Kaltsas, Nikolaos - Shapiro, Alan (ed.): Worshiping Women, Ritual and Reality in Classical Athens, catalogue d’exposition Onassis Cultural Center, New York, December 10, 2008 – May 9, 2009. 367 p. nombreuses fig. en couleurs, 22,5 x 30 cm. ISBN : 978-0-9776598-4-5. 35 $
(Alexander S. Onassis Public Benefit Foundation (USA), New York 2008)
 
Compte rendu par Giovanni Mastronuzzi, Università del Salento - Lecce
(giovanni.mastronuzzi@unisalento.it)

 
Nombre de mots : 3161 mots
Publié en ligne le 2014-12-15
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Worshiping Women. Ritual and Reality in Classical Athens è il titolo di una mostra e di un catalogo ad essa associato. L’esposizione, organizzata dalla Alexander S. Onassis Public Benefit Foundation in collaborazione con il Museo Nazionale Archeologico di Atene, fu tenuta a New York tra il 2008 ed il 2009 presso l’Onassis Culture Center. Il meritevole contributo della Fondazione Onassis è rimarcato nella presentazione del Ministro greco della Cultura Michalis Liapis.

 

          Sono numerosi gli aspetti di rilievo intorno all’evento di cui il volume conserverà il ricordo grazie all’eccellente veste grafica ed all’altissima qualità editoriale. La mostra, infatti, è stata resa possibile nel quadro di una collaborazione internazionale che ha visto il coinvolgimento di strutture museali prestigiosissime e la partecipazione di un consistente e ben assortito gruppo di studiosi dell’antichità classica, autori di studi e ricerche che sono già opere di riferimento nella letteratura archeologica.

 

          Ponendo come tema centrale la figura femminile nella società ateniese di età classica, in quanto dea, sacerdotessa o semplice partecipante ai culti, il volume curato da Nikolaos Kaltsas ed Alan Shapiro si colloca nel filone della “gender archaeology”. Tale settore di studi, in questo primo scorcio di secolo, attraversa una stagione particolarmente vivace, dopo le polemiche femministe dei “women’s studies”, in cui la riflessione sul ruolo della donna nelle società antiche andava di pari passo con il monitoraggio delle condizioni professionali femminili in campo archeologico (per una sintesi sulla storia e sull’impostazioni degli studi: Cuozzo Mariassunta, Guidi Alessandro, Archeologia delle identità e delle differenze, Roma 2013). In tutti i contributi si riscontra una chiara tendenza alla rivalutazione del ruolo della donna ad Atene, condotta attraverso l’analisi delle fonti documentarie: testi letterari ed epigrafici, ceramica figurata, sculture. Come suggerisce il sottotitolo, tra la sfera rituale e la realtà della vita quotidiana si delineano gli aspetti salienti dell’apporto femminile alla civiltà greca.

 

          I curatori evidenziano, correttamente, che il proposito di mostra e volume non è quello di argomentare che le donne ateniesi erano “liberated” nel senso attuale del termine; profonde limitazioni esistevano rispetto alle loro apparizioni nella vita pubblica ed anche nel controllo del loro stesso corpo (p. 21). Tuttavia in ambito religioso emerge il contributo femminile al buon funzionamento della polis: le donne intrattenevano un rapporto preferenziale con le dee e, tra queste, in particolar modo con Athena, prima protettrice della città; l’armonia tra mortali e divinità era l’unico modo per garantire il favore di questi ultimi e dunque la prosperità della polis.

 

          Il lavoro degli studiosi è andato ben oltre l’obiettivo iniziale, dal momento che il volume offre uno spaccato di storia, istituzioni, società, religione ed arte greca. Centrando il focus su Atene tra tardo VI e IV sec. a.C., Worshiping Women appare quasi un manuale di “archeologia ateniese”; la sua lettura costituisce integrazione e compendio, al tempo stesso, dell’opera di Robert Parker, Polyteism and Society at Athens (Oxford 2005): i contenuti sono spesso comuni, ma, in questo caso vengono presentati in forma più sintetica, accessibile anche ad un pubblico di non addetti ai lavori, con corredo di citazioni di testi antichi, tradotti in inglese, e ingente selezione di immagini.

 

          Il volume è suddiviso in quattro parti: la prima include due contributi introduttivi; la seconda, comprendente 5 saggi, è dedicata alle divinità femminili ed alle eroine oggetto di culto nell’Attica; la terza è focalizzata sulle donne ed il rituale e raccoglie tre articoli su sacerdotesse, festività e partecipazione femminile al culto in onore di Dioniso; nell’ultima parte due lavori sono dedicati all’illustrazione del ciclo vitale della donna, dalla nascita alla morte. Con l’unica eccezione rappresentata dalle introduzioni, ciascun testo viene accompagnato da schede di catalogo relative agli oggetti presentati nella mostra. Esse costituiscono l’occasione per una riflessione sulle modalità in cui i manufatti riflettono la partecipazione della donna alla celebrazione dei riti, o anche alle semplici attività della vita quotidiana; inoltre rendono accessibile ad un vasto pubblico i principali aspetti della cultura e della religione greca di età classica. Vengono illustrati oggetti comuni ma anche singolari o del tutto eccezionali e veri e propri capolavori dell’arte greca. Sono inseriti anche alcuni pezzi inediti.

 

          Il saggio introduttivo, di Nikolaos Kaltsas ed Alan Shapiro, prende spunto dal passo della Lisistrata di Aristofane (642-7) in cui vengono elencati i ruoli ricoperti dalle giovani ateniesi nel percorso che conduceva alla maturità sessuale: arrhephoros, aletris, arktos, kanephoros. I versi del poeta comico vengono più volte richiamati in tutto il volume e considerati secondo l’interpretazione più diffusa risalente agli studi di Angelo Brelich; tuttavia di recente è stata mossa una critica circostanziata a tale posizione (Faraone Christopher A., Playing the Bear and Fawn for Artemis, in Dodd David B., Faraone Christopher A. (eds.), Initiation in Ancient Greek Rituals and Narratives, New York 2011, p. 45, con bibl. prec.). In questo caso la citazione è funzionale ad affermare che l’aspirazione delle donne ad incidere nella politica di Atene era una mera utopia, fonte di ilarità nelle rappresentazioni teatrali. Eppure l’idea di una società completamente incentrata sull’uomo ed in cui l’elemento femminile è fortemente marginalizzato deve essere riconsiderata, specialmente alla luce dell’importanza del ruolo rivestito dalle donne nell’ambito della vita religiosa, percepibile anche a livello pubblico. Il contributo anticipa i contenuti della mostra e del volume e ne illustra l’organizzazione.

 

          Centrale è l’individuazione delle fonti di documentazione. Sull’organizzazione del culto e dei rituali possediamo testi che risalgono prevalentemente alla tarda antichità; una delle poche eccezioni è costituita proprio dalla Lisistrata, circa la celebrazione della festa in onore di Adone, ma naturalmente essa presenta forti limiti dovuti alla natura comica del testo. Una preziosa base documentaria sono le ceramiche figurate, che illustrano con grande ricchezza le principali azioni inserite in ogni celebrazione: danza, libagione e sacrificio. Intorno allo studio di questa classe di reperti, del resto, si è sviluppata la scuola di Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne, che a partire dalla fine degli anni ’80 del XX secolo ha un importante punto di riferimento nel Centre Internationale d’Étude sur la Religion Grecque Antique e nel periodico Kernos.

 

          Quando, nella parte conclusiva del saggio, viene ricordata l’importanza dei riti di passaggio sarebbe stato preferibile evitare ogni possibile confusione con il termine “initiation” (sulla distinzione: Garwood Paul, Rites of Passage, in Insoll Timoty (ed.), The Oxford Handbook of the Archaeology of Ritual and Religion, Oxford 2011, p. 266). Infine il ruolo sociale della donna ateniese, moglie e madre di cittadini, viene ulteriormente evidenziato richiamando la legge periclea del 451, per cui il diritto di cittadinanza aveva come requisito indispensabile che entrambi i genitori fossero Ateniesi: tale elemento contraddice palesemente l’idea di invisibilità della donna (p. 19).

 

          L’altro bellissimo saggio introduttivo, di Mary Lefkowitz, si sviluppa a partire dalla domanda: cosa pensavano realmente le donne greche degli dei? Attraverso i poeti lirici, con un occhio di riguardo a Saffo, e dalle voci dei personaggi femminili protagonisti delle tragedie emerge una situazione contraddittoria. Sostanzialmente i Greci erano persuasi che gli dei fossero disinteressati al destino degli uomini, eppure esisteva la certezza che essi fossero garanti di una giustizia più vera di quella terrena e umana (pp. 26-27). La religione era il principale strumento per assicurare tale convincimento.

 

          Tra i contributi sulle singole divinità oggetto di devozione delle donne ateniesi, il primo è dedicato ad Atena (Olga Palagia). Anche in questo caso il testo parte da una domanda: quale tipologia di donne le offriva il culto? La studiosa afferma che un ruolo particolare spettava ai membri delle aristocrazie, impegnate in determinate liturgie in periodi di tempo prestabiliti. Riprendendo le considerazioni sulla difficile utilizzabilità delle fonti letterarie di epoca tarda, l’A. si concentra sull’analisi dei complessi figurati per identificare l’esatta funzione delle donne in esse rappresentate. La proposta di riconoscere kanephoroi nelle figure 31 e 32 del fregio delle Panatenee, piuttosto che diphrophoroi, risulta interessante e ben argomentata (p. 33), al pari delle ipotesi per cui le arrhephoroi erano impegnate nell’allestimento del telaio per la tessitura del sacro peplo e che esso fosse collocato sull’acropoli. Dal discorso generale deriva la conclusione che la figura 35 del fregio delle Panatenee possa essere una arrhephoros (p. 37).

 

          Nel catalogo sono illustrati ex-voto provenienti dall’acropoli ma non esclusivamente riferibili a donne ateniesi (n. 11) e non necessariamente di alta estrazione sociale (il cippo n. 10 è offerta di una lavandaia; lo scudo miniaturistico n. 23 è dono di una venditrice di pane).

 

          Evgenia Vikela è autrice del contributo su Artemide. L’iscrizione SEG 52, 2002, 104 fornisce un’esplicita conferma del fatto che il benessere della polis passasse attraverso la salvaguardia dei suoi culti ma anche dei suoi luoghi sacri, in questo caso il riferimento è all’Artemision di Brauron (p. 79). Con particolare attenzione a quel santuario ed all’arkteia vengono illustrati i vari aspetti di Artemide, noti da immagini ed epiteti. La problematica connessa al rito di passaggio è estremamente vasta ma, ugualmente, la studiosa riesce a sintetizzarne gli aspetti principali (nella selezione bibliografica avrebbe potuto confluire anche il bel volume di Giuman Marco, La dea, la vergine, il sangue, Milano 1999). Nella presentazione del santuario è degna di nota la proposta di identificazione del Parthenon (p. 85 - si veda anche Nielsen Inge, The Sanctuary of Artemis Brauronia, in Fischer-Hansen Tobias, Poulsen Birte, From Artemis to Diana, Copenhagen 2009, p. 111). La rilevanza delle donne emerge dalle iscrizioni in cui è registrato il loro nome, senza ulteriori indicazioni di marito o padre (p. 86). La dislocazione nell’Attica dei santuari di Artemide evidenzia l’importanza di un culto che, nell’intenzioni di Pisistrato, doveva rafforzare il legame tra centro e periferia e che, del resto, per i riti di passaggio coinvolgeva i giovani maschi allo stesso modo delle fanciulle.

         

          Bellissima la lekythos n. 36, usata come immagine di copertina.

 

          Il culto di Afrodite viene illustrato da Angelos Delivorrias. Ad Atene la dea era protettrice della fertilità, garante della coesione interna e sostenitrice della polis contro i nemici e nei momenti di difficoltà in genere; il mito di Teseo evidenzia la sua stretta connessione con il mare e i naviganti (p. 107). Il testo affronta la problematica identificazione dei santuari attici di Afrodite sulla base della lettura delle fonti letterarie ed epigrafiche.

 

          Nel catalogo risaltano gli ex-voto in marmo provenienti da Daphni (colombe e genitali femminili nn. 53-55).

 

          In onore di Demetra si svolgevano feste destinate ad un’esclusiva partecipazione femminile: Thesmophoria, Haloa, Stenia. Sorprendenti sono le analogie con alcuni riti greci contemporanei che prevedono canti con oscenità, manipolazione di oggetti fallici e banchetti per sole donne (cfr. Håland Hevy J., In The Hands of the Women, the Babo day, in The Ritual Year 8: Migrations, Sofia 2014, pp. 442-468); a quest’ultima pratica viene riferita la lekythos n. 127 (p. 279). Michalis Tiverios dedica ampio spazio ad Eleusi, alle feste lì celebrate ed all’analisi del pinax di Ninnion (n. 66). Particolarmente suggestiva è l’ipotesi di un collegamento con il kykeon del frammento a figure nere con donne presso un mortaio (per questo utensile cfr. Villing Alexandra, The daily grind of ancient Greece, in Shapes and Uses of Greek Vases, Bruxelles 2009, pp. 319-333; per approfondimenti sulla bevanda: URL, con bibl. prec.). Tiverios osserva opportunamente che azioni relative ai misteri eleusini, riconoscibili per la presenza dei bakchoi, se illustrate nei documenti figurati dovevano corrispondere a momenti pubblici delle iniziazioni: i mystai, a cui verosimilmente appartenevano alcuni vasi provenienti da contesti funerari (n. 65 - ma in realtà i dati contestuali sono scarsi), non potevano assolutamente rivelare gli aspetti segreti del rituale (p. 135).

 

          La base di statua con iscrizione n. 68 offre lo spunto per l’analisi di una pagina di storia greca del V e IV sec. a.C.

 

          Alan Shapiro coglie il senso più profondo dell’opera attraverso l’indagine psicologica sulle donne ateniesi e sul loro desiderio di identificarsi nelle eroine mitiche. Attraverso una lettura sintetica, ma estremamente chiara, di miti complessi con parentele intrecciate, interconnessione di personaggi e versioni alternative, lo studioso sviluppa un discorso che illustra origini dei culti e loro legame con la vita politica e sociale ad Atene. Le eroine incarnano valori e codici di comportamento; si sacrificano per il bene della polis; la loro disobbedienza costituisce un modello negativo, ma esiste sempre una possibilità di redenzione (sulle Cecropidi nn. 76-77).

 

          Il sacerdozio femminile rappresenta in modo tangibile la possibilità delle donne ateniesi di incidere sulla vita della polis. Joan Connelly dimostra tale asserzione partendo da un passo della tragedia euripidea Melanippe incatenata, nonostante gravi problemi di decontestualizzazione dei dati e condizionamenti antichi e moderni (p. 187). Prerogative e privilegi delle sacerdotesse, dettagliatamente esaminati nel volume Portrait of a Priestess: Women and Ritual in Ancient Greece (Princeton 2007), furono ritenuti così importanti da essere mantenuti per secoli e da eguagliare la celebrazione di uomini politici, generali e atleti; anche artisti famosi come Prassitele (n. 81) fissarono l’immagine di sacerdotesse e la loro commemorazione sopravvisse anche alle leggi suntuarie di Demetrio di Falero (p. 193, nn. 82-83). Con riferimento ad immagini e realia viene sviluppato il tema delle kleidouchoi (detentrici di chiavi), incarico talmente prestigioso da essere motivo di orgoglio per i maschi che si facevano rappresentare sulle stele funerarie in compagnia delle parenti (p. 192).

 

          Jennifer Neils propone una riflessione su feste e riti ateniesi riservati alle donne: Arrhephoria, Arkteia, Adonia, Thesmophoria, nonché la festa nota attraverso i cosiddetti vasi delle Lenaia (p. 247, cfr. n. 124) (si veda il recente volume Brandt Rasmus J., Iddeng Jon W. (eds.), Greek and Roman Festivals, Oxford 2012). A proposito della Arrhephoria viene presentata una interpretazione della scena centrale del fregio delle Panatenee diversa da quella argomentata da Olga Palagia (n. 113); sulla Arkteia, contrariamente all’idea di Robert Parker, si suggerisce che si trattasse di un vero e proprio rito di iniziazione, equivalente femminile della ephebeia. Originale l’idea che le 10 figure matronali su lati nord e sud del fregio delle Panatenee rappresentino la controparte femminile degli eroi eponimi costituendo un possibile rimando alla legge periclea del 451 (pp. 248-249).

 

          La partecipazione delle donne al culto di Dioniso viene esaminata nelle belle pagine di Stella Chryssoulaki. Le feste per il dio erano opportunità di coesione in cui si appianavano differenze e si superavano le tensioni; il sovvertimento dell’ordine precostituito, evidente in scherzi ed oscenità espresse dalle donne, era voluto e controllato dalla polis e Dioniso, simbolo di libertà, era venerato dalle Ateniesi che ne erano sostanzialmente prive (cfr. n. 129). E’ una utile osservazione l’analogia per cui le feste dettavano i tempi per la vita di Atene così come templi e santuari ne definivano lo spazio (p. 268). Purtroppo, nello studio dei vasi legati a Lenaia ed Anthesteria, la mancanza di dati di contesto rappresenta un forte limite alla fase speculativa.

 

          Victoria Sabetai afferma giustamente che identità religiosa e identità secolare erano indissolubili e che il rituale era proprio un modo per definire la “social persona”. Attraverso una “cittadinanza cultuale” era possibile integrare la piccola struttura dell’oikos in quella onnicomprensiva della polis. Ogni membro della comunità diventava progressivamente consapevole del proprio ruolo all’interno di essa, attraverso i riti di passaggio: ancora oggi il “modello Van Gennep” (separazione / liminalità / reintegro) sembra lo schema più chiaro per comprenderne svolgimento e significato (cfr. Marinatos Nanno, Striding across Boundaries, in Dodd David B., Faraone Christopher A. (eds.), Initiation in Ancient Greek Rituals and Narratives, New York 2011, p. 147). Nell’analisi dei vasi figurati si sottolinea il loro ruolo di veicolo di messaggi precisi: ad esempio, almeno in linea di principio, marito e moglie avevano un rapporto paritetico nel matrimonio (p. 294). La stessa studiosa è autrice di un più recente contributo sull’analisi contestuale delle loutrophoroi: Sabetai Victoria, Marker vase or burnt offering. The clay loutrophoros in context, in Shapes and Uses of Greek Vases, Bruxelles 2009, pp. 291-306

 

          Poco convincente l’ipotesi, suggerita da Elisavet Stasinopoulou-Kakarouga, per cui le differenze quantitative nell’attestazione di choes relative a bambini e bambine sarebbero imputabili ad un diverso tasso di mortalità di questi (p. 306, n. 135).

 

          Il saggio di John Oakley inquadra gli aspetti funerari legati alle donne ateniesi, per le quali era compito precipuo ogni funerale, nonostante le limitazioni imposte dalla legislazione attribuita a Solone. Un problema particolarmente interessante è legato all’assenza di stele funerarie databili nel periodo 480-430 a.C., a differenza di quanto noto dalle coeve rappresentazioni sulle lekythoi a fondo bianco: le possibili soluzioni prospettate dallo studioso rimangono al momento solo ipotesi di lavoro (p. 339). Quando, a partire dal 430, ricompaiono numerose le stele riferibili ad individui di sesso femminile, non si può non pensare che abbia avuto una parte decisiva la legge di Pericle sulla cittadinanza: le donne figurano come mogli e madri e, eccezionalmente, come sacerdotesse (n. 154).

 

          In conclusione mi sento di affermare che il volume qui presentato è uno dei migliori prodotti editoriali nel settore dell’archeologia classica che abbia mai avuto l’onore di leggere. Gli errori tipografici sono sostanzialmente assenti; la qualità delle immagini è sempre eccellente. L’opera, a corredo di una esposizione temporanea, è chiaramente rivolta ad un grande pubblico, tuttavia anche per gli studiosi del lettore è un’ottima occasione per approfondire alcune tematiche. La snellezza dei testi, chiari e stringenti, unitamente all’ampia selezione di illustrazioni, rende sempre piacevole la lettura. La scelta di corredare testi e schede di brevi note bibliografiche e quella di utilizzare rimandi interni estremamente sintetici aiutano il lettore evitando distrazioni, ma lo sostengono nell’ipotesi in cui voglia ulteriormente approfondire gli argomenti presentati.

 

 

 

Contents

 

 

Michalis Liapis – Preface, p. 9

Anthony S. Papadimitriou – Preface, p. 11

Nikolaos Kaltsas and Alan Shapiro – Introduction, p. 13

Mary R. Lefkowitz – Ancient Greek Women and the Gods, p. 23

 

 

Goddesses and Heroines

Athena

Olga Palagia – Women in the Cult of Athena, p. 31

               Entries 1-34, p. 38

Artemis

Evgenia Vikela – Artemis. The Worship of Artemis in Attica: Cult Places, Rites, Iconography, p. 79

               Entries 35-48, p. 88

Aphrodite

Angelos Delivorrias – The Worship of Aphrodite in Athens and Attica, p. 107

               Entries 49-55, p. 114

Demeter

Michalis Tiverios – Women of Athens in the Worship of Demeter: Iconographic Evidence from Archaic and Classical Times, p. 125

               Entries 56-71, p. 136

Heroines

Alan Shapiro – Cults of Heroines in Ancient Athens, p. 163

               Entries 72-77, p. 174

 

 

Women and ritual

Priestesses – Women in Cult

Joan B. Connelly – In Divine Affairs - the Greatest Part: Women and Priesthoods in Classical Athens, p. 187

               Entries 78-112, p. 194

Festivals

Jenifer Neils – Adonia to Thesmophoria: Women and Athenian Festivals, p. 243

               Entries 113-123, p. 250

Stella Chryssoulaki – The Participation of Women in the Worship and Festivals of Dionysos, p. 267

               Entries 124-130, p. 276

 

 

Women and the Cycle of Life

Birth, Childhood and Marriage

Victoria Sabetai – Women’s Ritual Roles in the Cycle of Life, p. 289

               Entries 131-151, p. 298

Death

John H. Oakley – Women in Athenian Ritual and Funerary Art, p. 335

               Entries 152-155, p. 342

 

 

Bibliography, p. 350

Abbreviations, p. 367

 

[N.D.L.R. : Ce catalogue a été annoncé sur notre site et attribué pour compte rendu en mars 2009, peu après sa parution, à un recenseur qui a renoncé à en faire le compte rendu plusieurs années plus tard et nous a restitué le livre. Celui-ci a alors été de nouveau annoncé sur Histara-les comptes rendus et  attribué à Giovanni Mastronuzzi. Ceci explique que la recension soit publiée si longtemps après la parution de l'ouvrage.]