Agosti, Barbara: Paolo Giovio, Uno storico lombardo nella cultura artistica del Cinquecento (Fondazione Carlo Marchi. Quaderni, vol. 37), 17 x 24 cm, vi-196 pp. con 64 tavv. f.t., ISBN 978 88 222 5765 9, 28 euros
(Leo S. Olschki Editore, Florence 2008)
 
Compte rendu par Giulio Bodon, Boston University CIES di Padova
(giulio.bodon@libero.it)

 
Nombre de mots : 1607 mots
Publié en ligne le 2009-03-03
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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L’opera monografica di Barbara Agosti, che indaga, peraltro con notevole acribia, nei suoi diversi risvolti, il profondo interesse manifestato dallo storico lombardo Paolo Giovio per il mondo delle arti, a buon diritto si inserisce nel contesto di una copiosa produzione saggistica internazionale, continuamente arricchita di nuovi contributi, anche recenti, dedicati al complesso, variegato tema del rapporto di reciproca interconnessione tra cultura letteraria e figurativa nel clima intellettuale della Rinascenza italiana.

L’Autrice esordisce ripercorrendo le pur esigue testimonianze riconducibili agli anni della formazione del Giovio, in ambiente prima lombardo, poi romano, cosicché ne affiorano le tracce di un’inclinazione già allora ben definita, una passione per le forme dell’espressione visiva sulla quale il giovane costruì le solide basi di un sapere umanistico per nulla insensibile alle suggestioni che provenivano dall’universo delle immagini.

Determinante a tale proposito fu il felice periodo trascorso nella Roma di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che accolse il Giovio sotto la sua protezione, affidandogli dapprima gli insegnamenti universitari di filosofia morale e naturale, nominandolo poi archiatra, per sé e per il nipote cardinale Giulio, futuro pontefice con il nome di Clemente VII; si instaurava dunque in quella circostanza un forte vincolo non già solo con la curia apostolica, ma anche con più illustri esponenti della famiglia fiorentina, un legame destinato a non sciogliersi e a lungo ripercuotersi sulle vicende, insieme professionali e personali, della vita del Giovio.

In quella peculiare congiuntura Barbara Agosti giustamente riconosce un momento di fondamentale importanza per quanto concerne la materia delle sue ricerche; lo dimostrano gli spunti che si possono cogliere dalla lettura della biografia gioviana di Leone X, di cui vengono evidenziati e presi in esame, con tutte le relative implicazioni, alcuni notevoli passaggi, come quello in difesa della dispendiosissima commessa pontificia degli arazzi di Raffaello per la Sistina, allora da altre voci pesantemente discussa e addirittura apertamente biasimata, o ancora quello sulla colossale statua marmorea del papa, opera di Domenico Aimo da Varignana, che offre all’Autrice l’occasione per proporre anche nuove e puntuali considerazioni circa l’esemplare scultoreo. Ma gli esiti più brillanti di questa prima fase dell’attività di Paolo Giovio si manifestano senza dubbio nel programma decorativo della villa medicea di Poggio a Caiano, cui posero mano Andrea del Sarto, Pontormo e Franciabigio, per dar forma a soggetti tratti dal mito e dalla storia di Roma antica, scelti dallo studioso lombardo per il loro potenziale semantico e reinterpretati secondo un codice d’impronta ideologica, in palese funzione celebrativa nei confronti della famiglia dei committenti, come ben illustra il saggio della Agosti.

La spiccata personalità di intenditore e scrittore d’arte che emerge dalle opere della maturità del Giovio è messa a fuoco nella parte centrale del volume, di gran lunga la più corposa; e, appare evidente, sono in primo luogo gli Elogia, concepiti appunto come apparati testuali a corredo d’una vasta raccolta di immagini, a offrire gli elementi più preziosi per la disamina che l’Autrice qui affronta con meticolosa cura. Il lavoro dell’umanista lombardo, caposaldo cinquecentesco del suo genere, imperniato sulla valenza esemplare attribuita alle vicende dei personaggi illustri – nel solco di una tradizione nata in età classica, elaborata in diverse forme e riportata a nuova affermazione dai cultori delle humanae litterae, a partire dal Petrarca – denuncia una stretta correlazione con la galleria di ritratti, reale, non virtuale, che il Giovio, appassionato collezionista, andava assemblando nella sua villa sul lago di Como, giacché i profili biografici consegnati alle stampe erano effettivamente leggibili al visitatore del ‘museo’ gioviano, appesi ciascuno in corrispondenza della relativa immagine (una variante in fieri, mobile e scomponibile, sistematica e classificatoria, dei cicli umanistici di Uomini famosi che costellano il Rinascimento italiano, tra Padova e Firenze, Siena e Foligno, Roma e Perugia). Dal punto di vista letterario, si tratta di una tra le prime formulazioni organiche di quello che sarebbe poi divenuto un genere piuttosto praticato nella cultura del secondo Cinquecento.

Anche qui lo sguardo dell’Autrice indugia con efficacia su alcuni casi altamente rappresentativi, che chiariscono come l’interesse del Giovio trascenda i limiti di un’operazione meramente ecfrastica. Tra tutti, si segnala ad esempio l’Andrea Doria come Nettuno, ora alla Pinacoteca di Brera, eseguito dal Bronzino proprio per la galleria gioviana, un quadro nato dal consenso alla stessa ideologia celebrativa che diede origine al programma iconografico del palazzo di Fassolo, opera di Perino del Vaga (nella cui elaborazione il Giovio intervenne forse di persona), nonché a molte altre manifestazioni figurative, coeve o immediatamente posteriori. Almeno un accenno merita anche l’Ippolito de’ Medici in costume di ufficiale ungherese di Tiziano, oggi a Palazzo Pitti, esito di una invenzione ritrattistica architettata dallo studioso lombardo, che nel 1532 fu appunto al seguito del giovane cardinale nella spedizione militare contro i Turchi in Ungheria.

Ampia ed esaustiva si presenta la trattazione delle Vitae, i ‘medaglioni biografici’ gioviani dedicati ai tre grandi delle arti italiane nella Rinascenza, Leonardo, Michelangelo e Raffaello. I risultati, per forma e contenuto insieme, si rivelano a tutti gli effetti collocabili accanto alle principali esperienze della storiografia artistica cinquecentesca, soprattutto con riferimento alle Vite del Vasari; anzi, come l’Autrice sostiene qui con solide argomentazioni, è possibile rintracciare, segnatamente nell’edizione Torrentiniana (1550), diversi indizi di una qualche influenza esercitata dal pensiero dell’umanista lombardo nella fortunatissima fatica letteraria dell’artista aretino. E l’indagine della Agosti, condotta con rigore filologico, si estende alla genesi stessa dei testi, anche in relazione con altre opere gioviane, in particolare le Historiae, e con le più vicine testimonianze del tempo, raccolte dalle penne di Baldassarre Castiglione, Pietro Bembo, Benedetto Varchi, Anton Francesco Doni, per ricordare alcuni nomi. Del resto, non sono soltanto i tre protagonisti ad assorbire l’attenzione del Giovio, che anzi si rivolge spesso pure alle numerose figure per così dire di ‘comprimari’, fra i quali si incontrano personalità di altissimo rilievo, come Sebastiano del Piombo, Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, mentre la parte conclusiva della biografia di Raffaello giunge a proporre una vera e propria panoramica della pittura coeva, di notevole importanza sul piano storiografico e critico: da Tiziano a Lorenzo Costa, dal Sodoma a Dosso Dossi.

Un’altra opera del Giovio che, leggendo il libro di Barbara Agosti, si scopre ricca di informazioni spesso rimarchevoli è il Dialogus, la cui lettura chiarisce i retroscena di una creazione eccezionale come l’Allocuzione di Alfonso d’Avalos di Tiziano ora al Prado; e gli indizi sono tali da autorizzare il sospetto di una qualche diretta ingerenza del Giovio nella ‘regia’ della composizione.

Molti dei fili dipanati lungo diverse trame per tutto il corso del volume si ricongiungono nella parte finale, che ripercorre le vicende del Giovio durante gli anni forse più fecondi della sua attività, tra il rinsaldarsi di vecchi legami, principalmente con la casa dei Medici, e l’allacciarsi di nuovi rapporti, come quello con i Farnese, in primo luogo papa Paolo III, da cui lo storico lombardo fu condotto a rivestire un ruolo cruciale nell’orditura di un evento artistico di prima grandezza e di grande risonanza, quale la decorazione vasariana della Cancelleria. Era peraltro – data la natura e la qualità delle ‘invenzioni’ tradotte in immagini nella Sala dei Cento Giorni – il coronamento del lavoro compiuto per le Historiae e al tempo stesso il riconoscimento di una competenza acquisita nel campo della cosiddetta ‘imprestistica’, capitolo tra i più considerevoli nella produzione del Giovio.

E anche in quest’ambito, la prospettiva dell’umanista, autore del notissimo Dialogo dell’imprese, memore d’una tradizione già allora piuttosto nutrita (dalla quale erano emersi gli Emblemata di Andrea Alciati, non priva di contatti con l’altro versante, quello degli Hieroglyphica di Orapollo e della loro rilettura da parte di Pierio Valeriano), si orienta decisamente verso l’aspetto ‘visivo’ dell’impresa, ad attestare una volta di più l’inclinazione dello studioso trattatista per la componente iconica di questo articolato sistema di segni e simboli.

In chiusura, corona il volume un pregevole, sia pur succinto, excursus della non felice fortuna critica del Giovio nel panorama degli studi afferenti alle discipline storico artistiche, fino ai giorni nostri (per un giudizio viziato all’origine da posizioni che l’Autrice non trascura di evidenziare); e ciò malgrado la rivalutazione di alcuni tratti della personalità gioviana proposta da una voce autorevole come quella di Benedetto Croce.

Questi sono, in estrema sintesi, solo i maggiori contenuti. Il libro è impreziosito da un robusto apparato illustrativo in bianco e nero, che permette di seguire più agevolmente, con l’ausilio delle immagini, tutti i principali ragionamenti sviluppati nel saggio. Strumenti alquanto utili si rivelano anche i due indici, quello topografico delle opere citate e quello dei nomi di persona. Manca una bibliografia, giacché le citazioni sono date – la prima volta per esteso, poi in forma abbreviata – nelle note a piè pagina che corredano il testo.

Il volume di Barbara Agosti coglie dunque nel segno, esplorando attentamente un risvolto specifico della poliedrica figura di Paolo Giovio, quello che ruota nell’orbita delle arti visive; ne emerge una personalità di spessore, impegnata di volta in volta nel ruolo dell’osservatore, dell’intenditore, del critico, del committente, del collezionista e dell’inventore di soggetti e di paradigmi iconografici, cui finalmente può essere riconosciuta la posizione che merita nel contesto della cultura figurativa rinascimentale. Di più, la lettura di queste pagine rievoca con intensa suggestione il periodo storico, gli ambienti e l’atmosfera intellettuale in cui il Giovio ebbe a muoversi; rivive così tutto un mondo, di prìncipi e pontefici, signori e cardinali, capitani di ventura e studiosi, umanisti e artisti, tra Roma e Firenze, Milano, Napoli e molti altri centri italiani del tempo. Assai sostanzioso è il contributo di questa ricerca, peraltro esemplare anche sotto il profilo metodologico, così come numerosi e vari sono gli spunti di riflessione che essa può offrire, diversi a seconda delle angolature, delle sfere di interesse e delle modalità di approccio scientifico.