcci metodologici che tuttavia richiedono una più incisiva impostazione multidisciplinare ed un dialogo più spinto con le scienze dure e con l’Archeometria. Dobbiamo essere grati a M. Denti e C. Bellamy per essersi fatti carico di questa mobilitazione di giovani archeologi europei che sono stati in grado di richiamare l’attenzione su temi di grande impatto, e di affrontarli con spirito innovativo che lascia ben sperare nel futuro dell’Archeologia.

 

 

Bibliografia:

M. Denti, M. Tuffreau-Libre (sous la direction de), La céramique dans les contextes rituels. Fouiller et comprendre le gestes des Anciens, Rennes 2013.

M. Frasca, Leontinoi. Archeologia di una colonia greca, Roma 2009.

M. Jentoft-Nilsen, Two Vases of South Italian Shape by an Attic Painter, in J.-P. Descoeudres (ed.), Greek Colonists and Native Populations. Proceedings of the First Australian Congress of Classical Archaeology held in honour of Emeritus Prof. A. D. Trendall, Oxford 1990, pp. 243-249.

F. Notarstefano, Ceramica e Alimentazione. L’analisi chimica dei residui organici nelle ceramiche applicata ai contesti archeologici, Bari 2012.

G. Semeraro, Nuovi orizzonti per nuove comunità. Qualche riflessione sui processi di definizione delle società della Puglia meridionale durante l’Età del Ferro, in L. Donnellan, V. Nizzo, G.J. Burgers (edd.), Contexts of Early Colonization. Papers Royal Neth. Institut in Rome, 64,2016, pp.351-370.

N. Terrenato, The Romanization of Italy: global acculturation or cultural bricolage?, in C. Forcey, J. Hawthorne, R. Witcher (edd.), Proceedings of the Theoretical Roman Archaeology Conference 1997, Oxford 1998, pp. 20-27.