Pennas, Charalambos - Vanderheyde, Catherine (éds): La sculpture byzantine VIIe - XIIe siècles
Actes du colloque international organisé par la 2e Éphorie des antiquités byzantines et l’École française d’Athènes (6-8 septembre 2000)
BCH Suppl.49
Format:185 x 240, 612 p., ill. n/b. ISBN 978-2-86958-196-8. Prix: 80 €. Avec résumés en français, en anglais et en grec
(Ecole française d’Athènes, Athènes 2008)
 
Compte rendu par Sabrina Pietrobono, Università degli Studi dell’Aquila
(sabrinapietrobono@pietrobo.com)

 
Nombre de mots : 3091 mots
Publié en ligne le 2009-10-31
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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       Corposo e denso volume, il supplemento 49 del Bulletin de correspondance hellénique accoglie gli Atti del primo colloquio internazionale interamente dedicato alla scultura bizantina, editi da Charalambos Pennas e Catherine Vanderheyde.

       Organizzato dalla 2e Éphorie des Antiquités byzantine e dall’École française d’Athènes nei giorni 6, 7 ed 8 Settembre 2000, l’incontro aveva come obiettivo portare l’attenzione degli studiosi alla scultura bizantina in quanto elemento distinto con una propria sfera d’interesse.

       Fino al momento del colloquio, infatti, la stretta dipendenza con il disegno architettonico dell’edificio di destinazione aveva anche troppo strettamente legato tali manufatti al contesto di riferimento, privandoli di autonomo richiamo scientifico.

       Come dichiarato direttamente nelle premesse al testo, i contributi destinati al tema nel corso degli ultimi anni si erano in genere rivolti a singole aree regionali o erano apparsi in sedi difficilmente reperibili.

       A questo tipo di difficoltà ha espressamente cercato di porre rimedio il presente volume, elaborato secondo sistematici criteri geografici e cronologici. L’opera raccoglie gli interventi presentati in quell’occasione, contributi forniti da 33 specialisti provenienti da 11 paesi differenti: Albania, Germania, Belgio, Bulgaria, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Antica Repubblica di Macedonia, Russia e Turchia.

       Sono stati schedati, analizzati e presentati manufatti di numerose regioni dell’Impero bizantino, realizzati tra il VII ed il XII secolo, suddivisi topograficamente per area di conservazione e provenienza. Una scelta oltremodo opportuna da parte degli editori poiché, coinvolgendo specialisti di diversa formazione e provenienza geografica, possiamo oggi leggere un testo che permette di operare confronti tra regioni anche molto lontane tra di loro, amplificandone le differenze ma lasciando emergere le similitudini e le assonanze stilistiche.

       Il compito di fornire una chiave di lettura unitaria ai risultati di queste diverse esperienze è stato affidato a J.-P. Sodini, il quale apre l’elenco delle relazioni in una sezione introduttiva preliminare, delineando tra coordinate cronologiche chiave i problemi formali e stilistici della scultura bizantina. La sculpture byzantine (VIIe – XIIe siècles) : acquis, problèmes, et perspectives sintetizza brevemente gli sforzi degli studi trentennali in un campo considerato finora accessorio, segnalando così una distinzione tra produzioni protobizantine, di VII – XII secolo e di XIII-XV secolo, con ulteriori specificità interne sui caratteri formali assunti attraverso i secoli da questi prodotti. Riassume elementi particolari di forme e decori, richiama materiali, tecniche e diffusione spaziale, officine e centri di produzione, toccando necessariamente attraverso semplici richiami questioni che più hanno trovato spazio e discussione nelle posteriori relazioni. Il contributo è una ideale presentazione ai successivi contributi, dei quali è più complesso riassumere nel singolo dettaglio, in poco spazio, contenuto e significato di ciascuno.

       Due relazioni sono dedicate a Costantinopoli. La prima è a firma di Roberta Flaminio, che analizza minutamente la decorazione della chiesa di Cristo Pantepoptes, premettendo i dubbi sulla corretta identificazione del suo titolo; dopo una breve descrizione, partendo dalle cornici marcapiano, la studiosa si inoltra nella ricostruzione della decorazione scultorea, individuando elemento per elemento tutte le testimonianze dell’arredo, ed avanzando la suggestiva ipotesi di un legame con le sculture conservate a Venezia nel Monastero di S. Giorgio Maggiore.

       Martin Dennert analizza invece due particolari capitelli, di notevole fattura e dalla decorazione composita disposta per fasce, custoditi nel giardino del Museo Archeologico di Istanbul, individuando utili confronti in altri contesti urbani e soprattutto esaltandone le caratteristiche tecniche e creative, tipiche del periodo mesobizantino, che creano un prodotto raffinato.

       Cinque contributi riguardano manufatti provenienti dall’Asia Minore e, come il successivo gruppo di contributi dedicato ai Balcani, hanno toccato temi di estremo interesse.

       Mustafa Büyükkolanci, in maniera molto semplice e diretta, scheda ed analizza 11 plutei scoperti negli scavi di S. Giovanni di Efeso, decorati da motivi geometrici, fitomorfi, zoomorfi, realizzati da scultori locali, con risultati comparabili a prodotti costantinopolitani.

       Zeynep Mercangoez confronta una placca dell’Agorà di Izmir con esemplari della stessa regione anatolica, uniformando la ricerca sui motivi decorativi, ponendosi domande sul significato simbolico del soggetto scolpito, identificato con il Paradiso cui la placca funge da porta simbolica, portando poi l’attenzione anche ad un capitello conservato a Manisa.

       Yildiz Ötüken, in un contributo sistematico ed organico, esamina il rinvenimento di ben 5356 frammenti scultorei provenienti dagli scavi della chiesa di S. Nicola di Myra di Demre di cui 661 elementi sono pertinenti a dispositivi liturgici e 558 sono rilievi architettonici; questi pezzi consentono di integrare le analisi dei precedenti studiosi di scultura mesobizantina di Myra, in particolare Feld e Peschlow, supportando con i nuovi dati le precedenti interpretazioni delle fasi della costruzione della basilica del XI-XII secolo.

       Sema Alpaslan-Doğan riprende lo studio di 348 sculture provenienti dalle regione in particolare da Antalya e da 43 abitati della Lycia; dopo una breve introduzione storica, contestualizza la scultura della Lycia nell’ambito della produzione mediterranea mesobizantina, definendone i problemi di datazione, esaminando reperti significativi e motivi decorativi, sottolineando nuovamente l’importanza degli scavi per contestualizzare cronologicamente i manufatti.

       Asnu Bilban Yalçin, a proposito delle sculture conservate ad Yalvaç nella provincia di Isparta, un tempo Antiochia di Pisidia, forse provenienti da chiese paleocristiane (IV-V secolo) restaurate o ridecorate in età altomedievale, sottolinea la capacità della scultura mesobizantina a combinare con grande varietà i medesimi motivi ornamentali, puntualmente richiamati; esamina poi il contesto storico ed economico della regione, ponendo in rilievo l’importanza della corretta associazione tra pezzo scultoreo e botteghe locali, in questo caso collocabili tra il X il XII secolo e rintracciabili in un vasto raggio territoriale.

       Albena Milanova introduce la sezione dedicata alla scultura dei Balcani; la studiosa presenta sei placche e quattro capitelli, caratterizzati da motivi estremamente stilizzati, in particolare zoomorfi, provenienti dalle città bulgare bizantine di Stara Zagora e Nova Zagora nell’antica provincia della Tracia, riconducibili alla produzione di ateliers della città di Béroé dove due centri si specializzarono forse l’uno nella produzione di capitelli, l’altro di lastre scultoree; l’attività degli scultori, che risentì degli influssi balcanici, trovò infatti grande stimolo nella rinascita economica della città tra X ed XII secolo, ma in particolare nell’XI secolo.

       Snežana Filipova richiama l’assenza di sculture riferibili ai secoli VII -X nel territorio della antica repubblica di Macedonia e stimola la ricerca verso l’individuazione di elementi comprovanti l’uso di materiali diversi dalla pietra per tale periodo; dopo aver ricordato il vuoto nella costruzione di edifici ecclesiastici per il periodo precedente l’XI secolo, intraprende la disamina di quegli esempi di scultura riconducibile alla fase di sviluppo della costruzione di edifici ecclesiastici ed alla elaborazione degli ornati attraverso, tra l’altro, pilastrini e capitelli.

       Skënder Muçaj, dopo una breve introduzione storica sulla chiesa della Vergine a Ballsh (Glavinitza), intraprende la descrizione ed il catalogo del contesto scultoreo, richiamando gli elementi riconducibili al periodo paleocristiano e concludendo con i pezzi appartenenti alle fasi successive di vita dell’edificio. La chiesa fu infatti ricostruita dopo il VI secolo ed il gruppo di sculture proposte potrebbe risalire al IX-X secolo.

       Ruolo preminente è riservato alla produzione della Grecia, partendo dal nord, da Tessalonica e dal Monte Athos.

       Aristotélis Mentzos introduce un gruppo di sculture provenienti da S. Demetrio di Tessalonica associabili a frammenti di un arco; emergono le somiglianze stilistiche con numerosi prodotti del nord della Grecia. L’analisi di questi pezzi ha fatto emergere l’esistenza non solo di un atelier locale ma di una precisa corrente stilistica arcaicizzante, notevolmente diffusa, riconducibile all’XI secolo.

       Georgios Vélénis dimostra, con la sua analisi delle architravi e dei capitelli della Panagia ton Chalkeon a Tessalonica, come effettivamente un prodotto scultoreo acquisisca un pieno significato inserito nel complesso edilizio: sculture e opera architettonica dimostrano una concezione funzionale univoca dove il motivo decorativo trova una spiegazione nella sua scelta proprio dalla destinazione, conferendo valore funzionale e simbolico del monumento. In ultimo conclude con l’analisi delle placche dell’altare di Saints – Anargyres a Kastoria.

       Al monte Athos dedicano attenzione i due contributi, l’uno di Théocharis Pazaras, sulle sculture bizantine del katholikon del monastero di Vatopédi, riconducibili a gruppi specializzati che operarono in loco seguendo una preciso disegno progettuale, la sui estensione e qualità tecnica richiama la maestria dei cantieri costantinopolitani del monastero di Costantino Lips o della chiesa della Vergine nel monastero di Hosios Lukas; l’altro di Paschalis Androudis, su sculture in marmo, provenienti non da un templon del Monte Athos bensì da quattro. Tutte le sculture sono da collocare tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo.

       Per la Grecia Centrale, tre interventi mettono in luce le caratteristiche della scultura dell’Attica: M. Sklavos-Mavpoeidi si concentra sulle sculture databili al X secolo, la cui decorazione si caratterizza per l’imitazione di modelli più antichi, con motivi ornamentali di contenuto simbolico ed effetti ornamentali, ulteriori elementi già presenti nell’arte paleocristiana; però nel X secolo risentono di influssi arabi che diverranno sempre più forti nei secoli successivi.

       Georgios Pallis studia una serie distinta di sculture di Maroussi, comprendenti un architrave e lastre di cancello del X secolo, due delle quali appartenenti al medesimo complesso, un frammento di architrave del XII secolo; cinque pezzi dispersi analizzati sulle immagini; dalle ricerche è emersa l’importanza di approfondire i rapporti tra la decorazione scultorea ed i manoscritti e tessuti di lusso per la diffusione dei motivi decorativi, spesso nuovi e tendenti ad una notevole stilizzazione.

       Éléni G. Manolessou presenta una collezione di sculture del refettorio del monastero di Hosios Loukas: quattro frammenti potrebbero riferirsi al ciborio del monastero; un secondo gruppo di sculture se per motivi decorativi risentono dell’esperienza della Panagia, sul piano della tecnica d’esecuzione attestano una loro realizzazione nell’ambito dell’atelier da cui proviene un architrave del monastero d’Hosios Mélétios.

       Cinque contributi sono dedicati al Peloponneso. Il saggio di Catherine Vanderheyde, anche curatrice del volume, riprende il tema dei rapporti tra scavi archeologici e possibilità di individuare elementi a favore dell’occupazione continua della città di Corinto tra il VII ed il XII secolo proprio mediante le sculture rinvenute in chiese; si tratta di manufatti che permettono di indagare la nuova occupazione della zona dell’agorà.

       Ioannis Varalis e Georgios Tsekes riprendono l’analisi della scultura dell’Argolide in un progetto di inventariazione sistematica sotto l’egida della V Eforia di antichità bizantine di Sparta, di cui presentano alcuni frammenti inediti.

       Vasso Penna, Anna Lambropoulou, Ilias Anagnostakis propongono di datare all’VIII secolo un gruppo di sculture della Messenia che risente dei caratteri dell’epoca detta di transizione, in cui i materiali non si sono ancora definitivamente staccati dai richiami paleocristiani del VII secolo ma non hanno ancora assunto le caratteristiche dei prodotti di IX secolo. Sono importanti per la possibilità che offrono di inserire la scultura tendenzialmente provinciale della Messenia in un contesto più vasto.

       Rodoniki Etzéoglou analizza il templon in marmo della città bassa di Monemvasie, rinvenuto in uno scavo. La tecnica vede l’uso puntuale del rilievo “a due livelli” e del trapano, che insieme ai confronti possibili con la stessa chiesa di S. Sofia nella città alta, rinvia ad una datazione di XII secolo.

       Tra gli ultimi lavori di Nicolaos V. Drandakis, questo saggio presenta sculture datate dal XI al XII secolo: alcune sono firmate da Nokitas, che operò diffusamente in ambito locale, altre da un maestro Georgios.

       Le Isole dell’Egeo sono oggetto di contributo da parte di Evangélia Militsi e Charalambos Pennas. Il primo riconosce le sculture rinvenute sull’isola di Kos come elemento per individuare la presenza di chiese mesobizantine in special modo sul Monte Dikaios. Il secondo, anche curatore del volume, riprende lo studio del templon della Panagia Krina a Chios, confermandone la datazione tra il 992 e il 1091, avanzata da Ch. Bouras, da ricondurre agli spolia del monumento dell’epoca anteriore il 1197.

       Chiudono il volume due sessioni: la prima riguarda gli aspetti tecnici mentre la seconda investe gli aspetti iconografici. I contributi ivi contenuti aiutano a tirare le fila del discorso estremamente articolato condotto fino a questo momento.

       Charalambos Bouras pone in rilievo una tendenza della scultura del XII secolo ad accostare negli edifici greci stili e tecniche differenti, a volte anche giustapposti nello stesso edificio e sullo stesso elemento architettonico. Interessanti in quest’ambito sono gli aspetti della scultura del Peloponneso, in particolare di alcuni templa.

       Eric A. Ivison osserva nella chiesa della città bassa di Armorium, il cui apparato decorativo risalirebbe al IX-X secolo, l’operato degli scultori bizantini, sintetizzando un aspetto emerso anche dalle relazioni precedenti: la capacità di lavorare in gruppi secondo piani precisi, contrariamente all’immagine dello scultore solitario avallata da una precedente convinzione, ed in particolare si richiama l’uso di scolpire in situ. Ciò significa che gruppi di scultori si muovevano nelle regioni greche e dell’Asia minore, esportando modalità decorative e tecniche.

       Claudia Barsanti si estende invece nella ricostruzione delle modalità di esecuzione, soprattutto nella disamina degli esempi di una particolare tecnica scultorea, definita ad incrostazione (champlevé), un campo mai sistematicamente esplorato. Segue la diffusione di questa tecnica nelle regioni adriatiche in particolare nell’area pugliese; ricorda maestri, come il maestro della cattedra di Elia, del San Nicola di Bari. Interessanti sono i richiami ad esempi orientali come pure la contestualizzazione rispetto ad altri manufatti, non da ultimo quelli tessili mediante alcuni raffronti con decorazioni anche di minor impegno.

       Andrea Paribeni avvia invece gli studi iconografici del volume; sostanziale è la disamina delle raffigurazioni della Vergine in riferimento alle necessità liturgiche, elemento quest’ultimo spesso dimenticato a beneficio delle descrizioni degli ornati e delle raffinatezze tecniche espresse dai singoli manufatti. È invece da non dimenticare la loro funzione nel contesto cultuale vero e proprio. Le lastre raffiguranti la vergine sono analizzate per le loro caratteristiche iconografiche; un gruppo che spicca nel numero delle icone presentate è costituito dalla vergine orante.

       Ludmilla G. Khroushkova studia invece le lastre di cancello della città georgiana di Tsebelda in Abkhazia, un gruppo scultoreo dalla dibattuta cronologia, variamente attribuita al VI come al VII come al XII secolo; per la studiosa va invece inquadrato nell’ambito della produzione di VIII-IX secolo. La descrizione iconografica precede le proposte di datazione, con chiare finalità di rappresentazione teofanica.

       É in definitiva un volume vario, accurato, ricco di confronti, dove emerge un grande impegno da parte di ciascuno studioso; è certo rivolto agli specialisti di scultura bizantina ma fornisce ottimi spunti di ricerca anche per topografi ed archeologi interessati alle regioni presentate.

       Si presenta con una veste grafica elegante, evidente richiamo all’oggetto in esame; è chiaro ed incisivo, con solo alcuni errori di stampa. Larga parte dei contributi, quattordici su un totale di trenta, sono redatti da studiosi in lingua greca.

       Se il fine del colloquio, come dichiarato, non consisteva soltanto nel mettere in evidenza sculture spesso sconosciute a volte inedite, bensì rintracciare i tratti comuni di questa produzione, evidenziare specificità regionali e mettere in rilievo nuovi problemi e temi di studio, in conclusione si può ritenere che il libro degli Atti sia riuscito nell’intento.

       Il pregio di questo testo è d’altra parte il suo stesso difetto: si tratta di uno dei primi lavori del genere, che persegue la strada dei grandi studi sulla scultura bizantina. Come rilevato da Sodini, va intensificata certamente la produzione di monografie, l’elaborazione di atlanti e quadri sintetici, come pure di repertori analitici dei materiali inventariati conservati nei musei, di cui si sente la necessità anche di fronte alla bellezza qualitativa ed alla raffinatezza tecnica degli esemplari mirabilmente “messi in luce” in questo volume.

 

Sommaire : 

Liste des abbrévations.

Avant-propos, p. 1-2.

I. Introduction.

J. P. Sodini, La sculpture byzantine (VIIe – XIIe siècles): acquis, problèmes, et perspectives, p. 5-35.

 

II. Constantinople.

R. Flaminio, La decorazione scultorea della chiesa di Cristo Pantepoptes (Eski Imaret Camii) a Costantinopoli, p. 39-53.

M. Dennert, «Übersehene» Kapitelle. Anmerkungen zur mittelbyzantinischen Architekturplastik aus Konstantinopel, p. 55-67.

 

III. L’Asie Mineure

M. Büyükkolanci, Quelques exemples de plaques de parapet des VIIe- XIIe siècles provenant de Saint-Jean à Éphèse, p. 71-79.

Z. Mercangoez, Réflexions sur le décor sculpté byzantin d’Anatolie occidentale, p. 81-103.

Y. Ötüken, Neue Aspekte zur Datierung der mittelbyzantinischen Bauplastik in Kleinasien,  p. 105-121.

S. Alpaslan-Doğan, La sculpture byzantine en Lycie et à Antalya: sa place dans l’évolution de l’art byzantin, p. 123-128.

A. B. Yalçin, Le sculture mediobizantine di Yalvaç, p. 139-159.

 

IV. Le Balkans

A. Milanova, La production d’un atelier de sculpture en Bulgarie byzantine à la fin du Xe ou au début du XIe siècle, p. 163-181.

S. Filipova, Sculptures médiévales des XIe et XIIe siècles dans l’ancienne République yougoslave de Macédoine, p. 183-197.

S. Muçaj, La sculpture décorative des IXe - XIe siècles de l’église de la Vierge à Ballsh (Glavinitza), p. 199-213.


V. Le nord de la Grèce

Α. Μέντζος, Εργαστήριο γλυπτικής στη Θεσσαλονίκη στον 11ο αιώνα, p. 217-230.

J. Βελένες, Ο γλυπτός διάκοσμος της Παναγίας των Χαλκέων στη Θεσσαλονίκη, p. 231-247.

Θ. Παράζας, Τα βυζαντίνα γλυπτά του κατολικού της μονής Βατοπεδίου στο Ἀγιο Ὀρος, p. 249-261.

Π. Αναδούδης, Γύρω από κάποια μεσοβυζαντινά τεμπλα του Αγίου Όρους, p. 263-283.

 

VI. La Grèce centrale

Μ. Σκλληές-Μαυποείδη, Στοικεία του γλυπτού διακόσμου ναών της Αθήνας το 10ο αιώνα, p. 287-301.

Γ. Πάλλης, Spolia γλυπτών από την περιοχή Αμαπουσίου Αττικής, p. 303-315.

Ε. Γ. Μανωλέσσου, Γλυπτά από τη συλλογή της Τράπεζας του Οσίου Λουκά, p. 317-337.

 

VII. Le Péloponnèse

C. Vanderheyde, Les sculptures découvertes lors des fouilles de trois églises byzantines à Corinthe : un témoignage en faveur d’une occupation continue de la ville du VIIe au XIIe siècle ?, p. 341-357.

Ι. Βαράλης, Γ. Τεσκες, Μεσοβυζαντινά γλυπτά από την Αργολίδα, p. 359-373.

Β. Πέννα, Α. Λαμπροπουλου, Η. Αναγνωτακης, Γλυπτά μεταβατικών χρόνων από τη βασιλική του Θεάτρου της αρχαίας Μεσσήνης, p. 375-392.

Ρ. Ετζεογάου, Μεσαβυζαντινό τέμπλο στην Κάτω Πόλη της Μονεμβασίας, p. 393-407.

Ν. Δρανδάκης, Χρονολογημένα βυζαντινά γλυπτά της Μανης του 11ου και του 12ου αιώνα, p. 409-417.

 

VIII. Les îles de la Mer Égée et du Dodécanèse

Ε. Μηλίτες, Τμήματα μεσαβυζαντινών τέμπλων από την Κω, p. 421-445.

Χ. Πέννας, Νέα στοιχεία αποκατάστασης και ερμηνείας του τέμπλου της Παναγίας Κρήνας στη Χίο, p. 447-465.

 

IX. Aspects techniques

Μ. Μπούρας, Διατρητα μαρμάρινα μεσοβιζαντινά γλυπτά στην Ελλάδα, p. 469- 486.

E. A. Ivison, Middle byzantine sculptors at work: evidence from the lower city church at Amorium, p. 487-513.

C. Barsanti, Una nota sulla diffusione della scultura ad incrostazione nelle regioni adriatiche del meridione d’Italia tra XI e XIII secolo, p. 515-557.

 

X. Aspects iconographiques

A. Paribeni, I rilievi in marmo rappresentanti la Vergine e altri personaggi religiosi : considerazioni sulla cronologia e sul loro ruolo nella liturgia, p. 561-575.

L. G. Khroushkova, Les dalles de chancel de Tsebelda en Abkhazie, p. 577-587.

 

Résumés, p. 589-599.

Περίληψεις, p. 600-612.