Sassù, Alessio : Iktinos. L’architetto del Partenone. (Maestri dell´arte classica, 5), pp. 136 di testo, Figg. 9, Tavv. 4, cm 14,5 x 21, ISBN: 978-88-7689-298-1, 45 €
(Giorgio Bretschneider, Rome 2016)
 
Compte rendu par Massimiliano Papini, La Sapienza Università di Roma
(massimiliano.papini@uniroma1.it)

 
Nombre de mots : 3763 mots
Publié en ligne le 2017-10-31
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il nuovo libro della collana sui Maestri dell’Arte Classica diretta da Luigi Todisco è il primo a essere dedicato esclusivamente a un architetto. La scelta opportuna non implica un compito agevole, perché risulta più difficile riservare una trattazione monografica a vita, opere e “stile personale” di un architetto anche dell’importanza di Iktinos che non ai grandi scultori del V-IV sec. a.C.

 

         Alessio Sassù nel primo capitolo parte dal riesame del ruolo e delle competenze degli architetti e riserva alcuni cenni molto rapidi allo sviluppo della loro figura, alla condizione sociale e alle retribuzioni a partire dall’età di Omero, attraverso il mondo romano, sino al XVI secolo; il punto sul quale lo studioso insiste sin dall’inizio per tornarvi a ripetizione nel corso dell’opera, anche a causa di alcuni dubbi in relazione a Iktinos, riguarda l’impossibilità per l’antichità di separare nettamente tra progettista e architetto esecutore, come invece nella visione rinascimentale. In età arcaica sono diversi i nomi illustri di architetti trasmessi dalla tradizione, benché nelle iscrizioni o in letteratura manchi il termine architekton, invece attestato per la prima volta in Erodoto in relazione all’impresa eccezionale occorsa sotto Amasi (il trasferimento di un tempietto da Elefantina) e a figure di personalità di alto profilo tecnico-ingegneristico nonché nella documentazione epigrafica d’età classica. Non il capitolo seguente, ma il terzo approfondisce alcune tematiche accennate in apertura per valutare l’operato di Iktinos all’interno di una cornice culturale più larga. Anzitutto, un brano degli Amanti di Platone è particolarmente significativo, perché distingue tra gli operai (tektones), dei quali ci si può assicurare il servizio per cinque o sei mine, di fronte alle diecimila dracme necessarie per pagare un grande architetto; è immaginabile che anche Iktinos possa avere ricevuto alti compensi (più in concreto, per esempio, per la paga di 1 dracma giornaliera per Theodotos, in carica non per un incarico di corso annuale ma per l’intero periodo di costruzione del tempio di Asclepio a Epidauro, un progetto con una durata ben inferiore a quella del Partenone, vd. da ultimo. S. Prignitz, Bauurkunden und Bauprogramm von Epidauros (400-350). Asklepiostempel, Tholos, Kultbild, Brunnenhaus, München 2014, pp. 33-34). Anche le epigrafi del V sec. a.C. di varia natura, in modo particolare in Attica, possono trasmettere alcune informazioni sulle funzioni dell’architetto, come nei progetti preliminari e i capitolati d’appalto, le syngraphai (non tutte scritte da architetti), con le direttive tecniche e le condizioni contrattuali formulate dalla città in vista della realizzazione di opere pubbliche. Si possono perciò ricostruire alcune delle loro “azioni” e competenze dal V-IV sec. a.C. in poi, da poco ben delineate in un contributo di Giovanni Marginesu del 2015 (vd. anche G. Marginesu, L’architetto nella Grecia arcaica e classica. Note sugli aspetti scrittori, in A. Inglese [a cura di], Epigrammata, 3. Saper scrivere nel Mediterraneo antico. Esiti di scrittura fra VI e IV sec. a.C. in ricordo di Mario Luni, Tivoli 2015, pp. 81-94): la vigilanza sulle modalità di trasporto e sullo scarico dei materiali nonché sulla legatura e sulla disposizione dei blocchi architettonici, la dimostrazione agli operai dei paradeigmata, la collaborazione con altri colleghi, con le maestranze, con gli organi e con le magistrature cittadine e la partecipazione a commissioni – l’unica manualità attestata, rivolta ora verso i cittadini ora verso il mondo del cantiere, è quella scrittoria.

 

         Il secondo capitolo intitolato “biografia” anticipa in modo più sommario gli argomenti poi ripresi nel quarto. Su Iktinos le poche e concise notizie, molto note, di natura letteraria e non epigrafica continuano a essere fonte di controversie: il libro riporta alla fine dieci testimonianze al riguardo (altre, tra cui quelle di Platone e Aristotele [nn. 10-12], più in generale si riferiscono alle funzioni degli architetti; non vi sono invece comprese le attestazioni del termine iktinos per nibbio nelle commedie di Aristofane, soprattutto Gli uccelli, nelle quali a volte si sono intraviste allusioni all’architetto). Ciò spiega, di fronte alla quantità di contributi dedicati specialmente al Partenone, perché siano abbastanza rari gli studi moderni che citano Iktinos sin dal titolo. La rarità delle notizie antiche ha spinto i moderni a integrare le conoscenze lacunose ricorrendo a ricostruzioni a volte azzardate, una tentazione che l’autore sa evitare. Iktinos scrisse un trattato sul Partenone insieme a un certo Karpion (ben sette le spiegazioni addotte per l’affiancamento di un nome altrimenti ignoto). Dato il periodo, è quasi inevitabile l’accostamento di Iktinos all’attività di pensatore dell’architekton e meteorologos Ippodamo di Mileto e al Canone di Policleto e alla sua ricerca della bellezza e della perfezione mediante molti rapporti numerici e dell’esatta simmetria di tutte le parti tra loro; quel Policleto che, almeno secondo Galeno, rinsaldò lo scritto con una statua creata secondo i precetti del discorso e chiamata con il medesimo nome. Proprio Policleto, in un libro del 1970, appassionante ma ormai in larga parte superato, di Rhys Carpenter, fu considerato persino avere influenzato Iktinos nelle minute deviazioni dalla uniformità schematica riscontrabili nel Partenone, una congettura però allora basata sull’incomprensione di un’espressione (para mikron) contenuta in una citazione del Canone da parte di Filone di Bisanzio. Tuttavia, il trattato di Iktinos, per il quale l’uso del vocabolo “intellettuale”, pur se accompagnato dal punto interrogativo a p. 43, è forse fuorviante (come lo è, nel complesso, per il mondo antico, benché sia ormai molto usato negli studi), rientra in una tradizione di architetti-trattatisti che scrissero su un’opera ben precisa, delineata nella prefazione del libro settimo da Vitruvio subito dopo la menzione del commentarium di Agatarco su una scenografia da lui stesso dipinta per una tragedia di Eschilo: Teodoro pubblicò un volume sull’Heraion di Samo, Chersiphron e Metagenes, padre e figlio, redassero un libro sul tempio ionico di Artemide a Efeso, e, dopo la menzione di Piteo autore di uno scritto sul tempio ionico di Atena a Priene, il testo vitruviano ricorda Iktinos e Karpion (al proposito, in generale, vd. ora F. De Angelis, Greek and Roman Specialized Writing on Art and Architecture, in C. Marconi [ed.], The Oxford Handbook of Greek and Roman Art and Architecture, Oxford-New York, 2015, pp. 70-83; sulla possibile influenza su Policleto di simili trattati, scritti da architetti talvolta attivi anche come scultori, vd. J.J. Pollitt, The Canon of Polykleitos and Other Canons, in W.G. Moon [ed.], Polykleitos, the Doryphoros, and Tradition, Madison 1995, pp. 19-24): una letteratura tecnica che secondo l’analisi di Burkhardt Wesenberg nel 1984 sembra avere illustrato a partire dal VI sec. a.C. la progettazione di un edificio concreto da realizzare e non ancora eseguito con l’indicazione di misure e proporzioni.

 

         Il quarto capitolo è il più importante perché discute in modo più specifico delle opere di Iktinos. Il Partenone, secondo il giudizio dell’opera Peri Athenon di Menekles e Kallikrates riportato da una voce di Arpocrazione, era chiamato ekatompedos non per le dimensioni, ma per la bellezza e l’euritmia, raggiunti, secondo un’osservazione aggiuntiva di Sassù che a p. 47 impiega un lessico vitruviano (vd., tra gli altri passi, I, 2, 3 sull’eurythmia quale prodotto della commensurabilità delle parti), per mezzo di precisi rapporti proporzionali volti ad ottenere un insieme armonico e improntato alla symmetria. L’autore, dopo avere ricordato la fase del Pre-Partenone distrutto dai Persiani, si concentra sulla controversia riguardante i due nomi associati al Partenone, Kallikrates e Iktinos. «Wer erbaute den Parthenon?» era già l’interrogativo nel titolo di un articolo sempre di Burkhardt Wesenberg del 1982: se Strabone e Pausania (e un passo della Mosella di Ausonio, fonte di qualche equivoco di altro genere) nominano soltanto Iktinos, Plutarco nella Vita di Pericle specifica in prima battuta il contributo di Kallikrates. Un lavoro collegiale di per sé non è escludibile, per esempio rammentando il precedente a Efeso di Chersiphron e Metagenes, pur nel rapporto padre-figlio, dei quali Vitruvio sa precisare i rispettivi meriti nell’invenzione di ingegnosi sistemi per il trasporto dei blocchi delle colonne e degli architravi; ambedue scrissero però il trattato, mentre nella redazione di quello sul Partenone a Iktinos non si affianca Kallikrates. Per il Partenone, se si accetta una collaborazione dei due, non possono che essere poi congetturali gli sforzi di distinguerne gli apporti, come nella fondamentale voce dedicata a Kallikrates da parte di Manolis Korres nel 2001 nel Künstlerlexikon der Antike. La spiegazione più semplicistica è quella di riconoscere in Iktinos lo specialista del dorico e in Kallikrates l’esponente dello ionico: dopotutto, come ha scritto Robin F. Rhodes, il Partenone è «Doric in elevation, but Ionic in spirit» (The Periclean Acropolis, in M.M. Miles [ed.], A Companion to the Greek Architecture, Malden-Oxford 2016, p. 154). Sono state però molteplici le spiegazioni alternative. Kallikrates agì da «general contractor» secondo il parere di James R. Mc Credie del 1979, il quale, seguito nel 1999 anche da Jeffrey M. Hurwit, si servì allora quale possibile indizio in questo senso anche del ruolo attribuito da Plutarco al medesimo personaggio nella costruzione delle Lunghe Mura quale ergolabos – ma Sassù fa bene a criticare l’assunto, notando il fatto che il verbo ergolabein è utilizzato da Plutarco come sinonimo di eirgazein. Diversamente, stando a Wesenberg, Plutarco poté attingere a una fonte attidografa con indicazione di Kallikrates in qualità di unico architetto, al quale aggiunse Iktinos, il progettista invece del Pre-Partenone, un’idea molto forzata che ha riscosso sempre scarso favore e che neppure Sassù approva. Di diversa opinione è chi, come Carpenter, ha visto in Kallikrates il responsabile “filocimoniano” della realizzazione di un tempio, tra il 468 e il 465, nello stesso punto del precedente, incendiato dai Persiani e rimasto parzialmente completato, perché i lavori sarebbero stati bruscamente interrotti sotto Pericle in un clima di ostilità politiche: oggi è però assodato come nessun progetto fosse stato intrapreso dopo il 480 a.C. sino alla metà del secolo. Ciononostante, su questa via per certi versi procede anche Sassù, perché Kallikrates poté essere l’architetto del Pre-Partenone nella fase anteriore al 480 a.C. successivamente incorporata nella più ampia realizzazione periclea; certo, ciò implicherebbe un’eventuale lunga occupazione di Kallikrates, menzionato nel celebre decreto IG I3 35 di discussa datazione (450-445 a.C. o anni ’30-’20 del V sec. a.C.?)  in relazione al tempio di Atena Nike (sulla quale da ultima J. Blok, The priestess of Athena Nike. A new reading of IG I3 35 and 36, in Kernos 27, 2014, pp. 1-26), da considerare ancora più duratura se gli si ascrive, come talora capita, anche la paternità dello stesso edificio risalente nella fase oggi visibile agli anni intorno al 425 a.C.; stesso dubbio in B. Holtzmann, L’Acropole d’Athènes. Monuments, cultes et histoire du sanctuaire d’Athèna Polias, Paris 2003, p. 107; vd. anche T.L. Shear Jr., Trophies of Victory: Public Building in Periklean Athens, Princeton 2016, che in più pagine continua a nominare Kallikrates e Iktinos come architetti del Partenone). A ogni modo, il passo di Plutarco, che sembra particolarmente ben informato sugli edifici periclei come il Telesterion (vd infra), va considerato meglio secondo Sassù. La peculiare espressione impiegata nella Vita di Pericle, «o ekatompedon Parthenon», per la maggior parte della critica fa riferimento al monumento voluto da Pericle, ma a suo parere può adombrare una “storia” condensata dell’edificio con lo scopo di fare fronte a una tradizione consolidatasi in età romana che aveva tramandato solo il nome del costruttore del Partenone; perciò Plutarco può avere salvato dall’oblio anche il nome dell’architetto del Pre-Partenone, Kallikrates. L’osservazione è acuta, quantunque si possa continuare a discutere di tale eventuale intenzione dell’espressione all’interno di un brano espressamente riferito agli erga di Pericle. In conclusione, per Sassù è necessario supporre «un’assoluta responsabilità di Iktinos alla progettazione e alla realizzazione del Partenone» (p. 64). Altrimenti, si può aggiungere, nel caso di un’effettiva collaborazione, che da alcuni antichi autori venga citato solo Iktinos può in parte ricordare quanto accade per il tempio di Artemide a Efeso: Strabone e Plinio il Vecchio, semplificando, ricordano il solo nome di Chersiphron di fronte all’indicazione stavolta più puntuale di Vitruvio riguardo al coinvolgimento del figlio. Allo studioso va il merito di avere rivalorizzato un racconto in forma aneddotica trasmesso in un’altra opera di Plutarco, I consigli politici, dove lo scrittore si sofferma sull’importanza di un’eloquenza trascinante e persuasiva come requisito indispensabile per l’aspirante politico. Si può concedere, dice Plutarco, che a ciò si sottraggano un Alkamenes, un Nesiotes, un Iktinos e tutti i lavoratori manuali, che giurano di non essere bravi a parlare, e racconta: una volta ad Atene, quando si stava vagliando la candidatura di due architetti per l’aggiudicazione di un’opera pubblica, l’uno seducente e forbito, aveva illustrato il progetto con un discorso accurato riuscendo a persuadere il popolo, l’altro invece professionalmente più bravo, ma incapace di esprimersi, disse presentandosi «O Ateniesi, io opererò come ha detto». La procedura dell’illustrazione del progetto, al di là del fatto che Iktinos davvero non sapesse parlare in pubblico (sulle dimostrazioni pubbliche delle imprese edilizie al cospetto degli organi politici nell’Atene classica e tardo-classica e sulle strategie retoriche degli architetti vd. ora G. Marginesu, Architetti, scrittura e retorica nell’Atene classica, in ASAtene 91, S. III, 13, 2013, pp. 66-71), poté essere seguita anche per la costruzione del Partenone, alle cui caratteristiche architettoniche le pagine 66-71 riservano una descrizione manualistica (nel senso buono del termine, e d’altronde sarebbe stata complicata, oltre che forse non necessaria, una trattazione più esaustiva all’interno dell’agile volume).

 

         Se per il Partenone il dubbio riguarda la responsabilità più o meno assoluta di Iktinos, più controverse risultano le attribuzioni del Telesterion eleusino e del tempio di Apollo a Bassae.

 

         Per Eleusi si tramandano diverse versioni. Vitruvio e Strabone assegnano a Iktinos la costruzione rispettivamente di un tetto a copertura di una cella di smisurata grandezza in ordine dorico e ancora senza un colonnato esterno almeno sino al tempo di Demetrio Falereo e di un mystikos sekos in grado di accogliere una gran massa di spettatori; viceversa, Plutarco riferisce che il Telesterion pericleo fu iniziato da Koroibos, forse lo stesso citato in IG I3 32 (K. Clinton, Eleusis. The Inscriptions on Stone. Documents of the Sanctuary of the two Goddesses and Public Documents of the Deme, II, Athens 2008, pp. 57-58, ad n. 30) e proseguito da Metagenes e Xenocles, distinguendone l’apporto nelle varie componenti della struttura. Di qui una serie di soluzioni escogitate dagli autori moderni. Per alcuni (Korres incluso) nel corso del V sec. a.C. si susseguirono due progetti, un primo affidato a Iktinos non portato a termine, il quale, anteriormente alla convocazione ad Atene, avrebbe fissato le dimensioni della grande sala ipostila e del pronao antistante, e il secondo a Koroibos, che avrebbe aumentato il numero dei sostegni interni fino a ottenere la “foresta” di colonne. Altra opzione: Iktinos fu solo il progettista e non il costruttore del Telesterion, un’idea che Sassù smonta a ragione, tanto più se basata sull’analisi dell’uso di determinate forme verbali in Strabone e Vitruvio. È stato Enzo Lippolis in un bel libro del 2006 a riesaminare le evidenze archeologiche e anche a interpretare diversamente le presunte tracce di un impianto momentaneamente interrotto; venuto meno ogni appiglio archeologico, secondo Lippolis l’attribuzione dell’edificio a Iktinos sarebbe frutto del fraintendimento di Vitruvio: i termini cella e sekos più che riferirsi alla sala per iniziazioni, sarebbero maggiormente appropriati per una vera e propria tipologia templare eventualmente identificabile con il tempio L posizionato sulla sommità della Petra Agelastos, dotato di una cella effettivamente priva di peristasi in una fase pre-periclea. Secondo la visione di Sassù, Strabone e Vitruvio, senza fraintendimenti cui imputare la combinazione del Telesterion con la memoria del costruttore del contiguo tempio, possono invece avere utilizzato una tradizione alternativa a quella di Plutarco. Che almeno Vitruvio possa essersi avvalso di notizie divergenti dal filone principale è confermato per esempio da una notizia che, contrariamente al resto della tradizione, attribuisce a Temistocle e non a Pericle l’iniziativa di costruzione dell’Odeion, un’opzione oggi esclusa a più riprese (vd. anche Shear, op. cit., pp. 205-206) sulla base di plurime considerazioni – anche volte poi a capirne le modalità di genesi –, ma di recente di nuovo difesa sia da Antonio Corso nel 2014, con cui Sassù si confronta, sia da R. Di Cesare, La città di Cecrope. Ricerche sulla politica edilizia cimoniana ad Atene, Atene-Paestum 2015, pp. 45-46. Per quanto tale caso, anch’esso molto dibattuto, non serva in verità a guadagnare maggiori sicurezze per altre questioni, la conseguente idea di Sassù è naturalmente legittima: la fonte utilizzata da Vitruvio e Strabone può avere inserito il nome di Iktinos per dare particolare risalto alla costruzione del Telesterion, un’ipotesi che permetterebbe di comprendere il motivo per cui Plutarco si sia tanto soffermato sulla descrizione tecnica delle diverse parti dell’edificio, avvertendo il bisogno di recuperare un’informazione negletta ai suoi giorni. Se così, la presenza di Iktinos a Eleusi diventa sospetta, benché Shear, op. cit., pp. 171-174, abbia rivalutato l’importanza di Vitruvio per Eleusi, perché egli poté utilizzare non tanto le informazioni dal libro di Filone, De aedium sacrarum symmetriis et de armamentario, quod fuerat Piraei portu, quanto direttamente il libro stesso di Iktinos sul Partenone – ma anche ciò è tutt’altro che provabile.

 

         Il suo contributo per il tempio di Apollo Epikourios a Bassae è ricordato solo da Pausania, che ne enfatizza la celebrità per la bellezza del marmo e per l’armonia che lo rendevano secondo solo a quello di Tegea. Il nome di Iktinos è avanzato dal periegeta nell’ambito della spiegazione sul titolo attribuito ad Apollo, che aveva prestato aiuto in occasione di una pestilenza, così come aveva ricevuto la denominazione di Alexikakos ad Atene; il dio avrebbe fatto cessare la pestilenza fra Figalesi al tempo della guerra del Peloponneso e non in un altro momento: ne è prova, a suo parere, oltre alle epiclesi di analogo significato, anche il ruolo di Iktinos. Sulla base dello studio complessivo delle plurime fasi del tempio da parte di Frederick A. Cooper nel 1996, Iktinos si lega all’impianto del terzo quarto del V sec. a.C. (realizzazione delle fondazioni della peristasi e del nucleo centrale), il cui cantiere, interrotto in un periodo di instabilità, sarebbe stato in seguito ripreso verso il 410 a.C. nella cella. Poiché Pausania costituisce una testimonianza isolata e dunque non valutabile stavolta a confronto con altre, è vero che, per dirla con H. von Hesberg, Greek and Roman Architects, in Marconi (ed.), op. cit., p. 138, «while this is not necessarily a misattribution, it should be taken with a grain of salt, given the many similar aggrandizing misattributions to famous authors found in Pausanias». Iktinos o meno, è però difficile immaginare che la sua menzione, come postulato da Felix Eckstein nel 1960, sia da imputare a un’invenzione di Pausania nella cornice dei ragionamenti sull’epiclesi del dio; semmai, egli può dipendere dalla vanagloria locale, intenzionata a conferire maggiore prestigio alla realizzazione del tempio grazie al nome illustre. Non è comunque del tutto giustificato il forte scetticismo talora spintosi sino alla negazione dell’effettivo coinvolgimento del grande architetto, come accaduto spesso nella prima metà del Novecento e di nuovo nel recente riesame di Giorgio Rocco sulla variante peloponnesiaca dell’ordine dorico in un ottimo articolo del 2005: il tempio di Bassae risalta per una compresenza di tratti arcaizzanti non solo nella cella molto allungata, ma soprattutto nella differenziazione degli interassi e dei diametri delle colonne dei lati lunghi rispetto a quelle delle fronti, e di caratteristiche innovative, come l’ampliamento degli ptera dei lati brevi; mancano invece confronti con la tradizione attica della seconda metà del V sec. a.C. nell’ordine dorico delle fronti del pronao e dell’opistodomo per non parlare poi dell’interno della cella – il riscontro di ben undici notevoli differenze strutturali aveva già portato Heiner Knell nel 1968 a escludere l’attribuzione del Partenone e del tempio di Apollo a Bassae a un unico architetto. Sulla scia di Cooper, ha però ragione Sassù nel chiedersi quanto la mancanza di affinità con il Partenone possa influire in negativo sulla valutazione dell’attribuzione dell’edificio a un architetto «esperto e innovatore» come Iktinos, tanto più se si tengono in considerazione anche altri fattori quali le richieste della committenza e i bisogni locali. Egli poté deliberatamente rinunciare a impiegare elementi troppo vicini all’esperienza partenonica, «riprendendo e reinterpretando tratti della tradizione architettonica protoclassica e peloponnesiaca» (p. 99), e l’autore sembra incline anche ad assegnargli almeno la progettazione della cella e dei suoi elementi più caratteristici (capitello corinzio compreso). Dopotutto, si può chiosare, non tutti i lavori di grandi personalità dovevano essere paene ad [unum] exemplum, come nel giudizio limitativo formulato da M. Terenzio Varrone e riportato da Plinio il Vecchio riguardo alla produzione di Policleto; al contrario, gli archeologi per maggiore comodità non possono che tendere a ragionare per exempla. Infine, se si dà credito a Pausania, come Iktinos, reduce dal cantiere dell’acropoli, possa essere stato ingaggiato per Bassae sfuggirà per sempre: talora ritenuto coinvolto nelle “persecuzioni” degli amici di Pericle, che si fosse recato a Olimpia insieme a Fidia e che tale permanenza fosse confermata dalle reminiscenze di architettura olimpica (in particolare del tempio di Hera) ravvisabili nel tempio arcadico risponde solo a una suggestione di Carpenter.

 

         Sul piano dei risultati, le parti in cui lo spirito critico di Sassù può dispiegarsi in modo più libero e originale sono sempre equilibrate e degne di attenzione, anche quando i dubbi non potranno mai essere definitivamente eliminati dato il carattere dei testi. Il libro, scritto in uno stile essenziale, offre una sintesi critica su Iktinos, il cui punto di forza risiede nella sensibilità per la rilettura delle testimonianze antiche, con un procedimento in qualche modo inverso al dossier raccolto nel 1963 da Ione Mylonas Shear su Kallikrates, incentrato maggiormente sullo studio diretto delle architetture. L’utile volume potrà anche essere usato quale strumento didattico nell’insegnamento universitario per le questioni metodologiche derivanti dal rapporto non sempre armonico (e non per forza oggi da armonizzare) tra i dati archeologici, epigrafici e letterari e dall’opportunità o meno di attribuire maggior peso all’una o all’altra di tali evidenze nelle “Meisterfragen” che interessano il campo architettonico. Malgrado la scelta di un taglio più accessibile in alcune parti, difficilmente l’opera potrà raggiungere un pubblico più largo, visto che l’intera collana sin dall’esordio, per quanto lodevolmente concepita con questa intenzione, non pare ancora essere dotata della forza per imporsi al di fuori della cerchia degli specialisti. Tuttavia, questa nuova significativa tappa nella storia degli studi su Iktinos è senz’altro importante per un giovane ricercatore al quale si augurano ulteriori futuri successi.

 

 

Sommario

 

Premessa, p. XI (E. Lippolis)

  1. La figura dell’architetto nel mondo antico, p. 1.
  2. Biografia di Iktinos, p. 19
  3. Iktinos e l’architetto greco in età classica, p. 31.
  4. Luoghi e opere, p. 49.
  5. Testimonianze letterarie ed epigrafiche, p. 103.

Bibliografia, p. 115

Indice dei nomi e dei luoghi, p. 131

Referenze grafiche e fotografiche, p. 137.

Figure

Tavole