Gran-Aymerich, Eve: Les chercheurs de passé. 1798-1945. Aux sources de l’archéologie. Préface de Jean Leclant.
1274 pages ; ISBN: 978-2-271-06538-4 ; 30 euros
(CNRS Editions, Paris 2007)
 
Compte rendu par Federica Cordano, Università di Milano
(federica.cordano@unimi.it)

 
Nombre de mots : 903 mots
Publié en ligne le 2009-08-28
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
Lien: http://histara.sorbonne.fr/cr.php?cr=518
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          Si tratta dell’ utilissima ristampa di due lavori pubblicati nel 1998 e nel 2001, è una interessante storia dell’archeologia moderna (Naissance de l’archéologie moderne) e di un dizionario biografico di ben 600 schede relative ad archeologi ed affini (Dictionnaire biographique d’archéologie), la prima illustrata da 151 figure da 8 piantine, che si conclude con bibliografia e utilissimi indici, e da 15 figure la seconda; le illustrazioni hanno inevitabilmente sofferto nella riduzione richiesta dalla nuova edizione.

 

          La ricerca è iniziata nel 1983 e, come dice l’autrice nell’introduzione, affrontata inizialmente dal punto di vista biografico, come si può vedere non solo nelle utilissime schede della seconda parte, ma soprattutto nella complessiva impostazione storiografica.

 

          L’archeologia preistorica, inaugurata in Francia –se così i può dire– nel 1867, con “l’Exposition universelle” di Parigi, modificò la concezione della storia dell’umanità. Nei primi decenni del XX secolo Camille Jullian, allievo di Numa Fustel de Coulanges, codificò questo passaggio in alcune importanti conferenze.

 

          L’indagine della Gran-Aymerich si ferma alla fine della seconda guerra mondiale perché, dopo il 1945, il moltiplicarsi delle scienze che contribuiscono alla ricerca archeologica e le specializzazioni che ne sono derivate hanno spezzato l’illusione di poter abbracciare nella sua interezza il passato dell’umanità. D’altra parte, nel periodo fra le due grandi guerre l’archeologia francese ha avuto quello sviluppo mondiale che era stato preparato lungo tutto il XIX secolo.

 

          La comprensione delle ricerche condotte dagli studiosi francesi necessita naturalmente del cofronto con gli esperti di altre nazionalità, non solo nell’attuazione sul terreno, ma ancor prima nell’evoluzione delle idee direttrici; e le numerose schede dedicate agli studiosi stranieri nella seconda parte del volume sono un utile contributo all’argomento.

 

          La “naissance” dell’archeologia moderna è divisa in tre parti, scandite cronologicamente, ed ognuna contraddistinta da cambiamenti epocali. La prima (1719-1848) conosce sia l’affermarsi della ricerca antiquaria, con nomi quali J.-J. Winckelman, Scipione Maffei, A.C.P. Tubières comte de Caylus, E.Gerhard; mentre  in questo ambito furono trainanti le ‘scoperte’ di Pompei e dell’Etruria (Vulci e Tarquinia in particolare), sorgeva in Francia la “renaissance orientale” condotta da filologi ed epigrafisti, a partire da J.-J. Barthelemy, J. Silvestre, G. Grotefend e E. Burnouf, A.H. Layard e P.-E. Botta, attivi in varie parti del Vicino Oriente. Intanto nasceva in Francia l’egittologia, in seguito alla spedizione di Bonaparte (1798-1801), con J.-F.Champollion, il quale, benchè inizialmente osteggiato nel suo paese, aprì la strada alla archeologia sul terreno per tutto il Vicino Oriente. Gli scavi in Egitto e nel Vicino e Medio Oriente sono soprattutto sollecitati dai grandi musei europei che gareggiano per il possesso di reperti sempre nuovi.

 

          Pur nella necessaria brevità di queste righe, va ricordato che il 21 aprile 1829, nel giorno anniversario della nascita di Roma, si tiene in Campidoglio la prima seduta dell’ Istituto di Corrispondenza Archeologica, che costituirà l’anima delle ricerche archeologiche in Italia per gli studiosi di tutte le nazionalità interessate e che diventerà l’Istituto Archeologico Germanico di Roma. Due ambasciatori presso la Santa Sede di grande prestigio e cultura, von Humboldt e Niebuhr, ne furono i principali promotori. L’Institutum romano pubblica subito un Bullettino mensile e degli Annali: nel primo volume, datato 1829, Eduard Gehrard definisce i compiti della istituzione ed il terzo volume è il “Rapporto intorno ai vasi Volcenti” dello stesso Gehrard. Sempre a Roma, ad imitazione dello Xeneion ateniese (la prima associazione internazionale di archeologia), gli appassionati di antichità costituiscono il gruppo degli “Iperborei romani”; la relativa pubblicazione, “Monumenti inediti della Società iperborea romana”, è concepita e finanziata dal duca di Luynes.

 

          Per quanto riguarda la storia delle scoperte in Etruria, l’Autrice sottolinea giustamente alcuni importanti risvolti culturali. La questione dei vasi di età classica trovati in Etruria, che vengono ritenuti di produzione locale finchè Albert Dumont non ne dimostra la grecità; la prospettiva orientalizzante delle città etrusche, illuminata dalle esplorazioni nel Vicino e Medio Oriente; infine, la eccezionale ed intricata storia della collezione Campana.

 

          Nella scansione cronologica – che non si può certo qui ripercorrere – delle varie fasi della ricerca archeologica, l’Autrice dà il giusto rilievo  che ha avuto la storia politica dei paesi interessati: per esempio l’archeologia francese nel nord-Africa costituisce un capitolo a sé; per non parlare dell’interesse di Napoleone III per Cesare e quindi per i Galli; oppure l’archeologia nella Grecia liberata dalla dominazione turca, che si apre alle scuole di tutta europa; o, ancora, l’unità d’Italia, rispetto allo stato Vaticano e alla Napoli dei Borboni, e l’archeologia italiana nel Dodecanneso.

 

          Molto ben inquadrata dall’Autrice la gara che si istituisce in Grecia fra le varie scuole straniere, l’ Ecole française, la più antica (1846), vide con timore la fondazione del Deuscth Institut, nel 1873, soprattutto perché protetto dalla dinastia bavarese regnante in Grecia, e alla pubblicazione dei Athenischen Mitteilungen i francesi rispondono con l’istituzione, nel 1876, della Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome e del Bulletin de Correspondance Hellénique e, tre anni dopo, dei Mélanges de l’École de Rome. Alle scuole francese e tedesca si aggiungono negli anni 1882 e 1885, rispettivamente, l’American School of Classical Studies e la British School, nel 1909 la Scuola Archeologica Italiana. Nel libro è ben indicata la distribuzione - non priva di competizione- fra di esse dei principali scavi in territorio greco e turco.

 

          Fra gli indici, tutti importanti, si segnala quello delle Istituzioni, infatti, tramite esso si può rintracciare la storia di ognuna di esse, siano francesi o di altra nazionalità; per esempo si può ricostruire la storia dell’École Française de Rome, alla quale sono dedicate molte pagine del volume, e dei suoi rapporti, non sempre limpidi, con quella di Atene.

 

          In una recensione non si può render il giusto conto di un volume così ricco; è però necessario ricordarne il  capitolo conclusivo sull’archeologia francese degli anni immediatamente precedenti il 1945 – la data scelta dalla Gran-Aymerich per chiudere le sue ricerche – con la complessa organizzazione data al settore archeologico negli anni trenta del secolo scorso, con l’istituzione del CNRS e la gestione dell’archeologia francese all’interno di questo organismo tutt’oggi di grande importanza.