Bargfeldt, Niels - Hjarl Petersen, Jane (a cura di): Reflections: Harbour City Deathscapes in Roman Italy and Beyond (Analecta Romana Instituti Danici Supplementum). 236 p., 21 x 29,7 cm, ISBN : 978-88-5491-014-0, 32 €
(Edizioni Quasar, Roma 2020)
 
Compte rendu par Andrea Di Rosa, Université Paul-Valéry Montpellier 3
 
Nombre de mots : 3044 mots
Publié en ligne le 2023-11-28
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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       Il volume Analecta Romana Instituti Danici, Supplementum LIII, dell’Accademia di Danimarca in Roma, pubblicato da Edizioni Quasar, è il risultato del convegno Reflections: Harbour City Deathscape in Roman Italy, tenutosi presso l’Accademia Danese in Roma dal 14 al 16 settembre 2016, grazie al supporto finanziario della Carlsberg Foundation. Il lavoro è nato da due progetti di ricerca: Death and Identity in Ostia: A study of funerary material and cutural diversity in the Port city of Rome e dal progetto The family back home: The unseen social network of roman harbour cities. Lo scopo del convegno e dei successivi atti è stato quello di definire come e quanto le comunità romane di età imperiale fossero socialmente mobili e pronte ad accettare stranieri ed immigrati. In cima alla gerarchia dell’argomentazione della conferenza vi è quindi la sfera funeraria delle culture presenti nelle città marittime, ricca di informazioni sugli individui, le esperienze di vita e le culture che si sono incontrate. Difatti, il chiaro impatto dell’integrazione sociale è definibile sulla base della composizione demografica e della matrice religiosa e sociale delle città portuali che, naturalmente orientate verso il commercio, erano vissute da società mobili e inclusive. L’evidenza funeraria, testimone dalla composizione demografica e religiosa, viene così a costituire una grande risorsa per la raccolta di informazioni su come ogni individuo percepisse il proprio posto nella società e nell’ambito familiare. La struttura del volume richiama quella dell’organizzazione del convegno, in cui nella prima parte si affrontano i temi riguardanti l’Italia peninsulare, mentre l’ultimo gruppo di interventi riguarda le province imperiali; i contributi sono scritti in parte in inglese britannico e in parte in inglese americano.

 

       Dopo una breve prefazione sull’organizzazione dei lavori e i dovuti ringraziamenti ai partecipanti, nell’introduzione di Jane Hjarl Petersen e Niels Bargfeldt (pp. 9-12) si espongono le ragioni per cui è stato svolto il convegno, si presenta un elenco di domande per le quali si cerca una risposta, infine, segue una breve sintesi degli interventi. All’introduzione segue poi la lista degli autori e il loro specifico ambito di ricerca.

 

       La prima serie di contributi riguarda l’Italia insulare romana e inizia con l’articolo di Dorian Borbonus, Organized Collective Burial in the Port Cities of Roman Italy (pp. 15-38), che si occupa dell’impostazione spaziale e architettonica delle necropoli delle città portuali (fra cui Puteoli, Aquileia, Portus e Ostia), con particolare attenzione alla pratica della sepoltura collettiva. L’autore evidenzia lo stretto allineamento tra la cultura funeraria delle città portuali e quella della capitale romana, sia in termini di caratteristiche architettoniche che di orientamento, osservando che nelle città portuali monumenti funerari e necropoli erano prevalentemente orientati verso la terraferma e situati sulle strade che portavano all’entroterra, riflettendo tradizioni architettoniche locali. L’apparato illustrativo dell’articolo propone numerose planimetrie e fotografie di monumenti noti presi in esame.

 

       Il secondo contributo, di Emanuela Borgia, dal titolo Foreigners from the Eastern Mediterranean at Ostia, Portus, and Puteoli in the Imperial Period: A Reconsideration of the Matter through an Analysis of Funerary Inscriptions (pp. 39-51), analizza le iscrizioni funerarie imperiali in greco e latino provenienti da tre città portuali dell’Italia centro-meridionale: Ostia, Portus e Puteoli. Lo studio si concentra sulla mobilità delle persone e sulla provenienza degli immigrati dalle province del Mediterraneo orientale, con focus specifico sulle origini e sulle professioni degli individui. L’autrice evidenzia come i monumenti funerari non fossero utili solamente per la commemorazione dei defunti, ma anche alla promozione dell’identità professionale dei vivi: infatti, gli immigrati che si stabilirono nelle città portuali d’Italia avevano interesse ad integrarsi nella società locale e adottare un nuovo stile di vita, pur mantenendo la propria identità originale. Trattandosi di città portuali, la maggior parte delle testimonianze riguarda marinai e commercianti, tuttavia sono attestate anche altre professionalità. La conclusione del lavoro è che tali individui mostrano una sorta di doppia identità, infatti, pur essendo perfettamente integrati nel mondo imprenditoriale romano e locale, scelsero di sottolineare il legame con le loro terre d’origine per dimostrare la provenienza e la qualità delle merci che scambiavano.

 

       Nel contributo di David Noy, Electa mihi domus est Ostia felix: The Burial and Commemoration of Migrants at Ostia and Portus (pp. 53-62), vengono esplorate le informazioni che l’epigrafia funeraria offre sui migranti nella loro individualità e come comunità, nelle città di Ostia e Portus. L’autore discute delle migrazioni nel mondo romano attraverso l’esempio di alcuni migranti che furono sepolti e commemorati negli epitaffi. Il risultato dell’indagine permette di individuare di due categorie di migranti: quelli ancora in transito e quelli giunti a destinazione. L’autore sostiene che quelli ancora in transito erano meno propensi ad essere commemorati nel luogo in cui morirono, come Monica, la madre di Sant’Agostino, una dei tanti migranti che si stabilirono nelle città portuali di Roma almeno temporaneamente. D’altra parte, coloro che si erano definitivamente stabiliti erano più favorevoli a rispecchiarsi nel record epigrafico funerario, come L. Cornelius Aemilianus, commerciante di vino originario dell’Africa, che costruì la sua tomba a Ostia nonostante fosse impegnato in politica in patria; oppure come L. Antonius Eclectus, che pur provenendo da Puteoli, dichiarò espressamente di aver scelto Ostia come sua dimora finale. A differenza dei migranti che possono essere identificati solo mediante analisi isotopiche, gli epitaffi di queste persone mostrano la loro consapevole decisione di ricordare il loro status per i posteri.

 

       Nel successivo contributo di Steven L. Tuck, Harbors of Refuge: Post-Vesuvian Population Shifts in Italian Harbor Communities (pp. 63-77), l’autore si pone l’obiettivo di localizzare i reinsediamenti di rifugiati vittime del disastro dell’eruzione vesuviana del 79 d.C., esaminando differenti categorie di evidenze, ordinate in otto categorie, che potrebbero indicare il reinsediamento dei rifugiati. A queste si aggiunge un database di cognomi di Pompei, Ercolano e potenziali città rifugio, da cui si deduce che le città in cui i migranti preferirono rifugiarsi furono le comunità portuali a Nord, ove vi erano maggiori opportunità economiche. I modelli presentati indicano che più persone sopravvissero sia a Pompei che a Ercolano, che la maggior parte di loro rimase sulla costa campana e che l’intervento e il sostegno dello stato romano arrivarono solamente dopo il reinsediamento.

 

       Nel contributo di Valerie M. Hope, Life at Sea, Death on Land: The Funerary Commemoration of the Sailors of Roman Misenum (pp. 79-97), viene esaminata la consuetudine epigrafica dei marinai della flotta di base a Miseno. Dagli epitaffi che li commemorano emergono le loro complesse identità di marinai integrati nell’esercito e nella vita romana, ma allo stesso tempo il loro forte legame con le proprie origini. Di notevole interesse sono le tabelle elaborate dall’autore sui membri della flotta misenate: nella tav. 1 (p. 83) viene rappresentata la distribuzione dei ruoli fra i membri delle flotte, distinguendo fra ruoli che sono genericamente militari e quelli che designano una specifica funzione; la tav. 2 (p. 84) mostra la distribuzione dell’età sugli epitaffi; la tav. 3 (p. 84) ritrae la distribuzione degli anni di servizio; la tav. 4 (p. 84) rassegna l’età del reclutamento calcolata dagli epitaffi che contengono sia la data di morte che il tempo di servizio, anche se il numero non può essere certo; la tav. 5 (p. 92) indica la distribuzione dell’identità etnica dei marinai in Miseno. Dunque, l’analisi degli epitaffi suggerisce che gli uomini della Marina romana, spesso qualificati come membri socialmente inferiori delle forze combattenti di Roma, la cui vita in mare era dura e brutale, avessero identità complesse, divise fra l’integrazione con la vita militare romana e la conservazione delle loro origini e diversità.

 

       La città di Miseno viene esplorata ulteriormente nel contributo di Niels Bargfeldt, Unnoticed Diversity in Misenum: Revealing a Multifaceted Society in a Roman Harbour City (pp. 99-125), che attraverso l’analisi degli epitaffi distoglie l’attenzione dal personale della flotta per concentrarsi sulla più ampia popolazione rappresentata nella necropoli di Cappella in Miseno. Miseno fungeva da base principale per una delle due principali flotte romane e la nostra percezione odierna del sito enfatizza questo aspetto, ma non solo i marinai della flotta erano caratterizzati da identità sfaccettate, poiché tale diversità può riscontrarsi in una più ampia fascia di popolazione, che comprende anche i figli di marinai provenienti da diverse parti dell’impero. L’aspetto problematico è che tendenzialmente è molto difficile riconoscere tali figli nella massa indistinguibile di individui presenti nella documentazione epigrafica romana, proprio perché i bambini spesso avevano nomi romani generici. L’autore evidenzia che nonostante il frequente riferimento all’affiliazione della flotta, la sepoltura e la commemorazione avevano poco a che fare con tale istituzione, riferendosi piuttosto al legame personale fra defunto e persona in lutto. Molto interessante in appendice la presenza di un elenco di iscrizioni pertinenti a 22 marinai: un legionario, un appartenente alla coorte urbana, diciassette iscrizioni senza riferimento a flotta o esercito e sei iscrizioni frammentarie.

 

       Nel contributo di Lauren Hackworth Petersen, People and Gods in the Necropoleis of Pompeii: Isis in the Last Decade (pp. 127-144), viene stimolata la discussione su come oggi pensiamo alle antiche necropoli, ai loro abitanti e alle loro relazioni con le comunità portuali viventi, attraverso uno studio sulla comunità portuale di Pompei e sul rapporto dei suoi abitanti con la dea Iside, nell’ultimo decennio di vita della città. Nel caso specifico di Iside, nonostante la divinità avesse funzione di protettrice del mare, dei marinai, delle donne, della famiglia e della rigenerazione, sembra che essa fosse più importante per i vivi che per i defunti, poiché Iside era garante della vita di fronte all’incertezza, ma non dopo la morte. D’altra parte, le pratiche commemorative degli isiaci di Ostia e Portus sembrano indicare una stretta connessione tra il culto di Iside e l’ambito funerario, se non altro come riflesso dell’attività in vita dei defunti che ebbero ruoli di sacerdoti o partecipanti al culto. Il risultato è che le prove di pratiche di culto e rituali presenti nella città dei vivi non sempre trovano corrispondenza nella città dei morti, una situazione che invita a pensare a quanto la religione, le identità religiose e le pratiche rituali fossero in gioco sia nella vita che nella morte.

 

       Nel contributo finale della prima parte del volume, di Jane Hjarl Petersen, Protecting Me Every Step of the Way: Dionysian Symbolism in the Burial Culture of Roman Ostia (pp. 145-168), viene analizzato il simbolismo dionisiaco nei paesaggi funerari della città portuale di Ostia romana, poiché le immagini dionisiache sono una componente iconografica ben nota di molte sepolture romane dal II secolo d.C. in poi, in particolare nella necropoli di Isola Sacra.  L’articolo contestualizza e reinterpreta due gruppi scultorei a tema dionisiaco provenienti proprio da Isola Sacra (il gruppo di un ragazzo e un mulo e il gruppo di Pan e satiro, entrambi conservati al museo archeologico di Ostia), materiali finora ritenuti senza alcun significato nell’ambientazione tombale. Tuttavia, da un’analisi dell’iconografia e del contesto di provenienza, l’autore fornisce un punto di vista diverso: stabilendo che le necropoli romane fossero allo stesso tempo spazi vissuti e spazi liminali, la posizione di confine della necropoli tra l’urbano e il rurale rappresenterebbe la transizione simbolica tra la vita e la morte. La conclusione sostenuta è che il carattere degli ambienti della città portuale di Ostia, situata tra terra e mare, necessitasse delle qualità protettive e salvifiche offerte dal culto e dal simbolismo dionisiaco.

 

       L’ultimo gruppo di articoli espande gli studi oltre l’Italia romana, offrendo approfondimenti su altre aree geografiche e culturali dell’Impero romano dove la documentazione materiale può portare a diverse linee di indagine e consentire diversi approcci scientifici.

 

       Il primo contributo della sezione riguardante le province imperiali è di Marcello Spanu, Working and Dying in the Harbour Cities of Roman Asia Minor: An Appraisal of the Funerary Inscriptions (pp. 169-193), in cui vengono prese in considerazione iscrizioni funerarie di città portuali dell’Asia minore romana. Il focus è orientato sulle iscrizioni in cui sono documentate professioni legate all’amministrazione e al lavoro portuale, alla marineria, alla pesca e alla Marina imperiale. Tali epigrafi coinvolgono i membri di varie classi sociali, rivelando che la mobilità era centrale nelle esperienze di vita degli individui e che le comunità delle città portuali, nonostante fossero fortemente connesse alla navigazione e ai viaggi, si dedicavano sia a professioni mobili che stazionarie. Vengono quindi presentate numerose iscrizioni funerarie di naukleroi originari dell’Asia minore ma sepolti in altre parti del Mediterraneo: da individui di alto rango che seguivano la tradizione di registrare incarichi importanti o professioni prestigiose, a membri di classi inferiori che erano orgogliosi di ricordare la loro professione, qualunque essa fosse. L’articolo è impreziosito da un numeroso e inedito apparato illustrativo, da una mappa di distribuzione delle iscrizioni pertinenti il mare in Asia minore e da una tavola dei naukleroi dell’Asia minore (con il sito di ritrovamento, il nome e l’etnico). A questo si aggiunge un catalogo di oltre cinquantanove iscrizioni, che rivelano un ampio panorama vitale in cui si inseriscono anche i lavori meno onorevoli legati ai porti e alla vita in mare.

 

       Nel successivo contributo di Jesper Carlsen, Epitaphs and the Demography of the Imperial Slaves and Freedmen in Roman Carthage (pp. 195-209), l’identità sociale e l’appartenenza alla comunità vengono valutate da una prospettiva diversa, attraverso l’indagine di due necropoli scavate alla fine del XIX secolo da Delattre presso l’anfiteatro di Cartagine e da cui provengono più di novecento iscrizioni funerarie che menzionano quasi milletrecento individui. Le due necropoli sono databili tra la fine del I e gli inizi del III secolo d.C., dopodiché nel secondo sepolcreto non rimase più spazio per ulteriori sepolture. Il vasto corpus di iscrizioni è di grande importanza poiché appartenente a un gruppo specifico all’interno della società romana, la familia Cesaris di Cartagine. In virtù del fatto che i luoghi di sepoltura imperiali sono stati precedentemente poco studiati o avulsi dai loro contesti sociali e archeologici, l’autore sottolinea quanto il materiale si presti bene all’analisi demografica delle identità sociali e culturali di un gruppo ben definito di schiavi imperiali, liberti e delle loro famiglie. Vengono quindi evidenziati alcuni bias riguardanti l’età e il genere, discontinuità probabilmente dovuta al fatto che i figli raramente commemorarono i loro genitori e l’autore suggerisce che ciò possa essere collegato alla mobilità di coloro che prestarono servizio nell’amministrazione imperiale.

 

       Nell’ultimo contributo del volume, di John Pierce e Rebecca Redfern, dal titolo Port Societies on Rome’s Atlantic Façade: A Funerary Perspective (pp. 211-235), si indaga in che misura la mobilità umana dei porti di Roma sull’Atlantico (Francia e Gran Bretagna) possa essere ricostruita da prove funerarie, iscrizioni e resti ossei. Sulla base dell’evidenza epigrafica e iconografica, la mobilità di individui nelle città portuali romane sembra essere limitata alla partecipazione nel commercio e le pratiche funerarie mostrano caratteri indigeni, indipendentemente dal fatto che il defunto fosse di origine locale o meno. Le prove più abbondanti sull’origine geografica degli individui suggeriscono che la mobilità fosse un fenomeno ristretto all’ambito maschile, rappresentato prevalentemente da soldati, tuttavia, dalle analisi degli isotopi stabili alla luce delle forme scheletriche umane, emerge un quadro diverso. Dalle analisi risulta infatti che la mobilità abbia caratterizzato una proporzione numericamente più significativa della popolazione, includendo donne e bambini e individui con origini geografiche più lontane e di discendenza più diversificata di quanto sia comunemente visibile dalle iscrizioni.

 

       Durante l’interessante convegno e nella pubblicazione dei relativi atti, gli studi archeologici del paesaggio funerario sono stati sviluppati secondo un moderno approccio multidisciplinare, orientato su nuovi tipi di analisi dell’evidenza materiale e da interessanti scambi interdisciplinari da parte dei contributori. I contesti funerari oggetto d’indagine sono stati investigati non solo attraverso studi prettamente archeologici, ma anche sotto il profilo della storia antica, della filologia, dell’epigrafia e dell’antropologia fisica. Questo approccio ha favorito lo sviluppo di interessanti prospettive a riguardo delle interconnessioni fra popoli e culture del mondo Mediterraneo, specialmente nelle città portuali. Gli aspetti principali dell’indagine evidenziati nei contributi si possono riassumere in quattro punti: il paesaggio funerario come manifestazione di mobilità sociale, status, identità, commemorazione e lutto; l’analisi del record del materiale funerario come manifestazione demografica di mobilità e immigrazione; i temi iconografici riguardanti la sfera funeraria e infine l’organizzazione spaziale dei paesaggi funerari nelle città marittime. I siti archeologici investigati nella penisola sono principalmente i porti della capitale, Ostia e Portus, la sede di una delle più importanti flotte romane, ovvero Miseno, poi Puteoli e Cumae, Neapolis e Pompei. Vengono indagati poi, nel bacino mediterraneo, i centri portuali dell’Asia minore e Cartagine, mentre sulla facciata atlantica dell’impero, siti in Gallia e Britannia.

 

       Indubbiamente, l’effetto del convegno è stato principalmente quello di spostare l’attenzione dalla comune tendenza di considerare le città portuali come centri economici e snodi di networks commerciali, in favore di un aspetto poco indagato che riguarda la mobilità sociale di queste città, le cui comunità, apparentemente omogenee, erano pronte e aperte a ospitare stranieri e migranti, i quali anche se integrati mantenevano stretti legami con le proprie origini. Da questo punto di vista, il tema del convegno, anche se naturalmente orientato all’indagine dell’antico, appare oggi di assoluta attualità, in tempi di grandi afflussi migratori verso l’Europa. Si tratta certamente di un volume prezioso da conservare nella propria biblioteca.

 

 

Contents

 

Preface, p. 7.

 

Introduction, pp. 9-12.

 

Contributors, pp. 13-14.

 

Dorian Bourbons, Organized Collective Burial in the Port Cities of Roman Italy, pp. 15-38.

 

Emanuele Borgia, Foreigners from the Eastern Mediterranean at Ostia, Portus, and Puteoli in the Imperial Period: A Reconsideration of the Matter through an Analysis of Funerary Inscriptions, pp. 39-51.

 

David Noy, Electa mihi domus est Ostia felix: The Burial and Commemoration of Migrants at Ostia and Portus, pp. 53-62.

 

Steven L. Tuck, Harbors of Refuge: Post-Vesuvian Population Shifts in Italian Harbor Communities, pp. 63-77.

 

Valerie M. Hope, Life at Sea, Death on Land: The Funerary Commemoration of the Sailors of Roman Misenum, pp. 79-97.

 

Niels Bargfeldt, Unnoticed Diversity in Misenum: Revealing a Multifaceted Society in a Roman Harbour City, pp. 99-125.

 

Lauren Hackworth Petersen, People and Gods in the Necropoleis of Pompeii: Isis in the Last Decade, pp. 127-144.

 

Jane Hjarl Petersen, Protecting Me Every Step of the Way: Dionysian Symbolism in the Burial Culture of Roman Ostia, pp. 145-168.

 

Marcello Spanu, Working and Dying in the Harbour Cities of Roman Asia Minor: An Appraisal of the Funerary Inscriptions, pp. 169-193.

 

Jesper Carlsen, Epitaphs and the Demography of the Imperial Slaves and Freedmen in Roman Carthage, pp. 195-209.

 

John Pearce, Rebecca Redfern, Port Societies on Rome’s Atlantic Façade: A Funerary Perspective, pp. 211-235.