MAR, Ricardo: El Palatí: la formació dels palaus imperials a Roma, 2 vol. (355 p., 12 plans en dépl.), ISBN : 84-934698-0-7
(Institut Català d’Arqueologia Clàssica, Tarragona 2006)
 
Compte rendu par Paolo Bonini, Università di Padova – Accademia di Belle Arti “Santa Giulia” di Brescia
(paolobonini@inwind.it)

 
Nombre de mots : 2265 mots
Publié en ligne le 2008-09-18
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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Il libro di Ricardo Mar affonda le radici in un lavoro sul campo intrapreso una ventina di anni fa, come l’autore stesso dichiara nell’introduzione (p. 9), quando la Escuela Española de Historia y Arqueologìa en Roma, in seguito coadiuvata dall’Universitat Rovira i Virgili di Tarragona, avviò una fruttuosa serie di scavi nell’area del cosiddetto Tempio di Giove Stator presso l’Arco di Tito, un punto chiave del centro di Roma fra Palatino e Velia.

Tra le finalità del volume, edito nella serie Documenta dell’Institut Català d’Arqueologia Clàssica, è infatti rendere conto in maniera definitiva delle campagne d’indagine svolte tra il 1989 e il 1992: i risultati abbracciano una cronologia di circa quattro secoli, dal devastante incendio del 64 d.C. al tardoantico, mentre i resti posteriori al VI secolo d.C. furono asportati già all’inizio del ‘900. La pubblicazione dettagliata delle sequenze stratigrafiche si accompagna alla lettura dello sviluppo urbanistico della zona e alla discussione per fasi dei principali monumenti indagati (pp. 241-292). In primo luogo il podio in caementicium tradizionalmente riferito al tempio di Giove Stator, ora datato con certezza al III secolo d.C. e dunque difficilmente riconducibile al tempio di cui parlano le fonti. Inoltre un grande edificio a corte innalzato anch’esso nel III secolo d.C. per ospitare tabernae ed horrea, ma accresciuto in dignità nel V secolo d.C. con l’aggiunta di uno stibadium, un ninfeo e un piccolo impianto termale, così da essere trasformato verosimilmente in una schola, sede religiosa o corporativa. L’autore respinge con decisione la lettura dell’impianto come basilica cristiana, a suo tempo avanzata da R. Krautheimer insieme a S. Corbet, ma rimane giustamente più cauto nello scartare anche l’ipotesi di trovarsi innanzi a una dimora di rango (pp. 291-292): è noto infatti come non esista una chiara differenziazione tipologica fra case private e sedi collegiali, ma analoghi modelli architettonici e decorativi rispondano ad entrambe le esigenze; solo eventuali rinvenimenti epigrafici possono in questi casi fugare ogni ragionevole dubbio. Completano il quadro dei risultati conseguiti un contributo archeobotanico a firma di Natàlia Alonso Martìnez (pp. 293-309), che ricostruisce la fisionomia dei giardini del Palatino, e un approfondimento di Ana Rodrìguez sulla Torre Cartularia che, utilizzata dai Papi come archivio, era stata eretta fra XI e XIII secolo dalla famiglia Frangipane proprio nell’area interessata dallo scavo spagnolo (pp. 311-328).

Poiché non è stato possibile intaccare la stratigrafia anteriore al 64 d.C. rimangono irrisolti due problemi topografici fondamentali della zona: la reale posizione del tempio di Giove Stator e l’andamento della Sacra Via tardorepubblicana. Le indagini offrono comunque nuovi dati per meglio comprendere le trasformazioni cui andò incontro il cuore della città, plasmato dal potere imperiale in chiave propagandistica e poi radicalmente modificatosi nel medio evo.

Tanto sarebbe di per sé bastato per una pubblicazione archeologica ottima nell’esposizione (grafica e testuale) e fondamentale per il contributo apportato alla conoscenza della topografia di Roma. Tuttavia quanto finora esposto occupa in realtà soltanto l’appendice del volume, che risponde ad un progetto di gran lunga più ambizioso. A partire dalle problematiche affrontate durante lo scavo, Ricardo Mar intende infatti tracciare una sintesi storico-topografica sul Palatino, integrando in un quadro d’insieme i molti risultati puntuali editi in base a scavi, recenti e meno recenti, intrapresi in vari punti del colle.

Nonostante la sua indiscutibile importanza storica in quanto cuore della romanità, paradossalmente il Palatino è uno dei siti meno conosciuti di Roma, con monumenti celebri ma poco noti, come la casa di Augusto e la Domus Tiberiana. La notevole suggestione che il Palatino ha esercitato sui moderni, in quanto scenario delle leggende di fondazione ma anche dei fasti, della politica, degli intrighi degli imperatori che per secoli ressero il mondo, ne ha pregiudicato la conoscenza scientifica, poiché fin dagli scavi Farnese del 1720 è stato sottoposto a uno sterro sistematico volto a ricercare oggetti preziosi. Negli ultimi trent’anni però le ricerche sul colle, forti anche di metodologie d’indagine sempre più accurate, si sono intensificate grazie all’azione di Istituti Universitari italiani e stranieri che operano in collaborazione con la Soprintendenza: molti dati sono stati raccolti e pubblicati, senza tuttavia che nessuno dai tempi del Lugli li organizzasse in una visione generale. Lo studio di Ricardo Mar è dunque di grande importanza perché espone e coordina gli esiti d’innumerevoli indagini autonome, mettendoli in relazione così da illuminarli vicendevolmente e facendoli rientrare in un disegno unitario. Proprio il disegno (inteso stavolta in senso concreto, nella duplice veste di rilievo e schizzo ricostruttivo) è lo strumento principale di comprensione delle politiche edilizie susseguitesi nel corso del tempo, ma anche espediente fondamentale di comunicazione attraverso cui l’autore guida i lettori: da qui si comprende la grande ricchezza iconografica del volume, che si completa con 12 tavole fuori testo sulle quali è riprodotta a colori la planimetria monumentale del Palatino scandita per fasi edilizie.

Se il focus del discorso è di ordine topografico, l’organizzazione dei contenuti procede secondo un taglio cronologico e integra ogni volta possibile diversi tipi di fonte (letteraria, archeologica, epigrafica, numismatica, iconografica) per inserire i monumenti di volta in volta considerati entro il contesto storico, ideologico e sociale di cui rappresentano l’esito.

Dopo un primo capitolo in cui si discutono la metodologia adottata e l’apporto delle fonti scritte per la ricostruzione della topografia urbana (pp. 13-18), la trattazione prende le mosse dalla protostoria, ben prima del celebre 753 a.C., per affrontare, dati archeologici alla mano, la discussione delle più antiche tracce di popolamento rinvenute a Roma e la spinosa questione delle origini della città (pp. 19-38). All’età repubblicana si dedicano due capitoli distinti. Dapprima si illustra il processo di sacralizzazione del colle, passando in rassegna i luoghi di culto e le circostanze della loro costruzione, le divinità cui si rendeva onore e le tradizioni ad esse collegate, senza trascurare la puntuale indicazione dei passi letterari di riferimento (pp. 39-58). Segue un capitolo, esemplare per chiarezza ed uso delle fonti, in cui si commenta la concorrenza spietata e talora perfino illecita che impegna la nobilitas nel conquistare un lotto edilizio su cui costruire una residenza adeguata al proprio rango (pp. 59-75). Chiare illustrazioni presentano la morfologia delle dimore e la suddivisione degli isolati in lotti che, solo con la dovuta cautela, sono attribuiti alle celebri personalità citate dagli autori antichi. Pur affrontando, però, la questione ormai classica del valore che la domus riveste in chiave autorappresentativa nella società romana, nulla si dice della tipologia ad atrio e delle sue funzioni. La problematica è certo ampia e impossibile da esaurire in un volume non esclusivamente dedicato all’edilizia abitativa, ma non per questo pare del tutto trascurabile ai fini del discorso, se si considera che proprio le dimore aristocratiche del Palatino costituivano già in età arcaica prestigiosi modelli da imitare.

Il capitolo successivo entra nel merito della problematica promessa dal sottotitolo, poiché affronta l’intervento augusteo (pp. 77-104): Ricardo Mar procede al riesame dei resti archeologici attribuibili a questa fase e ne propone una ricostruzione, in alcuni tratti ampiamente ipotetica, che restituisce coerenza, simmetria e monumentalità all’insieme, inizialmente derivato dall’accorpamento e dalla ristrutturazione di edifici preesistenti. Il complesso si articolava, secondo l’ipotesi elaborata, in tre terrazze digradanti verso la valle del circo massimo, dominate dal tempio di Apollo ed occupate, a scendere, dalla casa di Augusto e dall’area Apollinis; controversa è la proposta che all’altezza di S. Anastasia fosse ubicata una scala monumentale d’accesso dal Circo Massimo. Gli antecedenti progettuali vanno senz’altro ricercati nei palazzi dei sovrani ellenistici, già nella tarda repubblica ampiamente imitati nelle ville che i senatori costruivano in posizione panoramica sul litorale laziale e campano, mettendo in opera soluzioni scenografiche di grande impatto visivo e ardimento tecnico. Certo i modelli ellenistici non potevano essere importati nel centro Roma senza una qualche forma di mediazione ed anche il palazzo augusteo, in piena sintonia con l’indirizzo politico di rinnovamento sostanziale dello Stato romano pur nel rispetto formale delle sue istituzioni, non poteva prescindere dal rispettare alcuni monumenti simbolo delle più antiche tradizioni cittadine, esaminate dall’autore in un breve ma interessante capitolo dedicato specificamente al rapporto tra il primo imperatore e la tradizione antiquaria del Palatino (pp. 105-112).

L’assetto impostato da Augusto, solo marginalmente modificato dai suoi immediati successori, fu radicalmente ripensato all’indomani dell’incendio che devastò Roma nel 64 d.C. e offrì a Nerone l’opportunità di ampliare il palazzo fino agli horti dell’Esquilino e al Celio. Secondo il metodo ricorrente nel volume, l’analisi della celeberrima Domus Aurea procede dapprima sulla scorta delle fonti letterarie, passa in rassegna tutti i resti archeologici noti, li integra in un disegno complessivo (in alcuni tratti molto ipotetico) e conclude proponendo considerazioni più generali sul significato del palazzo nella politica edilizia imperiale. Ricardo Mar attribuisce al progetto un intento marcatamente ellenizzante: come la sede dei sovrani alessandrini, la nuova reggia di Roma si compone ora di numerosi padiglioni variamente collegati e immersi in un vastissimo parco ricavato nel cuore della città (pp. 113-136). Anche in questo caso numerose planimetrie dettagliate e disegni ricostruttivi pongono sotto gli occhi del lettore la grandiosità delle scelte neroniane, il cui impatto urbanistico è ben evidenziato dall’autore, sempre attento ad inserire l’architettura nello spazio urbano con cui dialoga.

L’ostilità con cui il ceto senatorio accolse la politica neroniana indusse Vespasiano, dopo gli sconvolgimenti della guerra civile, a smantellare il palazzo che di per sé rifletteva i principi basilari di quella politica. Il fasto straordinario della Domus Aurea, che le fonti letterarie ed archeologiche lasciano intravedere, fu dunque sacrificato per ripristinare la continuità urbanistica nel cuore di Roma, restituito così ai cittadini secondo una politica che mirava, come il volume ben sottolinea, ad accrescere il consenso verso la nuova dinastia. Gli horti dell’Esquilino tornarono ad essere separati dal Palatino, sul quale Vespasiano si limitò ad alcuni interventi nell’area della Domus Tiberiana: la costruzione di un impianto termale, un’ampia sala di rappresentanza e un peristilio a giardino, la cui discussione impegna solo la prima parte del capitolo dedicato agli imperatori Flavi (137-178). È ben noto, infatti, come sia legato a Domiziano l’intervento di trasformazione più radicale della fisionomia del colle: sul lato occidentale la Domus Tiberiana fu dotata di un grandioso vestibolo di accesso dal foro; su quello sud-orientale l’imperatore affidò all’architetto Rabirio la costruzione di un grandioso edificio che mantenne fino alla fine dell’impero la denominazione ufficiale di Domus Augustana, o semplicemente Palatium, ossia residenza ufficiale degli imperatori. Proprio il palazzo di Rabirio è probabilmente il più celebrato fra i monumenti del Palatino, poiché le trattazioni di storia dell’architettura gli riconoscono, in genere, il prestigioso ruolo di capostipite di una tradizione pienamente romana; sembrerebbe inoltre il meglio conosciuto, poiché numerosi scavi in estensione hanno rivelato un edificio compatto, organizzato intorno a corti e peristili, che sfrutta terrazzamenti artificiali per innalzare una “casa alta come il cielo”, per parafrasare un famoso verso di Marziale. A scapito della sua riconosciuta importanza, però, non esistono a tutt’oggi un rilievo complessivo e un’edizione aggiornata del monumento, ma soltanto contributi che ne illustrano aspetti molto parziali. Ancora una volta si rivela quindi di grande utilità l’opera di Ricardo Mar, il quale esplicita lucidamente i limiti del proprio lavoro di sintesi (p. 167), ma al contempo pone le basi per uno studio sistematico della Domus Augustana, mettendo in relazione tutti i dati parziali editi, discutendo gli ultimi risultati delle ricerche (che tentano di individuare i limiti esatti del palazzo domizianeo) e proponendo alcune riflessioni intorno a tre temi fondamentali correlati: i mutati criteri di organizzazione del paesaggio urbano, la creazione di un linguaggio architettonico nuovo e il mercato edilizio a Roma alla fine del I secolo d.C.

Segue un capitolo in cui si considerano gli interventi intrapresi dagli imperatori Antonini: ampio spazio è dedicato al tempio adrianeo di Venere e Roma e alla temperie ideologico-religiosa che ne determina l’edificazione. Non si trascurano però altre costruzioni di II secolo d.C. meno note e in genere anche meno studiate perché di carattere prevalentemente funzionale o amministrativo: tutte sono discusse e documentate attraverso illustrazioni esplicative (pp. 179-197).

Chiude il lungo discorso la trattazione della politica edilizia impostata dalla dinastia dei Severi. Supportato dalla consueta ricchezza iconografica, il lettore è guidato sul versante orientale del Palatino per conoscere gli ultimi elementi posti a completare il complesso quadro del palazzo imperiale: le terme e il ninfeo monumentale cosiddetto Septizodium sotto il regno di Settimio Severo, il grande tempio di Sol Invictus sotto quello di Elagabalo.

A dieci anni di distanza dall’uscita della sintesi di Andrea Augenti sul Palatino nel medioevo, esiste ora anche per l’età antica una sintesi altrettanto ampia, aggiornata e chiara. L’importanza di questo testo, che ricostruisce il processo dinamico di graduale formazione del palazzo imperiale romano, non ha bisogno di essere ulteriormente esplicitata. Si è inoltre già fatto più volte cenno alla grande capacità di sintesi dell’autore, che propone planimetrie di fase e discute le politiche edilizie dei vari imperatori traendo indicazioni in primo luogo dal dialogo tra le architetture stesse e lo spazio urbano. Vale però la pena sottolineare almeno un altro aspetto, meno appariscente ma non per questo secondario: gli studi sull’edilizia privata romana spiegano spesso il diffondersi di modelli architettonici (e dei comportamenti sociali che vi sono correlati), come imitazione di quanto posto in essere dal potere centrale: è merito di Ricardo Mar aver disegnato davanti agli occhi del lettore questi modelli cui spesso si fa riferimento senza una precisa cognizione.

Il volume è destinato a riscuotere consenso, anche se un’ampia diffusione è forse ostacolata dalla scelta del catalano e solo in parte risolta allegando un fascicolo con la traduzione inglese delle conclusioni in cui Ricardo Mar ripercorre il lungo discorso e trae le fila di un lavoro magistrale che occupa, per metodo e contenuti, un ruolo centrale negli studi sulla topografia di Roma.