Conforti, Claudia - Sapori, Giovanna (a cura di): Palazzi del Cinquecento a Roma, volume speciale del “Bollettino d’arte” del ministero delle attività culturali e del Turismo, serie VII, 2016, pp. 439, numerosissime Illus. nero e colori, ISBN: 9788891314772, 190 €
(L’Erma di Bretschneider, Roma 2017)
 
Compte rendu par Daniela del Pesco, Università Roma Tre
(d.delpesco@gmail.com)

 
Nombre de mots : 2593 mots
Publié en ligne le 2018-03-28
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Le parole di Claudia Conforti e di Giovanna Sapori, che si leggono in apertura del volume da loro curato, dedicato ai palazzi del ‘5oo a Roma, ne spiegano chiaramente gli obiettivi: ”L’artificiosa separazione tra costruzione architettonica e decori ha parcellizzato gli studi e, di fatto, ha ostacolato la conoscenza a tutto tondo dei palazzi storici, rispecchiando la distinzione burocratica che ha tradizionalmente affidato a due settori diversi della Soprintendenza, la conservazione della fabbrica edilizia e quella delle superfici pittoriche e dei corredi plastici”. La carica innovativa di questo libro è proprio nella volontà di contrastare tale atteggiamento, e come ciò si concretizzi sarà il filo rosso delle mie osservazioni. Anche nel campo della formazione universitaria,  è ancora diffusissima la separazione tra gli insegnamenti architettonici praticati alle facoltà di architettura e quelli storico artistici, impartiti alle facoltà di Lettere. In quanto attiene agli studi, ancora troppo spesso, cicli di affreschi, sculture, dipinti sono indagati in uno spazio ignorato e indistinto, indipendentemente dal contesto, che, invece,  è il presupposto della loro creazione. Mettendo in campo un gruppo di specialisti selezionato, Conforti e Sapori permettono finalmente di ricomporre insieme le sfaccettature di una realtà storica che, ancora oggi, costituisce una parte cospicua e peculiare del tessuto urbano di Roma

 

         Il punto di partenza della ricerca si situa al passaggio tra Quattrocento e Cinquecento, quando la costruzione di Roma come capitale della Chiesa registra l’afflusso imponente di alti prelati, di curiali, di mercanti banchieri che necessitano di una residenza in città. Il sorgere dei palazzi è travolgente e condiziona la rete viaria, l’apertura delle piazze, lo sviluppo degli insediamenti religiosi, che fino ad allora aveva dominato la ricostruzione dell’Urbe .

 

         L’intento di relazionarsi con il Vaticano e la prossimità con una fonte di approvvigionamento idrico quale è il Tevere, porta a privilegiare in primo luogo l’area dell’ansa del fiume. Questa scelta che permette di misurarsi anche con il precedente “sommamente nobile” della città antica, risponde alle aspirazioni di un ceto sociale che trae forza dal proporsi come erede della grandiosità del passato. Affollandosi nell’ansa del Tevere, si riesce a stabilire un confronto tanto competitivo quanto forte è la volontà di dimostrare il proprio prestigio. Comincia a emergere l’importanza di costruire in funzione della percezione, atteggiamento quest’ultimo che guiderà la crescita della Roma barocca. Intervenire in un’area già fittamente edificata, impone ai costruttori particolari capacità di ristrutturare quanto esiste, di regolarizzarlo, di renderlo monumentale. Dalle pagine del volume emerge come il palazzo romano cinquecentesco si proponga come uno straordinario esempio di riuso, di modernizzazione. La costruzione  deve avvenire rapidamente, perché è viva la consapevolezza che la gloria della famiglia o il ruolo curiale possono essere effimeri. La fortuna della decorazione in stucco, della quale parla Nicolas Cordon, si spiega con la sua economicità, ma anche con la rapidità di esecuzione delle opere. Dal volume emerge con chiarezza che le variegate e pressanti istanze dei committenti furono soddisfatte solo attraverso un efficiente e razionale lavoro di équipe, di progettisti, di maestranze, di artisti, che stabilirono una tanto qualificata quanto efficace sinergia.

 

         Coerentemente a questa costatazione, Giovanna Sapori, indaga, nel suo denso profilo in apertura del libro, l’attività dei gruppi di pittori decoratori attivi a Roma, collaborazioni che si sfaldano e si rinnovano. Perciò risulta particolarmente utile la proposta di creare un database nell’ambito della ricerca dedicata a “Pittori e signori”, che permetta di identificare e distinguere gli apporti dei singoli  decoratori nei palazzi gentilizi. Su queste basi, Sonia Amadio rileva come il ruolo del disegno si configuri spesso come quello di un pattern da applicare a più mani e più cantieri diversi. Paola Picardi ci mostra come, tra il 1540 e il 1560, una rete densissima di cantieri si sviluppi nella cerchia di Paolo III Farnese nei pressi del suo palazzo. Questa familiarità “territoriale” vede all’opera un gruppo ricorrente di artisti che realizzano in palazzi diversi, cicli di affreschi con soggetti simili fornendo una cifra preziosa di riconoscibilità di un gruppo egemone.

 

         Osservando la sequenza dei saggi nel volume ho cercato di capire il perché della disposizione adottata. Perché si parta dall’organizzazione del cantiere decorativo e non dall’involucro architettonico che ne è il presupposto. Una spiegazione potrebbe essere che l’obiettivo del libro sia di voler indagare innanzitutto i caratteri interni dei palazzi, concentrandosi sulle attività e i dispositivi simbolici e pratici che caratterizzano la vita che vi si svolge, aspetti spesso trascurati dagli studi, nonostante il corpus magistrale di Christoph Frommel del 1973. e le numerose ricerche monografiche.

 

         Anche in questa sede, il problema dell’origine della struttura architettonica dei palazzi romani viene affrontato da Christoph Frommel. Ponendo in sequenza una serie di esperienze peninsulari, Frommel chiarisce come si viene definendo la tipologia del palazzo romano. Il suo assetto si libera via via delle caratteristiche difensive delle dimore medievali, in un cammino, variegato e discontinuo, verso la simmetria che si misura con la lezione dell’antico.

 

         La vasta gamma degli esempi descritti da Frommel si snoda indicando le diverse declinazioni assunte dalla disposizione degli ambienti intorno a uno o più cortili porticati, regolari e fastosi; la sempre più razionale distribuzione dei vari piani, con le parti di rappresentanza disposte al piano nobile, distinte da quelle private e di servizio; la creazione di “scale protette e comode”; la ricerca di un rapporto consapevole con il paesaggio e la città; la scelta dei materiali; l’uso degli ordini architettonici, elementi  che contribuiscono non solo alla firmitas, ma anche al prestigio  del  palazzo. Questa tipologia di edificio tende di adattarsi progressivamente a dimensioni più piccole, adeguate  alle  dimore di cittadini agiati e persino di artisti. Con il sacco del 1527  Roma, tale processo creativo, subisce una battuta di arresto, e la tipologia del palazzo trova  nuovi sviluppi  nel Nord Italia, a Mantova e nel Veneto in particolare.

 

         Le pagine di Frommel, dalle quali emergono con efficacia i caratteri degli involucri architettonici dei palazzi romani del primo Cinquecento, costituiscono un solido fondamento ad una serie di studi, coordinati da Claudia Conforti, dedicati ad aspetti architettonici peculiari. Innanzitutto abbiamo saggi che si concentrano sulle parti esterne alle quali è affidato il rapporto con la città: Nicoletta Marconi si occupa della decorazione lapidea degli esterni e delle sue valenze comunicative.  Federico Bellini si concentra sul rapporto tra prospetti e portali dei palazzi romani. Nel suo contributo, ricco di riflessioni innovative, Bellini argomenta come la presenza di portali “templari”, all’antica nei palazzi quattrocenteschi romani, sia sostituita, nel Cinquecento, da una sintassi assolutamente moderna e spregiudicata.  L’evoluzione di una tradizione medievale, piuttosto che una “riflessione sulla domus vitruviana”, fornisce la risposta a nuove esigenze, ad esempio alla necessità di inserire nel palazzo gentilizio redditizie botteghe.  A tal fine Bramante e  Raffaello producono prospetti “nobili” per l’uso degli ordini, ma dove la presenza delle botteghe è integrata annullando il risalto del portale di ingresso; in altri casi si verifica l’ integrazione assoluta del portale nel paramento bugnato del prospetto come in palazzo Ossoli e in palazzo de Regis. Un particolare uso degli ordini si profila per dare prestigio a palazzi costruiti non per essere la residenza dei committenti, ma come investimento speculativo destinato alla vendita o alla locazione.

 

         Passando agli spazi interni: Micaela Antonucci approfondisce lo studio degli scaloni, che divengono fulcro della struttura del palazzo, in quanto luogo dei percorsi cerimoniali,  momenti chiave della vita dell’edificio; esemplare è il caso di palazzo Farnese dove lo scalone connette gli spazi di rappresentanza principali.

 

         Il filo rosso che unisce questa sequenza di studi è una conoscenza storica fondata sulla osservazione acuta e diretta dei manufatti, dei materiali, della composizione delle forme,  dei riferimenti stilistici e distributivi, spiegati nella loro morfologia sulla base concreta della loro ragione d’essere. Il ricupero del linguaggio tecnico dell’epoca, fornisce quelli che Claudia Conforti e Maria Grazia D’Amelio chiamano “ragguagli tecnici e tipologici”.

 

         Il loro magistrale saggio dedicato ai soffitti lignei a lacunari dei palazzi romani , prende il via proprio dalla riflessione sul linguaggio dei dizionari e dei trattati antichi che permette di ricostruire distinzioni costruttive e funzioni  affidate alle varie parti dei soffitti.

 

         In questo saggio, pagina dopo pagina, strutture portanti diverse vengono accuratamente illustrate nelle varie disposizioni messe in opera: a regolo di convento, a travi appoggiate su un corrente continuo incastrato nella parete, o sostenute da mensole, a lacunari di stampo classicistico, a tavolato semplice o ibridato con lacunari. Emergono via via i vantaggi e gli svantaggi tecnici della loro costruzione, gli aspetti economici, le possibilità di inserire cicli decorativi ed emblemi. Particolarmente interessanti sono  le considerazioni sugli espedienti  richiesti dalla percezione dal basso dei soffitti, come in palazzo Massimo alle Colonne, dove Baldassarre Peruzzi introduce reiterate quanto dissimulate correzioni prospettiche nella fattura dei lacunari. La scelta, tuttavia, di un sistema di lacunari gerarchicamente organizzato rispetto ad uno a crescita indifferenziata deriva spesso anche dalla volontà di assecondare l’andamento dei pieni e dei vuoti delle finestre, inseriti nei muri portanti, come si osserva in palazzo Farnese, dove proprio la disposizione asimmetrica delle  aperture determina l’assetto asimmetrico dei lacunari e la modifica di un primo progetto di soffitto a maglia regolare, tracciato da Sangallo il giovane. Aprono nuovi scenari interpretativi le riflessioni sui rapporti tra pareti, fregi e copertura, elementi che si snodano spesso in continuità, a configurare interni eloquenti quanto teatri, in uno stretto parallelismo tra scena teatrale e scena di corte, che tra ‘500 e ‘600, diviene sempre più teatralizzata. Un problema che viene posto è, infatti, quanto in questo assetto delle sale di rappresentanza dei palazzi  si debba alla sperimentazione degli ambienti teatrali. D’altra parte, la composizione dei soffitti a lacunari di ispirazione classica prende forma in relazione al tipo di inserti previsti, ai quali si affida la funzione celebrativa del “Dominus”.

 

         I “cieli” interni, contribuiscono al decoro del palazzo, ma, esaminati accuratamente nella “gradualità della loro ricchezza materiale“, contrassegnano anche la progressione cerimoniale degli ambienti, la loro gerarchia, “facendosi strumento simbolico e narrativo”.  Conforti e D’Amelio concludono il loro lavoro notando come la presenza dei soffitti lignei nei palazzi romani si riveli sempre più antieconomica, ma la loro insistente realizzazione anche nel XVII secolo eccede l’economia … e “ pertiene al dominio del simbolico, all’imperativo del comparire”.

 

         A proposito dei camini, Conforti e D’Amelio scrivono che questi elementi architettonici vanno considerati nella loro funzionalità e nella raffinata qualità delle strutture lapidee, ma anche come “altari dinastici secolari,” da interpretare con gli strumenti della storia delle casate e del vocabolario dei simboli. La genesi dei  camini a muro, assenti nell’architettura antica, è studiata nella sua evoluzione tipologica in rapporto con i temi compositivi di porte, bocche, monumenti funebri, edicole sacre, nella valorizzazione della compresenza luce naturale e  fuoco, codificata da Androuet du Cerceau, nei problemi tecnici dei tiraggi, nell’immagine e nel funzionamento dei comignoli (fino all’effetto bizzarro dei comignoli delle cucine sommerse di villa Mondragone), nel rapporto con l’apparato decorativo, proprio dei camini delle Sale Grandi, in particolare di palazzo Farnese. Un rapporto, quello tra camino e decorazione parietale, che si modifica profondamente nel XVII secolo con l’avvento di scaldini, bracieri, e con l’orientamento climatico delle stanze e la creazione di  appartamenti distinti per l’estate e l’inverno.

 

         La costruzione del volume mi sembra che privilegi l’obiettivo di documentare in modo puntuale, come la febbrile attività costruttiva nella Roma del Cinquecento non sia solo un fenomeno edilizio, ma il prodotto della volontà di un ceto di emergere come aristocrazia, volontà che si concretizza nella monumentalità di un’architettura nella quale le varie tecniche decorative impegnate sono lo strumento essenziale per trasmettere il messaggio celebrativo desiderato.  Il volume approfondisce in modo particolare l’aspetto “parlante” dei palazzi.

 

         La natura della decorazione come messaggio è enfatizzata dedicando un saggio alle iscrizioni che accompagnano il racconto figurativo. Le pagine di Jan de Jong chiariscono la differenza tra l’obiettivo dottrinale delle iscrizioni in palazzi pubblici come il Vaticano o la Cancelleria, rispetto a quello dei palazzi privati, dove, nella scelta dei soggetti, l’esibizione dell’erudizione raffinata del proprietario, tende ad evitare le spiegazioni scritte, proponendo una sorta di sfida agli ospiti, invitati ad emularne il livello culturale.

 

         Beatrice Cirulli, Patrizia de Benedetti e Ludovica Tiberti esaminano la produzione delle stampe di Lafréry, di Valesio, di Pietro Ferrerio e le guide di Roma, nuovi media che sanciscono e diffondono a livello internazionale il riconoscimento della dignità dell’architettura civile (e di un nuovo ceto sociale), una dignità fino ad allora appannaggio dall’architettura religiosa. 

 

         La peculiarità delle esperienze romane viene chiarita anche nel confronto con realtà europee coeve alle quali sono dedicati i saggi di Manolo Guerci che studia l’urbanizzazione dello Strand a Londra, oggi non più riconoscibile, e di Sabine Frommel, che si occupa delle dimore francesi, nel processo di abbandono delle strutture medievali e nella definizione dell’hotel particulier parigino che emerge dalla dialettica tra modelli italiani e esigenze nazionali francesi.

 

         Mi sembra, infine, che questa nuova indagine sui palazzi romani del 500 con la sua concretezza di approccio, apra la via non solo alla conoscenza di una parte cospicua della città di Roma, ma anche alla sua tutela. L’obiettivo di fornire uno strumento alla conservazione è perfettamente coerente con l’impostazione che ha dato vita alla serie dei volumi speciali del “Bollettino d’arte”. Ricordiamo l’impegno di Evelina Borea, di Bruno Toscano, e di altri nel fare del “Bollettino d’arte” un qualificato e coerente strumento del nuovo Ministero dei Beni culturali, costituito nel 1974. Ciò avvenne in sintonia con il definirsi della nozione di bene culturale per la quale tanto si deve ad Andrea Emiliani. L’oggetto d’arte non viene più visto solo come un prodotto destinato ad una fruizione estetica, ma come espressione di una cultura territoriale, in tutte le sue declinazioni d’uso e le sue componenti sociali e simboliche.

 

         Gli studi monografici sui palazzi non sono mancati in questi anni; a partire dalla monumentale collana edita da Editalia, ma è abbastanza impressionante che ci siano voluti quarant’anni per restituire agli studiosi e, spero, anche ai cittadini, una prima immagine complessiva rigorosamente storica del palazzo cinquecentesco romano. E’una battaglia per la conoscenza che mi auguro continuerà con l’ampiezza di prospettive, l’impegno, l’entusiasmo e la tenacia che questo volume manifesta con forza.  

 

 

Indice

 

Presentazione di Caterina Bon Valsassina, VII

 


Premessa di Claudia Conforti, Giovanna Sapori, XI

Giovanna Sapori: Maestri, botteghe, équipes nei palazzi romani: Perino del Vaga, Salviati, Vasari e Zuccari,  1

Sonia Amadio: Allestire una parete: disegni per la decorazione ad affresco nei palazzi romani, 53

Paola Picardi: La decorazione dei palazzi farnesiani alla metà del Cinquecento, 67

Nicolas Cordon: Artifices et paradoxes. Daniele da Volterra et les décors de stuc en très haut relief,  83

Jan L. de Jong: Paintings in Palaces: Descriptions and Inscriptions, 101

Patrizia Di Benedetti, Giovanna Sapori: Una banca dati sulla decorazione dei palazzi fra 1540 e 1570, 111

Beatrice Cirulli: I palazzi descritti e illustrati nelle guide di Roma del Cinquecento, 119

Patrizia Di Benedetti: La rappresentazione dei palazzi romani nelle incisioni del Cinquecento, 153

Ludovica Tiberti: Le incisioni di palazzi nel mercato delle stampe a Roma tra Cinque e Seicento, 167

Ilaria Sferrazza: “Palazzi di Roma de più celebri architetti”: Pietro Ferrerio pittore e architetto, 185  
     
Christoph Luitpold Frommel:  Prima del Sacco di Roma: all'origine del palazzo romano, 201

Federico Bellini: Il portale nel palazzo romano, 231

Nicoletta Marconi: L’ornamento lapideo, 255

Micaela Antonucci: «Tutto passa per le scale»: la scala nei palazzi romani, 271

Carla Trovini: Stalle e rimesse nei palazzi romani, 291

Claudia Conforti, Maria Grazia D’Amelio: Di cieli e di palchi: soffitti lignei a lacunari, 308

Claudia Conforti, Maria Grazia D’Amelio: Camini dei palazzi romani, 354

Sabine Frommel: Gli Hôtels particuliers a Parigi dal XV al XVII secolo, 392

Manolo Guerci: I palazzi londinesi dello Strand: 1550–1650, 419

Abstracts, 431